Già il sole stava per tramontare, quando un _Wehhabita_ si presentò

dicendomi che l'Emiro aveva ridotta la contribuzione a 200 franchi:

nuove lagnanze, nuovi pianti per parte de' miei compagni, che

effettivamente non avevano di che supplirvi. In sulla sera ci conducono

in uno sfondato, ove ci dividono in due gruppi l'un dall'altro divisi.

Sopraggiungono nuovi _Wehhabiti_; i miei compagni erano atterriti, ed io

medesimo temeva d'essere in breve testimonio di una sanguinosa scena sui

nostri Turchi. Non temeva per riguardo mio perchè veniva riguardato come

un Arabo Mogrebino, ed i Turchi non potevano deporre il contrario; ma

non perciò era io meno afflitto per questi sventurati, che senza di me

non sarebbersi esposti a questo viaggio; ed intanto io non aveva veruna

influenza, verun mezzo per salvarli da una terribile catastrofe.

Dopo un'ora d'angoscie altri soldati ne ordinano di montare sui

dromedarj, dicendo che l'Emiro voleva esaminare isolatamente ciascun di

noi. Costretti di rifare la fatta strada nella più oscura notte che

immaginare si possa, attraversammo Djidèïda, ed a poca distanza ci

fecero far alto pel rimanente della notte. All'indomani mattina, venerdì

3 aprile, prima che levasse il sole continuammo a retrocedere, scortati

solamente da tre soldati Wehhabiti. Non si tardò a scoprire un campo di

belle tende. Supponeva di essere presentato all'Emiro, ma non tardai ad

accorgermi, ch'erano gl'impiegati, i domestici, e gli schiavi del tempio

di Medina che _Saaoud_ scacciava dall'Arabia. Giunti al campo, ci fu

ordinato di riempire ad una sorgente i nostri otri, e senza lasciarci

riposare ci obbligarono a riprendere il cammino.

Mentre si andavano riempiendo gli otri, il domestico che guidava il mio

cammello per la cavezza, preso da subito terrore, si mise a correre,

traendosi dietro il cammello, per porsi meco sotto la protezione della

carovana degl'impiegati del tempio, ma accorso uno de' _Wehhabiti_,

levandogli di mano la cavezza, lo gettò a terra dopo avergli dato un

calcio, e mi ricondusse alla carovana senza dirmi una parola.

Ci fecero passare per _Hamira_, piccola borgata somigliante a Djidèïda,

ma in più amena situazione, circondata da giardini e da bellissime

palme, nel centro di una gran valle, ed in vicinanza della bella

sorgente ov'eransi riempiuti gli otri; sorgente considerabile che

somministra una eccellente acqua, sebbene alquanto calda. Non tardarono

poi a farci uscire di strada, e salendo le montagne ci fecero scendere

dalle nostre cavalcature. Nuove discussioni pel pagamento della

contribuzione prolungaronsi fino alle tre ore dopo mezzogiorno. I

_Wehhabiti_ visitarono tutti i nostri effetti, ed in fine fecero pagare

20 franchi ad ogni turco; presero un _hhaik_, ed un sacco di biscotto ai

Mogrebini; impadronironsi di tre piastre spagnuole ch'io aveva scordate

nella mia cartella, ed il _caftan_ che apparteneva al mio maestro di

casa. Volevano 15 franchi da ogni conduttore di cammelli: il mio vi si

rifiutava, e partito per parlare all'Emiro; più non lo rividi. Allora ne

dissero essere assoluto ordine di _Saaoud_, che i pellegrini non vadano

a Medina, e ne riunirono subito alla carovana degl'impiegati del tempio,

che in questo frattempo passava in fondo ad una valle scortata da altri

soldati. In tal modo terminò, sto per dire felicemente, questo

disaggradevole contrattempo, quantunque mi sia rimasto lo sconforto di

non aver potuto fare un interessante viaggio, e di aver perduto

l'orologio che serviva alle mie osservazioni astronomiche.

A mezzo giorno mentre disputavasi intorno alla contribuzione, quantunque

non si vedesse alcuna nuvola, udironsi cinque o sei colpi di tuono.

Rispetto alla condotta tenuta dai _Wehhabiti_, deve riflettersi che noi

non ignoravamo l'espressa proibizione d'andar a visitare il sepolcro del

profeta a Medina. Avevamo dunque scientemente violata la legge, ed io mi

era esposto a tentare l'avventura, sperando che il caso potrebbe

favorirmi. Dunque i _Wehhabiti_ arrestandoci non fecero che dare

esecuzione all'ordine generale precedentemente stabilito. La

contribuzione esatta non era che un'ammenda della nostra trasgressione.

La maniera di esigerla fu veramente alquanto dura; ma deve condonarsi ad

uomini così poco inciviliti. Mi presero l'orologio ed il _bournous_; ma

perchè lasciaronmi gli altri effetti?.... Questi Arabi benchè

_Wehhabiti_ e sudditi di _Saaoud_ sono abitanti di un paese di fresco

soggiogato, e per conseguenza diversi assai dalla brillante gioventù

Wehhabita del Levante ch'io aveva veduta alla Mecca; perciò quando mi

presero l'orologio, ed il _bournous_, gli condonai di buon grado questo

avanzo di antichi vizj del loro paese; e resi grazie alla riforma

d'_Abdoulwehhab_ per avermi lasciati gli altri effetti, e gli strumenti

astronomici. Le minacce ed i cattivi trattamenti verso i Turchi non sono

che una conseguenza del loro risentimento e del loro odio contro questa

nazione, il di cui solo nome basta per renderli furibondi.

Questo sgraziato viaggio mi diede non pertanto una qualche idea del

deserto di Medina, ed una vicina conoscenza della posizione geografica

di questa città, fissandola a 2 gradi e 40 minuti all'est dell'Iemboa.

Riuniti alla carovana si camminò all'ouest. Speravo di rimpiazzare le

piante che aveva dovuto abbandonare; si tenne la medesima strada, ma

quando la carovana fece alto alle quattr'ore del mattino, mi vidi in

mezzo ad una valle affatto sterile, ove non osservai che una dozzina di

piante di niuna importanza. A mezzo giorno il termometro marcava

all'ombra 28 gradi di _Reaumur_. Trovavasi in questa carovana il nuovo

Kadì venuto da Costantinopoli, e destinato per Medina, col quale aveva

contratta domestichezza alla Mecca. Feci pure conoscenza del tesoriere e

primarj impiegati del tempio di Medina. Questi mi dissero che i

_Wehhabiti_ avevano distrutti gli ornamenti del sepolcro del Profeta;

che avevano chiuse e suggellate le porte del tempio, e che Saaoud erasi

appropriati tutti gl'immensi tesori accumulati in tanti secoli. Il

_tefterdar_ (tesoriere) mi assicurò che il valore delle sole perle, e

delle altre pietre preziose superava ogni stima.

La carovana aveva un salvacondotto di _Saaoud_, con cui ordinava di

rispettarla, lo che non impedì che fosse forzata ad abbandonare la

strada tostochè si trovò fuori della santa città, e che le fosse imposta

un'eccessiva contribuzione. Seppi pure che la carovana de' turchi della

Mecca era stata interamente spogliata nel suo passaggio di Medina, non

avendole nemmeno lasciati i viveri: talchè non si sa come costoro

abbiano potuto sopravvivere in questi deserti alla sete ed alla fame.

Il giorno quattro d'aprile scopersi alle quattr'ore il mare, e l'Iemboa

in sullo spontare del giorno susseguente, dopo avere viaggiato tutta la

notte. Recatomi subito a bordo trovai la mia gente assai inquieta

intorno alla mia sorte per le sinistre notizie che si erano sparse. Così

finì questo viaggio, nel quale dopo aver corso grandissimo pericolo, si

ebbe la fortuna di uscirne felicemente.

L'_Jenboa-en-Nahùl_, ossia _delle Palme_, trovasi una giornata lontana

all'E. ¼ N. E. dell'_Iemboa-el-Bàhar_, ossia del _Mare_. Questa città

situata in mezzo alla montagna è ben provveduta di acqua, di bei

giardini, e di una notabile quantità di palme, da cui ebbe il nome. Gli

abitanti sono tutti sceriffi o discendenti del Profeta, e grandi

guerrieri. L'Iemboa del mare è posta in una vasta pianura, che conserva

evidenti traccie d'essere stata in tempi non molto lontani abbandonata

dal mare. L'alta marea entra ancora nel primo circondario esteriore

della mura, ed inonda una parte della città. Il suo porto è buono,

potendovisi ancorare le grandi fregate, ma gli scogli ne ingombrano

l'ingresso. La città è circondata da vastissime mura affatto irregolari

del diametro approssimativo di 350 tese dall'est al nord, e di circa

duecento dal nord al sud. La sua popolazione è di circa tremila

abitanti. Le case sono basse, e i tetti piani.

Benchè l'Iemboa-el-Bahar sia sotto il dominio del sultano Sceriffo della

Mecca, che vi spedisce un governatore col nome d'_Ouisir_, riconosce

ancora la sovranità del sultano _Saaoud_, che vi tiene un kadì; ma non

gli si paga veruna contribuzione. Non è già perchè amino la riforma

d'_Abdoulwehhab_, che gli abitanti dell'Iemboa abbiano preso il nome di

_Wehhabiti_; ma perchè ne temono i seguaci, ch'essi odiano cordialmente.

Perciò sono sempre armati per impedire ch'entrino le truppe wehhabite

nel loro paese; e sono sempre disposti a respingerle colla forza. Fumano

pubblicamente per le strade, quantunque ciò si riguardi come un grave

peccato dai _Wehhabiti_.

Lo donne portano una grande camicia e mutande di tela turchina, con un

grande velo o mantello nero in capo, un anello che loro attraversa la

cartilagine del naso, anelli nelle dita, braccialetti e pendenti di

orecchie. Sono libere in modo, ch'io ne vidi molte affatto scoperte.

Il loro colore è bronzino come quello degli uomini, e tutte quelle ch'io

vidi sono sgraziate e deformi.

In tempo della mia dimora all'Iemboa si celebrò un pajo di nozze, ma non

ne udii che il rumore. Una cinquantina di donne passò tre notti cantando

ed accompagnandosi colle nacchere fin dopo mezza notte; e nell'ultima

all'istante in cui la sposa passava in dominio dello sposo,

incominciarono ad alzare acutissime grida con misura e ad intervalli;

battevano in pari tempo palma a palma, di modo che rassomigliavano

piuttosto ad una squadra di furie, che ad una unione di donne. Questa

scena durò una mezz'ora, e così terminò la festa.

Tutti i contorni dell'Iemboa offrono l'aspetto di un orrido deserto; e

non vi si trova che pochissime piante; ma le coste del mare mi diedero

molte belle conchiglie.

Buone osservazioni mi diedero per longitudine orientale della città 35°

12′ 15″ dell'osservatorio di Parigi, e la latitudine settentrionale di

25° 7′ 6″.

CAPITOLO XLI.

_Tragitto per andare a Suez. — Incaglio della nave. — Isola

Omelmelek. — Continuazione del viaggio. — Accidenti diversi. —

Sbarco d'Ali Bey a Gadiyahia. — Prosiegue il viaggio per

terra._

Tutti i _Daos_ che trovavansi nel porto dell'Iemboa riuniti a quelli che

venivano da Djedda, ed a molti altri piccoli bastimenti carichi di

caffè, misero alla vela il giorno 15 aprile a cinque ore e mezzo del

mattino per passare a Suez. Il mio capitano comandava i _Daos_

dell'Iemboa; ed un altro era alla testa di quelli di Djedda.

In tre giorni arrivammo nella rada detta _el-maado_, di dove vedeva al

S. O. l'isoletta dell'_Okàdi_, ove mi salvai dopo il naufragio del mio

tragitto per venire alla Mecca.

_Domenica 19 aprile._

Sembra che la sorte non abbia voluto ch'io facessi verun viaggio

marittimo senza qualche accidente. Alle quattro e mezzo del mattino la

nostra flottiglia fece vela con un leggier vento che portava al nord, ed

alle sei ore il mio _dao_ incagliò sopra uno scoglio a fior d'acqua: la

scossa fu terribile, e riportò una grande apertura all'estremità della

chiglia dalla banda di prua, per cui entrava l'acqua in abbondanza. Come

dipingere la confusione ed il turbamento dell'equipaggio in così fatale

momento...! Io mi affretto di guadagnare la scialuppa seguito da due

domestici e da pochi pellegrini portando meco le carte, ed i miei

strumenti. Presenti a tanto disastro, tutti gli altri bastimenti

ammainano le vele, e mandano le loro scialuppe in soccorso del _dao_

naufragato.

Il nostro primo pensiero, tosto che fummo in sicuro, fu di presentarci

per essere ricevuti in un altro bastimento. Il capitano cui prima mi

rivolsi rifiutò di ricevermi. Ebbi lo stesso rifiuto da un secondo; e mi

fu detto che in tali circostanze, sventuratamente troppo frequenti su

questo mare, è stabilito di non ricevere a bordo alcun uomo, nè alcuna

parte del carico del bastimento naufragato finchè il capitano non dia il

segno di farlo, perchè la cosa interessa il suo onore. Fummo perciò

costretti d'aspettare nella scialuppa la nostra sorte.

Convinto dell'impossibilità di fermare la quantità d'acqua ch'entrava

nella stiva, il capitano diede il convenuto segnale, e tosto fummo

ricevuti a bordo di un altro bastimento. Una parte del carico fu posto

sopra le scialuppe per essere diviso sugli altri _Dao_; e così

alleggerito si rimise a galla, e venne a dar fondo col rimanente della

flotta tra un'isola vicina e la terra ove fu scaricato affatto,

disalberato e messo alla banda. Questa scena non lasciava d'essere

interessante. Figurinsi circa trecento marinai affatto nudi, quasi tutti

neri in atto di tirare a terra il carcasso del _Dao_ disalberato; in

faccia tutta la flotta ancorata, coperta di pellegrini, e di passeggieri

chiamati sui ponti dalla curiosità, mentre il capitano del naviglio

naufragato, ancora stordito sedeva sul fianco, e gli altri capitani

comandavano la manovra; aggiugnetevi il tumulto e le confuse grida che

impedivano d'intendersi; tale fu lo spettacolo che durò tutta la notte.

Gli Arabi Bedovini non mancano mai d'accorrere coi loro battelli in

somiglianti occasioni, quantunque assai lontani dal luogo del naufragio,

per vedere se loro riesce di rubare qualche cosa. Molti ci si

avvicinarono in fatti, e se fossimo stati soli, non avrebbero lasciato

di spogliarci. Io era accampato sull'isoletta, la maggior parte del

carico e gli attrezzi erano al mio lato, i battelli de' Bedovini erano

ancorati a poca distanza dalla mia tenda; ma noi li osservavamo. Intanto

si rimpalmava la nave, talchè la mattina del 20 si potè metterla più al

secco, e tutti i falegnami della flotta travagliavano intorno alla

medesima.

La mattina del 19 morì un passaggiere sul bastimento, pellegrino Turco,

e personaggio di considerazione. Morì pure un marinajo di uno de'

vascelli del sultano Sceriffo della Mecca, e furono sepolti senza veruna

ceremonia nell'isola.

Si continuò il lavoro ne' giorni 21 e 22, nel qual tempo presi la

latitudine dell'isola che trovai di 25° 15′ 24″. Non potei fissarne la

longitudine per causa delle nubi, ma credo potersi fissare a circa 33°

59′ 45″ dell'osservatorio di Parigi.

Nel dopo pranzo del 22 le riparazioni del dao erano terminate. Allora i

capitani e gli equipaggi di tutta la flotta si riunirono per metterlo a

galla, lo che si fece durante la notte in mezzo alle grida, ed al

tumulto come quando fu tirato a terra. Si occuparono in appresso a

ristabilire i cordaggi e le vele, ed a rimbarcare il carico.

Il 23 il _Dao_ fu compiutamente ricaricato, ed avanti il cadere del sole

era pronto per mettere alla vela.

_Venerdì 24._

Di fatti alle cinque e mezzo del mattino dirigendosi all'O. con una

serie intermittente di venti variabili e di calme si andò ad ancorarsi

alle tre ore presso all'isola _Schirbàna_.

_Sabato 25._

Essendo partiti alle quattro e mezzo del mattino con un vento contrario

di nord assai forte, si corsero parecchie bordate fino alle tre, e si

lasciò l'ancora all'isola Aleb.

I colpi di vento che avevamo provati, avevano cagionate delle avarie a

tutti i bastimenti; il nostro ebbe l'antenna spezzata che fu rimessa

all'istante; e molti altri _dao_ furono tirati a terra per aggiustare le

vele squarciate. Alle sette della sera, sette _dao_ non erano ancora

arrivati.

Qual mare è mai questo! esso è così sparso di scogli e di banchi, che la

più leggiera negligenza basta per occasionare un naufragio; si deve ad

ogni istante attraversare canali quasi impraticabili, ed ordinariamente

con un terribil vento, che accresce il pericolo, e l'allarme.

_Domenica 26._

Alle cinque ore del mattino eransi già levate le ancore, e si viaggiava

all'ovest.

Alle sette ore un _dao_ dello Sceriffo facendo una falsa manovra ci

venne sopra, e toccò dolcemente il nostro bordo; ed in seguito

rivolgendosi da poppa tornò sulla prora, e la urtò con tanta violenza

che ne portò via una parte. Fortunatamente quest'accidente accadde in un

mare aperto e tranquillo, senza di che poteva avere pessime conseguenze.

_Lunedì 27._

Vedemmo finalmente ricomparire i _daos_, che il cattivo tempo aveva

tenuti addietro: partimmo di conserva a sette ore del mattino, e si

raggiunsero que' bastimenti che avevano jeri continuato il loro viaggio.

Rinforzando un vento contrario d'ovest, e fattosi il mare assai grosso,

fummo costretti di ancorarci alle undici e mezzo del mattino presso di

un'isola riguardata come il punto di mezzo del tragitto da Suez a

Djedda, nella quale si venera il sepolcro di un santo detto _Scherih

Morgob_. Dal mio bastimento vedeva la cappella, che è metà casa e metà

baracca. L'isola porta il nome del santo, e come tutte le altre isole

Hamarà è bassa, piccola, formata di sabbia, e circondata di scogli.

Trovai la latitudine di quest'isola di 25° 45′ 47″ N.

L'acqua della nostra nave era già affatto corrotta, onde per beverla era

duopo chiudersi il naso, tanto era puzzolente; ma ad ogni modo lasciava

dopo bevuta nella bocca e nella gola un odore insopportabile.

_Martedì 28._

Alle cinque ore e mezzo del mattino la flotta veleggiava con leggier

vento che ben tosto mancò. E dopo mezzo giorno essendosi rinforzato il

vento contrario si camminò bastantemente per giugnere alle quattro ore a

Vadjih sulla costa d'Arabia porto assai piccolo, ma bello molto e ben

coperto dai venti, e l'unico di questa costa provveduto di buon'acqua.

Quando arrivai vidi una specie di pubblico mercato per la vendita

dell'acqua: erano molti Arabi, uomini e donne coi loro cammelli, e con

una quantità d'otri pieni d'acqua posti a varj ordini sulla riva del

mare.

Dietro buone osservazioni ho potuto fissare la latitudine settentrionale

di Vadjih a 26° 13′ 39″.

_Mercoledì 29._

I venti di nord-ovest non ci permettono di uscire dal porto, ove ci

raggiungono tre _dao_ rimasti addietro.

_Giovedì 30 aprile._

Una violenta burrasca non permette l'arrivo degli altri _daos_. In

questi giorni d'ancoraggio aveva raccolti diversi oggetti di storia

naturale; ma accortisi delle mie ricerche gl'ignoranti miei compagni di

viaggio, ed incominciando a sospettare intorno allo scopo di questa

raccolta, fui forzato di sospenderla.

_1 e 2 maggio._

Benchè arrivassero gli altri bastimenti, fummo costretti dal vento a

restare ancorati.

_Domenica 3 maggio._

Finalmente tutta la flotta uscì dal porto alle cinque del mattino

dirigendoci a nord-ovest; ed a mezzo giorno diede fondo presso ad uno

scoglio.

_Lunedì 4._

Ad un'ora dopo mezza notte eravamo già in viaggio con vento variabile ed

interrotto delle calme, finchè fissato all'O. N. O. ci portò felicemente

al porto di Demeg, posto sulla costa d'Arabia. Avevamo fin allora

generalmente tenuta la direzione di N. O. e sempre rasentando la costa;

ma eravamo finalmente usciti da questo pericoloso labirinto di scogli,

che per tanta parte della nostra navigazione minacciava d'inghiottirci

ad ogn'istante.

Eccellente è il porto di Demeg e ben chiuso da montagne che sembraronmi

argillose, e si prolungano fino alla riva. Nel circondario vedonsi

alcune piante, ma in piccola quantità. Ci si presentarono diversi Arabi

ed Arabe per venderci dei montoni. Mi fu detto che questa gente è assai

cattiva.

_Martedì 5 fino all'8._

Si spiegarono le vele allo spuntare dell'alba, ma rinfrescatosi il vento

assai si dovette dar fondo alle otto del mattino a _Libeyot_. Poco

viaggio si fece anche i giorni 6, 7 e 8, in cui si rimase all'ancora

presso ad una delle isole _Naamàn_, ossia degli _Struzzi_.

_Sabato 9._

Alle quattro del mattino eravamo in mare. Alla calma tenne dietro ben

tosto un vento contrario assai violento, che durò fino alle sette ore,

dividendosi allora in molti fili paralleli, di modo che la flotta che

formava un solo ordine, presentava il più singolare spettacolo; mentre

un _dao_ correva a piene vele, un altro rimaneva in perfetta calma, e

così alternativamente sopra tutta la linea, benchè la distanza di un

_dao_ all'altro non fosse maggiore di dugento tese. Questo fenomeno durò

quasi un'ora, quando fissatosi il vento all'O. N. O. si potè

continuare il cammino. Poco dopo mezzo giorno si gettò l'ancora a

_Kalaat-el-Moïlah_ che è un _alcassaba_ quadrato, che può avere cento

tese di fronte con una torre ad ogni angolo, ed un'altra in mezzo ad

ogni lato.

Entro l'_alcassaba_ trovasi un cattivo villaggio con una moschea.

L'acqua de' suoi pozzi è assai buona; e vi si trovano alcuni bestiami,

polli, e piantagioni di palme fuori delle mura, ma il restante del paese

non è che un arido deserto. Gli abitanti possedono alcuni pezzi di

cannone che attestano l'antica loro indipendenza. Al nostro arrivo

spiegarono bandiera rossa, e la nostra flotta fece lo stesso. Alcuni di

loro vennero a visitare il nostro capitano, ma gli uomini di poche

scialuppe smontate per cercare acqua e comperare commestibili ottennero

con difficoltà di essere ammessi entro le mura; tanto sono essi

diffidenti! Lagnansi costoro de' _Wehhabiti_, che li sottomisero, come

gli altri popoli dell'Arabia, al loro dominio, ed al pagamento della

decima; ma non entrò verun impiegato nel villaggio.

In questo luogo la costa forma una vasta baja, in fondo alla quale è

situato l'_Alcassaba_. Vedevansi in questo giorno le montagne

dell'Affrica, che d'ordinario le carte geografiche pongono lontane

ottanta miglia da _Kalaat-el-Moïlah_, quantunque assai più vicine. La

latitudine di questo _Alcassaba_ dovrebb'essere di 17° 10′ 51″.

_Domenica 10._

Si partì alle due del mattino con leggier vento, seguito da una perfetta

calma, durante la quale avendo fatte nuove osservazioni che confermavano

quella di jeri, non potei più dubitare dell'errore, di più di mezzo

grado nella posizione che le carte danno a _Kalaat-el-Moïlah_. Osservai

inoltre che le montagne vedute il giorno innanzi non appartengono

altrimenti all'Affrica, come indicano le carte, ma alla terra di Tor, e

fanno parte del capo _Mohamed_ nell'Arabia.

L'isola _Schram_, ove ci trovavamo ancorati è posta all'imboccare del

_Bahar el-Aakaba_, ossia seno del mar Rosso, che s'interna nell'Arabia.

_Lunedì 11 e Martedì 12._

Si ebbero due burrasche terribili che danneggiavano il _dao_, e non ci

permisero di oltrepassare la rada di _Ben-Hhaddem_, di dove vidi

effettivamente le alte montagne dell'Affrica.

_Mercoldì 13._

Questo viaggio incominciava a diventare insopportabile. Il 13 morirono

quattro uomini sopra un _dao_ dello Sceriffo, un altro sul nostro, e ve

ne avevano molti altri gravemente ammalati, che rifiutavansi di prendere

verun medicamento in conseguenza del loro sistema del fatalismo, di cui

erano stati vittima i loro compagni. Medicava per altro alcuni altri

ammalati, e due feriti; cioè il mio capitano, che aveva una forte

contusione ad una gamba, ed il capitano d'un _dao_ gravemente ferito

sotto la pianta d'un piede. Queste due ferite si avvicinavano alla loro

guarigione, ma la mia piccola spezieria era quasi esausta.

_Giovedì 14._

Si mise alla vela alle otto ore del mattino a fronte di un vento assai

forte, e di un mare sparso di scogli che lascia appena un angusto

passaggio alle navi, ed arrivammo finalmente in un bel porto detto

_Gadiyahia_.

_Venerdì 15._

Una terribile burrasca ci forzò a restare ancorati. Fin da jeri il mio

capitano mi aveva esibito di procurarmi quattro cammelli, e tutti i

mezzi di sicurezza per il mio viaggio, qualora avessi preferito di

andare a Suez per terra. Veramente avrei amato di visitare _Djebel-Tor_,

_Tour Sinina_, ossia Monte Sinai; ma non potendo più reggere alle

fatiche di così aspra navigazione, mi disposi a partire la stessa sera,

montato sopra un cammello, scortato da due miei domestici, da un

cuciniere e da uno schiavo, con quattro cammelli; e lasciando nel

bastimento il resto delle mie genti, e dell'equipaggio, diedi

allegramente l'ultimo addio al mare.

CAPITOLO XLII.

_Viaggio a Suez. — Disputa degli Arabi. — El-Vadi-Tor. — El

Hammam Firaoun. — El-Wad Corondel. — Sorgenti di Mosè. — Arrivo

a Suez. — Petrificazioni del mar Rosso. — Abbassamento del suo

livello. — Corrispondenze su questo mare. — Viaggio al Cairo._

Lo stesso giorno, 15 maggio, partii due ore dopo mezzogiorno montato

sopra un magnifico cammello ornato di funicelle, di fiocchi e di piccole

conchiglie, e seguito dalle mie genti montate anch'esse sopra i loro

cammelli.

Mezz'ora dopo raggiunsi una carovana, alla quale mi associai, e dopo

aver mangiato insieme, continuammo il cammino nella stessa direzione

facendo alto alle due della notte per prendere riposo.

_Sabato 16._

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3 · 第 10 / 13 段