Da poco tempo essendo morto a Djedda il capitano di un grosso bastimento

delle isole Maldive, lo Sceriffo s'impadronì all'istante della nave e

del carico, sotto pretesto che il capitano essendo morto nel suo

territorio, era a lui devoluto tutto quanto gli apparteneva. Poco dopo

lo Sceriffo in società coi commercianti di Djedda mandò questo stesso

bastimento nell'India accompagnato da un altro di sua proprietà: e l'uno

e l'altro con ricchissimo carico: ma i Francesi se ne impadronirono, e

ne rilasciano un solo dopo averne levato tutto il carico. La notizia di

questa presa fece molta sensazione allo Sceriffo, che me ne parlò al mio

arrivo alla Mecca, ed avrebbe voluto ch'io ne scrivessi ai miei

conoscenti d'Europa: ma io lo consigliai a scriverne direttamente al

governo Francese: ma perchè ciò accadde nell'istante in cui i

_Wehhabiti_ minacciavano di occupare difinitivamente la Mecca, lo

Sceriffo temeva che discoprendosi ch'egli fosse in relazione coi

cristiani, non si attribuisse questo passo a qualche mira politica, e ne

fosse severamente punito. Insisteva perciò che io ne scrivessi,

fidandosi interamente di me, com'egli diceva, e delle mie relazioni; ma

ad ogni modo lo ridussi a scriver egli medesimo. Mandò pure due lettere

al governatore dell'Isola di Francia, che gli Arabi dicono _Diezira

Mauris_, pregandolo di rimandargli i due bastimenti: ma il silenzio del

governatore palesa il poco caso fatto di queste lettere.

Malgrado i suoi difetti, e la quasi totale nullità cui vanno riducendolo

i _Wehhabiti_, lo Sceriffo conserva ancora molta influenza nei porti

dell'Arabia, ed a Cosseïr per le relazioni ch'egli ha coi Mamelucchi e

gli abitanti dell'alto Egitto; come pure a Saonàken ed a Messoua,

ch'egli possiede sulle coste dell'Abissinia in nome del sultano di

Turchia. Osservai pure, non senza sorpresa, che questo principe non

aveva i pregiudizj della sua nazione.

All'epoca del mio arrivo la posizione politica della Mecca, era affatto

singolare. Il sultano Sceriffo ne era il sovrano naturale ed immediato,

ma non si lasciava di riconoscere la supremazia del sultano di

Costantinopoli che veniva ricordato nella preghiera del venerdì, quando

il sultano _Saaoud_, che occupa il paese coi _Wehhabiti_, proibì il

venerdì avanti Pasqua di nominare il sultano di Costantinopoli.

La Porta Ottomana mandava pure un Pascià alla Mecca, e dei Kadì per

esercitarvi il potere giudiziario alla Mecca, a Djedda, ed a Medina, ma

non pertanto tutta l'autorità politica ed amministrativa restava nelle

mani dello Sceriffo, che governava il paese come Sultano indipendente

per mezzo de' suoi schiavi negri detti _Ouisir_, mentre gl'impiegati

della Porta accontentavansi di vivere splendidamente a carico dello

Sceriffo.

Intanto il Sultano _Saaoud_, la di cui autorità non era fondata che

sulla forza, facevasi ubbidire, senza per altro aver prese le redini del

governo: ma egli non esigeva contribuzioni, e faceva credere di

rispettare i diritti dello Sceriffo. Questi godeva degli attributi di

sovrano indipendente, disponendo della vita e dei beni de' suoi sudditi,

facendo a suo capriccio e pace e guerra. Teneva perciò in armi tremila

uomini Turchi, Negri, o Mogrebini; ma questi non bastavano per opporsi

agli avanzamenti dei _Wehhabiti_, ed era forzato di deferire alle loro

voglie, di accomodarsi alle loro leggi, di lasciarli portare la guerra

ove volevano; contento di conservare le sue fortezze in istato di

difesa. Da questo conflitto di poteri trovavasi compromessa la

proprietà, la libertà individuale, e l'amministrazione della giustizia,

e gli abitanti più omai non sapevano a chi ubbidire.

Tale era la situazione di questo paese quando il 26 febbrajo del 1807

per ordine del Sultano _Saaoud_ si pubblicò in tutte le piazze, e luoghi

pubblici, che all'indomani dopo mezzogiorno tutti i pellegrini, e

soldati turchi o mogrebini dello Sceriffo sortirebbero dalla Mecca, e

fuori dell'Arabia, come pure il Pascià turco di Djedda, ed i nuovi ed

antichi Kadi della Mecca, di Medina, e degli altri luoghi; talchè non

doveva rimanere verun Turco in paese. Lo Sceriffo fu disarmato, ridotta

a nulla la sua autorità, ed il potere giudiziario passò in mano de'

_Wehhabiti_.

La notte del 26 al 27 febbrajo tutti i soldati turchi si ritirarono a

Djedda. Una piccola carovana di Tripoli, che trovavasi alla Mecca, levò

il suo campo a mezzogiorno, e partì con sì poca precauzione, che

temevasi per la sua sicurezza.

Erano rimasti il Pascià, i Kadi, i pellegrini turchi: e non sapevasi

ancora a quale partito sarebbersi appigliati. Tutto era disordine,

confusione, mala fede. Nella seguente notte due cento cinquanta soldati

negri al servizio dello Sceriffo si arrolarono fra le truppe di

_Saaoud_. Tutti gli altri partirono il 28 febbrajo; ed il Sultano

_Saaoud_ dopo avere installati i suoi Kadì, e lasciati 35000 franchi per

gl'impiegati del tempio, ed i poveri della città, si avviò colle sue

truppe sopra Medina. Ed in tal modo terminò senza spargimento di sangue

questa politica rivoluzione.

Il _Beled-el-Haram_, o terra santa dell'Islam, di cui la Mecca è la

capitale, giace tra il mar Rosso ed una linea irregolare che parte da

Araborg ventuna leghe circa lontano da Djedda; descrive una curva dal

nord-est al sud, passando per _Ièlemlem_, due giornate di viaggio al

nord-est della Mecca: di là per Karna distante circa ventuna leghe dalla

capitale, ed otto leghe quasi all'ovest di _Taif_, che rimane fuori

della terra santa. Di qui ripiegando quasi all'ovest-sud-ovest passa per

Dzataerk, e mette capo a _Mehherma_ sulla costa, al porto detto

_Almarsa-Ibrahim_ posta al sud-est di Djedda nella distanza verosimile

di trentadue miglia. Quindi la terra Santa ha presso a poco 57 leghe di

lunghezza dal nord-ovest al sud-est, e 28 di larghezza dal nord est al

sud ovest.

Questo spazio è compreso nella parte dell'Arabia conosciuto sotto il

nome di _El Hediaz_ o terra del pellegrinaggio, i di cui confini non

sono abbastanza conosciuti per poterli esattamente descrivere. Medina e

Taïf fanno bensì parte dell'Hedjaz, ma non del _Beled-el-Haram_. In

tutta la descritta provincia non trovasi verun fiume, e non avvi che

l'acqua di alcune povere sorgenti, e la salmastra di alcuni pozzi assai

profondi. La terra santa è dunque un vero deserto. Per conservare

l'acqua della pioggia si fecero delle cisterne alla Mecca ed a Djedda,

ma non altrove; onde non si vede quasi verun giardino in così vasta

superficie. I campi sono di sabbia o di cattiva terra affatto

abbandonata; e non seminandosi grani in terra santa, si mangiano i grani

e le farine che s'introducono dall'alto Egitto, dall'Ieman, da Taïf e

dall'India. Il _Beled-el-Haram_ è coperto di montagne tutte schistose e

di porfido, ma non sonovi grandi cordegliere. Le più alte montagne del

paese sono a Medina, ed a Taïf, città posta fuori della terra santa

sopra un terreno abbondante di acqua, e coperto di giardini, e di piante

fruttifere. Le sole città considerabili della terra Santa sono la Mecca

e Djedda, le altre non sono che piccole borgate o villaggi. Quando un

pellegrino, da qualunque parte egli venga, giugne al confine del

_Beled-el-Haram_, ossia terra Santa, incomincia a santificarsi col

_Iaharmo_, prende l'_Ihram_, o sacro abito di pellegrino.

Il sultano Sceriffo, benchè signore naturale del paese, non percepisce

contribuzioni che alla Mecca ed a Djedda, il restante del paese paga la

decima al Sultano _Saaoud_: e mi fu detto che gli abitanti di Medina non

pagano veruna imposta.

Le alte montagne dell'Hediaz formano una linea obliqua, o un angolo

colle coste d'Arabia sopra il mar Rosso. Dietro quanto ho potuto

osservare, queste partono da Taïf, che trovasi trenta leghe circa

lontana dalla costa, formano il confine del _Beled-el-Haram_, e passano

a Mohhar presso all'arcipelago delle isole Hamara; e l'isola di

Diebel-Hassen sembrami appendice di queste montagne.

CAPITOLO XXXVIII.

_Notizie intorno ai Wehhabiti. — Principj religiosi di questi

popoli. — Loro imprese militari più notabili. — Armi. —

Capitale. — Organizzazione. — Considerazioni._

Importantissima può un giorno diventare la Storia dei _Wehhabiti_ per

l'influenza che acquistasse questa nazione nell'equilibrio degli stati

vicini, qualunque volta si risolva di addolcire l'austerità de' suoi

principj religiosi; adottando un sistema più liberale. Ma se ostinansi a

non declinare dall'austerità del loro riformatore, non è probabile che

facciano gustare le severe dottrine ai popoli più inciviliti, e che

possano stendere il loro dominio al di là dei deserti dell'Arabia: ed in

tal caso la loro storia non potrebbe riuscire interessante al rimanente

del mondo. Darò qui adunque le notizie che ho potuto raccogliere intorno

a questi riformatori, e da loro medesimi e dagli abitanti de' paesi

occupati dalle loro armate; aggiugnendovi le osservazioni fatte sul

luogo dietro gli avvenimenti di cui fui testimonio e parte.

_Scheih Niohamed-ibn-Abdoulwehhàb_ nacque nelle vicinanze di Medina; ma

non mi fu dato di sapere nè l'epoca dell'anno, nè il nome preciso del

luogo in cui nacque: per altro può fissarsi la sua nascita all'anno 1720

all'incirca. Fece i suoi studj a Medina, ove dimorò più anni. Dotato di

non comuni talenti riconobbe ben tosto, che le troppo minute pratiche

introdotte nel culto dai dottori, e certi principj superstiziosi, che

più o meno scostavansi dalla semplicità del domma e della morale del

Profeta, non ne erano che un arbitrario sopraccarico, ed abbisognavano

di riforma, siccome cose attentatorie alla purità del Corano. Prese

perciò la risoluzione di richiamare ii culto alla primitiva semplicità,

purgandolo dalle particolari dottrine, e restringendolo nei limiti del

letterale testo rivelato.

Vide però, che Medina e la Mecca troppo interessate a sostenere gli

antichi riti, le usanze ed i pregiudizj che le facevano ricche,

sarebbonsi opposte alle sue riforme; onde pensò di passare ne' paesi più

orientali facendosi conoscere alle tribù degli Arabi Bedovini, che più

indifferenti nelle cose del culto, o non abbastanza istruiti per

sostenere o diffondere i loro riti particolari, ed altronde non avendo

interesse a sostenerne alcuno, lasciavangli maggior libertà di

disseminare e far abbracciare, senza incontrare alcun rischio il suo

sistema.

In fatti _Abdoulwehhab_ guadagnò al suo partito _Ibn-Vaaoud_, principe,

o gran Schek di arabi stabiliti a Draaiya, città lontana diciassette

giorni di viaggio al levante di Medina posta in mezzo ad un deserto. Da

questo punto incomincia l'epoca della riforma d'_Abdoulwehhàb_ l'anno

1747.

Abbiamo già osservato che questa riforma era ristretta al testo del

Corano, che rigettava tutte le addizioni degli spositori, degl'Imani, e

dei dottori della legge. In conseguenza il riformatore soppresse la

differenza dei quattro riti ortodossi; sul qual punto non portò per

altro l'estremo rigore, avendo io conosciuto alcuni _Wehhabiti_, che

seguivano l'uno e l'altro di essi.

Ogni buon musulmano crede che dopo la morte e la sepoltura del Profeta,

la di lui anima siasi ricongiunta al corpo, e salisse al paradiso

montato sopra la giumenta dell'Angelo _Gabriele_ detta _el Barak_, che

ha testa e petto di bella donna. Vero è, che non è questo un articolo di

fede, ma il musulmano che non lo credesse sarebbe risguardato qual

empio, e come tale trattato. _Abdoulwehhab_ dichiarò questo avvenimento

assolutamente falso, e che la spoglia mortale del profeta era restata

nel sepolcro come quella degli altri uomini.

Presso i Musulmani colui che si è acquistata opinione di virtù o di

santità, viene dopo morte deposto in separato sepolcro più o meno

ornato. Vi s'inalza una cappella ove gli abitanti vengono ad invocare la

sua protezione presso a Dio, di cui è riguardato come amico. Se la

riputazione del Santo si aggrandisce e cresce il numero dei divoti, se

ne dilata la cappella, e si converte ben tosto in un tempio, che ha

amministratori ed impiegati scelti per l'ordinario tra gli individui

della sua famiglia; e per tal modo i parenti del santo sì fanno ben

tosto più o meno ricchi in ragione della più o meno estesa riputazione

del santo. Ma per una strana bizzarria accade spesse volte che si

accordino gli onori della santità ad un pazzo o imbecille, riguardato

qual favorito di Dio, perchè Dio gli negò il buon senso. Ne è cosa

straordinaria il vedere onorato il sepolcro di un sultano o di un

fellone che il popolo, senza saperne il perchè, dichiarò Santo.

Di già i musulmani istruiti sprezzavano in segreto tali superstizioni,

comecchè per altro se ne mostrassero in pubblico rispettosi; ma

_Abdulwehhàb_ dichiarò apertamente che questa specie di culto reso ai

santi è un gravissimo peccato agli occhi della divinità, i cui onori

vengono divisi cogli uomini. In conseguenza di ciò i suoi segnaci

distrussero i sepolcri, le cappelle, ed i templi innalzati in onor loro.

Posto questo principio _Abdoulwehhàb_ proibì come grave peccato ogni

atto di venerazione o di divozione verso la persona del Profeta: non già

ch'egli non ne riconosca la missione, ma perchè sostiene che egli fu un

uomo eguale agli altri, da cui si è servito Iddio per comunicare la

divina parola ai mortali; e che terminata la sua missione, era rientrato

nella ordinaria classe degli altri uomini. Per tale ragione il

riformatore vietò ai suoi seguaci di visitare il sepolcro del Profeta a

Medina; e parlando di lui, invece d'impiegare la formola adottata dagli

altri musulmani: _Nostro Signore Maometto_, o _nostro Signore il Profeta

di Dio_, dicono semplicemente _Maometto_.

I Cristiani hanno generalmente adottate idee false intorno ai

_Wehhabiti_. Suppongono che costoro non siano musulmani, denominazione

sotto la quale indicano esclusivamente i Turchi[10], spesso confondendo

i nomi di _musulmano_, e d'_osmanli_. Scrivendo io per tutti, devo far

osservare, che _osmanli_, ossia successore d'_Osman_, è l'epiteto

adottato dal Turchi in memoria del sultano di tal nome, che fu il

principio della loro grandezza, che questo nome nulla ha di comune con

quello di musulmano, che vuol dire _uomo Islam_, _uomo dedicato a Dio_:

di modo che i Turchi potrebbero farsi Cristiani senza cessare d'essere

_Osmanli_.

[10] _L'autore della _Storia dei Wehhabiti_ pubblicata in Parigi

del 1810 è caduto in quest'errore, ed in varj altri che possono

facilmente rilevarsi riscontrando la sua opera colla presente

descrizione d'_Ali-Bey_. Tale è la differenza che deve esistere

tra gli scrittori di cose lontane o vicine._

I _Wehhabiti_ diconsi i _musulmani_ per eccellenza; perciò quando

parlano _d'Islam_, non comprendono sotto questo vocabolo che le persone

della loro setta, che riguardano come la sola ortodossa. I Turchi e gli

altri musulmani sono ai loro occhi scismatici _Mauschrikiun_, cioè, _che

danno compagni a Dio_; ma non però li trattano da idolatri ed infedeli

_Coffar_. In una parola l'_Islam_ è la religione del Corano, cioè il

riconoscimento di un Dio solo ed unico. Tale è la religione dei

_Wehhabiti_, che in conseguenza sono veri musulmani, quali secondo il

Corano lo furono _Gesù Cristo_, _Abramo_, _Noè_, _Adamo_, e tutti gli

antichi profeti fino a _Maometto_, che essi risguardano come l'ultimo

inviato di Dio, e non già come un semplice dottore, siccome credono i

Cristiani, parlando della credenza de' _Wehhabiti_[11], perchè in

effetto se _Maometto_ non è stato un inviato di Dio, il Corano non

potrebb'essere la divina parola, ed allora i _Wehhabiti_ sarebbero in

contraddizioni con se medesimi.

[11] _In questo errore cadde pure il citato autore della _storia

de' Wehhabiti_, ed altri, che per amore di brevità ommetterò di

ricordare._

I _Wehhabiti_ non cambiano la professione di fede: _non avvi altro Dio

che Dio, Maometto è il profeta di Dio_. I banditori pubblici dei

_Wehhabiti_ proclamano questa professione di fede nella sua integrità

dall'alto delle torri della Mecca, che non atterrarono, come nel tempio

già venuto in poter loro. E come non lo farebbero essi, dacchè il Corano

proclama cento volte questa professione di fede per indispensabile alla

salvezza dei Musulmani? I _Wehhabiti_ hanno pure adottata la seguente

professione. _Non avvi altro Dio, che Dio solo; non sonovi compagni

presso di lui; a lui appartengono la dominazione, la lode, la vita, e la

morte; egli è potente sopra tutte le cose._ Ma questa professione di

fede particolare, che fu pure raccomandata dal Profeta, non toglie che

la prima non sia proclamata giornalmente in tutte le preghiere

canoniche.

_Abdoulwehhab_ non si annunciò mai come Profeta, e non ebbe fra i suoi

altro titolo che di _dotto scheih riformatore_, che ha voluto purgare il

culto da tutte le aggiunte che gl'Imani, gl'interpreti, e i dottori vi

avevano fatte, e ricondurlo alla primitiva semplicità del Corano. Ma

perchè l'uomo è sempre uomo, vale a dire imperfetto ed inconseguente,

_Abdoulwehhab_ è anch'egli caduto in certe piccolezze affatto estranee

al domma ed alla morale. Ne darò un breve saggio. I musulmani si radono

il capo, e come vuole un'antica costumanza, si lasciano crescere una

ciocca di cappelli: molti però non la portano; ma il maggior numero la

conserva, senza darle a dir vero troppa importanza, e più per abitudine

che per altro titolo. Tra questi avvi taluno d'opinione che nel giorno

del giudizio universale il Profeta li prenderà per questa ciocca per

portarli in paradiso. Questa usanza, pare, che non dovesse essere il

soggetto d'una legge; pure _Abdoulwehhab_ ne giudicò diversamente, e la

ciocca fu proscritta.

I Musulmani hanno costume di tenersi una corona in mano, di cui, o per

abitudine o per divagamento, ne passano i grani tra le dita, o si

trovino in conversazione coi loro amici, o facciano soli qualche

invocazione all'Essere supremo, o qualche brevissima preghiera ad ogni

grano. Il riformatore _Wehhabita_ ne proscrisse l'uso quasi segno

superstizioso. Egli annoverò tra i gravi peccati l'uso del tabacco,

della seta e dei metalli preziosi nelle vesti e nelle supellettili; ma

poi non riguardò come peccaminosa l'azione di spogliare un uomo di

un'altra religione o di un rito diverso. I _Wehhabiti_ proibirono ai

pellegrini le stazioni del _Diebel-Nor_ o montagna della luce, e le

altre stazioni della Mecca quali cose superstiziose; ad intanto essi

fanno quella dell'Aàmara; vanno a Mina a gettare le pietruzze contro la

casa del Diavolo: tale è l'uomo!

La riforma _d'Abdoulwehhab_ tosto che fu ammessa da _Ibn Saaoud_ fu pure

abbracciata da tutte le tribù a lui sottoposte. Fu questi un pretesto

per attaccare le vicine tribù, cui si offriva l'alternativa di adottare

la riforma o di perire sotto il ferro del riformatore. Alla morte d'_Ibn

Saaoud_ il suo successore _Abdelaaziz_ continuò a praticare questi

energici infallibili mezzi: la più leggiera resistenza gli dava

legittimo motivo di attaccare le ripugnanti tribù con una decisa

superiorità; e da quell'istante le sostanze de' vinti diventavano

proprietà de' _Wehhabiti_. Se il nemico non faceva resistenza, se la

tribù abbracciava la riforma, si assoggettava all'imperio

d'_Abdelaaziz_, principe dei fedeli, ed il suo partito acquistava nuove

forze.

Già padrone della parte interiore dell'Arabia _Abdelaaziz_ trovossi ben

tosto in situazione di portare le sue viste sui paesi adjacenti.

Incominciò dal fare un tentativo sopra Bagdad. Postosi nel 1801 alla

testa d'un corpo di dromedarj, si gettò sopra _Iman Hossèin_, città non

molto lontana da Bagdad, ov'era il sepolcro dell'Imano di tal nome,

nipote del Profeta, in un magnifico tempio famoso per le ricchezze in

esso profuse dalla Turchia e dalla Persia. Gli abitanti opposero quanta

resistenza bastava per irritare l'assalitore, non quanta ne abbisognava

per respingerlo; e furono tutti passati a fil di spada, uomini, vecchi,

giovani e fanciulli d'ogni età. Mentre eseguivasi questa terribile

strage, _ammazzate_, gridava dall'alto d'una torre un Dottore

_Wehhabita, scannate tutti gl'infedeli che danno compagni a Dio_.

_Abdelaaziz_ s'impadronì dei tesori del tempio che fece distruggere,

saccheggiò e bruciò la città, che fu convertita in un deserto.

Di ritorno da tale sanguinosa impresa _Abdelaaziz_ volse gli occhi alla

Mecca persuaso, che impadronendosi di quella città santa, centro

dell'islamismo, acquisterebbe un nuovo titolo alla sovranità de' paesi

musulmani che la circondano: ma temendo la vendetta del Pascià di Bagdad

per la distruzione d'Iman Hossein, non osò allontanarsi dal suo

territorio, e mandò suo figlio _Saaoud_ con una numerosa armata contro

la Mecca; il quale se ne rese padrone dopo breve resistenza del 1802. Il

sultano Scheriffo _Ghaleb_ ritirossi prima a Medina, che fece

fortificare, poscia a Djedda, che pure rese capace di difendersi contro

i _Wehhabiti_.

Saaoud attaccò tutte le moschee e cappelle consacrate alla memoria del

Profeta e delle persone della sua famiglia, fece distruggere i sepolcri

dei santi o degli eroi in venerazione, il palazzo dello Sceriffo, ed

altri edificj, conservando solamente il tempio in tutta la sua

integrità. Dalla Mecca si portò sopra Djedda, avendo in pari tempo

staccato un corpo d'armata per sorprendere Medina. Queste due imprese

contro città fortificate andarono a voto: e _Saaoud_ fu costretto di

ritirarsi a Draaïya cogli avanzi della sua armata, ridotta a piccolo

numero non meno dalle battaglie, che dalla peste e dalla diserzione.

Aveva lasciata una debole guarnigione alla Mecca per mantener viva in

paese l'idea della sovranità di suo padre sulla santa città; ma non potè

sostenervisi al ritorno del sultano Sceriffo _Gheleb_.

In novembre del 1803 _Abdelaaziz_ fu assassinato da un uomo ch'erasi

messo al suo servizio per meglio assicurare il colpo, e che ebbe

abbastanza ardire e sangue freddo per meditare sì lungo tempo il suo

piano.

_Saaoud_ salì sul trono paterno, e pose particolar cura ad estendere e

consolidare il suo dominio sulle coste del golfo Persico. Poco dopo

trovò modo di rendere suo dipendente l'Iman di Muscate, e d'impadronirsi

di Medina l'anno 1804. Del 1805 la carovana di Damasco non ottenne il

passaggio che con enormi sacrificj; e _Saaoud_ fece dire al Pascià _Emir

el Stagi_, o principe de' pellegrini, che non voleva che questa carovana

venisse colla scorta de' Turchi, nè che si portasse il ricco tappeto che

il Gran Signore mandava ogni anno per coprire il sepolcro del Profeta;

cosa risguardata da' _Wehhabiti_ come un grave peccato. Voleva

finalmente che la carovana fosse unicamente composta di veri pellegrini

senza soldati, senz'armi, senza stendardi, senza musica e senza donne.

Malgrado questa dichiarazione l'anno passato la carovana di Damasco

volle fare il consueto pellegrinaggio, senza strettamente uniformarsi

agli ordini del vincitore; ma giunta alle porte di Medina fu costretta

di ritirarsi in disordine inseguita dai _Wehhabiti_ che occupavano la

città ed i contorni. A questi si aggiungano gli avvenimenti ch'ebbero

luogo quand'io era alla Mecca, in conseguenza dei quali _Saaoud_ diventò

assoluto padrone di tutta l'Arabia, ad eccezione di Moca e di poche

altre città nell'Ieman, ossia Arabia felice; occupando tutto il deserto

che trovasi tra Damasco, Bagdad e Bassora.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3 · 第 8 / 13 段