In questa vasta estensione di paese sonovi poche città; ma vi si contano

non pertanto alcuni milioni d'abitanti che vivono nelle tende o

baracche, sotto il dominio del Sultano _Saaoud_, cui essi ubbidiscono

ciecamente, e pagano la decima delle loro gregge, e delle loro frutta.

Questa decima è il tributo imposto dal Corano, e _Saaoud_ non chiede

verun'altra contribuzione; ma tutti i suoi sudditi sono forzati di

seguirlo in campagna quand'egli li chiama, mantenendosi a proprie spese,

come vien pure ordinato dalla religione: di modo che il Sovrano de'

_Wehhabiti_ ha sempre numerose armate che non gli costano veruna somma.

Nelle sue spedizioni ogni cammello porta d'ordinario due uomini,

coll'acqua ed i viveri necessarj per lui, e per gli uomini. Allorchè

vuol gente scrive al capo delle tribù indicando il numero, il luogo, ed

il giorno della riunione. Gli uomini si presentano nel giorno indicato

coi viveri, armi e munizioni necessarie: tale è la forza delle idee

religiose!

I _Wehhabiti_ hanno le medesime armi dei Mecchesi. Traggono dall'Europa

le canne da fucile ch'essi montano assai grossolanamente: fabbricano

polvere e palle, ma con sì poc'arte, che la polvere è quasi tutta in

grani grossi quanto un pisello, e le palle non sono altro che una pietra

coperta da una sottile lamina di piombo. Acquistano questo metallo e lo

zolfo alla Mecca, ed in altre città marittime della penisola d'Arabia;

ed hanno in paese il salnitro.

L'abito de' _Wehhabiti_ è affatto simile a quello degli altri arabi;

soltanto ho notato che i figli di _Saaoud_ portano lunghi capelli come

segno distintivo della loro famiglia. Mi fu detto che questo sultano

vive con molto lusso, ma io lo vidi affatto nudo come gli altri.

_Draaïya_ capitale de' _Wehhabiti_ è una grande città, trenta leghe

all'E. da Medina, cento a S. S. O. da Bassora, e cento sessanta a S. E.

da Gerusalemme. Le isole _Bahareïnn_, ove pescansi le perle nel golfo

persico lontane cinquanta leghe da Draaïya sono soggette a _Saaoud_. Il

fiume _Aftan_ che passa lontano quattordici leghe dalla capitale sbocca

in faccia a queste isole. Stando a quanto mi fu detto dai _Wehhabiti_

questa città trovasi alle falde di altissime montagne, ed il suo

territorio abbonda di grani d'ogni specie. Le case di Draaïya sono fatte

di pietra.

I _Wehhabiti_ non hanno ordini militari: e tutta la loro tattica

consiste nel riunirsi sotto la direzione di un capo, e nel seguirne

tutti i suoi movimenti senza conservare alcun rango: ma la loro

disciplina è veramente spartana, e l'ubbidienza estrema; bastando il più

piccolo segno del capo per ridurli al più rispettoso silenzio, o per

sottoporli alle più dure fatiche.

Nè migliori sono i loro ordini civili. Ogni capo di Tribù risponde del

pagamento delle decime, e della presentazione degli uomini per la

guerra. _Saaoud_ manda i _Kadì_ alle città del suo dominio; ma non ha nè

_Kaïd_, ossia governatori, nè Pascià, nè Visiri, nè altri impiegati. Il

riformatore _Abdoulwehhab_ non assunse mai verun titolo d'onore o

carattere pubblico, fu sempre il capo della sua setta, e non pretese mai

distinzioni personali. Dopo la sua morte, suo figlio che gli succedette,

conservò lo stesso spirito di semplicità.

La persona più influente presso _Saaoud_ è _Abounocta_, grande _scheik_

di Ieman, che tiene molte truppe sotto gl'immediati suoi ordini. Mi

accadde talora di chiedere ad alcuni _Wehhabiti_: _appartenete voi a

Saaoud_: — _Niente affatto; siamo d'Abounocta_, mi rispondevano con

cert'aria di fierezza che mostrava il loro orgoglio di appartenergli; lo

che mi fa credere che dopo la morte di _Saaoud_ potrebbe dividersi la

setta de' _Wehhabiti_ in due parti, e così farsi incapace di ulteriori

progressi. Vedo pure un altro ostacolo d'ingrandimento nell'estremo

rigore delle sue dottrine onde questa grande popolazione che poco

produce e poco consuma, rimarrà in fondo ai suoi deserti, nella consueta

nullità, non per altro celebre che pei suoi ladroneggi.

Ma forse il tempo gli farà conoscere che l'Arabia priva delle relazioni

commerciali delle carovane e dei pellegrinaggi non può sussistere.

Allora la necessità farà cadere l'intolleranza, ed il commercio cogli

stranieri farà insensibilmente sentire ai _Wehhabiti_ il vizio

d'un'austerità quasi contro natura: a poco a poco lo zelo si

raffredderà; le pratiche superstiziose che sempre sono l'appoggio, la

consolazione e la speranza del debole, dell'ignorante, dell'infelice,

riprenderanno il loro impero; e per tal modo la riforma dei _Wehhabiti_

scomparirà prima d'aver potuto consolidare la sua influenza, e dopo

avere versato il sangue di più migliaja di vittime del fanatismo

religioso. Tale è la trista vicissitudine delle cose umane!

Altronde io credo che i _Wehhabiti_ nel fondo de' proprj deserti saranno

sempre invincibili, non già per la loro forza militare, ma per la natura

del paese non abitabile da veruna altra nazione; e per la facilità

ch'essi hanno di nascondersi ai loro nemici. Si potrà momentaneamente

conquistare la Mecca, Medina e le altre città marittime[12]; ma semplici

guarnigioni isolate in mezzo a spaventosi deserti potranno sostenersi

lungamente? Quando si presenterà loro un potente nemico, i _Wehhabiti_

si nasconderanno per piombargli addosso e sterminarlo, nell'istante che

sarà forzato di dividersi per cercar viveri. Ecco i motivi che

m'inducono a credere che non saranno facilmente sottomessi colla forza

delle armi; e queste appunto sono le cagioni per le quali sempre si è

salvata l'Arabia da ogni straniera dominazione.

[12] _Come il Pascià d'Egitto, _Mehemed Aly_, ha fatto nell'ora

decorso anno 1813._

CAPITOLO XXXIX.

_Ritorno d'Ali Bey a Djedda. — Sua posizione geografica. —

Notizie. — Tragitto all'Iemboa._

Il 2 di marzo del 1807 dopo aver fatti i sette giri alla casa di Dio, e

recitate le particolari preghiere di congedo innanzi ai quattro angoli

del _Kaaba_, al pozzo _Zemzem_, alle pietre d'_Ismaele_, ed al

_Makam-Ibrahim_, sortii dal tempio per la porta _Beb-l'oudaa_: lo che è

di felice augurio, perchè il Profeta sortiva di là quando aveva

terminato il suo pellegrinaggio: indi abbandonai la Mecca alle cinque e

mezzo della sera per tornare a Djedda.

Appena fuori di città gli arabi che mi accompagnavano contendevano tra

di loro con tanto calore che non potei mettermi in cammino avanti le

sette ore della sera. L'atmosfera era coperta in modo che a fronte della

luna eravamo in una perfetta oscurità. Alle quattro e mezzo del mattino

si fece alto ad un _dovar_ detto _el-Hàdda_. Molti pellegrini che

tornavano alle loro case coprivano la strada coi loro cammelli ed

equipaggi.

Alle tre ore dopo mezzogiorno, quantunque ammalato, partii colla

carovana tenendoci nella direzione d'O., e poco dopo il levar del sole

si entrò in Djedda. Dalle più accurate osservazioni fatte al presente, e

combinate con quelle della mia precedente dimora, trovai la longitudine

Est di Djedda = 45° 54′ 30″, e la latitudine nord 31° 52′ 42″.

In questo paese circondato da deserti di sabbia, i giorni piovosi sono

rari assai, fuorchè nell'equinozio di autunno, epoca in cui le pioggie

sono abbastanza forti per riempire le cisterne. I venti che dominano sul

Mar Rosso soffiano quasi sempre dal settentrione, fuorchè nei mesi

d'agosto, di settembre, e di ottobre che passano al quarto del mezzodì.

I soldati turchi di Djedda congedati come quelli della Mecca, lasciavano

la terra santa, e non rimanevano a Djedda che i cannonieri. Vidi

imbarcarsi con bandiere spiegate, e tamburi battenti dugento soldati che

lo scheriffo mandava sulla costa d'Affrica per riscuotere le

contribuzioni; possedendo egli sulla costa d'Affrica l'isola di

_Saouàken_, che i geografi chiamano _Suakem_, come pure _Messoua_ sulla

costa dell'Abissinia, ed alcune altre isole a nome del Sultano di

Turchia.

Per ordine di _Saaoud_, erasi soppresso a Djedda come alla Mecca, nella

preghiera del venerdì che si fa alla moschea, il nome del Sultano di

Costantinopoli. Il _Kadi Wehhabita_ era venuto a Djedda per

amministrarvi la giustizia in nome di _Saaoud_ in tempo che il

governatore Negro, schiavo dello Sceriffo, continuava a governare la

città in nome del suo padrone. Questa mescolanza di autorità non lascerà

di produrre il cattivo effetto che forse ne spera il Sultano _Saaoud_.

Oltre i _Mudden_, che dall'alto delle torri delle moschee chiamano il

popolo alla preghiera, i _Wehhabiti_ hanno stabilito a Djedda una

seconda specie di banditori, che potrebbero dirsi esecutori per

costringere i fedeli a recarsi al tempio. Alle ore indicate vanno per le

strade gridando: _Andiamo alla preghiera; alla preghiera:_ essi spingono

tutti gli abitanti per obbligarli d'andare alla moschea, ed obbligando

gli artigiani ed i mercanti ad abbandonare le loro botteghe, e i loro

magazzini, perchè vengano ad assistere alla pubblica preghiera cinque

volte al giorno com'è prescritto dalla legge. Prima che spunti l'aurora

gridano pure e fanno un orribile fracasso per le strade, per costringere

tutto il mondo ad alzarsi, ed a venire al tempio. Quanto non è ardente

il loro zelo! L'abito di questi esecutori è assai semplice non avendo

che un pajo di piccole mutande bianche, ed una coperta ripiegata sulla

spalla, ed un enorme bastone in mano. Seppi che alla Mecca erasi di già

cominciato a far uso di questi eccitatori per isforzare il popolo a

recarsi alla moschea; ma si usa maggiore moderazione a Djedda perchè si

limitano al gridare, al rimbrottare, ed allo spingere tutti quelli che

incontrano: almeno ciò è quanto mi accadde di osservare dalle mie

finestre che guardavano sulla gran piazza.

Durante il mio soggiorno a Djedda vi diede fondo un grosso bastimento

procedente da Bengala con bandiera rossa musulmana armata di venti pezzi

di cannone, carico di riso. Il commercio riceve tutti gli anni quattro o

cinque bastimenti di questa specie che portano oltre il riso altri

prodotti dell'India.

_Tragitto all'Iemboa._

Il sabato 21 marzo, giorno dell'equinozio, m'imbarcai dopo il cader del

sole sopra una specie di battello detto _Sarabok_. Dopo un'ora e mezzo

di ravvolgimenti tra i banchi e gli scogli della rada, arrivai al

bastimento che doveva condurmi a Suez: era un daos come quello sul quale

ero venuto.

A quattr'ore e mezzo del mattino del giorno 23 si levò l'ancora, e fu il

bastimento rimurchiato a traverso di una infinità di scogli che chiudono

la bocca del porto. A mezzo giorno rinfrescò il vento d'O., e si gettò

l'ancora ad un'ora e mezzo in una cattiva rada, detta _Delmaa_, ove

trovavansi all'ancora cinque altri _daos_ che tenevano la medesima

strada. Il mare era grosso, ed il nostro bastimento era gagliardamente

agitato dalle onde.

Il martedì 24 si mise alla vela alle quattro ore del mattino, e benchè

il vento non fosse troppo favorevole, il bastimento marciava assai bene.

Alle due dopo mezzogiorno si diede fondo otto miglia lontano del

villaggio d'Omelmusk. L'ancoraggio era eccellente, e vi restammo tutto

il giorno per ricevervi il sopraccarico di trecento quintali di caffè,

che si erano esportati da Djedda senza pagare la gabella. Tra il

bastimento e la gran terra eravi un'isola bassa, e molto estesa. Il

capitano discese nella scialuppa colle sue reti, e riportò molto pesce.

Il tempo si mantenne costantemente cupo, e dopo mezzogiorno il vento

rinforzò, ed il mare in alto era agitatissimo, mentre al nostro

ancoraggio era affatto tranquillo.

_Mercoledì 25._

Malgrado il vento del nord che contrariava la nostra direzione, si mise

alla vela; il mare era grosso, ed il vento violentissimo. Il nostro

bastimento soffriva assai per causa del suo eccessivo carico. Si ruppe

l'antenna di un'altra nave, e noi fummo costretti di ritornare

all'ancoraggio d'Omelmusk. Colà ci raggiunsero avanti sera altri

bastimenti sortiti da Djedda, cosicchè formavamo una squadra di dieci

_daos_ senza contare altri più piccioli bastimenti.

_Venerdì 27._

Alle quattro e mezzo del mattino si spiegarono le vele con vento

contrario, ed alle due dopo mezzogiorno entrammo nel porto di _Araborg_.

Mi feci portare a terra, e raccolsi alcune conchiglie e piante marine.

_Araborg_ è provveduto di pochi giardini, e mi furono portati alcuni

cocomeri e cetriuoli.

_Sabato 28._

Si fece vela alle dieci ore, e poco dopo, mancato il vento, la nave

dovette farsi rimurchiare dalle scialuppe, come tutti gli altri daos.

Alle quattr'ore della sera ci ancorammo presso ad _Elsthat_.

_Domenica 29._

Viaggiammo lentamente al N. O. facendoci rimurchiare per mancanza di

vento sempre alla distanza di tre miglia, o poco più dalla costa in

mezzo ad infiniti scogli a fior d'acqua. Dopo mezzogiorno il vento

rinfrescò, e passato il tropico, si diede fondo in faccia ad Algiar alle

quattr'ore.

A mezzogiorno avemmo lo spettacolo straordinario d'un combattimento di

pesci. Il mare tranquillo presentava nello spazio di cento in cento

venti piedi di diametro un subitaneo bollimento, accompagnato da molta

schiuma e da un grande romore. Ciò durava un mezzo minuto, poi il mare

tornava tranquillo, ma un minuto dopo ricominciava la stessa scena. Al

di fuori intorno al cerchio osservasi durante questo bollimento un gran

numero di punti, lo che indicava le parziali zuffe, corpo a corpo, che

stendevansi e notabile distanza dal campo di battaglia. Il bastimento

rasentò il cerchio nell'istante dell'attacco, sgraziatamente nel punto

del mezzogiorno, mentre io stavo osservando il passaggio del sole. Posto

al bivio tra i due oggetti diedi la preferenza all'astronomia, e

perdetti l'occasione di osservare il genio guerriero delle genti

acquatiche. I miei compagni di viaggio mi dissero che avevano veduto

combattere un'immensa quantità di pesci della lunghezza d'un piede

all'incirca.

Mentre durava ancora la battaglia si vide accorrere da tutte le parti

anche lontanissime una infinità d'uccelli di mare affatto bianchi che

andavano svolazzando sopra il campo di battaglia quasi a fior d'acqua,

sperando, senza dubbio, di predare i pesci uccisi, e forse i piccoli

ancora vivi. La pugna era in tale stato quando noi eravamo già troppo

lontani per conoscerne l'esito.

_Lunedì 30 marzo._

Si levò l'ancora a mezza notte, ma durando tuttavia la calma i _daos_

erano di tratto in tratto rimurchiati dalle scialuppe. Alle dieci ore si

levò un vento di mezzogiorno, che ci portò ben tosto alla città di

Iemboa ove sbarcammo felicemente ad un'ora e tre quarti.

Desiderava di andare a Medina a visitare il sepolcro del Profeta,

malgrado l'assoluta proibizione dei _Wehhabiti_. La cosa era rischiosa

assai; ma non pertanto trovai molti pellegrini Turchi, ed alcuni Arabi

Mogrebini disposti ad esporsi meco ai pericoli del viaggio.

Siccome il mio capitano aveva la sua famiglia a l'Iemboa, ove tutta la

flottiglia doveva rimanere alcuni giorni, convenni con lui che sarei di

ritorno il giorno otto d'aprile. Feci tosto cercare i dromedarj onde

viaggiare più speditamente; ma a dispetto delle mie diligenze non mi fu

possibile di partire avanti la sera del successivo giorno. Non presi

meco che un piccolo baule con alcuni istromenti astronomici; facendomi

accompagnare soltanto da tre domestici.

CAPITOLO XL.

_Viaggio alla volta di Medina. — Djideïda. — Viene arrestato

dai Wehhabiti. — Dispiaceri che gliene derivano. — Viene

rimandato con una carovana d'impiegati del tempio di Medina. —

L'Iemboa._

Uscii da Iemboa il martedì 31 marzo alle cinque della sera, montato

sopra un dromedario, e seguito da tre domestici, da alcuni pellegrini

Turchi e Mogrebini, e da circa cinquanta dromedarj.

Si camminava all'E. un quarto S. E. lungo una pianura arenosa, sterile

ad intervalli, ed offrendo qua e là alcune traccie di vegetazione:

d'ordinario i dromedarj fanno più di una lega per ora; e noi li facevamo

di quando in quando trottare; ma io non era abbastanza robusto per

sostenere la violenza del loro moto: onde a mezza notte trovandomi

estremamente abbattuto sia per lo scuotimento dell'animale, che per

l'incomodità della sella tutta di legno e senza staffe, fui obbligato di

andare più lentamente. Alle quattr'ore del mattino camminava all'est ¼

est in mezzo a piccole montagne, le quali andavano serrandosi di mano in

mano che andavamo avanti. Si fece alto alle sei in una valle che io

supposi lontana 15 in 16 leghe da Iemboa.

Le montagne da cui eravamo circondati sono tutte di schisti diversi, e

non presentano la più debole traccia di vegetazione; ma nella valle

benchè senz'acqua raccolsi alcune bellissime pianticelle, e tra queste

una rarissima specie di _Solanum_ con fiori assai grandi. Io mi trovava

sempre indisposto, ed ebbi avanti l'aurora violenti eccitamenti al

vomito.

Il mercoledì primo aprile, ripresi il cammino all'est per una valle di

singolare figura. Le montagne poste a mezzodì sono tutte di arena

sciolta e bianchissime, quelle a settentrione compongonsi di roccie di

porfido, cornee, e schistose.

La valle non ha più di cento tese di larghezza. Vedendo montagne di

sabbia alte come quelle di pietra, non poteva a meno di non

meravigliarmi della forza che ammucchiò, e che tiene accumulata tanta

sabbia mobile, senza che i venti ne portino mai un solo atomo sulle

opposte montagne di settentrione; le quali contengono una bella

collezione di porfidi di pasta e colori diversi. Nelle rupi cornee

vedonsi belle gradazioni di verde, alcune delle quali sono veramente

singolari.

Da questa valle passai verso sera tra gruppi di nere montagne

vulcaniche, che presentavano pittoresche vedute di rottami e di

precipizj. Di là si cominciò a salire questa linea di montagne fino alle

dieci della sera, quando si prese a scendere per l'opposta china tutta

ingombra d'arbusti spinosi che ci riuscivano incomodissimi. Finalmente

alle cinque del mattino oppresso dalle fatiche e dal disagio giunsi a

Djideïda. I miei domestici mi levarono dal dromedario, e mi posero sopra

il mio materasso in mezzo alla piazza.

Esemplare veramente è l'esattezza dei condottieri dei dromedarj: ad ogni

ora canonica fermavano la carovana, e gridavano _Iova salàh, Iova

salàh_: cioè: _andiamo a pregare, andiamo a pregare_. Allora ognuno

smontava, facendo le sue abluzioni colla sabbia, e dopo avere recitata

la preghiera in comune, si rimontava per continuare il viaggio.

Una sera che camminava alla testa della carovana sentendo farsi del

rumore al di dietro di me, volsi il capo, e vidi uno dei condottieri de'

dromedarj che con un grosso bastone in mano minacciava il mio maestro di

casa e voleva obbligarlo a retrocedere. Accorsi subito per informarmi

dell'affare. L'Arabo trasportato da un santo zelo, rispondeva sempre

_Ah, Sidi Ali Bey; che peccatore è mai questo! — che ha egli fatto? — È

un orribile peccatore._ Gli chiesi di nuovo: _ma che ha fatto? — Egli

non deve andar più avanti; egli non anderà a Medina; no, non lo

permetterò mai. Il mio domestico era affatto sbalordito. Io replicai:

ditemi dunque qual è il suo delitto? — Sì Sedi Ali, egli fuma tabacco,

questo grande scellerato; egli non anderà a Medina: io non lo permetterò

mai._ A stento ottenni di calmarlo, dicendogli che il mio domestico,

essendo uno Sceriffo marocchino, ignorava del tutto gli ordini di

_Abdoulwehhab_: e gli promisi a suo nome che non fumerebbe più. Volle

che lo giurasse, e che gittasse la sua pipa in terra col suo tabacco che

aveva. A tali condizioni gli permise di proseguire il viaggio.

_Djiedeïda_ è un soggiorno assai tristo in fondo di una valle con case

bassissime fatte di pietra a secco senza intonicatura, con alcune

botteghe in cui si tiene il mercato. Sonovi alcune piantagioni di palme,

ma la situazione è affatto malinconica. Il capo del popolo,

soprannominato _Scheih-el Belèd_, ed il kadì sono naturali del paese,

adesso sotto il dominio del sultano _Saaoud_, cui gli abitanti pagano la

decima de' loro frutti.

È nel deserto di Medina che cresce l'albero che dà il balsamo

impropriamente detto _della Mecca_. Siccome io non poteva trattenermi,

mi riservava di fare al ritorno le mie indagini intorno a quest'albero.

Non potendo più soffrire la marcia dei dromedarj, lasciai partire la

carovana, ripromettendomi di raggiugnerla ben tosto, e restai coricato

in mezzo alla piazza, ove mi addormentai, non avendo ritenuti presso di

me che i miei domestici. Quando mi risvegliai mi vidi circondato da un

gran numero di persone accumulate vicino a me che mi guardavano. Apersi

la mia spezieria che portava sempre meco, e posi delle filacce con

balsamo cattolico su tutte le loro ferite o scorticature delle gambe e

delle mani. Mangiai in appresso un cocomero squisito che mi rinfrescò a

meraviglia: pure non era in istato di muovermi. Intanto i miei domestici

facevano preparare quattro cammelli, ed una _schevria_ simile a quella

di cui mi era servito nel viaggio della Mecca; e la mattina dello stesso

giorno giovedì 2 aprile, montai in questa vettura scortato soltanto dai

miei tre domestici, e dal cammeliere, prendendo il cammino di Medina di

dove non era distante, per quanto mi fu detto, più di sedici leghe

all'est.

Due ore dopo usciti da Djidèïda, due _Wehhabiti_ sortono dalle montagne,

fermano i nostri cammelli, e mi domandano dove vado. A Medina, loro

rispondo. — Voi non potete continuare il vostro viaggio. Allora un capo

mi si presentò con due ufficiali anch'essi montati sopra cammelli, per

farmi nuove interrogazioni. Sospettando il capo ch'io fossi Turco,

minaccia di farmi saltare la testa: ma senza lasciarmi atterrire dalle

sue minaccie, io rispondo tranquillamente alle sue inchieste; e le mie

risposte sono attestate dai miei domestici. Benchè la mia immaginazione

mi richiamasse in questo istante la notizia che circolava a Djedda, che

tutti i Turchi partiti della Mecca erano stati scannati, non lasciai di

conservare la più perfetta calma. Mi viene ordinato di consegnar loro il

denaro, e gli presento quattro pezze spagnuole che aveva in tasca; ed

insistendo essi per averne ancora, dichiarai di non averne, ed offersi

loro di visitare il mio baule. Supponendo che io portassi denaro in

cintura come costumano i Levantini, non si acquietarono alle mie

negative; onde depongo il _bournous_, e comincio a spogliarmi per

soddisfarli. Essi mi fermano; ma vedendo il cordone dell'orologio, lo

tirano, e mi costringono a rilasciarlo loro. Dopo essersi appropriati il

_bournous_, e l'orologio, minaccianmi di nuovo; poi si ritirano

indicando al condottiere dei cammelli un luogo vicino, ove dovevamo

aspettare i loro ordini.

Ridotti che fummo al luogo determinato, distrussi all'istante una

cassetta contenente gl'insetti che aveva raccolti in Arabia, e getto

lontano da me le piante ed i fossili trovati in questo tragitto

dall'Iemboa: inghiottisco una lettera del principe _Muley Abdsulem_, che

poteva compromettermi presso que' fanatici: consegno al mio maestro di

casa poche piastre che tenevo ancora nel baule, e rimango affatto

tranquillo. Lo stesso fanno i miei domestici rispetto al tabacco che

avevano.

Un momento dopo vengono a guardarci a vista due _Wehhabiti_; abbastanza

tardi per lasciarci sbarazzare da quanto poteva comprometterci: e sono

di parere, che la difficoltà di dividere in cinque persone i pochi

oggetti rapitimi, ci procurasse questo prezioso momento. Altre due ore

dopo arrivano altri _Wehhabiti_, dicendosi spediti dall'Emir onde

riscuotere da me 500 franchi per la mia libertà, e si ritirano dietro la

mia risposta di non aver denaro.

Poco appresso un nuovo _Wehhabita_ porta l'ordine di condurci altrove, e

partiamo con lui; e dietro una montagna vicina trovo.... la mia carovana

intiera egualmente arrestata. I miei compagni di viaggio pallidi,

tremanti, incerti della loro sorte, erano circondati da molte guardie.

Mi pongo a sedere accanto agli Arabi Mogrebini: i Turchi rimangono in

luogo separato. Intanto arriva un _Wehhabita_ coll'annuncio che ogni

pellegrino Turco o Mogrebino deve pagare 500 franchi. A tale domanda i

miei compagni di sventura gridano chiedendo grazia colle lagrime agli

occhi. Rispetto a me dissi tranquillamente, d'avere già risposto; ed

appoggiai le rimostranze di questi infelici.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3 · 第 9 / 13 段