La consumazione della Mecca diminuisce ogni giorno in ragione della

diminuzione delle ricchezze. Generalmente parlando la fortuna degli

abitanti quasi tutti _Wehhabiti_, Bedovini, ed Arabi miserabili si

ristringe alla possessione d'un cammello, e di pochi altri bestiami.

Vivono quasi nudi sotto tende o baracche, non avendo altri mobili che

una scodella di legno, alcuni piccoli pajuoli, un vaso per riporre

l'acqua, una tazza di terra, una stuoja che loro tien luogo di letto,

due pietre per macinare il grano, uno o due otri per conservare l'acqua

piovana: in così misero stato quale alimento offrir possono per un

commercio attivo o passivo? A fronte di ciò vedonsi alcuni personaggi

riccamente vestiti di tele delle Indie, e di scialli di Cachemire, o di

Persia.

Le donne Bedovine dell'interno del paese, non escluse quelle del più

alto grado, non hanno altro abito che una camicia grandissima di tela

turchina, un velo nero colore di _conclicot_ sul viso, un ampio mantello

o velo nero di lana, anelli, braccialetti, ed altre simili cosucce.

Chiara cosa è dunque che una popolazione di così limitati bisogni non

potrà mantenere un considerabile commercio, fin tanto almeno che non sia

incivilita, cosa presso che impossibile in un paese di deserti, dalla

natura condannato alla superstizione, all'ignoranza, alla miseria. Se

per alcuni istanti potè sortire da così infelice stato di nullità, lo

dovette a quell'impulso momentaneo dell'effervescenza, dello zelo

religioso; il quale non potendo lungo tempo sostenersi, nel suo

raffreddamento lascia rapidamente ricadere il paese nel naturale suo

stato di barbarie e di povertà. Gli storici vantano la nobiltà della

nazione Araba, che non piegò mai il capo sotto il giogo de' Greci o de'

Romani: ma è questa una falsa conseguenza dedotta dagli avvenimenti. Se

l'Arabia ebbe la fortuna di non soggiacere a dominio straniero, lo deve

più assai alla natura del paese che al carattere degli abitanti. Qual'è

quel capitano che volesse sacrificar gente e denaro per conquistare

vasti deserti, e popoli che non possono formare stabili corpi politici,

se non quando le opinioni religiose uniscono tutte quelle volontà, che

verun altro legame unire non potrebbe a cagione dell'isolamento di ogni

tribù, e della sterilità del suolo, che ricusa ogni coltivazione, e per

conseguenza anche le relazioni sociali che ne derivano?

La Mecca e Medina sono bensì la culla della lingua Araba, ma per cagione

dell'ignoranza generale questa lingua va degradando, e variandosi per

fino nella pronuncia con tanto più di facilità, in quanto che viene

scritta senza le vocali, e perchè è ricca di aspirazioni che ognuno

modifica a suo capriccio, per mancanza di una prosodia nazionale, e di

ogni altro mezzo tendente a conservarne e perpetuarne la primitiva

tradizione: e perciò in vece di andarsi perfezionando, si corrompe ogni

giorno per le viziose espressioni particolari alle diverse tribù, e

commercio cogli stranieri.

L'abito dei Mecchesi è simile a quello degli Egiziani, composto cioè

d'un _benisch_, ossia _caftan_ esterno, staccato da un altro che si

unisce al corpo con una cintura, d'una camicia, d'un pajo di pantaloni,

e di pappuzze, o pantoffole; ma questo è l'abito degl'impiegati

superiori, de' negozianti, degli impiegati del Tempio ec. Il basso

popolo non ha che la camicia, ed un pajo mutande.

D'ordinario l'arabo Bedovino porta sopra l'abito un largo cappotto senza

maniche con due fori per passarvi le braccia. Questi cappotti di lana

sono per lo più a strisce alternative bianche e brune, ognuna della

larghezza d'un piede all'incirca.

Gli abitanti della città portano berrette rosse col turbante, ma i

Bedovini non hanno berretta, e copronsi la testa con un fazzoletto

giallo sparso di strisce rosse e nere, diagonalmente piegato in forma di

triangolo, e semplicemente gettato sopra il capo, di modo che le due

punte degli angoli acuti cadono sulle spalle davanti, e l'altra sul

dorso. I Bedovini alquanto ricchi portano su questo fazzoletto un pezzo

di mussolina ravvolta in forma di turbante; ma i poveri che formano il

grosso della nazione, vanno quasi affatto nudi.

Tranne gl'impiegati del tempio, ed un piccolo numero di negozianti, gli

abitanti sono sempre armati. Le armi più usitate sono il gran coltello

curvo, l'alabarda, la lancia, e la mazza; alcuni, ma non molti, hanno

ancora il fucile.

I coltelli hanno una guaina di forma assai bizzarra: questa, oltre lo

spazio occupato dal coltello, ha un prolungamento curvo in forma di

mezzo cerchio, e terminato con una palletta, o con altro ornamento più o

meno complicato. Questo coltello viene portato obliquamente innanzi al

corpo, l'impugnatura volta a sinistra, la curvatura dall'altra banda, e

la punta in alto; in modo che i movimenti del braccio destro trovansi

assai incomodati da simile disposizione, che non si mantiene che per la

forza dell'abitudine: tanto è vero che l'uomo in ogni stato ed in ogni

luogo è soggetto ai capricci della moda.

Un bastone lungo quattro piedi e mezzo o cinque al più, armato di una

punta di ferro, ed ordinariamente di un'altra piccola punta

nell'estremità inferiore è ciò che chiamasi alabarda. La lama o la punta

superiore sempre più lunga d'un piede non ha costantemente la stessa

configurazione, essendo ora larga ora stretta, con ferro di lancia o di

bajonetta ec. Molte di queste alabarde hanno il tronco seminato di

piccoli chiodi e di anelli d'ottone dall'alto al basso.

La mazza consiste in un bastone di circa quindici linee di diametro,

lungo due piedi, e terminato con un globo dello stesso legno di ventisei

in trenta linee di spessezza. Alcuni portano le mazze di ferro.

Assai rari sono i fucili all'europea, e non si vedono quasi che fucili a

miccia assai pesanti e rozzi affatto: pure trovansene alcuni pochissimi

assai ben fatti, ed io ne vidi uno assai bello tutto intarsiato

d'avorio, che si voleva vendere per cento venti franchi.

Alcuni arabi portano certe scuri lunghe circa due piedi, altri vanno

armati di bastoni del diametro maggiore d un pollice, lunghi quattro

piedi e mezzo, e coperti di ferro nella parte inferiore.

L'arma de' soldati a cavallo è una lancia lunga due piedi e mezzo,

ornata di un mazzo di piume nere alla imboccatura del ferro; l'altra

punta del bastone vien chiusa da una piccola punta, colla quale il

cavaliere fissa la sua lancia in terra perpendicolarmente quando vuole

scendere da cavallo.

Gli arabi dell'Iemen portano una spada, ed uno scudo; la spada ha la

lama diritta e larga; e gli scudi o sono di metallo, o di legno

durissimo, o di pelle d'Ippopotamo; e questi sono i più stimati: tutti

sono ornati d'incisioni, ma non hanno che un piede di diametro.

Tale è l'aridità del paese che non si vede veruna pianta intorno alla

città, nè sopra le vicine montagne. Ho già detto che gli erbaggi vengono

da lontani paesi; e le quattro o cinque piante da me trovate fanno parte

del mio erbolajo. Forse in altre stagioni dell'anno se ne troveranno di

altre specie; ma non si pensi però di trovare alla Mecca niente che

abbia l'apparenza di una prateria, meno poi di giardino: arena e pietre

sono i soli oggetti di cui la natura fu liberale a quegli abitanti. Non

vi si semina verun grano, che sarebbe opera affatto perduta, non

essendovi neppure i prodotti spontanei di ogni suolo, benchè ingrato. In

somma non si trovano che tre o quattro alberi nel luogo ov'era un tempo

la casa di _Aboutaleb_ zio del Profeta, e sei od otto altri sparsi qua e

là in diversi luoghi. Questi alberi sono spinosi, e producono un piccolo

frutto somigliante allo zenzuino, dagli arabi detto _Nèbbek_. Presso ad

una casa che lo Sceriffo possiede fuor di città verso il nord, vedesi

una specie di giardino con piantagioni di palme dattilifere, che viene

innaffiato colle acque di un pozzo.

Persone del paese mi assicurarono che i matrimonj e le nascite non sono

accompagnate da feste e da allegrezze come si costuma negli altri paesi

musulmani: io non ho veduto a celebrarsene.

I funerali si fanno pure senza veruna cerimonia. Portasi il morto a'

piedi della _Kaaba_, ove i fedeli che trovansi presenti fanno una breve

preghiera pel morto dopo la preghiera canonica ordinaria; ed in seguito

vien portato il cadavere fuori della città per essere sepolto in una

fossa. Per tale funzione innanzi ad una delle porte del tempio sulla

pubblica strada v'è una quantità di cataletti: la famiglia del defunto

manda a cercarne uno, sul quale si pone il corpo vestito degli ordinarj

suoi abiti senza verun ornamento. Dopo sepolto riportasi il cataletto al

suo luogo.

Ardente è il clima della Mecca non solo in ragione della sua latitudine

geografica, ma particolarmente per la sua posizione topografica in mezzo

a nude montagne. Il maggior caldo da me osservato fu di 23 gradi e mezzo

di _Reaumur_ il 5 febbrajo verso il cader del sole, ed il minimo di 16

gradi il giorno 16 dello stesso mese alle sette ore del mattino.

Avrei desiderato di raccomodare il mio igrometro, ma non me lo permise

la difficoltà di trovare un capello: forse la cosa sembrerà

inverosimile, ma non è perciò meno vera. Gli uomini hanno il capo raso

affatto, ed i peli della barba non sono buoni: le donne poi per una

specie di superstizione non darebbero un capello per qualunque cosa,

temendo che si possa far servire a sortilegj e maleficj contro di loro.

Per tal motivo quando si stanno pettinando hanno la più gran cura di

seppellire segretamente i capelli che loro cadono di capo; e lo stesso

caso sogliono fare allorchè si tagliano le unghie. Nè tutti gli uomini

sono esenti da così fatte superstizioni: i _Wehhabiti_ per altro pensano

affatto diversamente, perchè all'epoca del loro pellegrinaggio li vidi

farsi radere sulle strade, le quali rimasero in modo coperte delle

spoglie delle loro teste, che sarebbersene potuti riempire dei

matterassi: ma tutti questi capelli erano corti, non essendo più lunghi

di un pollice.

Non avendo potuto aggiustare il mio igrometro mi trovai privo di uno de'

mezzi d'osservazione; ma posso non pertanto dire, che durante la mia

dimora alla Mecca l'aria fu costantemente secca; il vento dominante era

di S. O. Il cielo fu alternativamente sereno o coperto, come ne' paesi

temperati; ma non osservai verun cambiamento subitaneo di temperatura, e

d'umidità, quali provai a Djedda. Pare che il clima sia sano, non

osservandosi molte malattie, nè malattie croniche, ma nemmeno vi si

trovano persone molto vecchie. Pochi sono ancora i ciechi, e niuno

affetto dall'oftalmia egiziana. Dal poco che io ne ho detto è facile

l'argomentare l'eccessivo calore dell'estate, poichè in tempo d'inverno

colle finestre aperte appena si può di notte soffrire sul corpo una

leggiera coperta di letto, ed il butirro anco in questa stagione è

sempre liquido come l'acqua. Sotto il dardeggiare d'un sole ardente, due

gradi al di dentro della zona torrida, nel fondo d'una valle di arena,

chiusa da montagne ignude, senza un ruscello, senz'alberi, senza

vegetazione, tutto concorre ad accrescerne il calore estremo. Senza

dubbio l'Onnipossente si degnò di collocarvi la sua casa per

consolazione di quegli abitanti, che senza ciò avrebbero affatto

abbandonata così ingrata terra.

Alla Mecca come negli altri paesi musulmani non sonovi medici

propriamente detti: pure io ne vidi due che ardivano intitolarsi medici,

uno de' quali avrebbe dovuto incominciare dal curar se medesimo: questi

empirici solevano impiegare quasi sempre nella cura delle malattie

preghiere, e pratiche superstiziose. Dopo ciò è inutile il soggiugnere

che non si trovano farmacisti, o altri venditori di droghe medicinali.

Quando un abitante si ammala, un barbiere gli cava sangue, e gli fa

bevere molt'acqua di zenzero; poi gli si dà dell'acqua miracolosa dello

_Zemzem_ in bevanda, e per fare i bagni; gli si fanno mangiare garofani,

cannella, ed altri aromi, e l'ammalato secondo che è la volontà di Dio o

muore o guarisce. Avendo portata la mia piccola spezieria, curava io

stesso i miei domestici ammalati. Il mio padrone di casa si trovò preso

da una febbre intermittente: dopo averlo preparato, gli feci prendere un

vomitivo, che produsse il suo effetto; ma all'indomani invece di

trovarlo sollevato, lo trovai più alterato che mai. Non sapendo quale

ragione trovare di così straordinaria crisi, seppi la sera per accidente

andando al tempio, che la notte era stato portato al pozzo di _Zemzem_,

ch'era stato bagnato coll'acqua fredda, e fattagliene bere quanta

poteva. Tornato a casa riconvenni seriamente i domestici che avevano

tenuto mano a questa clandestina operazione, e ricominciai la cura del

mio _hhazindar_, che guarì nel tempo ordinario.

Il famoso _balsamo_ della Mecca è tutt'altro che un prodotto di questa

città; che anzi è qui raro assai, e non può trovarsene che quando i

Bedovini delle altre regioni dell'Arabia ne portano per accidente. Un

uomo, che per essere mecchese, era abbastanza istrutto, mi disse, che

questo balsamo proviene specialmente dal territorio di Medina, che colà

dicesi _Bèlsan_, e che i suoi compatriotti non conoscono neppure

l'albero che lo produce, il quale chiamasi _Gilead_.

Osservai in tutta l'Arabia la singolare usanza di farsi tre incisioni

perpendicolari al lungo di ogni guancia, lo che fa parere la maggior

parte degli uomini marcati da sei cicatrici. Interpellai più persone

intorno ai motivi di tale costumanza: alcuni mi risposero, per farsi

cavar sangue, altri ch'era una marca colla quale dichiaravansi schiavi

della casa di Dio; ma in fondo è la sola moda che impone queste

scarificazioni riguardate come una bellezza uguale alle pitture turchine

nere e rosse, di cui le donne copronsi il volto. È pure la moda che fa

loro portare anelli al naso, e coltelli curvi che rendono incomodi i

moti delle loro braccia: ecco cosa è l'uomo.

CAPITOLO XXXVII.

_Cavalli. — Asini. — Cammelli. — Altri animali. — Tappeti. —

Corone. — Montagne. — Fortezze. — Case dello Sceriffo. —

Sultano Sceriffo. — Situazione politica della Mecca. —

Mutazione di dominio. — Beled-el-Haram, ossia Terra Santa

dell'Islam. — Montagne dell'Hediaz._

Prima di terminare la descrizione della Mecca non devo ommettere di

parlare de' cavalli Arabi tanto famosi in tutto il mondo. Ma che potrò

io dirne? A pena se ne troverebbero cento nella guardia del sultano

Sceriffo, e sei al più presso i particolari della capitale dell'Arabia.

Sono così rari presso i Bedovini, che il sultano _Saaoud_ alla testa di

cinquantamila _Wehhabiti_ non ha più di dugento in trecento cavalli, e

questi pure dell'Iemen.

E quelli che io ho veduti sono brutti, piccoli e grossolani, tranne una

mezza dozzina di mediocri, e due o tre assai belli. Generalmente

parlando sono fortissimi, assai veloci al corso, e capaci di soffrire

lungo tempo la fame e la sete. Tali sono i vantaggi de' cavalli Arabi.

Generalmente sono d'un colore grigio leardo; hanno la testa assai bella,

la coda sottile, l'occhio scintillante, l'orecchio fino.

I cavalieri trattano i loro cavalli barbaramente, servendosi come a

Marocco di morsi durissimi, che fanno loro insanguinare la bocca.

Ad eccezione di alcuni soldati dello Sceriffo, che hanno selle e

speroni, tutti gli altri arabi montano colle sole _paniottine_ senza

staffe, e su questa specie di scranna corrono colla rapidità del lampo.

Tutti i _Wehhabiti_, e lo stesso figlio del sultano _Saaoud_ cavalcano

in tal maniera.

Di tanta scarsezza di cavalli conviene darne colpa alla sterilità dei

deserti, ove il solo cammello può vivere e viaggiare comodamente. I

cavalli non hanno, come il cammello, che un poco d'erba secca; non

dandosi loro che rarissime volte orzo o avena.

Ma la patria di questo nobile compagno dell'uomo non è la Mecca: i

migliori cavalli arabi trovansi nell'Iemen e ne' contorni della Siria, e

di colà vengono condotti a Costantinopoli: ma io ne parlerò più

opportunamente altrove.

Quantunque piccoli, eccellenti sono gli asini della Mecca; non però

migliori di quelli d'Egitto. Il cammello è la sola bestia da soma del

deserto; un dono della Provvidenza agli abitanti ed a viaggiatori di

questo cocente clima. Che sarebbe mai l'Arabo senza il cammello? Quali

umane forze avrebbero bastato per unire più di ottantamila uomini alle

falde del monte Aarafat nel giorno del pellegrinaggio, senza il soccorso

di questi preziosi animali? Lasciamo il cavallo, l'asino e le altre

bestie da soma ai paesi ove l'abbondanza delle acque somministrano buoni

pascoli; ma per le due Arabie, dette dagli antichi geografi, _Petrea_ e

_Deserta_, e pel Sahhara, o gran deserto d'Affrica, Dio creò il

cammello, vero tesoro per gli abitanti di tali contrade. Trovansi, è

vero, alcuni asini che vanno frequentemente dalla Mecca a Djedda in

dodici ore; trovansi d'ordinario nelle grandi carovane pochi cavalli e

pochi asini; ma questi non sono nulla, assolutamente nulla in paragone

dell'immensa quantità di cammelli che circolano nel deserto.

Questi animali sono assai ben trattati dai loro padroni, ma sono

condannati a travagliare fino all'ultimo respiro; essi muojono sotto la

soma, e le strade sono coperte delle loro ossa. Io non trovai veruna

sensibile diversità tra i cammelli dell'Arabia e quelli d'occidente. Per

alimentare questo prezioso animale, i cavalli e gli asini, si vendono in

tutti i mercati piccoli fasci di erba secca.

Vidi alla Mecca una specie di vacche senza corni, con una gobba sul

dorso: mi fu detto che queste bestie vengono dai paesi più orientali, e

servono per montura e per carico; viaggiano con molta celerità e danno

molto latte.

Trovansi in città pochi cani, e que' pochi che s'incontrano

rassomigliano assai ai _cani da pastore_. Alla Mecca come in ogni altro

paese musulmano, questi animali sono erranti, liberi e senza padrone. I

gatti sono della specie medesima di quelli d'Europa, ma alquanto più

piccoli.

Trovansi montoni di coda grossa assai alti meno però di quelli delle

altre contrade meridionali. Vidi pure nel paese una specie di capre

assai gentili di conveniente grandezza, che hanno corna lunghe più di

ventiquattro pollici, e piccole vacche e buoi con brevi corna come

quelli di Marocco.

Gl'insetti vi sono rari assai, e pochissimi ne potei raccogliere. Vidi

un giorno uno scorpione nel grande cortile del tempio che camminava

colla coda rivolta sul dorso: fu ucciso coi sassi, e quando, ferito,

stese la coda, parvemi che avesse più di sei pollici di lunghezza.

Non ho mai altrove trovati topi così arditi come alla Mecca. Tenendo io

il mio letto in terra, tutte le notti mi saltavano addosso, ed io

guardavo la cosa con indifferenza perchè qualche colpo bastava a

metterli in fuga: ma una notte che aveva applicato del balsamo di

ginepro ad un mio domestico, benchè mi fossi ben pulite le mani con un

drappo, l'odore chiamò i sorci intorno a me, che sul più bello del sonno

mi diedero due forti morsicature alla mano destra, e mi risvegliarono

sbigottito. Temendo d'essere stato morsicato da qualche animale velenoso

vi applicai subito dell'alcali volatile: ma conobbi ben tosto ch'erano

stati i sorci. Feci allora, ma inutilmente, sospendere il mio letto,

perchè trovavano modo di entrarvi ancora, saltandovi dai mobili più

vicini. Sono questi perfettamente uguali ai sorci domestici d'Europa.

Sonovi molte mosche comuni, pochissime delle più grosse. Le pulci e le

cimici non eranvi frequenti, ma non si poteva andare al tempio senza

imbrattarsi d'altri schifosi insetti.

Una cosa da me riguardata come un avanzo dell'antica opulenza della

Mecca sono i ricchi tappeti e cuscini che trovansi nelle case. Siccome

questi due oggetti erano i più comuni regali dei pellegrini, si andarono

accumulando ogni anno nella città in maniera, che anche nelle più povere

case vedonsi dei vecchi ricchissimi tappeti.

I _Wehhabiti_ proscrivendo l'uso delle corone come cosa superstiziosa,

privarono gli abitanti della Mecca d'un vivissimo ramo di commercio; ma

non pertanto si continua a farne segretamente per i pellegrini con varj

legni dell'India, e dell'Ieman, e con odoroso legno di sandalo.

Le montagne della Mecca sono tutte di schisto quarzoso con poche parti

di roccia cornea. In questo paese quasi tutto è quarzo; la sabbia non è

che una decomposizione di quarzo, e la roccia cornea, il feldspato, il

mica, ec. non sono che parti accidentali. Gli strati sono obliqui sotto

diversi angoli d'inclinazione, ed ordinariamente dai trenta ai

quarantacinque gradi, alzandosi verso l'est.

La Mecca è una città aperta, senza mura di alcuna sorte, ed è

signoreggiata dalla fortezza posta sulla montagna detta _Diebél-Djiád_,

che riguardasi dagli abitanti come imprendibile, benchè presenti una

strana mescolanza di mura e di torri; e penso che sia stata fabbricata a

differenti epoche, senza alcun piano regolare. Qualunque sia, è la

fortezza principale dello Sceriffo, che ne ha due altre più antiche,

fatte in figura di parallelogramo, con una torre ad ogni angolo, le

quali trovansi sopra due delle montagne che chiudono la valle, una al

nord e l'altra al sud.

Lo Sceriffo aveva un palazzo presso al tempio ai piedi della maggior

fortezza e della montagna di _Djebel-Djiad_, che fu ruinato dai

_Wehhabiti_, ed adesso lo Sceriffo abita in tre grandi case unite vicine

alla montagna _Djebel-Hindi_. Innanzi a questa abitazione fece porre una

batteria di quattro cannoni di bronzo. Lo Sceriffo possiede pure la casa

ch'egli abitava prima di salire sul trono, una casa di campagna poco

distante dalla città con un giardino di palme, una casa a Mina, un'altra

ad Aàrafat, ed una a Djedda, ove suole portarsi frequentemente. Aveva

pure un palazzo a Taït, che fu distrutto dai _Wehhabiti_. Tutte queste

case, sono come altrettante fortezze circondate da mura e da torri.

L'attuale Sceriffo chiamasi _Scherit Ghabel_, ed è figlio dello Sceriffo

_Msàat_ suo predecessore. Sono di già molti anni che la sua famiglia

possiede la sovranità di _Beled el Haràm_, e di _Hedi-az_; ma anche alla

Mecca, come a Marocco si costuma d'ordinario di disputarsi il trono

colle armi. L'attuale Sceriffo è un uomo di spirito, fino, politico e

coraggioso; ma per mancanza d'istruzione trovasi abbandonato a tutte le

passioni, per soddisfare alle quali, non avvi alcuna specie di

vessazione, che non eserciti sopra gli abitanti, e sopra gli stranieri:

e tale è la sua inclinazione alla rapina, che nemmeno risparmia i suoi

più fedeli servitori quando crede di poter loro scroccare qualche somma.

Nella breve dimora ch'io feci ne' suoi Stati lo vidi fare una

soverchieria che costò più di centomila franchi ad un negoziante di

Djedda, uno de' suoi favoriti. Arbitrarie affatto sono le imposte messe

sul commercio, o sugli abitanti; e vanno ogni giorno crescendo perchè

egli è fecondo di nuovi ritrovati per accrescere le sue entrate. In una

parola il popolo è ridotto a tale estremità, che in tutta la terra santa

non mi sono abbattuto in una sola persona che mi parlasse

vantaggiosamente dello Sceriffo, tranne il negoziante, di cui ho

parlato.

Oltre le tasse arbitrarie, con cui opprime il commercio, rende difficile

ogni speculazione ai negozianti, prendendo egli stesso una parte

attivissima nel commercio co' suoi vascelli. Non può caricarsi, o

scaricarsi verun bastimento particolare, se prima non lo sono quelli

dello Sceriffo: e siccome questi ultimi sono i più grandi, di miglior

costruzione, e montati dei migliori equipaggi, assorbiscono la maggior

parte del commercio del Mar Rosso con pregiudizio dei negozianti, che

trovansi ridotti nella più dura schiavitù.

Riguardansi gl'Inglesi come i migliori amici dello Sceriffo pel diretto

interesse che gli lasciano godere nel commercio delle Indie. Non perciò

li risparmia egli quando crede di potere con suo utile far loro qualche

soperchieria. L'anno passato un grosso bastimento inglese carico di

riso, venne a Djedda: il capitano ch'era sbarcato trovando il prezzo di

questa derrata troppo basso, risolvè di portarsi altrove: ma lo Sceriffo

pretese il pagamento di tutti i diritti come se avesse sbarcato il

carico sul luogo. Dopo alcune calde discussioni il capitano non trovò

altro modo per sottrarsi alla rapacità dello Sceriffo, che quello di

forzare l'uscita del porto.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3 · 第 7 / 13 段