III.

Quelli del limbo sono più e sono meno puniti degli sciaurati; più,

perchè oltre Acheronte e dentro l'inferno; meno, perchè il loro duolo è

senza martirii. E sono puniti anch'essi per un difetto, non per un rio;

per non aver fede, per non aver avuto battesmo, per non aver adorato

debitamente Dio.[142] In che la loro volontà peccò, per aver

quest'offesa di desiderio senza speranza, di questo, pur senza martirii,

ma duolo, di queste tenebre?

La loro volontà peccò; peccò sì quella d'uno stato avanti il

cristianesimo, sì d'un parvolo innocente. Il loro difetto non fu

involontario. Questa è dottrina sì di tutti i filosofi cristiani e sì di

Dante. Tutta la discendenza umana peccò in Adamo; e Adamo peccò

liberamente e volontariamente. “Vostra natura„ afferma Beatrice[143]

“peccò tota nel seme suo„. E il suo seme peccò[144]

per non soffrire alla virtù che vuole

freno a suo prode;

e

dannando sè, dannò tutta sua prole.

Ciò che dalla divina bontà, senza mezzo, piove[145], è tutto libero:

solo il peccato toglie questa libertà. E il volere d'ogni uomo sarebbe

libero, se non fosse il peccato ad incepparlo, e il volere d'un bambino

appena nato sarebbe libero, se non fosse asservito dal peccato ch'egli

trae seco dall'origine sua. E quelli che furono avanti il cristianesimo,

avrebbero anch'essi avuta questa libertà di volere e perciò il modo di

meritare. Dante ne porge un luminoso esempio in Rifeo troiano.[146]

Chi crederebbe giù nel mondo errante,

che Rifeo Troiano in questo tondo

fosse la quinta delle luci sante?

Eppure si deve credere; perchè quell'anima uscì dal suo corpo, non

gentile ma cristiana, “in ferma fede... dei passuri piedi„ e credette in

Cristo venturo. Chi voleva, dunque, poteva; e tale pensiero è ragione

del turbamento di Virgilio, quando parla dell'imperfezione naturale

dell'ingegno pagano:[147]

E desiar vedeste senza frutto

tai, che sarebbe lor desio quetato,

ch'eternalmente è dato lor per lutto.

Io dico d'Aristotile e di Plato

e di molti altri. E qui chinò la fronte;

e più non disse, e rimase turbato.

Egli pensava che Aristotile e Plato e tanti altri, lui tra tanti,

avrebbero ora sazio quel desio di visione e di contemplazione, vedendo e

contemplando Dio, se avessero voluto. Ma non vollero, e ora vivono in

desio senza speranza. Non vollero; non adorarono Dio, debitamente cioè

come era loro debito.

Il loro difetto di fede non fu dunque involontario, quindi furono

volontariamente servi. Il peccato disfrancò il loro volere. Quindi sono

puniti più dentro l'inferno che gli sciaurati, perchè da una parte

anch'essi, come quelli, avrebbero potuto salvarsi seguendo la croce, che

per gli uni era già venuta e per gli altri era da venire; e non vollero;

dall'altra nemmeno un poco sollevarono le catene che inceppavano la loro

volontà. Chè non ebbero battesimo. Ma pure non hanno duol di martirii, e

non gettano lamenti e guai, perchè il loro difetto, volontario bensì, è

quasi involontario; chè credere _nei piedi passuri_ e seguire la croce

non ancora apparsa, è ben più difficile che seguire la croce già apparsa

e credere nei _passi piedi_!

Ma vi è, con le somiglianze, una differenza grande tra gli sciaurati e i

parvoli innocenti coi quali si trovano gli spiriti magni. Ricordiamo il

pensiero di Dante, riguardo alla nobile virtù; alla virtù, senza cui si

è vili. Alla nostra anima fu dato lume, per discernere il bene e il

male, e, perciò e con ciò, libero volere. Or questo lume è oscurato in

chi non ebbe il battesimo, per via del peccato d'origine; e, quello non

risplendendo, non si ha libero volere,[148] nè ragione di meritare. Chè

non è, in essa anima, la virtù che consiglia,[149] la quale col

battesimo s'infonde. Ora nei non battezzati, sì parvoli sì spiriti

magni, chè, mesto e dolce, Virgilio sè accomuna a quelli, quando

dice,[150]

quivi sto io coi parvoli innocenti;

nei non battezzati non fu quel lume e quella virtù consigliatrice; e

perciò nè libero arbitrio nè ragion di meritare; ma, o atti di libero

arbitrio non poterono fare, perchè furono morsi subito dai denti della

morte, o d'altra colpa non si resero rei, se non di quest'una che è

degli uni e degli altri; della colpa umana,[151] volontaria bensì ma,

misteriosamente, volontaria. Fuor di quella, i parvoli furono

_innocenti_, e gli spiriti magni furono senza vizio e seguirono le altre

virtù, fuor delle tre sante,[152] e sono perduti non per altro rio.[153]

Gli sciaurati invece il lume l'ebbero; ma in atti di libero arbitrio non

proruppero; sì gli angeli sì gli uomini. E perciò hanno martirii oltre

il duolo. Ma volontario è il difetto di lume nei non battezzati, come

volontario è il rifiuto di libertà negli sciaurati; e perciò sospirano

ora in vano gli uni e gli altri, e si lamentano di questa loro sorte che

avrebbero potuto evitare. Sì; ma di quelli che videro la croce ed ebbero

il lume, i sospiri sono guai, e di questi altri che non videro l'una e

non ebbero l'altro, i lamenti suonano come sospiri. Pure in questi

ultimi, che lume non ebbero, il difetto di libertà è assoluto e nulla la

ragion di meritare; il che non si può dire dei primi. I quali perciò

sono fuori dell'inferno, come gli altri sono dentro. E perchè non ebbero

lume, i non battezzati vivono nella tenebra; e perchè non se ne fecero

rischiarare, quasi non l'avessero avuto, gli sciaurati vivono tra

un'aria tinta e in luogo, in cui appena si discerne “per lo fioco lume„.

Tuttavia nel limbo è alcuna luce. Sì; ma di un fuoco; è luce umana e non

divina, per così dire; d'arte e non di natura,[154]

Non era lunga ancor la nostra via

di qua dal sonno; quando vidi un foco,

ch'emisperio di tenebre vincìa.

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro · 第 27 / 142 题