Ma se l'errar nella selva significa gl'inganni cui l'anima è soggetta
“nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita„, inganni e niente
altro che inganni di imagini di bene, sian pur false, e questi inganni
sono causati dall'imperfezione naturale della conoscenza umana, che non
è ancora sperta e dottrinata, e sia pur che sperta e dottrinata avrebbe
dovuto già essere; come mai Dante dipinge questa selva così oscura e
selvaggia e aspra e forte? Per sì leggiera e natural cosa, come mai sì
gravi parole? In vero, per limitarmi agli effetti della selva sull'anima
di chi vi erra dentro, ella
tanto è amara che poco è più morte,
e incute tanta paura, che la rinnova nel pensiero. Se, per esempio, il
piacere della donna pietosa è uno dei fatti simboleggiati nella selva,
non s'intende tanta paura e tanta amarezza di morte.
No: s'intende. Nel Convivio si comentano lungamente questi tre versi
della canzone “Le dolci rime d'Amor, ch'io solia„:
Ma vilissimo sembra, a chi'l ver guata
chi avea scorto il cammino e poscia l'erra,
e tocca tal, ch'è morto, e va per terra.
Dante dice “che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che
disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo„. E aggiunge:
“Perchè non si chiama non valente, cioè vile? Rispondo: Perchè non
valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui, che non avendo alcuna
scorta, non fosse ben camminato; ma perocchè questi l'ebbe, lo suo
errore e 'l suo difetto non può salire; e però è da dire non vile ma
vilissimo„.[30] _Vile_ e _viltà_ in tutto questo trattato del Convivio è
opposto di _nobile_ (che Dante deriva da _non vile_) e di _nobiltà_; e
nobiltà o gentilezza o bontà è la perfezione umana la quale consiste
nell'usar che faccia l'anima “li suoi atti nelli loro tempi e etadi,
siccome all'ultimo suo frutto sono ordinati„.[31] Ora fortezza o
magnanimità[32] è virtù di giovinezza; e il giovane che non l'abbia è
non nobile, cioè vile. E Dante ci mostra nel poema, una volta tra le
altre, il nobile in faccia al vile.[33]
Se io ho ben la tua parola intesa,
rispose del _magnanimo_ quell'ombra,
l'anima tua è da _viltate_ offesa.
Il magnanimo è Virgilio, l'altro ingombrato da viltà, come cavallo
ombroso, è Dante. Direste voi che Dante sia pauroso per quel rifiuto che
tenta fare? Si tratta d'un'impresa quale solo al più nobile degli eroi e
al più privilegiato dei santi riuscì. Dante dubita che la sua virtù non
sia assai possente: la sua virtù è stanca. Eppure il magnanimo
continuando dice:
di questa _tema_ a ciò che tu ti solve;
e conclude:
perchè ardire e franchezza non hai?
Il che mostra che l'idea di paura è connessa, per Dante, con viltà,
anche quando viltà non è bassezza propriamente o ignominia, ma l'opposto
di magnanimità, che è quanto dire di nobiltà o gentilezza, cioè di
quella “grazia„ o “divina cosa„ che fa quelli che l'hanno, “quasi come
Dei„.[34]