ALESSANDRO DE STEFANI
TRISTANO E L'OMBRA
Commedia romantica in tre atti
MILANO
CASA EDITRICE VITAGLIANO
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono
riservati per tutti i Paesi,
compresi i regni di Svezia, Norvegia e Olanda.
30-1-20-1
Copyright by Casa Ed. Vitagliano, 1919
Officine Grafiche SAITA & BERTOLA — Milano, Corso Porta Romana, 113.
PERSONAGGI:
TRISTANO
RE LANGUIS
DUCA ERASMO, _fratello del Re_
ARDEN, _vecchio guerriero_
HUBBO, _nano_
ONINONI }
ELINER } _briganti_
CARIADO }
GERUSALISTO, _vecchio avaro_
CRISAURO, _giovane triste_.
ISOTTA BIANCAMANO.
_Baroni — Briganti — Gente del séguito._
Nel regno di re Languis, in tempo di fantasia.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA.
_Sulla riva di un mar tranquillo e fosforescente. Scogli e stelle._
Da un oscuro antro Hubbo veglia la
notte.
HUBBO.
Hubbo ha fatto l'incantesimo del mare con le sirene
ed ha mescolato sale con sangue.
Ed aspetta: un gabbiano stride e ride
ma non alla tempesta.
Ecco; le stelle de' suoi occhi sono in cammino,
e tutto questo nero è la sua chioma.
Ma quando ella sia qui? Hubbo si celerà...
in fondo alla sua miseria, e spierà, piano piano...
Che ombra s'avvicina?
(Hubbo si rintana nel buio, mentre
TRISTANO, mascherato ed ammantellato,
si ferma dinanzi all'antro. Una pausa).
Anche tu, guardi morire la notte
su questa fosforescente riva?
O temi il candore del giorno?
Eh! Eh! Bello sei tu, alto, diritto:
ma il viso perchè lo nascondi?
TRISTANO.
(Dopo una pausa).
Perchè non è mio.
HUBBO.
Che nome hai? E che schiavitù
ti fa portare viso altrui?
TRISTANO.
Tu chi sei?
HUBBO.
Qui, nella mia ombra, una voce sono
che ti vede, ma tu se mi vedessi
più risate faresti che l'acqua su gli scogli.
TRISTANO.
Non rido, se anche tu il mare
chieda in matrimonio.
HUBBO.
Sotto la maschera,
chiudi il segreto d'una vergogna?
Od un mostro tu sei, in abito di lutto,
per la bellezza che ombra solo t'accompagna?
TRISTANO.
Mangi pesci crudi, tu, qui?
HUBBO.
Hubbo vive. Taluno viene e butta
ossi da rodere ed anche monete tintinnanti,
pur ch'egli parli con la stella di ciascuno
e ripeta quel ch'essa risponde.
Eh! Tutti credono d'avere la sua stella.
TRISTANO.
E non v'è più stelle che uomini?
HUBBO.
E più malanni che stelle.
Ma le monete, Hubbo le dona alle onde
per essere più ricco del re davanti al mare.
TRISTANO.
Vengo a vivere, se mi vuoi, con te.
HUBBO.
No, che Hubbo non ti vuole. Per vivere insieme
dovremmo avere invidia od amore,
e parliamo invece per sciupare le nostre parole.
TRISTANO.
Ti chiedo la grotta solo per dormire.
HUBBO.
Eh! Ti uccide Hubbo nel sonno,
per vederti la faccia e sapere di che male sia nera.
Curioso e crudele, l'hanno fatto i marosi.
TRISTANO.
E non puoi leggere, nell'abisso
di qualche mia stella, le pagine della mia vita?
Anch'io sono curioso della fine.
HUBBO.
Ma dopo fammi il dono d'andar via.
Hubbo vede, oh, che vieni di lontano,
dopo un affannato addio,
vede che sei tagliato in due,
e il mare in mezzo respira e piange,
e giovine sei,
e vecchio di disperazione,
e vieni... carogna, contro me. Via!
Vattene! Vedo il tuo domani che mi brucia!
(Gli tira una pietra gridando).
Storpiare ti potessi...
TRISTANO.
Tante pietre butta, da seppellirmi qui,
che poi avresti da mangiare,
ma carne amara.
HUBBO.
Vattene! Annega! Essa viene! È qui!
(Entra ISOTTA con ARDEN).
ARDEN.
È questa la grotta di Hubbo, astrologo del mare?
HUBBO.
Hubbo è qua! Hubbo è qua!
ARDEN.
Siamo venuti senza lanterna, come vuoi,
per interrogare la tua sapienza segreta.
HUBBO.
Benvenuta, gentile signora.
Hubbo pesca per te nelle onde del cielo e del mare.
ARDEN.
È una figlia mia...
HUBBO.
Bugia... Bugia...
ARDEN.
Perchè non esci, non vieni
più vicino alle nostre domande?
HUBBO.
Hubbo resta qua. Hubbo sa
le cose da dire e da ascoltare.
Con Hubbo non c'è da mentire,
neanche figlia di re.
ISOTTA.
Parla.
HUBBO.
Hubbo da tre notti prepara la verità:
egli sapeva che saresti venuta
ed ha scrutato in flussi e riflussi,
perchè il re Languis malato sia più dei suoi anni,
e stanco da non sopportare il peso
neanche della sua corona.
Non questo domandi figlia del re e della notte?
ISOTTA.
Rispondi. Non interrogare.
HUBBO.
Hubbo ti dice i segreti che sa.
Ti guardi mai tu nello specchio,
signora dalle bianche mani?
E la tua pelle più bianca del latte,
l'hai tu veduta, e tremato?
E misurati i capelli di tempesta?
Eh! Ti deve parlare d'orgoglio
lo specchio, nei vostri colloqui.
Spezzali tutti i tuoi specchi,
e dimentica il tuo volto!
Eh! Eh! Ma chi t'ha guardata,
non può dimenticare...
Maledetto! Maledetto
Dicevo, perchè il tuo volto può salvare
il re Languis, ma se tu lo veli e custodisci
con religione, che nessuno mai lo sorprenda di baci,
o se no lo baceranno tante lacrime
quante il mare ne ha vedute stillare a Hubbo,
che sa mordere anche,
ma tutto è cancellato...
La vedi, la tua stella,
signora dalle bianche mani?
Eh! Sta per cadere e spegnersi nel mare:
è legata ad un capello solo.
La vedi? In mezzo al mare?
Consacra ad essa la tua castità
e sarai salva in eterno e salvo il padre.
Ma giurare devi.
ARDEN.
Principessa, fiabe racconta, tessute di spavento.
Il nobile duca Erasmo vi ha chiesta in isposa,
ed è ricco di terre e di vassalli!
HUBBO.
Castità! Castità!
ISOTTA.
Mia madre aveva fede in questo invisibile profeta...
HUBBO.
Hubbo le predisse che moriva se non dava
una sua ciocca nera alle fiamme di venerdì.
Ma essa amò i suoi capelli più della vita.
Amerai tu la vita e la tua carne di più?
ISOTTA.
Amo mio padre di più, e gli occhi suoi spenti.
HUBBO.
Giurare devi.
ISOTTA.
Io giuro senza parole, nel mio silenzio.
(Sono comparsi improvvisamente con
fiaccole i Briganti. Hubbo si rintana,
fuggendo la luce).
ARDEN.
Non è gente della scorta... Che vogliono costoro?
HUBBO.
Spegnete le luci, per carità...
ONINONI.
Dove entriamo noi si fa luce, ed illuminazione di gran gala!
CARIADO.
E se non ti piace, fuoco d'incendio e sangue che fuma!
ARDEN.
Sono briganti. Indietro. Che volete qui? Sapere forse come la mia
spada uccida e recida?
HUBBO.
Non siate malvagi; con me foste pietosi di frutta, talvolta.
ONINONI.
Il cuore anche noi l'abbiamo, per la Vergine santissima, e tu ci hai
dato spoglie di naufragi.
CARIADO.
Ma quando non s'è mangiato da ieri, e qua c'è ricchezza regale,
bisogna bene aprire denti ed unghie! Dunque su! facciamo caccia
grossa, la figlia del re è piatto d'oro!
ARDEN.
Guai a chi la tocca!
ELINER.
Te vecchio ti demolisco: e la ragazza a me.
(Arden si difende con la spada,
ma, vecchio e debole, è presto
sopraffatto).
ARDEN.
Aiuta mia fedeltà!
(Arden ferito cade. Hubbo allora
si precipita dal suo nascondiglio,
disperato e deforme).
HUBBO.
No! Maledetto chi la sfiora! Il mondo crolli se la principessa vien
toccata! Hubbo la difende! Hubbo!
ONINONI.
Ah! ah! ah!
CARIADO.
Il rospo paladino!
ELINER.
Non dovevi uscire dal tuo buio...
CARIADO.
Innamorato sei?
ONINONI.
Indietro, buffone!
(Con uno spintone lo scaraventa contro
uno scoglio).
HUBBO.
(Piangendo).
M'ha visto! Essa m'ha visto!
ELINER.
Ride anche il morto, se ti guarda.
ONINONI.
Questo vecchio? L'hai ucciso?
ELINER.
Combattendo.
ONINONI.
Non si doveva: era vecchio!
CARIADO.
(Inchinandosi presso Arden).
Non è morto.
ONINONI.
Bisogna curarlo.
ELINER.
Poveraccio, difendeva la sua signora.
ONINONI.
È un bravo guerriero... Quanti anni avrà?
ELINER.
Può esser mio nonno.
ONINONI.
Imbecille: bel coraggio hai avuto di ferirlo!
ELINER.
Stoccheggiava contro me.
ONINONI.
E tu chi sei?
ELINER.
Come te.
ONINONI.
Bene, noi siamo dei cani, ecco tutto.
ELINER.
Cani e canaglie, per grazia del nostro destino.
CARIADO.
(Si segna).
Amen!
ONINONI.
Ecco, si sveglia: ferita da niente. Buon vecchio, perdonaci. È
stato, anche il nostro, un dovere. Vorremmo essere briganti con
gentilezza, ma come si fa? La vita è piena di pericoli. Su: al
bottino, ora. Se ci mettiamo a piangere anche questa volta, non si
mangia. Sei nostra prigioniera, principessa Isotta. E il vecchio
vada libero e dica al re che ci paghi il tuo riscatto. Non aver
paura: a te non faremo alcun male, ma ti canteremo canzoni d'onore,
poichè sappiamo anche noi le regole del bel mondo. L'abbiamo
abbandonato per disgusto e per protesta contro le ingiustizie
che ogni giorno vi si commettono. Uno sputo sul mondo, così. Beh,
insieme berremo un coraggioso bicchiere di vino, o due, alla salute
di tuo padre, che è un buon re, e per questo ha perduto tutte le sue
guerre e gli occhi.
ELINER.
Vero, compagno. Parli da gentiluomo.
CARIADO.
Ma ora basta, e via!
TRISTANO.
Avete detto che si chiama Isotta?
ONINONI.
E chi è questo? Di dove uscite?
ELINER.
L'ombra di qualche morto insepolto...
TRISTANO.
Isotta, dite?
ONINONI.
Sì, la figlia del re Languis, a cui Dio conceda molti anni ancora...
CARIADO.
Amen!
ONINONI.
E tu non sarai un brigante d'oltre tomba che ci voglia portar via
quello che è nostro?
ELINER.
Perchè i briganti a noi non ci garbano un fico. E bada quindi a te!
TRISTANO.
Se vengo d'oltre tomba è per un nome,
simile al tuo, principessa.
Io son tutto una corda che canta
se dico Isotta.
Briganti, amici, suo padre è vecchio e cieco e buono.
Lo sapete. Ed io so che è tanto malato
da non poter portare la corona.
Con un dolore grande, volete voi
spingerlo fuori di vita? Volete questo?
ONINONI.
No, che non vogliamo, perdio!
TRISTANO.
Ma questa figlia, che si chiama Isotta,
se non gli ritorni con l'alba a casa,
certo egli si spegne.
E voi ne avreste la colpa e il danno,
che non è come uccidere un nemico o un ladro
ma terribile delitto uccidere un bravo re.
ONINONI.
Eh... re Languis è un bravo re!
TRISTANO.
Chi verrà dopo di lui?
Un re è come la salute:
se buona da non la perdere.
ONINONI.
Vero, sangue di Cristo!
CARIADO.
Ma noi abbiamo fame.
TRISTANO.
Anch'io. Mangeremo insieme.
E se non amici, nemici miei.
Io so far la mia giustizia con le mie mani.
Ed è per voi allora che non sorge più il sole.
ELINER.
È un brigante che sa fare il brigante.
CARIADO.
Amen!
TRISTANO.
Dunque lasciate costoro che vadano in pace
e di buon mattino troveremo pane.
Se ci chiudono le porte,
eh, c'è tanti onesti malvagi
che rubargli non è peccato per l'anima mia.
ONINONI.
Se agisci come parli, tu mi vai a genio. Chi sei?
HUBBO.
Il diavolo l'ha mandato.
TRISTANO.
Avete nessuno di voi una madre?
ELINER.
La mia è morta quando avevo dodici anni, che se no, non facevo il
brigante.
ONINONI.
La mia s'è annegata quattro anni fa, per la Madonna dei Sette
Dolori.
CARIADO.
E la mia, poveretta, era vecchia, e son tre giorni che l'ho
seppellita, con queste mani sacrileghe. Una croce, una lagrima e un
po' di terra. Amen.
TRISTANO.
Ed io peggio di tutti voi: non l'ho veduta mai...
ONINONI.
Mai?
ELINER.
Ohè, dice che la sua, non l'ha veduta mai!
TRISTANO.
Aveva nome Biancofiore.
Ed è morta quando io nascevo,
anche m'hanno dato un nome triste,
e porto il maleficio nel mio sangue.
Oh, voi, la ricordate, almeno, la madre...
Per essa, che è una sola, sotterra, oramai per tutti,
vi prego, lasciate questa principessa Isotta che vada...
ONINONI.
Che vada... se ci preghi.
CARIADO.
Ma tu resti con noi.
ELINER.
Se parli, un po' si illude la fame.
ARDEN.
(Che s'è alzato).
Signore...
TRISTANO.
Va.
(Isotta e Arden _exeunt_).
HUBBO.
(Piano, un po' trascinandosi dietro
loro).
Castità! Castità
ONINONI.
Compagno, ma ci mostrerai la faccia che tua madre t'ha dato. Tra
amici, è come darsi la mano.
TRISTANO.
No. Io ne ho fatto dono ad altri
nella mia povera vita
che è stata rossa.
E questo che vedete è il tizzone nero
dopo l'incendio.
Ed il mio è stato gran delitto,
che voi brava gente, non avreste osato mai...
Ah, il mio viso, laggiù, nei giorni lontani,
al di là del mare e del rimorso,
tali baci e carezze l'hanno consumato,
che ora non patisce vento nè sole.
ONINONI.
Fratello, poveretto, hai perduto un tuo grande amore?
CARIADO.
Hai ucciso la tua fede?
TRISTANO.
La fede del mio re.
ELINER.
Credi a me, non c'è che il vino e il canto, per rimedio.
TRISTANO.
E morire. Andiamo.
ONINONI.
Nasce l'alba.
ELINER.
Non c'è neanche bisogno di nasconderci poichè abbiamo finito
santamente la notte: ma, compagno brigante, se triste sei, ti
canterò lungo la strada una canzone d'allegria. Tutta roba fatta da
me, aria e parole. Passo il tempo così, quando non c'è da trafficare
in meglio.
(Tristano, Cariado, Eliner e Oninoni
_exeunt_).
_La canzone di Eliner._
Chi senza legge va
vive di quel che può
non dice mai di no
e quel che non sa fare, impara e fa.
È brigante ed è re.
Oggi qui, diman lì,
son trottole i suoi dì;
canzoni nella testa ed ali al piè!
HUBBO.
La mia notte ha perduto tutte le sue stelle!
Hubbo, e tu i sogni!
La maledizione su quella maschera nera.
Ed Hubbo la seguirà
per avvelenargli l'acqua che beve.
I briganti, sì, sono brava gente:
ed Hubbo è un rospo senza più maschera.
Ma, se egli è fatto male, può anche far del male.
(_Exit_).
SCENA SECONDA.
_Una sala nel palazzo di re Languis. Entrano ISOTTA, e il duca
ERASMO._
ERASMO.
Il re si va spegnendo, alfine stanco
d'errare per le vie della pazzia;
Non vive più, vaneggia e si allontana.
Se cieco, egli non vede il precipizio,
tu lo devi salvare, con il regno.
Ecco: t'offro domani la corona
ed essere regina dove sei
ancora figlia taciturna, ed oggi
t'offro la mano mia, ed il mio petto.
Dentro questa saldezza la tua bianca
fragilità ripari come in torre
sicura. Non tacere, chè mi piaci,
nipote, ed io ti parlo con negli occhi
la verità che vuole la sua preda.
Ti spiace questo mio perduto fiore
di giovinezza? I frutti di più sugo
maturano di su tronchi rugosi.
E gli anni a me, m'han dato gagliardia.
Guardami. So volere, eppur domando.
Vuoi che per farti più sdegnosa, appenda
sempre le mie parole al tuo silenzio?
ISOTTA.
Nobile zio, questa notte nel mio silenzio
ho fatto voto di castità.
ERASMO.
Per andar salva di quei tre briganti?
ISOTTA.
Solo per consiglio delle stelle.
ERASMO.
Mi beffi. E se davvero hai fatto voto,
non è per chiuder la tua porta a' miei
desiderî?
ISOTTA.
Non è stata aperta mai.
ERASMO.
Tu infili parole come al gioco
delle perle. Ma ventitrè baroni
con tutti i loro vassalli sono mia
gente giurata: e se non regno ancora
è per mia viltà e della sorte.
ISOTTA.
Iddio è con mio padre.
ERASMO.
Iddio non vale il ferro d'una lama!
Ed in ogni guerra Iddio contro tuo padre
ha combattuto!
ISOTTA.
No. Dio è sempre col vinto.
La sconfitta è una divina prova
e dentro a chi la sopporti nascono alti pensieri.
ERASMO.
Sei sulla via del chiostro, mia nipote!!
Ma non voglio: sei più bella che santa,
e calpesto i tuoi voti col mio piede...
ISOTTA.
Bada zio, che sapranno di veleno.
ERASMO.
Queste mani, le tue candide mani...
ISOTTA.
Il re.
(Squilli. Entra il re LANGUIS, ARDEN ed
alcuni baroni).
ERASMO.
Bel Sire, la salute rifiorisce
oggi, per queste sale, e vien con voi.
LANGUIS.
No. Sentiamo noi la vita andarsene come la sabbia che si spande via
da un sacco bucato, piano piano. Voi credevate che fosse pieno di
pietre preziose il sacco. No, sudditi nostri; non era che sabbia.
Noi la vediamo, anche se ciechi, perdersi nel gran turbine della
morte dove danzano tutte le sabbie dell'eternità, come pulviscoli
nel sole.
ARDEN.
Sacra Maestà, ricordatevi di essere re.
LANGUIS.
Noi, sovrano sfiorito di questa fiorente contrada, vogliamo secondo
le nostre cadenti forze donare quella felicità ch'è possibile ai
popoli che ce la domandano. Poichè non siamo seduti su questa sedia
che ha nome trono, per nostro piacere, ma per il servizio di tutti.
Al timone della nave non sta che un marinaio, di mano franca e
d'occhio acuto. Ma la nave non è sua. È del mare. E il mare è di
Dio. Or noi non abbiamo più occhi, e la mano trema. Però dobbiamo
credere che sia giunta alfine l'ora di guardare al contenuto della
nave, poichè, per grazia divina, siamo in tempo di bonaccia. Ma
sanguinose guerre hanno devastato questo nostro povero paese, e
i nostri anni. Noi vogliamo che il popolo ci perdoni tali guerre,
sopportate per la traboccante prepotenza dei vicini, e perdute, come
Iddio ha voluto, senza che perduto fosse l'onore. Anche i vincitori
s'avvedono, ma tardi, a che poco concluda la favola rossa. La
guerra, gente nostra, è un'infelice strada che sembra tutta archi
di trionfo, perchè vegliata di cipressi e coronata di stelle, ma non
conduce che a un cimitero!...
ARDEN.
Sacra Maestà, ricordatevi di essere re.
LANGUIS.
Sì, perdono di tutti i vostri passati mali, popolo, non perchè noi
ne siamo la causa, ma perchè non vi abbiamo salvato da tutti. Ed ora
godiamo una vecchiaia onestamente povera. Siamo un re che per sua
guardia tiene solo un guerriero vecchio quanto lui. Siamo un re che
in elemosina ha speso il suo e quel degli avi, e d'oro gli è rimasta
quest'unica corona... E si è donata a quei briganti che stanotte, ci
ha detto nostra figlia, avevano fame, e quindi tramavano il male.
ERASMO.
Sire, re...
LANGUIS.
Ordiniamo e vogliamo che così sia. E la terra del nostro regno
vada interamente divisa e in parti uguali fra tutti gli uomini
cittadini nostri sudditi dai venticinque ai sessant'anni, con
l'obbligo ciascuno di lavorare alla coltivazione del proprio avere.
Nella terra e nell'amor della terra è la via del cielo. Non avranno
diritto a questa legge tutti coloro che sian cresciuti senza voler
famiglia nè figli, rinnegando così la posterità ch'è sacra. Costoro
potranno essere giustamente mendicanti!
ARDEN.
Sacra Maestà...
LANGUIS.
Lo siamo, re. E crediamo di saggiamente ancorare in porto la nave
dello Stato così facendo, e di raccomandare onestamente a Dio
il gregge di cui siamo stati per tanti anni il pastore. Pertanto
ordiniamo e vogliamo che così sia. Sian bandite queste ultime nostre
leggi, come d'usanza, dal balcone al popolo.
ERASMO.
(Dal balcone).
Cittadini, per ordine e volontà del re Languis,
queste sono le sue ultime leggi.
Il re fa dono della sua corona
ai briganti!
(Mormorìo di dentro).
E dona tutta la terra del regno
ai contadini!
(Mormorìo di dentro).
LANGUIS.
Che risponde, il popolo, laggiù?
ERASMO.
Che la vostra saggezza, Maestà,
i limiti oltrepassa dell'umano
onde non è compresa e non ne siete lodato.
LANGUIS.
Non è lodi che aspettiamo.
E aggiunto sia che a nostro successore designamo, non te, od altri
di sangue nostro. Ma dalla voce del popolo sia scelto, e vorremmo
un popolano. Conoscerebbe meglio il cuore de' suoi compagni. Così,
Erasmo, ti salviamo dal peso di regnare, ed è il solo dono paterno
che ti possiamo largire... Ordiniamo e vogliamo che così sia.
(Il Re, Isotta e Arden _exeunt_).
ERASMO.
La sua demenza è tanto manifesta
che, avete udito? il popolo gli grida
ch'è pazzo ed alle leggi si ribella...
I BARONI.
Le sue parole tradiscono il regno!
La patria ne pericola!
C'è più veleno ne' suoi pazzi sogni
che nelle spade de' nostri nemici!
ERASMO.
Voglio dimenticar ch'è mio fratello
ed agire o morire.
(Entrano altri baroni).
Ebbene, il popolo?
I BARONI.
Borbotta e maledice.
La vecchiaia
solo difende ancora il re...
Ma troppo
si lamenta il buon senso della gente!
ERASMO.
Ma della terra data ai contadini,
che dicono?
I BARONI.
Diffidano.
Non è
beneficio, ma trappola, commentano
i saputi.
E costui, dicono tutti,
è un re che non è re.
ERASMO.
L'avranno, il re.
Voi, propagate, intanto, la mia causa
fra la gente. Ma è buona, e basteranno
poche parole. E voi, con me, vicini.
(Qualche barone _exit_. Il duca Erasmo
va al balcone).
Cittadini, il re Languis troppo d'anni
carico e di follie, come vedeste,
lascia il governo della patria a me,
che accetto, se vi piace, di salire
al trono, e giuro con più sacre leggi
di rimediare a' suoi senili errori,
e di risollevare l'avvilita
gloria delle armi nostre. Rispondete!
VOCI.
Evviva Erasmo re!
Evviva Erasmo!
ERASMO.
Noi vi benediciamo, figli nostri,
e vi invitiamo all'incoronazione,
domani, qui.
(Venendo in scena).
L'esilio per il vecchio!
Non per le colpe sue che perdoniamo;
ma il popolo potrebbe, è come il vento,
ripentirsi di noi, e rivolerlo.
(Rientra Isotta).
ISOTTA.
Il re...
ERASMO.
Non è più quello, principessa!
Il popolo ha saputo usar la legge
proclamata dal nostro pio fratello.
Ed ha scelto che noi fossimo re.
ISOTTA.
E mio padre?
ERASMO.
La sicurezza e l'ordine del regno
ci forzano ch'ei parta per l'esilio.
ISOTTA.
Questo comanda il popolo e lo Stato?
ERASMO.
Ed ora vuoi dividere non più
le speranze ma il regno, principessa?
ISOTTA.
Voglio col mio padre e re dividere l'esilio,
se qui nessuno sorge a dire che tal legge è menzogna.
ERASMO.
Avrete buona scorta ed un palazzo
per dimora.
ISOTTA.
(Dopo una pausa).
Una grazia vi domando,
e se anche figlia di re scacciato,
conto mi sia concessa.
Il mio padre nulla sappia della verità,
che me stupisce, ma poco,
lui, avvelenerebbe.
Possa, egli ancora essere illuso,
credere buona la gente,
fedele il popolo, giusto il fratello,
saggio il destino.
È cieco. Ed è sereno.
Se intorno regni il silenzio,
egli riposerà beato.
(Tutti chinano i volti, intorno,
silenziosi.
Entra il re LANGUIS con ARDEN).
LANGUIS.
Abbiamo inteso come un clamor di festa, su cui galleggiava il grido
di re. È forse il popolo che si rallegra del nostro paterno amore?
Non c'è nessuno qui?
ISOTTA.
Sì, padre: io.
LANGUIS.
Ed era la gioia del popolo, è vero?
ISOTTA.
Sì, padre.
LANGUIS.
Figlia nostra, quant'è buona la gente! È tutta una famiglia
l'umanità. Ed è come la terra, il cuore... Se bene semini, bene ti
rende...
ISOTTA.
Sì, padre: ti rende...
LANGUIS.
Oh, il nostro povero merito non vuole tante lodi, ma ci è pur
di conforto la riconoscenza: è come il tepore di una primavera
sulla stanchezza del nostro inverno. Ahimè, non possiamo vedere i
volti beneficati dalla nostra umile saggezza, ma sentiamo intorno
sorridere le anime...
ISOTTA.
Sì, padre... intorno a voi
c'è solo amore e fede...
LANGUIS.
L'aver creduto, in ogni ora, in ogni evento, nella bontà del mondo,
questa lieta conferma ci dona suggello della nostra vita d'uomo e di
re.
ISOTTA.
Sì, padre...
LANGUIS.
Ma tu sembri, lontana da noi, tremare. E ti conosciamo ferma e
forte.
ISOTTA.
Di commozione, tremo.
LANGUIS.
Ah, la felicità degli altri, se ha le radici in noi, è come un
premio dolce e caro... Ne piangiamo anche noi... Sono le sole luci
de' nostri occhi, queste lacrime calde... popolo nostro, per te...
ISOTTA.
Padre... se le cure del regno oramai
lasciate a chi il popolo vuole suo capo...
LANGUIS.
Non gli sarà fatto violenza, al popolo nostro?
ISOTTA.
No, padre. Si prenderà
chi gli somigli e chi gli convenga.
LANGUIS.
È ingenuo come un bambino, facile ad essere ingannato.
ISOTTA.
Ora, padre, vorrei condurvi
e condurvi via nel verde della campagna
o presso il buono azzurro del mare.
LANGUIS.
Non ti piacciono più le dolci cose, che la gente dice, se ti vede?
ISOTTA.
No.
LANGUIS.
Ma qui abbiamo i nostri fedeli baroni e il nostro pio fratello,
tante care persone che amiamo.
ISOTTA.
Meglio il silenzio e le dolci cose
delle cicale e degli usignoli.
LANGUIS.
Come ti piace: viviamo nella tua giovinezza e non in noi.
ISOTTA.
Andiamo, padre: ho fretta.
E il vostro pio fratello ci prepara
una quieta dimora, lontano.
LANGUIS.
Egli ci vuole bene... E viene con noi?
ISOTTA.
Rimane senza di noi.
Arden, sarete la nostra sola compagnia.
(Fanno per andare).
LANGUIS.
Dimenticavamo... questa corona...: per i briganti.
(Isotta prende la corona del Re e la dà
silenziosamente a un barone. Quindi re
Languis, Arden e Isotta _exeunt_).
IL BARONE.
(Porgendo la corona al re Erasmo).
Per voi, Sire!
SCENA TERZA.
_Un viottolo di campagna. Alberi. Nel fondo una torre, con una finestra
chiusa da inferriate, all'altezza di un uomo. Ai piedi della torre uno
stagno ed erbacce._
(Eliner, Oninoni e Cariado stanno
giocando a carte, seduti su di un
sasso, e vociano).
ELINER.
Come rispondi a questa mazzata?
ONINONI.
Ecco, la paro. E ti frantumo. A te!
ELINER.
Un basilisco. E sei morto e putrefatto.
CARIADO.
Ragazzi, fermi. Un omiciattolo vien dalla città. Porta un sacco:
forse c'è dentro pane per i nostri denti.
ONINONI.
Ma il capitano non vuole, senza suo comando.
CARIADO.
Poi gli diremo tutto: questo è un colpo che s'è buono, non ritorna.
ONINONI.
Be', vediamo.
(S'appiattano. Entra il vecchio avaro
GERUSALISTO; si ferma).
GERUSALISTO.
Tremila seicento a casa... E settecento, fanno quattro mila
trecento...
ELINER.
. . . . giorni che passerai in purgatorio, a cominciare da domani,
per ivi scontare i tuoi peccati!
GERUSALISTO
Ahi... me misero! Ah, chi siete? No. Aiuto, aiuto!
ONINONI.
Silenzio. La vedi quell'acqua verde? Se non ti taci, dentro a
dormire!
GERUSALISTO.
Ma... per carità!
CARIADO.
Quel sacco a noi.
GERUSALISTO.
No... Non fatemi questo delitto... È tutta la mia vita... Ho tredici
figliuoli...
ONINONI.
Donde vieni?
CARIADO.
(Che ha aperto il sacco).
Eh... oh... ah...
ELINER.
Oro!
GERUSALISTO.
Sì... ma... oro non mio... dei miei quindici figliuoli...
ONINONI.
Come ti chiami?
GERUSALISTO.
Sono il povero Gerusalisto... ho a casa venti figliuoli...
ONINONI.
Per la coda di Sant'Anna, hai cambiato faccia!
GERUSALISTO.
Mi son lasciato crescere la barba.
ONINONI.
Dieci anni fa eri usuraio, mi ricordo.
GERUSALISTO.
No... così... aiutavo gli amici con qualche soldarello, per grazia
di Dio.
ONINONI.
E facevi la spia...
GERUSALISTO.
Oh... calunnie... calunnie...
ONINONI.
E vendevi di nascosto veleni che non lasciavano traccia.
GERUSALISTO.
Calunnie, calunnie.
ELINER.
E quest'oro, chi te l'ha dato?
GERUSALISTO.
La giustizia, brav'uomo. Ieri è finita una lite che il giudice ha
concluso a mio favore. Oh, c'era un coniglietto senza denti, un tal
Crisauro che pretendeva di non darmi quest'oro... Ma c'erano carte
scritte. E si è fatta giustizia. È frutto di giustizia, brava gente.
Volete che vi doni un ducato per l'anima dei poveri defunti?
CARIADO.
Tu ci lasci il sacco.
GERUSALISTO.
Ah no... Le leggi lo vieteranno... Il cielo! I miei venticinque
figli!
ONINONI.
Troppi. Mettetelo nel fosso!
GERUSALISTO.
No. No. Per Giacobbe e Geremia!
ONINONI.
E allora vattene a piangere altrove i tuoi ducati.
GERUSALISTO.
Ma reclamerò alla nazione, alla giustizia...
CARIADO.
Nel fosso!
GERUSALISTO.
No. Non reclamerò... ma...
ELINER.
Via.
GERUSALISTO.
Vado... vado... Oh disgraziato me... oh infelice me... o tapino
me...
(_Exit_).
CARIADO.
Un sacco d'oro... Un sacco...
ELINER.
E il capitano che dirà?
ONINONI.
Che siamo furfanti, per la croce di Dio. Ma quel vecchio è più
furfante di noi. Quindi non ho rimorsi.
(Entra CRISAURO, giovane triste).
ELINER.
Oh... siamo spiati!
ONINONI.
Dove vai, compagno?
CRISAURO.
Per il mondo!
ONINONI.
E, così solo, non hai paura dei briganti?
CRISAURO.
Non saranno mai peggio di quelli di città, che han nome di giudici,
e di gente onesta.
ELINER.
Che t'hanno rubato, passerotto?
CRISAURO.
Il mio. Quattr'anni fa avevo fatto un debituccio con un vecchio
avaro. Oh, pochi ducati per mio padre ch'era povero e malato, e
poi è morto. Non ho potuto pagare il debito, ma l'ho rinnovato,
moltiplicato, ingigantito. Tre mesi fa, l'usuraio viene ed esige la
somma che non avevo. S'infuria, mi minaccia. Alfine vuole ch'io gli
firmi una carta, l'aveva pronta, per cui gli cedevo l'eredità d'uno
zio, se mi fosse toccata. Muore lo zio, sono l'erede di settecento
ducati, che la giustizia mi condanna a pagare a quel Gerusalisto per
un debito di tre ducati. Ora andrò per l'elemosina, finchè non trovo
lavoro.
ONINONI.
Ti chiami Crisauro, tu?
CRISAURO.
Sì, Crisauro.
ONINONI.
Ah!!
CARIADO.
Eh?
ELINER.
Ma!
ONINONI.
Compagni... avete inteso?
CARIADO.
Abbiamo inteso.
ELINER.
Sono dei porci, in città.
ONINONI.
E che si fa?
CARIADO.
Aspettiamo il capitano.
ONINONI.
Io, credo che il capitano farebbe così, e faccio così, corpo del
diavolo! Passerotto, vien qua: eccoti i tuoi seicento ducati.
CRISAURO.
Come?
ONINONI.
Ssst! Noi siamo un'altra giustizia vagabonda e senza parole nè
avvocati. Piglia e va. Solo non dire d'aver avuto quest'oro da noi,
nè da nessuno. Quell'altra giustizia potrebbe venire e ripigliarsi
il tuo.
CRISAURO.
Oh... ma... voi siete gente di Dio.
ONINONI.
Siamo...
CARIADO.
. . . . . disgraziati. Ecco, cosa siamo!
CRISAURO.
(Offrendo dell'oro).
Per voi, non volete?
CARIADO.
Eh...
CRISAURO.
Prendete!
ONINONI.
No... Così, basta... Tre ducati: il tuo debito vero. Per mangiare
oggi, domani, e forse anche doman l'altro. Grazie, coniglietto.
Buona fortuna.
(Crisauro _exit_).
CARIADO.
Però... sempre così. Siamo dei poveri briganti!
ONINONI.
Ricchissimi, ed abbiamo fatto quel che doveva fare il re, sangue di
Giuda!
CARIADO.
Dunque siamo come il re, amen!
(Entra Tristano mascherato).
TRISTANO.
Ho lasciato di là quattro salici ed il vento,
abbiamo lungamente sussurrato insieme
e lacrimato.
ONINONI.
Male: Hubbo, lo stregone, m'ha detto che il pianto è l'essenza della
vita, e noi la sciupiamo troppo. Ma chi non piange, non muore, ha
detto.
TRISTANO.
Chi non piange, non vive.
Ma voi che facevate, intanto?
ELINER.
T'aspettavamo, pescando la fortuna a caso.
ONINONI.
Di qua, prendere, di là dare. C'è rimasto tal piccolo rimedio, per
la fame.
TRISTANO.
Avete rubato con onestà?
ONINONI.
Per l'anima di San Bartolomeo, con piena onestà!
TRISTANO.
Vi credo: non voglio sapere.
ELINER.
Che uomo, eh! Di noi, si fida!
CARIADO.
Ma ora si vorrebbe, in premio di virtù...
ONINONI.
Una storiella: Lo sai, compagno: viviamo delle tue favole, da quando
ci hai vietato il solo mestiere che sapessimo: briganteggiare!
TRISTANO.
Ed io ve la dico, una storiella d'amore e di peccato. Sedete, brava
gente, ed ascoltate.
C'era una volta un re
che volea prender moglie
ed un nipote manda
a scegliere la sposa.
Biondi i capelli e fini come quelli
che volando una rondine al castello
avea recato un dì.
Ei la voleva così.
La trova e la conduce
il cavaliere al re.
Ma navigando insieme
la sposa ed il nipote,
un filtro gli vien dato di magìa
e dissennati non san più che sia
dovere e fede e Dio;
bevuto hanno l'oblìo.
Si bevono la bocca,
veleno e voluttà,
e il mare non li annega,
oh, mar senza pietà!
Il re sospetta, spia l'anime mute
di quelle due creature perdute.
Alfine triste il sire
piange del suo soffrire.
Ed il nipote allora
quel pianto non sopporta
ma dice, e sa volere,
che andar bisogna in bando.
Ma prima veder vuole il suo peccato
e mormorare l'ultimo commiato.
Amore, io parto. Taci.
Ci resteranno i baci
che il vento piglia e porta.
La vita ci divise:
la morte ci unirà.
Guardate gli occhi e il pianto,
Anima bella, così è di noi,
nè voi senza di me,
nè io senza di voi.
E fugge e piange e va
e sempre piangerà.
Amici, questo è tutto quel che so.
ONINONI.
Nè voi senza di me
nè io senza di voi...
ELINER.
Ma questa è la regina Isotta e il cavalier Tristano...
TRISTANO.
Ssst: quel nome è maledetto.
_La voce d'Isotta._
(Cantando).
Nè voi senza di me
nè io senza di voi!
TRISTANO.
Dentro quella torre, chi c'è?
ONINONI.
Tristezze, tristezze, capitano. C'è... la figlia del re, col suo
padre. C'è stata la rivoluzione nel palazzo. E l'usurpatore li
ha chiusi là dentro, ad aspettar la morte. Questa, capitano, è la
giustizia degli uomini.
TRISTANO.
Allora, la principessa Isotta...
ELINER.
Canta, come me, per malinconia. Oh, non ha perduto il suo Tristano,
come l'altra, ma, peggio, ha perduto quella libertà che almeno, noi,
l'abbiamo e la godiamo.
ONINONI.
Capitano, hai sentito? Pareva che ti rispondesse.
TRISTANO.
Su quanti uomini sicuri
potete voi contare, nel paese?
ONINONI.
Eh, bisogna far la lista e far la somma.
(Oninoni, Eliner e Cariado rimangono a
ragionar contando, mentre Tristano si
avvicina alla torre).
_La voce d'Isotta._
La vita ci divise
La morte ci unirà.
(Quando Tristano è vicino alla torre,
Hubbo salta fuori dalle erbacce,
minacciosamente).
HUBBO.
Non si passa, non si passa per di qua.
Hubbo veglia giorno e notte.
TRISTANO.
So che nessuno passerà...
HUBBO.
Neanche tu.
TRISTANO.
O piccolo guardiano d'un tesoro,
hai sentito, tremavo
raccontando una mia canzone
e da questa torre m'è venuta
la risposta d'un tremito gemello
d'un dolore simile al mio.
Lascia ch'io lo veda.
HUBBO.
E non vedrai.
TRISTANO.
Ma è un dolore che ha nome Isotta!
HUBBO.
Non è la Isotta tua,
non è la bionda, la spergiura,
è la mia, è la mia!
TRISTANO.
Maledetto... non bestemmiare!
HUBBO.
Sì... cavaliere senza fede... Hubbo dirà...
TRISTANO.
(Soffocando quasi, mentre i briganti
ascoltano, incuriositi).
Niente. Non è degna la tua bocca.
HUBBO.
(Balbettando).
No. Va via.
Hubbo ha paura, ha paura di te.
TRISTANO.
Sì. Porto sventura.
Ma tu, là dentro, rinchiusa,
anima che non conosco,
ma che nome hai d'Isotta,
non mi temere.
Ma credi che il tuo soffrire
sarà redento da un altro soffrire,
poichè nella notte del mondo
i vagabondi si dicono una parola sola
quando al lume della luna
s'incontrano spauriti.
E quella parola è il nome.
Il tuo, donna, fa ch'io ti consacri
questa nuda mia disperazione.
E per il mio viso ch'è già sepolto
ti giuro...
_La voce d'Isotta._
(Cantando).
E fugge e piange e va
e sempre piangerà.
TRISTANO.
Sì... Piango e vivo
e m'inginocchio ai miei ricordi...
Ah Isotta... mia vera Isotta!
(Rialzandosi, risoluto, ai briganti).
Dunque, siete?
ONINONI.
Più di mille, capitano!
TRISTANO.
Comando il convegno di tutti.
Ragazzi, e volete anche il mio nome?
Tristano.
ONINONI.
Il cavaliere?
TRISTANO.
No. L'ombra.
ELINER.
Ti bacio le mani.
ONINONI.
Sei davvero un principe nel sangue e nel cuore, per San Luca e San
Matteo. E noi ti siamo fedeli. E lo saremo, oggi, domani, e fin che
stiamo in piedi.
CARIADO.
_Amen._
_Fine del primo atto._
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA.
_L'interno di una prigione; una porta: una finestra chiusa da
inferriate._
(Su una poltrona sta seduto il re
LANGUIS; in piedi, presso la porta,
Arden, e presso la finestra, ISOTTA).
ISOTTA.
Oggi come vi pesa la stanchezza, padre?
LANGUIS.
Placidamente: aspettiamo sempre la visita del sole.
ISOTTA.
Che tarda ancòra...
LANGUIS.
Non abbiamo mai vissuto tanti giorni senza la sua tiepida
consolazione...
(Una pausa).
E perchè tutta la gente che viene, tu dici, figlia, come in
pellegrinaggio qui, è gente silenziosa?
ISOTTA.
Temono d'essere importuni parlando.
ARDEN.
(Contraffacendo voci diverse).
Maestà, vi rendiamo omaggio d'anima... Io non vorrei confondere i
pensieri di Vostra Maestà... Io son felice di vedervi... Anch'io...
LANGUIS.
E le nostre terre sono felici?
ARDEN.
(Con la sua voce).
Ecco un vecchio contadino che vi può dire novelle di ciò...
LANGUIS.
Avanti, figlio nostro, vieni avanti.
ARDEN.
(Avvicinandosi, con altra voce).
Mio buon re... son venuto a scaricare la mia felicità ai tuoi piedi:
pago così i miei debiti. La terra che tu m'hai dato...
LANGUIS.
L'ami ora di più?
ARDEN.
Eh, signor re, è mia, ora... E amo di più il mio re.
LANGUIS.
Chiamalo padre... Date qua la mano, figlio.
ARDEN.
(Con la sua voce).
Sacra Maestà, ricordatevi di essere re.
LANGUIS.
E se ce ne vogliamo dimenticare, un giorno?
ARDEN.
(Con la sua voce).
Io son qui, per vostro comando, a raccattarvelo in mente.
LANGUIS.
Bene: la mano, contadino!...
(Prende la mano di Arden).
Non è callosa?
ARDEN.
(Contraffacendo la voce).
È poco tempo, Sire, che me la faccio colla terra e i suoi arnesi.
LANGUIS.
E prima?
ARDEN.
Ero servo, in un palazzo...
LANGUIS.
Va... E nell'ampia libertà de' tuoi campi...
ARDEN.
Sì: pregherò per tutti coloro che sono senza libertà!
LANGUIS.
Tutti i cari sudditi venuti a salutarci, noi salutiamo, e ci lascino
con nostra figlia.
(Arden imita lo scalpiccìo di molte
persone, ed _exit_).
Isotta, vorremmo anche noi risentire l'odore della terra... E non è
mai nato il sole?
ISOTTA.
Sì, ora sta liberandosi dalle nubi, padre.
LANGUIS.
Oh, andiamogli incontro... È un ospite da fargli festa, dopo tanto
oblìo. Non è l'ora della nostra passeggiata d'ogni giorno?
ISOTTA.
Sì, padre: venite al mio braccio.
(Languis, al braccio d'Isotta, cammina
per dove essa lo conduce: e son giri e
rigiri che nella prigione i due fanno.
Dalla finestra ora scende un raggio
di sole. Rientra Arden, s'inginocchia,
e si fingerà mendicante, quando il Re
crederà d'incontrarlo).
LANGUIS.
Dove siamo, qui?
ISOTTA.
Nel corridoio che dà sull'androne... Ecco i vostri
arcieri...
LANGUIS.
Buon giorno, brava gente...
ISOTTA.
Ed ecco la porta... Ed ecco il verde, i prati...
LANGUIS.
Vorremmo un poco camminar sull'erba.
ISOTTA.
I contadini dicono che non cresce bene l'erba
calpestata, ma s'avvilisce.
LANGUIS.
Hai ragione... E lì v'è il monte, è vero?
ISOTTA.
Sì, padre... E questa è una pietra ove sedere.
LANGUIS.
No. Andiamo avanti; verso il sole.
ISOTTA.
E qui c'è il faggio che vi piace.
LANGUIS.
Ieri ci pareva più lontano.
ISOTTA.
È che oggi camminate con più fretta.
LANGUIS.
Sì, fretta di sole.
ISOTTA.
Ed ecco il vostro mendicante.
ARDEN.
(Contraffacendo la voce).
Mio benefattore... per carità... non vi dimenticate...
LANGUIS.
Noi non abbiamo niente... Ma tu, figlia...
ISOTTA.
Sì, gli do io.
ARDEN.
Che Iddio vi benedica... e v'aiuti... e vi salvi...
LANGUIS.
Ma il sole...
ISOTTA.
Eccolo.
(Essa ha collocato il padre nel raggio
di sole che entra nella prigione).
LANGUIS.
Ah, com'è tiepido... e bello. Ma ce n'è poco, poco. Perchè? Qui non
c'è più. Solo qui, su noi.
ISOTTA.
È tutto annuvolato il cielo, con piccoli spiragli.
LANGUIS.
Ma questo che muro è?
ISOTTA.
È...
ARDEN.
Mio Sire!
LANGUIS.
(Toccando l'inferriata).
E questi ferri? Isotta! Isotta!
(Grida e tumulto di dentro).
E questo tumulto? Dove siamo?
ISOTTA.
Non so... Dio!
LANGUIS.
Si grida... Si combatte... E noi chiusi forse... Isotta va, corri...
(Entra TRISTANO seguito da una banda di
briganti vocianti e rissosi).
I BRIGANTI.
Largo! Siamo noi! La difesa del re! Ferro e fuoco! Evviva la
libertà!
TRISTANO.
Fermi e silenzio!
Non paura, voi. Siamo gente poverissima
ed abbiamo una sola regina, l'amicizia,
ed un vecchio re, il dolore.
Tu gli somigli, e siamo venuti, re.
LANGUIS.
Chi sei che parli?
TRISTANO
Anche tu? Volete tutti sapere chi sono? Un pazzo, un morto, un
vagabondo. E se dico Tristano, che sapete? Tristano significa forse
onesto? O buono? O caro? Posso aver nome Tristano ed essere principe
ed essere ladro ed aver violata una sorella ieri, e portare oggi
le mani in croce e parlare di preghiere e di bestemmie! Al cavallo
che nuovo trovate non domandate chi sia, ma gli salite in groppa e
se ubbidisce e vola siete contenti. E coll'uomo anche fate così: le
parole son chiavi false per tutte le porte ma i fatti son d'oro e
di ferro. Vorreste vedere la mia faccia? Il suo colore? Maschera,
maschera è la carne: l'anima dovreste volere, e non si vede. E
allora, per gli altri, e per me lasciami tutto nero, mio bianco re.
Ti servo con la spada che non porto più, col cuore che non porto più
e con la morte che sempre mi accompagna.
CARIADO.
_Amen._
LANGUIS.
Ma che vieni a far qui? E dove siamo qui?
TRISTANO.
Eh, sul mondo siamo, e fra gli uomini!
E questa che reggia credevi, è prigione!
Una figlia con voce di menzogna,
ti scaldava di luce, la tenebra.
Eri chiuso, vigilato, illuso.
Non sapevi? Bene. Non eri più re.
Sì: l'anima tua era sempre re!
Ma ti libero; ed io che non possiedo nulla
ti dono il cielo colle sue nuvole e il vento,
e la corona che t'aspetta,
e l'amore. E il popolo tuo
questa prigione non riconosce,
che tu non conoscevi. Fuori! Fuori!
Ed obbedisci al tuo dovere, anche tu, re! !
(Una pausa. Il re piange in silenzio.
— I briganti gli si avvicinano, bruschi
e commossi, ma reverenti).
ELINER.
Guarda: non parla perchè piange, povero re!
ONINONI.
No, no, non bisogna. Un re, piangere, cuore di Dio!
CARIADO.
Dopo tutto, siete ancora re!
ELINER.
E, che diamine, molta gente vi vuol bene.
ONINONI.
Noi, perdio: abbiamo molto pelo sul petto e pochi stracci indosso,
ma una parola sola in bocca.
CARIADO.
E siamo uno stormo.
ELINER.
Eh, capisco: è stata una solenne porcheria, di vostro fratello
canaglia...
ONINONI.
Ma ora l'avranno a che fare con noi, quei malandrini vestiti di
broccato!
ELINER.
E rideremo. Hanno da ballare, hanno...
ONINONI.
Accidenti, se rideremo! Su, ridete, bravo re, sarà una festa, per
tutti i cristiani, e lo giuro sulla mia miseria e su Sant'Agostino,
mio protettore!
ELINER.
E voi, principessa, un giro di furlana: c'è la reggia vera per lui,
e per voi... abbiamo un capitano mascherato...
ONINONI.
Sangue nelle vene, ce n'ha... Com'è buon capitano, può diventare
ottimo consorte...
TRISTANO.
Ciarloni, che fate qui? il parlamento?
A palazzo, a palazzo! Questa torre
è caduta come pomo maturo,
ed ora la capitale! Il re con noi,
e per istrada cresceremo gente
come la valanga. Principessa,
la mano vi porgo in pegno della voce
che v'ha giurato per un nome, libertà:
oggi venite al sole.
LANGUIS.
Il sole?
TRISTANO.
Oh splende, buono. E splende per tutti, il sole.
Ma per me, no.
Solo me non posso liberare!
Ed amo le spade, i colpi, e l'andare,
e il fracasso del mare
per disperdere un poco i miei pensieri
che sono, sì, catene e prigionia...
Ma sù, ragazzi, per me e per il re!
I BRIGANTI.
(Con un urlo).
Per te e per il re!
(_Exeunt omnes_).
SCENA SECONDA.
_Una sala nel palazzo di re Languis._
(I briganti stanno intorno al Duca
ERASMO legato).
ELINER.
Ora sì che mi piaci davvero, capponcino mio!
ONINONI.
Quanta gioia ti sei bevuta abitando sul trono rubato? Hai da
sputarla tutta.
CARIADO.
Ti credevi forse d'essere diventato re, perchè ti chiamavano re?
ELINER.
Eh, barbagianni caro, puoi sgranare gli occhi, e noi si ride!
CARIADO.
Te l'abbiamo tagliata, la barba!
ONINONI.
E, corpo di San Lazzaro resuscitato, ti abbiamo insegnato a tacere:
e toccherà questa volta a te far la muffa dentro una cantina, e noi
che siamo furfanti abbiamo schifo di un furfante come te!
ERASMO.
Siete pidocchi, siete! E vi diverte
sputare sopra me che sono in terra,
ma i denti in bocca mi restano ancòra.
CARIADO.
E te li caveremo!
ELINER.
Dopo, per mangiare, ti daremo, come ai porci, acqua sporca e bucce
di patate!
ONINONI.
Ti vestiremo da buffone, e ci divertiremo anche noi come tanti re.
(Squilli. Entra re LANGUIS. Silenzio).
LANGUIS.
Quel nostro fratello che ci tocca perdere, è qui?
ERASMO.
Oh, non fuggo, m'hai fatto legar bene!
LANGUIS.
Legato? Sia subito sciolto!
ONINONI.
Sciolto? Dalle corde? E la giustizia?
LANGUIS.
Nessuno può difendersi serenamente, se libero non sia.
(Erasmo viene slegato).
ERASMO.
Ma non voglio difendermi di niente.
LANGUIS.
Erasmo, e perchè non chiedere che ti dessimo la corona e tutto?
ERASMO.
Perchè chiedere è vile, ma pigliare
piace, e forza significa, di sè.
LANGUIS.
E si perde, lo vedi? anche l'amore, di tutti.
ERASMO.
Quello d'Isotta non l'ho mai avuto.
Degli altri, che mi fa? O comandare
e mi devono tutti essere schiavi,
o sono vinto, e se anche mi si pesta
non udrai un lamento uscir da me.
LANGUIS.
È forza la tua, ferocia forse, ma solidità...
ERASMO.
Ambizione! E con me la patria sale,
per obbedienza, e mi diventa forte.
E tu buono, la snervi e per amore
la fai tutta di latte e di cuscini!
LANGUIS.
E se davvero fosse così? Erasmo, noi non possiamo condannarti:
quand'uno agisce per sua necessità, l'uomo non ha potere alcuno
contro di lui, perchè l'uomo non è Dio, e, dentro, non può vedere.
Onde, senza dire se la tua forza sia virtù o peccato, ti assolviamo,
per umiltà e povertà dinnanzi ai misteri delle anime.
ONINONI.
Assolvere? Ah, lingua di Giuda! Ma la è ingiustizia da far gridare
le pietre!
ELINER.
Io ragionare non so, ma ti dico: è una canaglia, ecco, e basta!
CARIADO.
E se tu lo assolvi, gli è come condannare noi, che abbiamo rifatto
l'ordine del regno.
ONINONI.
E se tu lo assolvi, non ti dice grazie, questo Caino, ma ti rimanda
nella tua prigione, e noi sulle forche!
LANGUIS.
Nella prigione credevamo di star bene, quindi stavamo bene.
CARIADO.
Ma il popolo stava male e non lo puoi, ora, tradire!
LANGUIS.
Ordiniamo pertanto e vogliamo che il fratello nostro Erasmo libero
vada, ma fuori del regno, perchè la gente abbia la nostra pace,
ed a lui sia aperta la via del cielo, dove il giorno che avremo
riacquistata tutti la vista, ci ritroveremo.
ERASMO.
Ed io, fratello troppo buono e cieco,
ti perdono di avermi perdonato.
O brigante mi faccio, od eremita.
ONINONI.
Eremita! Brigante, con noi, non ti vogliamo!
CARIADO.
Evvia, signor Duca, in esilio!
(Erasmo _exit_).
LANGUIS.
A voi, mia gente della terra e semplici di cuore, che vi
possiamo dare o dire? Oh, siamo troppo al di sotto della vostra
trasparenza...
ONINONI.
Re, nostro re... tu ci parli difficile e noi non si arriva mica a
capirti, ma se un poco siamo arrivati, a capire, a me pare che tu
ti credi debitore... ed è una cosa che ci confonde e non ha senso,
per la testa del gigante Golia!... Tu non devi dirlo più, parola
di gentiluomo, e pensarlo neanche, perchè noi si è fatto, io e gli
altri, così per fare, e tu sei un padre che bisogna bene aiutare,
e lui non deve mica dire grazie, ma siamo noi a dirgli grazie... è
un onore insomma... e non c'è merito... anzi ho detto... no, non ho
detto, perchè io a scuola, e neanche gli altri, non ci siamo andati,
dove s'impara a parlare con i re... e allora, tu, re, capisci...
e...
CARIADO.
_Amen._
ELINER.
Ma se c'è uno di noi che vale, che ha studio ed educazione, è il
capitano...
ONINONI.
Sì: quello, ecco, noi si direbbe che è sangue di re!
LANGUIS.
Sarete la nostra guardia, che è come dire gli amici nostri più
vicini. Andate, figli: e godete del vostro mangiare e del vostro
bere...
CARIADO.
È giustizia, dopo che s'è lavorato tanto!
LANGUIS.
E al capitano gli daremo quel che abbiamo...
(I briganti _exeunt_).
Pare che il suo nome sia Tristano e che il suo abito sia nero: ma
non è tutto nero quello che noi vediamo? E siamo certi che d'anima
egli è grande, e puro di fede, e sicuro di cuore. Che potremmo noi
volere di meglio?
(Da opposte parti entrano, silenziosi,
_Tristano_ mascherato, e _Isotta_).
Sconosciuto è vero. Ma i fatti parlano per lui, e sono d'oro e di
ferro, ha detto. E i briganti, che non sanno mentire, hanno detto,
sangue di re...
(Una pausa).
Sarebbe l'ultima letizia della nostra povera vita, saper congiunta,
la fragilità bianca d'Isotta alla nera solidità di Tristano. Sarebbe
il sole per questi giorni miei di ultimo freddo. Ma non diremo
niente: il cuore non patisce timone nè cervello; troppi scogli
minacciano nascosti. Possiamo pregare solo e a lui dire, se questo
è un dono, ebbene prendilo.
(Re Languis fa per alzarsi, Isotta gli
si avvicina).
ISOTTA.
Eccomi, padre, se cercate di me.
LANGUIS.
Sempre cerchiamo di te, e ti troviamo sempre, anche nel silenzio.
ISOTTA.
Io sono dove il cuore mi porta
senza che lo vogliano i pensieri.
LANGUIS.
(Avviandosi).
Come ti piace quel Tristano che ci ha liberato?
ISOTTA.
Porta la maschera, padre.
LANGUIS.
Tutti, al mondo, figlia: solo, lassù, saremo noi... Dunque, ti
piace?
ISOTTA.
E a voi, padre?
LANGUIS.
A noi piacerebbe molto.
ISOTTA.
Andiamo, padre.
(Re Languis ed Isotta _exeunt_).
TRISTANO.
(Rimanendo immobile).
Al mondo vive dunque chi trama la felicità degli altri?
La felicità: un fumo che ha nome domani,
o ieri, se rimpiangi un'ora consumata:
oggi, mai. Io, felice? Rido:
due parole d'assurdo, in croce.
O mi diletto io, del mio soffrire?
E mi lego alla sofferenza come un amante,
e me la serro al cuore?
Che faccio per vivere? Ricordo,
disperatamente: una donna, un peccato.
Ma quella donna dov'è? C'è, sul mondo?
L'ho io, davvero conosciuta?
O mi sono foggiato, di lei, un fantasma
che non voglio ritrovare in vita,
perchè ho troppo accarezzato in sogno?
Costei anche si chiama Isotta...
Isotta! Sognavo ieri, e mi desto oggi?
O vivevo laggiù, e sogno qui?
La vita, ecco, m'offre un bene:
per essere fedele a quel che fuggo
lo rifiuterò? Per non deludere il mio sogno?
E che so io del vero? E chi sono io
per credere che la sventura m'abbia segnato
così da reputarmi già morto, quando respiro?
E dov'è il ricordo che mi tormenta?
Sulla mia carne? No. No. Io non ho segni
nè ricordi. Io voglio non aver vissuto.
Non avere anima nè carne.
O sì, mie, per donarle ancora.
Un ideale, sì, l'avevo. Si chiamava
Isotta: e l'ho trovato qui. È falso?
Ah, quante meschine trame
per una mia sciocca curiosità!
Sono due nomi eguali, pazzo!...
E se fossero due anime, eguali?
Se la sorte... E non si può giocare anche la fede
come la vita, in battaglia?
Tristano, si può dare tutto per niente!
E per un filo d'erba, l'eternità!
E per una parola, un regno!
E per un bacio, il paradiso!
E per una goccia d'avvenire, tutto il mare del passato!
Ah no, buffone... Guarda...
Io vedo un abisso. Mi ci butto. E rido. E canto.
(Canticchiando).
«Così è di noi,
nè voi senza di me,
nè io senza di voi!»
Ah! Ah!
(Ad Isotta, che è comparsa, quasi
ironicamente).
Un inchino, principessa.
Bella come il sole di vostro padre,
e l'ombra mia!
ISOTTA.
Grazie. Mi spiace le parole del re
abbiate inteso, vane fantasticherie.