No, Isotta... Lasciate vi chiami per nome,
io mi lego ad un nome
come il cipresso a un cimitero...
Il re supera voi e me per saggezza.
ISOTTA.
Ma sogna, e non può vedere.
TRISTANO.
Ma prega, e spera.
E non vorreste fargli di sole
questi giorni suoi di ultimo freddo, Isotta?
ISOTTA.
Voi dite il mio nome, come se da sempre
lo aveste avuto in cuore...
TRISTANO.
Davvero? Oh maraviglia!
È tutto quel che so di voi, il nome,
e l'amo prodigiosamente.
ISOTTA.
Perchè? Siete bizzarro...
TRISTANO.
Ho forse la coda? Tre mani?
Oh! sono banale, banalissimo:
credo, principessa, con licenza del sacerdote,
vi saprei fare sette figli, e tutti maschi!
ISOTTA.
Amo, signore, d'essere intatta
e nelle mie vesti mi chiudo,
come dentro un monastero.
Ma non vorrei per amor di me,
perdere un sorriso di mio padre.
TRISTANO.
Che vi piacerebbe? Mentirgli ancòra?
E che io vi fossi complice e falso marito?
Sì: mentire so, e tanto bene
che illudo anche me stesso, Isotta!
ISOTTA.
Io sono devota d'una religione fredda
che mia madre m'apprese,
la religione delle stelle, vergini anch'esse,
che piangon a volte, o liete parlano meco,
e credo a quel che intendo
e mi prometto loro
e tengo fede alle mie parole.
TRISTANO.
Voi tenete fede? Gloria! gloria!
Sarete una sposa modello...
Io no, non son fedele... Frantumo le mie parole:
ne faccio monili per me, per voi, per tutti!
ISOTTA.
Ho giurato di salvare per sempre
la mia castità: sono vestale
d'un mio patto puerile ma sacro.
Sarei una troppo sterile consorte!
TRISTANO.
Quella ch'io voglio, perfetta!
Oh son fatto, io, di musica, non di carne.
Casta! Vi amo... La mia virtù compagna
sarete, il vostro peccato, io!
Ecco, ecco... un anello, no. Dopo.
E mi volete, se anche mascherato?
ISOTTA.
Io non per la follìa d'un nome,
ma per ubbidire al re.
TRISTANO.
Isotta Isotta!... Allora io posso dire ancora...
Isotta! Ti amo... ti amo... Sei mia!
Posso chiudere gli occhi e udire il tuo respiro...
Taci, taci... non parlare: Isotta!
posso ascoltare il ritmo vicino
della tua vita profumata, e dire
Isotta, finalmente, sei mia moglie, tu!...
Non sei più del re, sei mia... solo mia... mia...
per sempre... e senza lacrime... Isotta... mia...
ISOTTA.
Tristano!
TRISTANO.
Taci! Ho la febbre, ho il delirio!
Vado a nozze con la mia fantasia allucinata.
Sono felice, perchè voglio essere così.
Vieni, vieni con me.
(_Exeunt ambo_).
(_Marcia nuziale_).
SCENA TERZA.
_Un giardino, di notte. Lampioncini di carta colorata. Una fontana.
Lontani, canti d'allegria e suoni striduli di musiche._
(Su un sedile di pietra, HUBBO, vestito
da buffone, accovacciato, immobile.
Entra ISOTTA, come fuggisse, inseguita
da TRISTANO, mascherato).
ISOTTA.
Non mi perseguitare:
m'hai già crocefissa col mistero de' tuoi occhi,
lasciami, ora.
TRISTANO.
No, Isotta, hai cambiato nome:
ti chiami moglie!
e non sei più di te stessa: mia sei.
Con una paroletta hai cancellato la tua persona,
la tua volontà, tutto quanto eri!
Perchè fuggi? Ti ripiglio.
E ti dico: a sedere. E ci stai.
E ti sputo negli occhi. E sopporti.
ISOTTA.
Che dici?
TRISTANO.
Canto anch'io, l'inno al matrimonio,
in questa notte ilare di nozze!
Ora tu non sei più tu: sei me,
la mia maschera, la mia scarpa sei.
E l'amore, l'amore dov'è?
Nessuno t'ha domandato, è vero?
E se domani uno venga che piace a te,
e tu a lui: e tremate nel guardarvi,
oh... follìa... tu non puoi, tu, moglie!
Tu non sei più viva, morta sei, mummia!
E mi diverte fare il carceriere
e chiuderò tutte le porte
e spierò le fessure dell'anima tua
e digrignando i denti, urlerò di te:
mia proprietà, mia proprietà!
ISOTTA.
Ti sei vincolato a lasciarmi casta...
TRISTANO.
E chi t'assicura che manterrò?
Sono spergiuro, pazzo, vagabondo.
Chi t'ha detto di credere a me?
ISOTTA.
Io ti credo, Tristano.
TRISTANO.
Insensata: ho viso deforme,
spellato, arso, tagliato...
ISOTTA.
No.
TRISTANO.
Ed altre virtù non conosco
che furia e menzogna...
ISOTTA.
No.
TRISTANO.
E ti forzerò, contro la mia parola
e la tua giurata verginità
calpesterò...
ISOTTA.
No.
TRISTANO.
E ti segnerò di lividi e di piaghe,
e beverò il liquore delle tue lacrime...
ISOTTA.
No.
TRISTANO.
Che sai di me?
ISOTTA.
Tutto... perchè...
TRISTANO.
Perchè? Non aver paura!
Ho raccolto le sozzure per la via;
puoi buttarmi qualunque bestemmia.
ISOTTA.
Sì. Perchè ti amo...
HUBBO.
(Facendo irruzione).
Ah ah ah... Quanti palloncini
verdi, e rossi, e gialli!
Che gala nella mia gioia!...
Ognuno si può impiccare al colore che vuole
e chiamarlo stella!
È proprio una festa, signora,
da perderne la testa,
ed anche il nano di Corte
vi bacia la veste, oggi, si può,
e fugge via, fugge lontano,
tanto lontano che non lo troverete più,
e sarà ai piedi vostri...
(Sparisce in un tintinnìo di sonagli,
ma ritorna a spiare ed appiattarsi, di
lì a poco, dietro la fontana).
ISOTTA.
È il buffone!
TRISTANO.
Ecco il povero mendicante,
che vivrà sulla soglia della tua bellezza.
e questa volta sarò io marito
e geloso cent'occhi
e severo cento supplizi!
Ah, mi diverto, mi diverto smisuratamente.
Ma se tu davvero mi ami, Isotta...
ISOTTA.
Non giocare colla mia vita: taci.
(Una pausa. I due sono seduti sul
margine della fontana. E s'avanza
ONINONI con passo quasi di danza; lo
segue ELINER, cantando; ultimo CARIADO,
lugubre. Sono in fila, a distanze
uguali, ubriachi tutti e tre, ma
contegnosi).
ONINONI.
A me, una festa così, mi fa ringiovanire. Se la musica non fosse
fuori di tempo, farei quattro giri di danza, ma è fuori di tempo...
ELINER.
(Cantando).
La vita è una sorpresa...
c'è la salita e poi c'è la discesa...
Ed oggi tocca a me, domani a te,
e finalmente al re!
La vita è una sorpresa...
CARIADO.
Ma io la sposa non ce l'ho... e l'avrei voluta anch'io... e l'avrei
molto accontentata... ma non ce l'ho... Amen...
ONINONI.
Questo, per Sant'Agata vergine, si chiama giardino? E noi ci
spasseggiamo dentro come padroni... Ma, sacramento! questa è
acqua... Maledetta sia l'acqua e chi la beve. E quindi anche la
pioggia, maledetta. Però ai campi fa bene, la pioggia. Sì, ma noi
non siamo campi!
CARIADO.
È deserta la vita, ecco...
ELINER.
(Cantando).
La vita è una sorpresa...
(I tre briganti _exeunt_).
TRISTANO.
Io sono uno dei loro e come loro
ubriaco di pensieri.
Ma, Isotta, per te devo...
Vuoi un poco di veleno e di verità?
ISOTTA.
Nulla voglio, e nulla domando.
TRISTANO.
Se mi ami, devo ben farti soffrire!
ISOTTA.
E tutto ascolto.
TRISTANO.
Non t'ho ancora dato l'anello:
eccolo: guarda: trasparente! Biondo come...
ISOTTA.
L'hai gettato nella vasca!
TRISTANO.
Eh sì! Quando tu prendere lo voglia
devi affogare...
ISOTTA.
Mi butto.
TRISTANO.
No. Che è un anello? Ombre. Ombre.
Ma quello... Sì, Isotta!
tu sei mia moglie.
Isotta, io t'ho sposato, ridi,
è tempo di risate,
t'ho sposato perchè amo un'altra donna.
ISOTTA.
Sapevo.
TRISTANO.
Perchè sono infelice, ed ho voluto
esserlo di più...
ISOTTA.
Sapevo.
TRISTANO.
Perchè ho voluto potermi disprezzare!
Perchè ho voluto avere anch'io
quella catena che ha lei,
per essere come lei,
sotto il peso di un eguale dolore,
ed ho scelto te perchè tu mi sia
l'aguzzino, il carnefice, l'infamia,
e torturandolo, tu faccia più divino
quest'amore che io ho tanto dilaniato
e che dilania me.
ISOTTA.
Sapevo.
TRISTANO.
T'ho presa come si prende, ecco, la morte,
con disperazione,
e avevi il nome di lei,
dell'assente, della mia Isotta,
del mio sogno
e l'anello era suo.
ISOTTA.
Puoi piangere, ora, con me.
TRISTANO.
No. Non so piangere. Rido.
Ma tu sei come un balsamo
sul mio ridere malato...
Oh, senti, cantano laggiù:... per chi?
ISOTTA.
Per noi.
TRISTANO.
Sì? E perchè non ci amiamo?
Ho ben infranto la mia fedeltà.
Sacrifica tu, la castità.
Che vogliamo noi, donna?
Divoriamoci coi denti,
cerchiamo dentro noi il nostro fango!
Ah, Isotta, perdona: guariscimi tu!
Insegnami a credere ancòra,
ed a non ricordare più.
Tu hai mani bianche e leggere,
di fata: dammele...
Costruiscimi una vita tenue,
nuova come un sogno nuovo.
Chiudi la porta a tutti i pensieri
che vengono di lontano
o che vogliono volar via...
Salvami, salvami tu, pura..
(S'inginocchia — essa gli mette le mani
nei capelli).
_La voce di Hubbo._
La bionda Isotta, per gelosia
di re Marco, suo marito,
mentre tu ridi, soffre,
dentro una prigione,
cavalier Tristano!
TRISTANO
(Levandosi).
Tu hai parlato? Tu?
L'anima mia? L'ombra?
Sì. È vero! Una prigione...
Voglio una prigione anch'io!
Perchè devo io qui solo respirare la libertà,
godere la notte, ubriacarmi d'illusione
Come lei, come l'amor mio vero!
Tu no, non ti conosco.
Chi sei? Chi sei? Ti odio!
Vattene. Una prigione, voglio!
E soffrire anch'io!
Sii gelosa, dunque! Sii gelosa,
t'ho sposata per questo solo.
Fammi male, se mi vuoi bene!
E chiudimi in una prigione,
ti prego, te ne prego, ti supplico...
e dopo, fanciulla, ti benedirò...
_La voce di Eliner._
(Cantando).
La vita è una sorpresa,
c'è la salita, e poi c'è la discesa...
SCENA QUARTA.
_Una prigione. Attraverso l'inferriata qualche stella._
TRISTANO.
Sono giunto al porto, qui?
Ho tanto navigato per questo?
No: ancora non è la morte vera.
Buio, sì, ma qualche stella vive, lassù:
nero, nero voglio: lutto sovrano.
(Togliendosi la maschera).
Mio viso ti sbendo: l'infinito sole
è presente, e l'infinito è lei: mia signora
che spia: la sento qui, là:
Isotta, mi maledici? No, non devi,
nessun bacio ha cancellato i tuoi baci:
tra qualunque creatura di carne e me,
sempre tu, ombra, ho veduto e vedo,
ed a questo carcere tu mi condanni!
Perchè dovrei, spietata, maledirti,
ma folle di sentirmi così tuo,
ti dono invece questo viso nudo
come un cadavere risorto, e godo
delle tue ineffabili carezze e spasmo
verso questa tua divina oscurità.
(Entrano dall'inferriata le voci dei
briganti).
_La voce di Oninoni._
Oh, capitano, è vero che sei lì dentro?
_La voce di Eliner._
Non risponde!
_La voce di Oninoni._
Siamo venuti via: che si poteva fare più. San Giuda benedetto?
_La voce di Cariado._
Anche i re muoiono, e re Languis è morto...
_La voce di Oninoni._
Il popolo allora ti ha fabbricato qualcosa come una repubblica...
_La voce di Eliner._
E siamo venuti qui, da te.
_La voce di Oninoni._
Ci vuoi non ci vuoi?
_La voce di Cariado._
Si torna a fare il brigantaggio.
(La faccia di ONINONI appare
all'inferriata).
ONINONI.
Silenzio!... Oh, olà! Sacripante, è morto anche lui!
(Oninoni sparisce, le voci si perdono).
_La voce di Eliner._
Era un po' strambo, poveretto!
_La voce di Oninoni._
Ma tutto cuore!
_La voce di Cariado._
_Amen!_
TRISTANO.
Resterò dunque solo? Ma se il mondo
mi crollasse intorno ed io sopravvivessi,
unico, non mi lasceresti ancòra, Isotta,
ma dentro me sempre rimani,
a divorarmi come fai!
(Una pausa).
C'è un grillo, nella notte.
Per tre volte un usignolo era venuto
a farmi tacere, poi silenzio.
Ora i grilli. Domani i vermi,
Tristano, ti sei chiuso, ma cammini,
cammini verso di lei
e l'ombra ti segue, fedele.
(Due mani bianchissime appaiono tra i
ferri della finestrella; e Tristano le
vede).
Chi m'offre questi grandi fiori bianchi,
virginali? Oh fiori di gelo e di giglio!
Mani! O mani senza persona,
mani recise. Di chi siete?
Mie, mie, e del sogno! No, sue.
Mani, mani che hanno più forza
che non la fede, che non la fame!
Mani esangui e capaci di tanto delitto
su me, che m'abbandono!
O mani di regina, sì,
ma dei burattini!
Io mi muovo secondo che voi mi guidate,
e io sono il vostro pagliaccio,
e mi fate saltare, danzare, giacere,
e vi faccio la mia reverenza!
E cerco i fili colle dita: e non ci sono...
Perchè siete due ragni mostruosi,
che avete tessuto la mia perdizione!
Ragni: ed io credo... No, vedo...
Isotta, sei tu morta? E vieni a darmi l'addio?
Devo morire anch'io? Mi chiami? Mi vuoi?
Prendimi. Oh sì, donami questa grazia.
Ah, immobili siete, quasi spente,
ma io sento che voi sentite.
E se vi pungessi, nascerebbe il sangue.
Coi denti, coi denti!... Ah, delizia...
Baci... baci... Che volete? L'anima?
Ahi mute e tenaci come due pensieri, lì,
come due chiodi. No!
Andate via! Via! Sparite!
Siete nebbia, lo so. Siete sogno, lo so.
Debbo destarmi; voglio destarmi, su,
sono in piedi. Vivo. Vedo.
E sono lì, bianche come due peccati bianchi!
Isotta, sei tu... Che mi asciugavi le lacrime,
buona ti conosco. No, tragica,
feroce. Rivuoi l'anello? Ah, sì! Ecco!
L'anello! Perduto! Annegato!
Come una persona viva... Perdona,
perdona. Guarda, congiungo le mie mani,
e tu perdona! Ah, maledetta!
Basta: le prendo, le spezzo... le adoro!
Dietro queste mani, nella notte, vive
Isotta, la mia divina, e queste, sì,
mi portano le più silenziose carezze
nate dalla sua pena...
O dita fredde qui sulla mia faccia
rovente... Adoro le immagini sacre,
l'incubo mio,
le due lampade bianche per la mia tomba,
le due anime vive e disgiunte e gemelle
come le nostre due, Isotta, Isotta!...
Tu sei qui... È vero? Ah meraviglia,
tu sei vera, tu sei viva, tu sei mia!
Isotta, lasciami morire, e chiudimi gli occhi
tu, divinamente muta, così...
_Fine del secondo atto._
ATTO TERZO
SCENA PRIMA.
_L'interno di un casolare, nudo, da pescatori._
HUBBO.
(Entrando).
Ecco il frutto della mattinata:
due scombri-cavalli, carne dura
per i tuoi denti di neve, ma di meglio non c'è.
Poi tre uova di gabbiano.
ISOTTA.
Siamo poveri poveri.
E noi che ti possiamo dare?
HUBBO.
Niente!... È mio dovere.
Puoi usarmi come arnese di cucina
come cane, come coltello,
[_lacuna nel testo_] mi buttare via, signora.
ISOTTA.
Triste un buffone, in tanta nudità!
Ma egli è malato, io donna: ci puoi servire.
HUBBO.
Grazie.
(Tra sè).
Idolo bianco,
ti ha difesa perchè sei bella e sua,
Hubbo, lo scorpione. E non t'abbandona.
Ma pazzo, anzi meschino, lotta,
con quel pazzo vero e nero, che ti fiuti,
sì, ma non ti morda.
E Hubbo vincerà.
Qui c'è il suo veleno
che una goccia sola potrà fare giustizia.
(Rimescola un barattolo e lo ripone).
ISOTTA.
(Fra sè).
Quanta luce in questo casolare
e non ci libera dall'ombra.
(Hubbo _exit_).
La trasparenza delle cose, ahimè, avvilisce le nostre anime opache!
TRISTANO.
(Entrando cauto).
Non c'è nessuno? Tu? Ssst! Un segreto...
Non lo dire poi. Vieni qui.
In punta di piedi. Piano. E... grazie!
Io credo di non essere più io.
Siamo tanto soli qui... taci,
non ti muovere, non respirare,
penso che lei non sappia il luogo,
questo luogo. Sfuggiti le siamo!
E starà frugando ancòra, nei palazzi,
chissà dove... Gliel'abbiamo fatta!
Qui, dove si potrebbe nascondere, l'ombra?
Non c'è ombra. Tutto sole. Intendi?
E credo che ti posso baciare finalmente
senza che _lei_...
ISOTTA.
Non far peccato contro il tuo Dio.
TRISTANO.
Dio? Quale? L'abbiamo perduto.
Siamo in esilio, in libertà.
Il mare solo colle sue bianche braccia
e il suo fragore copre le nostre parole.
Grazie, mare, anche a te.
ISOTTA.
Ed hai paura, se parli piano.
TRISTANO.
Sono stato in agonia... Non oso
sventolare la salute, ma la fascio,
la carezzo... Per essere diverso
e non più riconoscibile, ho seppellito
là, nella sabbia, la maschera, stanotte.
Neanche la luna mi ha veduto.
Ora sono bianco, un altro sono!
Mi siedo e chiamo: Psst, psst, i miei pensieri
che mi vengono a dormire stanchi nel cuore,
dopo tante corse, e me li sento, un po' sudati,
amici, respirare...
ISOTTA.
I tuoi pensieri,
rondini, un attimo ferme,
son pronte a ripigliar volo e garrito.
TRISTANO.
No, mentre dormono, tu li ucciderai.
Ti spaventa? Cattivi pensieri,
mi hanno fatto soffrire tanto!
ISOTTA.
Se io sapessi, come si può fare!
TRISTANO.
Guarda. Sì. Sì. Così. Buona...
Poi ti siederai qui, e filerai.
Come una moglie di pescatori!
Eh, non siamo più niente...
Dobbiamo guadagnarci la vita.
Ecco: filare. E io farò il falegname.
Un onorevole mestiere. Anche il padre di Gesù
non se ne vergognava, ed il figlio era re.
Noi avemmo il padre re.
E qui legheremo un cane
che abbaierà alla sua ombra...
No; niente ombra, niente cane. Silenzio!
Un gatto grigio. Ed il buffone
ci farà da sguattero, e Giuseppe
lo chiameremo. Sì, sì,
una vita come gli altri, nascosta,
ogni giorno monotona, eguale
e lei forse non ci troverà più,
e noi moriremo, colla barba bianca,
tu con cento rughe... Isotta...
Ma perchè ti chiami... Isotta?
Cambia nome: vuoi che seppelliamo
anche il tuo nome, sotto la sabbia?
ISOTTA.
È l'unico dono che m'è rimasto
di mio padre, il nome.
TRISTANO.
Beato, in pace con sè stesso!
ISOTTA.
Non mi ha giovato il voto...
TRISTANO.
E perchè non te ne sciogli?
Se tu m'aiuti...
Posso io?
ISOTTA.
Ma devi me cercare dentro le mie braccia,
non l'assente: solo me,
e mi conoscerai allora, se pallida,
marmo no, malata di languore,
come notte di maggio e di luna,
e s'aprirà la mia chiusa forza,
come un altro mare...
TRISTANO.
Chi sei? Guardo la tua bocca
dir queste parole, e guardo
la tua gola vivere, e queste mani...
Le mani... Erano tue?
ISOTTA.
Le riconosci vive, qui?
TRISTANO.
Le tue! Dunque sei tu? Tu!
Ecco: ti accarezzo... E ti abbraccio...
Nessun velo fra te e me...
Nessun'ombra! Posso... Sì.
Posso dire forte, Isotta!
Più forte, Isotta... Più forte, Isotta!
Libero sono... Salvo per queste mani
mie, che erano te,
che sono te, Isotta cara...
(Entra HUBBO con in mano la maschera di
Tristano).
ISOTTA.
Che c'è?
HUBBO.
Questo, c'è...
TRISTANO.
(Cupo tra sè).
L'ombra?...
HUBBO.
Il mare ha scavato la sabbia
ed è venuta su questa pezzuola
del signor Tristano...
TRISTANO.
(Delirando).
L'ombra!
M'ha ritrovato! Ecco: sorridevo!
Ho parlato forte... troppo forte...
M'ha udito... M'ha ripreso, è qui...
ISOTTA.
No... Non è che la tua maschera...
TRISTANO.
Ma _lei_ me la rimanda!
Oh, conosco i suoi segni...
i suoi gesti senza parole...
le sue pause d'agonia... e d'ironia!
Mi dice: ricopri quel viso ch'è mio.
Tuo? Perchè? Ti rispondo: no!
E guarda... le calpesto la maschera...
le sputo su... le ballo su... ballo...
HUBBO.
Signor mio...
TRISTANO.
Ballo... ballo...
HUBBO.
Dentro un barcone ora approdato
c'è un prete, barba così,
che racconta d'Isotta...
TRISTANO.
Di chi?
HUBBO.
Racconta che Isotta regina,
la moglie di re Marco,
è stata da re Marco ferita
per furore, ed essa langue ora,
e par che dica: Muoio... Tristano...
TRISTANO.
Maledetto! Tu muori... tu!
No. Hai ragione... Per questo
la maschera m'ha spedito... La bacio.
Sa di sale! Sì. È come
un'anima avvilita e lagrimosa.
Ma lei ferita hai detto? E muore?
Per furore... per gelosia!
Isotta, hai capito? Ebbene
voglio essere ferito anch'io.
ISOTTA.
Non divagare... Ritorna
alla tua vita nuova...
TRISTANO.
Al gatto?... Al falegname?
Come _lei_, sempre come _lei_,
per morire come _lei_, almeno questo!
Provoco e chiedo ciò alla tua gelosia.
Hai detto d'aver cuore e sangue...
Su, su. Ferisci! Dove vuoi...
Nel mio cuore... nel mio sangue...
Voglio, intendi? voglio essere ferito.
(Hubbo spalma dell'unguento del
barattolo un coltello e lo pone sul
tavolo).
ISOTTA.
Non essere crudele con te e con me!
TRISTANO.
Un coltello!
(Brandisce il coltello ch'è sul
tavolo).
O mi ferisci,
o mi scanno. Isotta mia, ti sento,
e ti obbedisco! So quello che vuoi...
ISOTTA.
Chi può sapere? Interroga quel frate...
TRISTANO.
Sangue! Il mio bel sangue nero!
Ecco: non colpisci? Io, allora io...
ISOTTA.
No...
TRISTANO.
Taglia... taglia... un po' di carne
lacerata mi salverà dall'ascoltare
l'anima mia... e i ricordi... su... taglia!
ISOTTA.
(Pungendogli il collo).
Ecco: una goccia di sangue...
TRISTANO.
(Subitamente calmo).
Una gemma. Fermi! Devo morire.
Sono sulla soglia del palazzo eterno...
Sì, povera vita mia, ti lascio... Una gemma:
di questo rubino fatti l'anello di nozze
che non t'ho dato ancòra... Pace.
Non urlo più. Non tremo più.
Vedo la morte che mi viene incontro.
Quanto tempo?
(Una pausa).
Sì? Grazie,
anche a te, morte. Posso vederla, ancòra!
Hubbo, sali sul barcone ch'è approdato,
riprendi il mare, vola, e va dalla regina ferita,
laggiù, di' che Tristano muore,
e che insieme, insieme si ha da morire,
e portala qui. Se torni con lei,
alza vele bianche, senza, vele nere.
Aspetterò, tenendomi la vita colle mani.
Va!
ISOTTA.
Va!
(Hubbo _exit_).
TRISTANO.
Ed ora comincio ad aspettare.
Guardo. Un po' d'acqua... Ho sete...
Grazie... E lasciami solo... Va via: solo:...
Voglio pregare, se ripesco qualche parola
nella mia memoria...
ISOTTA.
Ti posso insegnare...
TRISTANO.
Tu?
ISOTTA.
Io prego sempre. Ripeti:
O voi che proteggete chi patisce...
TRISTANO.
O voi che proteggete chi patisce...
ISOTTA.
Fate che Isotta mi venga ridata...
TRISTANO.
Fate che Isotta...
SCENA SECONDA.
_A bordo d'una barca a vela: in alto mare. Tempesta._
(In piedi, ERASMO, in abito d'eremita,
regge la barra del timone. Accovacciato
HUBBO tiene la corda della vela).
HUBBO.
E chi vede più niente in questo inferno?
Si scivola... si vola a precipizio!
ERASMO.
Io gli scogli non scorgo, ma Dio veglia:
Ci diriga se vuole, o ci frantumi!
HUBBO.
Sono maledizioni di saette...
E non arriveremo che al naufragio!
ERASMO.
Io sono pronto.
HUBBO.
Eh vecchio sei barbone amico di Dio,
ma Hubbo la morte lo spaventa.
ERASMO.
Tira! Oh senti la campana! È l'ora
nostra... Su, su... L'ondata passa... e spazza!
Amavi tu la vita come i re?
HUBBO.
Come un rospaccio cui tirano sassi
anche i marmocchi fior d'innocenza...
Ah quant'acqua... Non si regge più!
Tu forse avrai goduto.
ERASMO.
Avidamente ho steso le mani
su tutti i beni della terra e nulla
è stato mio: le mani or tendo al cielo
e qualche cosa piglierò lassù.
HUBBO.
Hai amato ed hai sofferto per amore?
ERASMO.
Prega... Il vento cambia. Forza!
HUBBO.
Tutta la barra. Ancòra. L'albero cede.
ERASMO.
No. Tien saldo. Mi piacque una nipote
principessa di mani come il vento...
HUBBO.
Isotta!
ERASMO.
L'hai conosciuta? E casta come morta...
HUBBO.
No, casta. Tu non sai l'amore suo!
ERASMO.
Per chi? Su! Grida più dell'uragano!
HUBBO.
Per un Tristano che se l'è sposata...
ERASMO.
Ah parole più fulmini del fulmine!
L'ama? È felice? Parla! Com'è fatto?
HUBBO.
Oh piangere la fa! Chè lui non l'ama!
ERASMO.
Piangere? Miserabile!.. Oh vendetta...
HUBBO.
Compiuta, la vendetta. Tristano muore.
E vuole anche morir contento!
E com'è stato fedele a un'altra Isotta,
a un suo peccato, manda noi,
che gliela riportiamo, questa Isotta,
per essere felice, nel trapasso, ed in eterno,
ed infelice in eterno quella che tu amavi.
ERASMO.
Lascia la vela. Ed io lascio il timone.
HUBBO.
Ma la barca impazzisce disperata...
ERASMO.
Giù! Giro tondo e vortice che sale!
HUBBO.
È la fine! È la fine!
ERASMO.
Che importa? Vuoi che io serva a quel Tristano?
HUBBO.
Ho promesso... Ho paura...
ERASMO.
Ma ti viene la morte e ti cancella
e le promesse annegano con te...
HUBBO.
No. Non si può camminare...
ERASMO.
Se non gli giunga, se mai più riveda
quest'altra Isotta, morirà furioso?
HUBBO.
Furioso, sì, come un cane.
ERASMO.
E d'Isotta, la mia?
HUBBO.
La nostra, sarà un po' contenta...
ERASMO.
Quale nostra?... Anche tu? Maledizione!
HUBBO.
No. No. Non ho che pianto. Pietà di me...
ERASMO.
Verme! Rospo, hai osato? Ma si muore...
Vieni qui. Parla. Non tremare. Parla.
Ancora è bella? E le sue mani bianche?
HUBBO.
Come la spuma... Oh, no. Si sprofonda!
ERASMO.
Sì.
HUBBO.
Salvami! Non vedi? Non vedi?
ERASMO.
Sì. Ma parla di lei! Parla di Dio!
HUBBO.
È triste, Isotta... E non ci ha mai sorriso...
ERASMO.
Isotta, Isotta...
HUBBO.
Isotta...
(S'inabissano).
SCENA TERZA.
_Lo stesso casolare della prima scena dell'atto._
TRISTANO.
(Su un giaciglio).
Quanta polvere! Due pescatori
han pescato un morto fra gli scogli:
un annegato colla barba e glie l'hanno tagliata.
Poi l'hanno portato in questo casolare
e sono io... Povera gente!
Il mare mi cullava. Qui sono un cane
malinconico che aspetta per poter morire
l'arrivo del suo padrone,
ed agita la coda...
ISOTTA.
Sei tu che vivere non vuoi...
TRISTANO.
Non so, non so vivere...
Se tu m'avessi insegnato!
ISOTTA.
Che potevo fare di più?
Tacere e patire, oltre le mie forze.
TRISTANO.
Ascolta. Ho fatto un sogno, non so come,
senza chiudere gli occhi mai.
Sognavo che tu e lei foste una Isotta sola,
e Languis e re Marco un solo vecchio
ed ero felice o mi pareva,
e t'ho guardata,
e tu eri tu, sola,
e Isotta mia, lontana!
ISOTTA.
E se non t'amasse più, colei?
TRISTANO.
Più? Me?
ISOTTA.
Non esiste il verbo dimenticare?
TRISTANO.
Dimenticare?
ISOTTA.
Chiudere nel cuore il ricordo,
sorridere a nuove parole,
aver pietà di sè.
TRISTANO.
Ho potuto io, dimenticare lei?
E lei come...?
ISOTTA.
Come una donna.