del pozzo miracoloso, e spargerne sul proprio corpo, ma perchè ogni cosa
facevasi disordinatamente, ben tosto i secchi, le corde, le tazze sono
fatte in pezzi: i capi e gl'impiegati dello _Zemzem_ abbandonano il loro
posto; ed i _Wehhabiti_ rimasti soli padroni del pozzo si danno mano,
formano una catena, scendono in fondo, ed attingono l'acqua come
possono.
Il pozzo chiede elemosine, offerte la casa di Dio, mercede le guide; ma
la maggior parte de' _Wehhabiti_ non avevano alcuna moneta; e soddisfano
a quest'obbligo di coscienza dando venti o trenta grani di polvere assai
grossa, alcuni piccoli pezzi di piombo, e pochi grani di caffè.
In fine delle cerimonie avendo essi i capelli lunghi un pollice, si
fecero coscienza di farli radere, la quale operazione si eseguì nelle
strade, ed i barbieri furono pagati colla stessa qualità di monete onde
furono compensate le guide e gl'inservienti del tempio.
I _Wehhabiti_ di Draaïya, principale luogo della riforma, hanno il color
di rame. Sono in generale ben fatti e perfettamente ben proporzionati,
ma di bassa statura: ed ho specialmente distinti tra loro alcuni che
avevano così belle teste da poter pareggiarsi a quelle dell'_Apollo_,
dell'_Antinoo_, o del _Gladiatore_. Hanno pure gli occhi vivacissimi, il
naso e la bocca regolarissimi, i denti belli, ed una fisonomia piena
d'espressione.
Figuriamoci una folla d'uomini nudi ed armati, quasi privi di ogni idea
di civiltà, e parlanti un linguaggio barbaro: questo primo quadro è
spaventoso, e ributta l'immaginazione; ma sormontata questa prima
impressione, trovansi in questi uomini alcune rare qualità; essi non
rubano giammai nè colla violenza, nè coll'astuzia, se non quando credono
che l'oggetto appartenga al nemico, o ad un infedele; tutto ciò che
comprano, e qualunque servigio venga loro reso si paga colla loro
moneta. Ciecamente sottomessi ai loro capi soffrono in silenzio tutte le
fatiche, e si lascerebbero condurre in capo al mondo. Finalmente si
conosce essere costoro uomini dispostissimi ad essere inciviliti, se
fosse loro data una conveniente direzione.
Ritornato a casa mia seppi che arrivavano altri corpi di _Wehhabiti_ per
soddisfare al dovere del pellegrinaggio. Intanto che faceva egli il
sultano Sceriffo?.... nell'impotenza di resistere a tante forze stava
rinchiuso, o a meglio dire nascosto, temendo di essere attaccato; le
fortezze approvvigionate e poste in istato di difendersi; i soldati
Arabi, Mogrebini, e Negri non abbandonavano i loro posti: vidi guardie e
scorte ai forti, e varie porte chiuse e murate; in una parola tutto era
disposto per rispingere un'aggressione. Ma la moderazione dei
_Wehhabiti_, e le trattative dello Sceriffo resero inutili le prese
precauzioni.
CAPITOLO XXXIV.
_Pellegrinaggio ad Aarafat. — Grande riunione di pellegrini. —
Descrizione di Aarafat. — Sultano ed armata dei Wehhabiti.
Cerimonie di Aarafat. — Ritorno a Mosdelifa. — Ritorno e
cerimonie a Mina. — Ritorno alla Mecca e fine del
pellegrinaggio. — Appendice al pellegrinaggio._
Il gran giorno del pellegrinaggio al monte _Aarafat_ era il martedì 17
febbrajo. Io partii il 16 dopo mezzogiorno, in una _chevria_ posta sopra
un cammello, eguale a quella di cui mi valsi per venire da Djedda alla
Mecca. Alle due circa dopo mezzogiorno passai innanzi alla caserma delle
guardie negre, posta all'estremità settentrionale della città.
Di là piegando a levante giunsi dopo pochi minuti in faccia ad una gran
casa di campagna dello sceriffo, ed un quarto d'ora dopo scopersi la
celebre montagna _Diebel Nor_, ossia montagna della luce, sulla quale
l'Angelo _Gabriele_ portò al più grande dei profeti i primi capitoli del
Corano. Questa montagna s'inalza isolata in figura di pane di zucchero,
sopra il livello delle altre montagne che la circondano. Eravi altra
volta sulla sommità una cappella, che era una stazione del
pellegrinaggio, ma i _Wehhabiti_ dopo averla atterrata, posero una
guardia alle falde della montagna per impedire ai pellegrini di salirlo
per farvi le preghiere, che _Abdoulwehhab_ dichiarò superstiziose. Vi si
saliva, mi fu detto, per una scala tagliata nella roccia; e trovandosi
questa montagna distante un quarto di lega a sinistra dalla strada, non
la vidi che passando cogli altri pellegrini, ma pure ne presi uno
schizzo in prospettiva.
Seguendo la strada verso l'E. S. E. vidi alle tre ore meno un quarto una
piccola sorgente d'acqua dolce, con vasche artefatte, e poco dopo entrai
in Mina. Il primo oggetto che si scopre entrando nel borgo è una
fontana, in faccia alla quale vedesi un'antica opera che il volgo dice
essere stata fatta dal demonio.
Il borgo di Mina, chiamato anche _Mòna_, non ha che una sola strada, ma
così lunga che io impiegai venti minuti per arrivare dalle prime alle
ultime case. Sonovi belli edificj, molti de' quali cadono in rovina, o
sono senza tetto, ed alcuni recinti con muraglie a secco alte cinque
piedi che vengono affittati ai pellegrini ne' giorni della Pasqua.
A tre ore e mezzo feci porre il campo fuori di Mina dal lato di levante
in una piccola pianura presso ad una moschea circondata di mura come una
specie di fortezza.
Tutto il paese attraversato fin qui è una angusta valle chiusa da
montagne granitiche affatto sterili. Tutta la strada era coperta di
cammelli, di persone a piedi ed a cavallo, e da un gran numero di
_schevrias_.
Un distaccamento di _Wehhabiti_ montati sopra dromedarj, che io aveva
incontrati alle falde del Dièbel-Nor venne ad accamparsi avanti alla
porta della moschea. Fu ben tosto raggiunto da altri corpi della stessa
nazione montati egualmente sopra dromedarj o cammelli; ed in breve tutta
la pianura ne fu piena. Dopo tramontato il sole giunse il sultano de'
_Wehhabiti_, _Saaoud_, la di cui tenda era stata preparata al piede
della montagna in poca distanza dalle mie.
Una carovana di Tripoli di Barbaria, un'altra dell'Iemen, di una
quantità di pellegrini negri del Soldano, o dell'Abissinia, molti Turchi
giunti per la strada di Suez, assai Mogrebini venuti per mare, una
carovana di Bassora, ed altre del Levante: gli Arabi dell'alto e del
basso Egitto, quelli del paese, ed i _Wehhabiti_, trovavansi allora
riuniti, o piuttosto ammucchiati gli uni su gli altri in quest'angusta
pianura, nella quale i pellegrini devono accamparsi per dovere, perchè
la tradizione riferisce che il santo Profeta faceva lo stesso qualunque
volta andava ad Aàrafat.
Non era giunta la carovana di Damasco, quantunque partisse con molte
donne, e fosse scortata dalla truppa, e dall'artiglieria portando il
ricco tappeto che ogni anno viene mandato da Costantinopoli pel sepolcro
del Profeta a Medina; perchè i _Wehhabiti_ che riguardano questa usanza
come peccaminosa gli vennero incontro fin presso a Damasco, e fecero
sapere a quel Pascià _Emir-el-Stage_, che la comandava, che non si
poteva ricevere il tappeto destinato pel sepolcro; che se voleva
proseguire il viaggio per la Mecca, dovesse rimandare addietro i
soldati, l'artiglieria e le donne, e che trasformandosi in tal modo in
veri pellegrini, la carovana non incontrerebbe verun ostacolo nel suo
viaggio. Non volendo il Pascià sottomettersi a tali condizioni fu
costretto di retrocedere. Altri pretendono che si esigesse da lui una
forte contribuzione di denaro: ma ciò è contraddetto da altri meglio
informati.
Il martedì 17 febbrajo del 1807 (9 Doulhagea, 1221 dell'Egira) alle sei
ore della mattina, era in cammino nella direzione di S. E. ¾ E. A breve
distanza dal luogo della partenza lasciai a destra una casa dello
Sceriffo; alle sette passai _Mosdèlifa_, piccola cappella con una gran
torre in una stretta valle; e dopo avere attraversata una gola ancora
più chiusa tra le montagne, camminai lungo una vallata al S. E. che
sbocca alle falde del monte Aàrafat, ove giunsi alle nove ore del
mattino.
Il monte _Aàrafat_ è l'oggetto primario del pellegrinaggio dei
musulmani; quindi molti dottori furono d'opinione che quando non
esistesse più la casa di Dio, il pellegrinaggio al monte Aàrafat sarebbe
tanto meritorio quanto il fare i sette giri della _Kaaba_; e questa è
pure la mia opinione.
Non è che al monte Aàrafat ove uno possa formarsi un'idea dell'imponente
spettacolo che presenta il pellegrinaggio de' musulmani: una immensa
folla d'uomini di tutte le nazioni, di tutti i colori, venuti dalle
estremità della terra attraverso di mille pericoli, e sopportando gravi
fatiche, per adorare assieme lo stesso Dio, lo stesso Dio della natura;
l'abitante del Caucaso presentando una mano amica all'Etiope o al Negro
della Guinea; l'Indiano ed il Persiano fraternizzando col Barbaresco e
col Marocchino; tutti risguardandosi come fratelli, o come individui
d'una sola famiglia, uniti dai legami della religione, parlando la
maggior parte, o almeno intendendo la stessa lingua, la sacra lingua
dell'Arabia: nò, alcun culto non presenta ai sensi uno spettacolo più
semplice, più maestoso!.....[7] Filosofi della terra permettete,
permettete ad _Ali Bey_ di sostenere la sua religione, come voi
sostenete lo spiritualismo o il materialismo, il vuoto o il pieno, la
necessità dell'esistenza o la creazione. Il monte Aàrafat è una rupe
granitica come le altre montagne vicine, alta circa cento cinquanta
piedi, chiusa da una muraglia, e posta alle falde di un'altra montagna
più alta all'E. S. E. d'un piano di tre quarti di lega di diametro,
circondato da ogni banda di sterili montagne. Vi si sale per alcune
scale, parte tagliate nella rupe stessa, parte formate di nuovo. Avvi
sulla sommità una cappella di cui i _Wehhabiti_ stavano allora
distruggendone l'interno. Non potei vederla perchè resta vietato
agl'individui del mio rito, cioè ai _Maleki_ di salire sulla cima,
secondo le intenzioni dell'Iman fondatore del rito; quindi ci fermiamo a
metà del monte per recitarvi la preghiera. Al piede della montagna
trovasi una piattaforma preparata a tale uso, detta _Dianaà Arràhma_, o
moschea della misericordia: secondo la tradizione, colà pregava anco il
Profeta.
[7] Ali Bey _musulmano e filosofo umiliava la sua ragione in
faccia ai precetti, ed alle stesse assurdità della sua
religione. Sente alle volte i torti del suo materialismo, della
sua intolleranza ec.: cerca di darne la colpa ai corruttori, e
di salvarla. Era Sceriffo, e doveva essergli cara._
Presso alla montagna sonovi quattordici grandi vasche riparate dal
Sultano _Saaoud_. Somministrano esse una immensa quantità d'acqua
bonissima a beversi, che serve pure ai pellegrini per lavarsi in questo
giorno solenne. Affatto vicina dalla banda di S. O. vedesi una casa
dello Sceriffo, e ad un quarto di lega a N. O. trovasi un'altra
piattaforma sulla quale si fa la preghiera, ed è intitolata _Diaman
Ibrahim_, moschea di _Abramo_.
Fu sul monte Aàrafat che il comun padre degli uomini incontrò o
riconobbe la nostra madre _Eva_ dopo un lungo divorzio, e per tal
ragione questo luogo si chiama Aàrafat, ossia riconoscimento. Si crede
che fosse lo stesso _Adamo_ il fabbricatore della cappella, che i
_Wehhabiti_ hanno cominciato a distruggere[8].
[8] _Questo sarà probabilmente il più antico edificio del
mondo._
Dopo la preghiera dell'_aassar_, che ognuno fa nella propria tenda, e
tutto essendo pronto per la partenza, prescrive il rituale di portarsi
presso alla montagna per aspettarvi il cadere del sole. Per ubbidire a
tale precetto i _Wehhabiti_ ch'erano accampati in luoghi assai lontani,
cominciarono ad avvicinarsi, avendo alla testa il Sultano _Saaoud_, ed
_Abounocta_ loro secondo capo. In poco tempo vidi sfilare un'armata di
_quarantacinque mila Wehhabiti_ quasi tutti montati sopra cammelli o
dromedarj, con un migliajo di cammelli carichi d'acqua, di tende, di
legna da bruciare, e di fieno per i cammelli dei capi. Un corpo di
dugento uomini a cavallo portava stendardi d'ogni colore appesi sopra le
lancie: e mi fu detto che questa cavalleria apparteneva al secondo capo
_Abounocta_. Vedevansi inoltre sette in otto altre bandiere tra le file
de' cammelli, ma senza verun'altra insegna, senza tamburi, trombette, od
altri stromenti militari. Siccome tutti questi uomini erano affatto
nudi, non esclusi i loro capi, non mi fu possibile di ben distinguerli.
Pure un vecchio venerando con una lunga barba bianca, e preceduto da uno
stendardo reale parvemi essere il Sultano. Tale stendardo di color verde
aveva per insegna distintiva la professione di fede = _Là illaha ila
Allah_ = «Non v'è altro Dio che Dio» ricamata a grandi caratteri
bianchi.
Riconobbi perfettamente per i lunghi ondeggianti suoi cappelli uno de'
figliuoli di _Saaoud_, fanciullo di sette in otto anni, di una
carnagione bruna come gli altri, vestito con una grande camicia bianca,
circondato da una scorta particolare, e montato sopra di un bellissimo
cavallo bianco, senza speroni, essendo il costume de' _Wehhabiti_ che
non conoscono selle; questo era coperto di un drappo rosso ricamato, e
sparso di stelle d'oro.
La montagna e tutto il contorno furono ben tosto coperti di _Wehhabiti_:
in seguito avvicinaronsi alla montagna le carovane ed i pellegrini.
Malgrado le dissuasioni de' miei domestici ardii penetrare tra i
_Wehhabiti_, avanzandomi fino al loro centro onde vedere più da vicino
il Sultano: ma molti di loro, cui io ne feci inchiesta, mi assicurarono
che la cosa era impossibile, perchè il timore di un avvenimento uguale a
quello dello sventurato _Abdelaazis_, ch'era stato assassinato, aveva
fatto moltiplicare le guardie intorno alla persona di Saaoud.
Devo per amore di verità confessare, che ho trovato ragionevoli e
moderati tutti quei _Wehhabiti_ con cui ebbi opportunità di parlare, e
da costoro ebbi la maggior parte delle notizie che soggiugnerò in ordine
alla loro setta. Peraltro a fronte di tanta moderazione, nè gli
abitanti, nè i pellegrini possono senza fremere udirne il nome; e non lo
pronunciano che dicendone male; e cercano a tutto potere di non avere
comunicazione di sorte con simil gente.
Il Sultano Sceriffo aveva, secondo la pratica stabilita, mandato un
corpo delle sue truppe con quattro pezzi d'artiglieria; ed era voce che
venisse in persona, lo che non si verificò. È antichissima costumanza
che un Imano dello Sceriffo venga ogni anno a fare un sermone sulla
montagna. Venne anche quest'anno, ma fu dal Sultano _Saaoud_ rinviato
prima di cominciarlo, e vi supplì il suo Imano, che io non ho potuto
intendere per essere troppo distante, ma i _Wehhabiti_ lo applaudirono
assai.
Non mi sarebbe mancato modo d'introdurmi presso il Sultano _Saaoud_, ed
ardentemente lo desiderava; ma prevedendo che ciò mi avrebbe reso
sospetto al Sultano Sceriffo, il quale avrebbe attribuito qualche motivo
politico alla mia curiosità, me ne astenni.
Stavamo sulla montagna aspettando l'istante del tramontar del sole.
Arrivato questo momento.... quale confusione! Figurisi una massa di
ottantamila uomini, duemila femmine, un migliajo di fanciulli, con
sessanta in settantamila tra cammelli, asini e cavalli, che in sul far
della notte vogliono tutti entrare correndo, come ordina il rituale, in
un'angusta valle, camminando gli uni sopra gli altri in mezzo ad una
nuvola di polvere, e ad una foresta di lancie, di fucili, di spade: ed
in tal modo forzando il passaggio il meglio che per noi si poteva,
pressandosi, urtandosi gli uni gli altri, si tornò a Mosdelifa in un'ora
e mezzo, quando eransene impiegate più di due nella venuta.
[Illustrazione: VEDUTA DI MINA, E DELL'ACCAMPAMENTO D'ALI BEY
AL SUO RITORNO DA ARAFAT.]
La ragione di tanta precipitazione ordinata dal rituale, è quella che
non deve farsi la preghiera della sera, ossia del _Mogareb_, ad Aàrafat,
ma bensì a Mosdelifa nello stesso tempo di quella dell'_Ascha_, ossia
della notte. Tali preghiere si fanno in privato; ogni famiglia, ogni
unione di gente la fa nel luogo ove si trova. Noi ci facemmo premura di
recitarle subito arrivati, avanti d'alzare le tende, ed il giorno si
terminò con reciproche felicitazioni intorno alla prosperità della
nostra santificazione col pellegrinaggio del monte Aàrafat.
All'indomani mercoledì 18 febbrajo (10 del mese doulhaeja, e primo dì di
Pasqua), noi partimmo alle cinque ore e mezza del mattino per andare ad
accamparsi a Mina. Appena arrivati, posto piede a terra, camminammo a
furia verso la casa del _diavolo_, che sta in faccia alla fontana.
Ognuno aveva sette pietre della grossezza d'un pisello, raccolte a bella
posta nella precedente notte a Mosdelifa per gettarle al di sopra del
muro nella casa del _diavolo_. I Musulmani di rito _maleki_, com'erano,
le gettano una dopo l'altra, dopo avere pronunciate queste parole:
_Bison illah-allah-huakibar_, cioè _in nome di Dio, Dio grandissimo_.
Siccome il _diavolo_ ebbe la malizia di porre la sua casa in luogo assai
angusto, che non ha forse trentaquattro piedi di larghezza, e che è
inoltre occupato da aspre grotte che conviene sormontare per gettare le
pietre con sicurezza, e più ancora perchè tutti i pellegrini vogliono
eseguire questa santa operazione nell'istante che arrivano a Mina, vi si
forma una strana confusione. Ne venni a fine coll'ajuto de' miei
domestici, e soddisfeci esattamente a questo santo dovere, non però
affatto felicemente, avendo riportate due ferite nella gamba sinistra.
Mi ritirai poscia nella mia tenda per ristorarmi dalle sostenute
fatiche, onde potere nello stesso giorno celebrare ancora il sacrificio
pasquale. Anche i _Wehhabiti_ costumano di gettar le pietre, perchè
soleva fare lo stesso il Profeta.
Devo encomiare la moderazione ed il buon ordine che si mantennero in
mezzo a tanta folla di gente di così lontane e diverse nazioni. Più di
duemila donne confuse con ottantamila uomini non diedero motivo alla più
piccola malintelligenza, e quantunque vi fossero quaranta o
cinquantamila fucili, non si udì che un solo colpo partito a non molta
distanza da me: nello stesso istante accorse un capo de' _Wehhabiti_, e
corresse l'imprudente dicendogli con dolce severità: _perchè avete voi
tirato questo colpo di fucile? forse che qui si fa la guerra?_
La stessa mattina incontrai sulla strada il figlio di _Saaoud_. Era a
cavallo alla testa d'un corpo di dromedarj: sopravanzandomi presso a
Mina, e passandomi di fianco, gridò alla sua compagnia; _andiamo,
figliuoli, avviciniamoci;_ poi volgendosi a manca, e prendendo il
trotto, seguìto da tutto il corpo, si restituì alla tenda di suo padre,
accampato alle falde della montagna come il giorno precedente. Le mie
tende si alzarono presso a quelle delle truppe dello Sceriffo.
Il giovedì 19 febbraio essendomi levato in sullo spuntare del giorno per
fare la preghiera, mi avvidi ch'era stato rubato il mio scrittojo, i
miei libri, le carte ed alcuni mobili. Lo scrittojo conteneva un
cronometro, alcune gioje, pochi piccoli utensili, il mio grande
suggello, varj disegni ed osservazioni astronomiche.
I miei domestici colpiti da tale accidente si fecero a cercarne in ogni
lato, temendo le conseguenze di un furto che li dichiarava trascurati
nella guardia ch'io aveva loro ordinato di fare in tempo di notte. Ma
essi erano oppressi dalla fatica de' precedenti giorni, ed altronde si
erano fatalmente fidati delle vicine guardie turche e mogrebine dello
Sceriffo.
Io feci tranquillamente la preghiera alla testa delle mie genti; e
quando il giorno permise di distinguere gli oggetti, si videro delle
carte sparse sulla montagna. Accorservi tutti i miei domestici, e
trovarono essere stata forzata la serratura dello scrittojo, e sparsi in
terra tutti i libri e le carte, ad eccezione del cronometro, delle
gioje, e delle mie tavole logaritmiche ch'erano legate elegantemente, e
che nella oscurità saranno state dai ladri credute un Corano.
[Illustrazione: LUOGO SACRO NOMINATO SAFFA COMPOSTO DI TRE
ARCHI ALLA MECCA.]
Avanti la preghiera del mezzogiorno andammo a gettare sette pietre
lavate nell'acqua contro un pilastro fatto di pietre e di calce, alto
sei piedi, largo quasi due piedi quadrati, posto in mezzo alla strada di
Mina, e creduto opera del _diavolo_: ne ho gettate altre sette contro un
altro pilastro simile, innalzato dallo stesso architetto, lontano
quaranta piedi dal primo: e le ultime sette furono gettate contro la
casa di cui si è parlato poc'anzi.
[Illustrazione: LUOGO SACRO NOMINATO MEROUA COMPOSTO DI TRE
GRANDI MURAGLIE ALLA MECCA.]
Il venerdì 20 febbrajo, 12 del mese doulhaeja, e terzo della Pasqua,
dopo aver ripetuta la cerimonia delle sette pietre, tornai alla Mecca.
Appena entrato in città, passai al tempio ove feci di nuovo i sette giri
della casa di Dio, in appresso dopo la preghiera e dopo aver bevuta
l'acqua dello _Zemzem_, uscii dalla porta di _Saffa_ per terminare il
pellegrinaggio coi sette viaggi tra _Saffa_ e _Meroua_, come la notte
del mio arrivo.
Quest'atto solenne era in addietro accompagnato da altre pratiche di
stazione e di devozione, inventate da varj dottori, e da anime pie; ma i
_Wehhabiti_ soppressero tutte queste addizioni quali formole
superstiziose, e non lasciarono che la seguente appendice da me
osservata in tutta la sua estensione.
La domenica 22 febbrajo, quasi tutti i pellegrini vanno una lega lontano
dalla Mecca verso l'O. N. O., in un luogo ove trovasi una moschea che
cade in ruina, detta _el-Aàmar_. Si incominciò dal fare la preghiera,
poi si posero divotamente tre pietre l'una sopra l'altra a poco distanza
dalla moschea. Si passò in appresso nel luogo ove abitò l'infame
_Abou-gehel_ acerrimo nemico del nostro santo Profeta, dove animati da
un santo furore, lo caricammo di maledizioni, gettandoli contro sette
pietre. Ritornati in città si fecero di nuovo i sette giri alla casa di
Dio, ed i sette viaggi a _Saffa_ ed a _Meroua_, che chiusero la
cerimonia del pellegrinaggio per la nostra santificazione.
Vuole la tradizione che quest'appendice sia una giunta istituita da
_Ayescha_, la più cara sposa del nostro santo Profeta.
Darò adesso una concisa notizia degl'impiegati del tempio. L'Haram ha il
suo capo principale detto _Schéich-el Haram_, ed il pozzo _Zemzem_
egualmente il suo, chiamato _Scheih Zemzem_. La _Kaaba_ è servita da
quaranta eunuchi negri, che sono ad un tempo guardie e domestici della
casa di Dio. Portano per distintivo sopra il loro abito ordinario un
grande _caftan_, o camicia di tela bianca, stretta con una cintura, uno
spazioso turbante bianco, e per ordinario una canna od una mazzetta in
mano.
Il pozzo _Zemzem_ conta pure un considerabile numero d'impiegati, e di
portatori d'acqua, ai quali spetta inoltre l'amministrazione delle
stuoje che dispiegansi tutte le sere sul suolo della corte e della
galleria del tempio.
Un altro sterminato numero d'impiegati è formato dai fabbricatori di
lampadi, smoccolatori, serventi di _Makam Ibrahim_, serventi della
piccola fossa della _Kaaba_, serventi di cadaun luogo di preghiera dei
quattro riti, portieri, domestici delle torri, serventi di _Saffa_, di
_Meroua_ ec. Inoltre domestici che custodiscono i sandali dei pellegrini
a tutte le porte d'entrata del tempio, _mudden_, o gridatori pubblici,
_imani_ e _mudden_ particolari per tutti i quattro riti, il _Kadi_ ed i
suoi impiegati, i cantori del coro, i _monkis_, ossia osservatori del
sole per annunciare le ore della preghiera, l'amministratore ed i
serventi del _tobel-kaaba_, i conservatori dalla chiave della Kaaba, il
_mouft_, le guide ec. ec.; di modo che la metà degli abitanti della
Mecca possono ritenersi impiegati o servitori del tempio, non avendo
altro salario che il prodotto delle elemosine eventuali de' pellegrini.
Per questo motivo quando arriva un pellegrino tutti gli s'affollano
intorno, tutti sforzansi a gara di servirlo e di onorarlo voglia o non
voglia: essi prendono il più grande interesse all'eterna sua salute,
facendo ogni sforzo per fargli aprire le porte del cielo con preghiere e
pratiche mistiche secondo il rito del pellegrino.