Le numerose carovane che in addietro giugnevano da tutte le parti del

mondo ove si pratica l'islamismo, provvedevano colle larghe loro

elemosine ai bisogni di tutti; ma ora che il numero è minorato assai,

pochi pellegrini si trovano abbastanza ricchi per supplire alle spese,

cresciute a dismisura, perchè il numero degl'impiegati al tempio è

ancora il medesimo, ed appena bastano in elemosine e gratificazioni

mille cinquecento in duemila franchi. Perfino i più poveri pellegrini, e

quei medesimi che viaggiano mendicando, sono costretti di lasciarvi

qualche scudo.

Siccome queste elemosine sono individuali, ogni impiegato si appropria

quello che può in pubblico o in privato, ad eccezione degli eunuchi

negri, e degl'impiegati dello _Zemzem_, che formano due specie di

corporazioni. Vero è che malgrado questa specie di società, malgrado i

loro registri e le loro casse, ogni individuo di questi due corpi cerca

di scroccare in particolare tutto quello che può.

In altri tempi le carovane portavano dai loro paesi considerabili

elemosine per parte dei loro compatriotti; ora non si manda quasi nulla:

manifesto indizio di un deplorabile rilasciamento.

In altri tempi il Capo del paese concorreva alla sussistenza

degl'impiegati, ma oggi lo Sceriffo impoverito dalla rivoluzione dei

_Wehhabiti_, invece di far elemosine, prende per sè quanto può.

Il Sultano di Costantinopoli somministra gli eunuchi negri per guardie e

domestici della _Kaaba_, e per gl'impieghi de' cantori e dei _mudden_.

I pellegrini avevano altra volta varie altre stazioni da fare, che pure

fruttavano agl'impiegati maggiori elemosine, ma i _Wehhabiti_ hanno

tutto distrutto, e privati i pellegrini del maggior merito che

acquistavano visitando que' santi luoghi, fra i quali la cappella di

_Setaa Fatima_ figlia del Profeta, di _Sidi Mahmud_, la casa

d'_Aboutaleb_ ec.

CAPITOLO XXXV.

_Descrizione della Mecca. — Sua posizione geografica. —

Edificj. — Mercati pubblici. — Viveri. — Arti e Scienze —

Commercio. — Povertà. — Decadenza._

La santa città della Mecca, capitale dell'_Hedjaz_, o dell'Arabia

deserta degli antichi geografi, è il centro della religione Musulmana, a

cagione del tempio che _Abramo_ v'innalzò all'essere Supremo, oggetto

dell'attenzione di tutti i fedeli credenti.

Un gran numero di osservazioni mi diedero la latitudine della Mecca al

21° 28′ 9″ N., e la longitudine 57° 54′ 45″ E. dell'osservatorio di

Parigi. L'osservazione di molti _azimut_ dà per la declinazione

magnetica 9° 43′ 52″ O.

Trovasi alla Mecca un dignitario col titolo di _Monjim Bascki_, o capo

degli Astronomi; ma non ha verun astronomo sotto di lui, ed egli stesso

ignora perfettamente la posizione geografica della città, non avendo la

più leggiera tintura di astronomia, riguardata da lui e da tutti gli

abitanti siccome l'arte di far pronostici: pure vi è molto stimato.

La città della Mecca, in arabo _Mekka_, è posta in una valle, la di cui

compensata larghezza è di circa centocinquanta tese sopra una linea

tortuosa che va da N. E. a S. O. tra basse montagne: e per conseguenza

secondando le sinuosità della valle ha una forma affatto irregolare, e

le case fabbricate sul piano della valle, ed ancora sopra una parte del

pendio delle montagne da ambo i lati, ne accrescono l'irregolarità. Si

può avere un'idea di questa città figurandosi un ammasso di molte case

aggruppate al N. del tempio, che prolungansi in forma di luna crescente

dal N. E. al S. O. per il S. La città si sviluppa sopra una linea di

novecento tese di lunghezza all'incirca, e di dugento sessanta sei di

larghezza nel centro dall'E. all'O.

Le principali strade sono bastantemente regolari, e potrebbero quasi

dirsi belle per le eleganti facciate delle case: sono coperte d'arena,

ed assai comode. Avvezzo com'io era alle città dell'Affrica fui

graziosamente sorpreso dalla vaghezza degli edificj della Mecca.

Io suppongo che la loro forma si avvicini al gusto indiano o persiano,

che si era introdotto durante la residenza del Califfato a Bagdad. Le

case hanno due ordini di finestre, come in Cipro, con molte griglie; ma

vi si vedono altresì grandi finestre aperte come in Europa. Le più però

sono coperte da una specie di persiana leggerissima di palma che difende

dal sole senza togliere il passaggio dell'aria, piegandosi a piacere

nella loro più alta parte, come le persiane usate in Europa.

Tutte le case solidamente costrutte di pietra, hanno tre o quattro

piani, ed anche più, con facciate ornate di modonatura, zoccoli e

pitture, lo che dà loro un grazioso aspetto. Difficilmente trovansi

porte senza gli ornamenti e modonature con iscaglioni e banche ai due

lati.

I tetti sono piani in forma di terrazza, e circondati d'un muro alto

circa sette piedi; il quale muro è di tratto in tratto interrotto da un

andamento di fori fatto con mattoni bianchi e rossi posti

orizzontalmente e simmetricamente a secco onde lasciar passare l'aria,

di modo che contribuiscono ad un tempo all'ornamento della facciata, ed

a celare le donne che trovansi sulla terrazza.

Tutte le scale ch'io vidi sono strette, oscure, e con scalini troppo

alti. Le camere sono ben proporzionate in larghezza, lunghezza ed

altezza. Oltre le grandi hanno pure un secondo ordine di piccole

finestre, e come in Alessandria una tavoletta all'intorno che serve per

riporvi diversi oggetti.

La bellezza delle case prova l'antico splendore della Mecca, che gli

abitanti procurano di conservare appariscenti, per allettare i

pellegrini, formando gli affitti delle case la miglior parte delle loro

entrate. Non sonovi in questa città formali mercati, non permettendolo

l'irregolarità del terreno, e la ristrettezza dello spazio; perciò

tengonsi lungo le strade principali, e può dirsi che la grande strada

centrale sia un continuo mercato da cima a fondo della città. I

venditori stanno entro le loro baracche formate di bastoni e di stuoje,

ed alcuni non hanno che un grande parasole sostenuto da tre bastoni che

si riuniscono al centro. I mercati abbondano di commestibili, e d'ogni

sorte di oggetti grossolani; e la gente vi è sempre affollata,

specialmente nell'epoca del pellegrinaggio. Vi sono allora vivandieri

ambulanti, pasticcieri, calzolaj, sarti, e simili.

Quantunque abbondanti i viveri, ad eccezione delle carni, sono cari: un

grosso castrato si paga circa sette franchi; i polli scarseggiano, e

perciò anche le ova; e non v'è selvaggiume d'alcuna sorte. La farina

viene dal basso Egitto, i legumi ed il riso dall'India, gli erbaggi da

Taïf, di dove viene ancora formento e farina in poca quantità, e di

qualità inferiore a quella d'Egitto. Il butirro che si conserva negli

otri e ne' vasi è assai comune; ma dal calore reso liquido come l'olio.

Il prezzo delle derrate varia assaissimo a cagione della mancanza di

sicurezza del commercio: eccone i prezzi che vi si facevano in tempo del

mio soggiorno nel 1807.

Piastre Turche

Un oka di butirro num. 5

Un pollo 4

Sei ova 1

Un carico di Cammello d'acqua dolce 2

Un oka d'olio 4

Parà

Un oka di pane num. 12

Un otre d'acqua di pozzo 15

Un oka di legna da fuoco 3

Un oka di carbone 20

I pesi e le misure sono le medesime che si usano in Egitto, ma così

inesatte, che sarebbe inutile di cercarne la regola. Le monete correnti

sono pure quelle dell'Egitto. La piastra spagnuola vale in commercio

cinque piastre turche di cinquanta parà cadauna; ma a cambio non ne vale

che quattro e mezzo. Vedonsi circolare alla Mecca le monete di tutti i

paesi; onde trovansi cambiatori col loro banco ne' pubblici mercati

sempre occupati con una piccola bilancia a pesare e cambiare valute. Le

loro operazioni eseguisconsi per dir vero assai all'ingrosso, ma può

facilmente credersi che i loro errori non siano giammai a proprio danno.

Trovansi pure ne' mercati tutti i prodotti naturali ed artificiali

dell'India, e della Persia. Eravi presso alla casa in cui io alloggiavo

una fila di botteghe esclusivamente destinate alla vendita delle cose

aromatiche, delle quali io ne presi il catalogo e le descrizioni[9].

[9] _È veramente cosa dispiacevole che questo curioso catalogo

sia andato perduto._ (N. dell'Edit.)

Alla Mecca, siccome in tutta l'Arabia, non si fa pane propriamente

detto, ossia ciò che comunemente s'intende sotto questo nome: bensì si

fabbrica con farina diluita nell'acqua senza lievito, e talvolta con

pochissimo lievito, una piccola quantità di focaccie, di tre o quattro

linee di spessezza, e di otto o nove pollici di diametro. Vendonsi tali

focaccie mal cotte, e molli come pasta; e queste sono chiamate pane,

_hhops_.

L'acqua dolce che viene continuamente portata dalle vicine montagne di

Mina sopra cammelli è assai buona; ma l'acqua de' pozzi come anco quella

dello _Zemzem_, quantunque bevibile, è alquanto salmastra: pure il basso

popolo non beve che di questa.

Ho esaminati con particolare attenzione alcuni pozzi, e li conobbi tutti

della medesima profondità, e tutti contenenti un'acqua perfettamente

eguale. Nelle strade più vicine al tempio vi sono pozzi, e non ne

mancano pure nelle parti più rimote della città. Io ho potuto

persuadermi mercè di un attento esame intorno alla profondità, qualità,

temperatura e gusto dell'acqua, che essa deriva da una sola fonte, il di

cui livello è a cinquantacinque piedi sotto al suolo, ed il di cui

ammasso si forma col filtramento delle acque piovane.

Il suo gusto salmastro non può attribuirsi che alla decomposizione della

selenite mista colla terra.

La carne che si mangia alla Mecca non è della miglior qualità; i montoni

sono assai grandi ma tutti magri. Non si sa quasi cosa sia pesce benchè

il mare trovisi a sole dodici leghe di distanza. Gli erbaggi che vi si

portano da Taif e da altri luoghi vicini principalmente da _Santa

Fatima_, sono cipolle, cocomeri, pastinache, cetriuoli, capperi, ed una

specie d'insalata con foglie somiglianti alle gramignacee; la quale

pianta ch'io non ho potuto vedere intera, vien detta _corrat_.

Nel tempo ch'io dimorai alla Mecca non vidi altri fiori, fuorchè uno

andando ad Aàrafat. Aveva ordinato ad uno de' miei domestici di

portarmele colla pianta, ma ne fu impedito da molti pellegrini, i quali

gli rimostrarono essere peccato lo svellere, o troncare una pianta nel

pellegrinaggio d'Aàrafat: e quindi io dovetti rinunciare al solo fiore,

che scontrai in quel viaggio. Fannosi alla Mecca diverse bevande con uve

secche, zucchero, mele, ed altre frutta. L'aceto non val nulla, e si fa,

per quanto mi fu detto, coll'uva secca.

Non credo che in verun'altra città musulmana si trascurino le arti come

alla Mecca, dove non si troverebbe un uomo capace di fare una serratura,

o una chiave. Le porte vengono chiuse con grossolane chiavi di legno, le

casse ed i bauli con serrature europee. Non mi fu quindi possibile di

sostituire altre chiavi a quelle rubatemi a Mina. Le pantoffole, e le

pappuzze vengono da Costantinopoli e dall'Egitto, perchè alla Mecca non

si sanno fabbricare che sandali e scarpe cattivissime. Altra volta

eranvi alcuni incisori in pietra, che ora sono affatto mancati, e più

non si troverebbe un uomo capace d'incidere ragionevolmente una

iscrizione.

Parrebbe che in un paese, non alieno dalle armi, dovrebbero almeno

trovarsi alcuni mediocri armajuoli, pure si cercherebbe invano chi

sapesse rifare il più piccolo pezzo di un fucile europeo. Codesti

armajuoli non sanno fare che rozzi fucili a miccia, coltelli curvi e

lancie o alabarde all'uso del paese. In qualunque luogo essi trovinsi,

la loro officina è subito allestita; riducendosi a fare un buco in terra

che serve di fucina, una o due pelli di capra che un operajo agita

innanzi alla fucina, e tengono luogo di mantice, due o tre stuoje di

foglie di palma, e quattro bastoni formano le pareti ed il tetto.

Non si manca di chi sappia ripulire il vassellame di rame, che peraltro

viene dall'estero; e sonovi fabbricatori di alcune specie di vasi di

latta, di cui valgonsi i pellegrini per trasportare l'acqua miracolosa

del pozzo _Zemzem_. Vi trovai pure uno sgraziato incisore in rame.

Nè le scienze vi sono meglio coltivate delle arti: tutto il sapere degli

abitanti si ristringe al leggere il Corano, a scrivere assai male, ad

imparare fino dalla fanciullezza le preghiere e le cerimonie del santo

pellegrinaggio alla casa di Dio, a _Saffa_, ed a _Meroua_, onde poter di

buon'ora guadagnar denaro, facendo la guida ai pellegrini; sicchè si

vedono fanciulli di sei in sett'anni portati in ispalla dai pellegrini,

farne le funzioni. I pellegrini vanno replicando le parole, che questi

recitano con acutissima voce, mentre dirigono il cammino dei pellegrini,

e le cerimonie alle diverse stazioni.

Io desiderava di far acquisto di un Corano scritto alla Mecca; ma

difficilmente se ne trovano, ed anche trovandone, sono così orribilmente

scritti, e scorretti, che non possono valere ad alcun uso.

La Mecca non ha scuole regolari fuorchè di leggere e scrivere. Alcuni

_Talbi_ o dottori, per capriccio, per vanità, o per allettamento di

guadagno, vanno a sedersi sotto i portici o gallerie dell'_Haram_, ove

incominciano a leggere ad alta voce per chiamare gli uditori, che

d'ordinario vanno gli uni dopo gli altri a porsi in cerchio intorno al

precettore. Questo, come può meglio, spiega, legge, o predica; e se ne

va e ritorna come gli aggrada. Tali sono i mezzi d'istruzione che

trovansi nella santa città. Tutte le sere due o tre di cotal fatta di

dottori recansi nelle gallerie del tempio, ma io non vidi che alcun di

loro avesse giammai più di una dozzina d'ascoltanti.

Da ciò risulta che i Mecchesi sono ignorantissimi; al che contribuisce

pure assai la posizione geografica della città. La Mecca posta nel

centro di un deserto, non venne, come Palmira, dal commercio

dell'oriente cogli occidentali portata a quell'alto grado di splendore

di cui ci fanno testimonio le sue ruine, e che forse sarebbe anche di

presente una ricchissima città se non si fosse scoperto il Capo di Buona

Speranza. La Mecca trovasi lontana da ogni passaggio, nel centro

dell'Arabia, circondata a levante dal golfo Persico, dal Mar Rosso

all'occidente, dall'Oceano a mezzo giorno, e dal Mediterraneo dalla

banda del nord: però il centro di questa penisola non può essere un

centro di comunicazione coi paesi circonvicini, cui si può andare per

mare. I suoi porti possono tutt'al più servire di scala ai bastimenti

commercianti di Djedda e di Moca sul Mar Rosso, ed a quelli di Muscate

presso all'imboccatura del golfo Persico. La Mecca non è dunque per la

sua posizione destinata ad essere piazza di commercio; nè i suoi

abitanti in mezzo ad un arido deserto possono occuparsi nè

all'agricoltura, nè alla pastorizia. Quai mezzi rimangono però ai

Mecchesi per sussistere? la forza delle armi per costringere gli altri

popoli a dargli parte dei loro prodotti, o l'entusiasmo religioso per

chiamare gli stranieri a portare il denaro nella loro città. Ai tempi

de' Califfi questi due mezzi avevano procurate alla Mecca immense

ricchezze, ma prima e dopo quest'epoca gloriosa non ebbe altro modo di

provvedere alla sua sussistenza, che quello dell'entusiasmo religioso,

che sgraziatamente va scemando di giorno in giorno, e rende affatto

precaria la esistenza di questa città.

La Mecca fu sempre il centro dell'entusiasmo religioso di diversi

popoli. L'origine dei pellegrinaggi, e la primitiva fondazione del suo

tempio perdonsi nell'oscurità de' secoli, poichè sembrano anteriori ai

tempi storici. Il profeta atterrò gl'idoli che profanavano la casa di

Dio; il Corano approvò il pellegrinaggio, ed in tal maniera la divozione

degli altri popoli fu in ogni tempo la base della sussistenza dei

Mecchesi. Ma perchè questa sorgente non basta ai bisogni di tutti gli

abitanti, la Mecca era assai povera avanti la venuta del Profeta, e dopo

una breve epoca di gloria e di ricchezze acquistate colle armi, ricadde

in quella povertà cui sembra condannata dalla sua posizione. Come si può

dunque sperare che vi fioriscano le arti e le lettere? Lontana da tutte

le comunicazioni commerciali, ignora tutto quanto accade nel mondo, le

scoperte, le rivoluzioni, le azioni tutte dagli altri uomini; e la Mecca

rimarrà costantemente nella più profonda ignoranza malgrado l'affluenza

degli stranieri, che non vi rimangono che il tempo necessario

assolutamente al soddisfacimento de' sacri doveri del pellegrinaggio,

per alcuni affari commerciali, e per preparare quanto abbisogna per

tornare ai loro paesi.

La Mecca è di sua natura così povera che senza la casa di Dio

troverebbesi deserta nello spazio di due anni, o ridotta piccola

borgata, poichè i suoi abitanti non hanno, generalmente parlando, altro

mezzo di sussistenza nell'andante anno, che quanto possono raccogliere

nell'epoca del pellegrinaggio. In tale circostanza la città prende

un'apparenza di vita, il commercio si anima, e la metà degli abitanti si

trasmuta in albergatori, in mercadanti, in facchini, in domestici, ec.;

mentre l'altra metà interamente attaccata ai servigi del tempio, vive

colle limosine, e coi regali de' pellegrini. Tali sono i mezzi di

sussistenza dei Mecchesi; esistenza deplorabile che impresse sulle loro

figure l'immagine dell'alta miseria che li circonda.

L'arabo è naturalmente magro; ma i Mecchesi, e più d'ogni altro

gl'impiegati del tempio sono vere mummie ambulanti ricoperte di una

pelle attaccata alle ossa. Confesso che rimasi stupefatto quando li vidi

la prima volta. Sarò forse imputato d'esagerazione, ma protesto che non

ho minimamente alterata la verità, e soggiungo essere impossibile

formarsi, senza averli veduti, un'adequata idea d'una unione di uomini

tanto magri e tanto scarnati quanto gl'impiegati d'ogni ordine, ed i

servitori del tempio, tranne il capo dello _Zemzem_ che è il solo uomo

ben nutrito, oltre due o tre eunuchi negri meno magri degli altri.

Sembra impossibile che questi scheletri o piuttosto ombre, possano

sostenere le fatiche come fanno. Figurinsi due grandi occhi sepolti, un

naso affilato, guancie incavate fino alle ossa, braccia e gambe

veramente disseccate, le coste del petto, le vene, i nervi tutte le

parti secche così rilevate, che prenderebbonsi per modelli perfettissimi

d'anatomia: tale è il tristo aspetto di questi sciagurati, che l'occhio

mal può comportare così orrido spettacolo. Ma i piaceri, di cui

parteciperanno in cielo, non sono forse un largo compenso dei terreni

patimenti? Pure malgrado questa speranza è impossibile di trovare gente

più trista e melanconica dei Mecchesi. In tutto il tempo della mia

dimora non ascoltai un solo istrumento musicale, o il canto d'un solo

uomo: ho due o tre volte udito il canto di qualche femmina, e mi sono

preso cura di farne memoria. Immersi in una continua malinconia,

s'irritano all'istante per la più leggiera contrarietà. I pochissimi

schiavi dei Mecchesi sono i più sventurati di quanti se ne trovino in

tutti i paesi musulmani. Ho udito stando in casa un abitante battere uno

schiavo per un quarto d'ora non con altro intervallo che quello che gli

era necessario per riprendere maggior forza.

Dopo ciò non sarà meraviglia che la popolazione della Mecca vada

sensibilmente diminuendo. Questa città che altra volta ebbe centomila

abitanti non ne conta oggi più di sedici in diciotto mila. Sonovi

esteriormente delle contrade affatto abbandonate che cadono in ruina:

due terzi delle case della città sono vuote, e le abitate si vanno

internamente guastando malgrado la loro solidità, perchè i proprietarj

non si prendono cura che delle facciate per allettare i pellegrini; ed

intorno a queste ancora non facendosi importanti riparazioni, non

tarderanno a cadere. Una sola casa io ho veduto rifarsi di nuovo, ma con

una estrema lentezza: e per poco che duri un tale stato di cose, la

città in un secolo si vedrà ridotta alla decima parte di quello che è

presentemente.

CAPITOLO XXXVI.

_Donne. — Fanciulli. — Lingua. — Costumi. — Armi. — Siccità. —

Matrimonj, nascite, e funerali. — Clima. — Medicina. — Balsamo

della Mecca. — Incisioni sul volto._

Le donne hanno più libertà alla Mecca, che in tutt'altra città

musulmana. Forse nell'epoca del suo splendore l'immensa affluenza degli

stranieri contribuì a pervertirle, e l'abituale miseria e tristezza

degli abitanti fu cagione che rimasero quasi affatto abbandonate a se

medesime. Certo è per lo meno che l'opulenza e la povertà sono due

estremi ugualmente contrarj alla conservazione de' costumi. Qui le

donne, come in Egitto, copronsi il viso con un pezzo di tela nella quale

sono due fori corrispondenti agli occhi, e questi d'ordinario abbastanza

grandi per lasciar discoperto metà del volto; e senza ciò la maggior

parte non si cura altrimenti di coprirlo. Tutte le donne portano una

specie di mantello, o gran drappo di tela sottile a strisce bianche e

turchine, in lungo ed in largo come in Alessandria, che loro dà molta

grazia; ma quando loro vedesi il viso, si dilegua ben tosto

ogn'illusione, essendo generalmente brutte, e del color giallognolo che

hanno gli uomini. Il loro volto e le mani affatto imbrattate di nero, di

turchino, o di giallo, offrono uno schifoso aspetto, che forse

l'abitudine farà avere in conto di bellezza. Ne vidi taluna che aveva un

anello passato a traverso della cartilagine del naso, e pendente sulle

labbra superiori.

Esse sono assai libere, per non dirle sfrontate, ove si abbia riguardo

alla riservatezza musulmana. Vidi continuamente le donne delle case

vicine al mio alloggio stare frequentemente alla finestra, ed alcune

affatto scoperte. Una che abitava il piano superiore della mia casa, mi

faceva infinite pulitezze e complimenti a viso scoperto, qualunque volta

io saliva sulla terrazza per fare qualche osservazione astronomica; lo

che mi fece sospettare che le donne potessero essere un ramo di

speculazione pei poveri Mecchesi. Tutte quelle ch'io vidi erano assai

graziose, ed avevano occhi assai belli, ma le loro guance prominenti, e

l'abitudine di tingersi di colore verdognolo, le rende disaggradevoli, e

le fa parere oppilate. Del resto parlano bene, e si esprimono con

grazia, hanno il naso regolare, ma la bocca grande. S'imprimono sulla

pelle indelebili segni, e si tingono il contorno degli occhi in nero, i

denti in giallo, le labbra, le mani, i piedi in rosso di mattone, come

fanno gli Egiziani, e colle stesse materie.

Il loro abito consiste in un pajo di pantaloni immensi che entrano nelle

pantoffole o stivaletti gialli: quelli delle povere sono di tela di

canape turchina, e quelli delle ricche di tela screziata dell'India.

Hanno inoltre una camicia della più stravagante forma e grandezza.

Figurisi un pezzo di tela larga sei piedi, e lunga cinque; questa è la

metà della camicia, un altro simile quadrato forma l'altra metà:

unisconsi questi due pezzi nella parte superiore, lasciando nel mezzo

un'apertura per passarvi il capo; ai due angoli inferiori vien tolta una

sezione di cerchio di circa sette pollici, e con tale operazione ciò che

forma l'angolo anteriore diventa una curva rientrante, si cuciscono

soltanto le due curve, e la camicia rimane aperta in tutta la parte

inferiore ed ai due lati dall'alto al basso. Le camicie delle signore

sono d'un leggiero tessuto di seta finissima di color violetto liscio o

screziato, che si fabbrica in Egitto. Per vestire tali camicie ripiegano

sulle spalle la stoffa sovrabbondante della eccedente larghezza, e le

ristringono al corpo con una cintura. Al disopra di questa camicia le

ricche portano un _caftan_ di tela d'India. Non ho mai veduto loro in

capo altro ornamento fuorchè un fazzoletto, ma esse portano cerchietti,

anelli, braccialetti come le musulmane degli altri paesi alle mani, alle

braccia, alle gambe, ai piedi.

Il commercio della Mecca si limita alle carovane in tempo del

pellegrinaggio. Ho già fatto osservare che ogni anno va diminuendosi,

onde è facile il calcolare il progressivo vistoso decadimento della

santa città. Vi si ricevono da Djedda le mercanzie d'Europa, che fanno

la strada dell'Egitto e del mar Rosso; e si hanno per la stessa via

molti prodotti dell'India, e dell'Iemen, ed in ispecie il caffè: le

carovane di Damasco, di Bassora, dell'Egitto, e dell'Iemen portano il

rimanente, e fanno de' vicendevoli cambj.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3 · 第 6 / 13 段