levante. Non tardai a scoprire alcuni piccoli boschi; e verso sera si
passò in mezzo a montagne vulcaniche coperte di lava nera, e vidi gli
avanzi di alcune case rovinate dai _Wehhabiti_. Poi attraversando molte
collinette, alle undici e mezzo della sera ci trovammo in profonde e
strette gole, ove la strada tagliata a _zig-zag_ offre una eccellente
posizione militare. La sera di giovedì 23 gennajo 1807, 14 del mese
_doulkaada_ dell'anno 1221 dell'Egira, giunsi a mezza notte col favore
della Divina misericordia alle prime case della santa città della Mecca,
quindici mesi dopo sortito da Marocco.
Erano all'ingresso della città molti _Mogrebini_, o Arabi occidentali,
che mi aspettavano con piccoli vasi d'acqua del pozzo di _Zemzem_, che
mi offrirono per bere, pregandomi a non riceverne da altra persona, ed
assicurandomi di tenerne approvvigionata la mia casa: mi soggiunsero poi
all'orecchio di non bevere giammai di quella che mi offrirebbe il capo
del pozzo.
Molti particolari della città che pure mi aspettavano, disputavansi tra
di loro l'onore o il vantaggio di alloggiarmi, perchè gli alloggi sono
la principale speculazione degli abitanti sui pellegrini: ma le persone
che in tempo del mio soggiorno a Diedda eransi incaricate di provvedere
a tutti i miei bisogni, posero fine alle dispute, conducendomi in una
casa che m'era stata preparata accanto al tempio, e presso al palazzo
del Sultano Sceriffo.
I pellegrini devono entrare a piedi nella Mecca, ma in vista della mia
malattia restai sul cammello fino alla porta della casa.
Appena entrati, io ed i miei domestici facemmo un'abluzione generale,
indi fui condotto in processione al tempio con tutta la mia gente. La
persona incaricata di guidarmi recitava camminando varie preghiere ad
alta voce; e noi le ripetevamo tutt'insieme collo stesso tuono di voce
parola per parola. Io era tuttavia così debole che doveva farmi
sostenere da due domestici. Giunsi in tal modo al tempio facendo un giro
per la principale strada onde entrarvi pel _Beb-el Selèm_, ossia porta
della salute; lo che tien luogo di felice auspicio. Dopo essermi levati
i sandali passai per questa avventurata porta posta presso all'angolo
settentrionale del tempio. Già avevamo attraversato il portico o la
galleria; già stavamo per mettere il piede nel grande cortile, in cui è
posta la casa di Dio, quando la guida arrestò i nostri passi, e tenendo
il dito rivolto alla _Kaaba_, mi disse con enfasi: _Schous, schous
el-Beït-Allah el Haram_; «osservate, osservate la casa di Dio, la
proibita». Il numeroso seguito che mi circondava, il portico di colonne
a perdita di vista, l'immenso cortile del tempio, la casa di Dio coperta
della sua tela nera dall'alto fino al basso e circondata di lampade, il
silenzio della notte, e la guida che parlava come un ispirato;
tutt'insieme formava un imponente quadro che mai non si cancellerà dalla
mia memoria.
Entrammo nella corte per un sentiero diagonale alto un piede, che mette
dall'angolo del nord alla _Kaaba_, che è quasi nel centro del tempio.
Prima di giugnervi ci fecero passare sotto un arco isolato come una
specie d'arco trionfale, detto _Beb-el Selema_, come la porta per cui
eravamo entrati. Giunti innanzi alla Casa di Dio, facemmo una breve
preghiera, si baciò la pietra nera portata dall'Angelo _Gabriele_, e
nominata _Stàjera el Ason'ad_, ossia pietra celeste: avendo alla testa
la nostra guida, schierati nello stesso modo con cui eravamo venuti, e
recitando le preghiere in comune, facemmo il primo giro intorno alla
Casa di Dio.
La _Kaaba_ è una torre quadrata posta quasi in mezzo al tempio, coperta
d'una immensa tela nera che non lascia di scoperto che lo zoccolo
dell'edificio, lo spazio in cui sta murata la pietra nera all'altezza
d'un uomo sull'angolo dell'est, ed un altro eguale spazio nell'angolo
del sud occupato da un marmo comune. Dalla banda del N. O. sollevasi un
parapetto all'altezza d'appoggio, che forma quasi un mezzo cerchio
separato dall'edificio, e nominato _El-Stajar Ismail_, vale a dire
_pietre d'Ismaele_.
Ecco il circostanziato racconto delle successive cerimonie di questo
atto religioso, quali le feci io stesso in quest'epoca. Consistono
queste in sette giri intorno alla _Kaaba_. Si comincia ogni giro dalla
_pietra nera_ dell'angolo dell'est seguendo la fronte principale della
_Kaaba_ ov'è la porta, e di là girando all'ouest ed al sud al di fuori
delle pietre d'_Ismaele_, e giunti all'angolo del sud si stende il
braccio destro, e dopo aver passata la mano sopra il marmo angolare
(avendo grandissima attenzione che l'inferior parte dell'abito non
tocchi lo zoccolo scoperto), si passa la mano sul volto e sulla barba,
dicendo: _In nome di Dio: Dio grandissimo, sia data lode a Dio_. Si
prosegue la marcia verso N. E., dicendo: _Oh grande Iddio! siate con me:
datemi il bene in questo mondo; e datemi il bene nell'altro_; ritornato
poscia all'angolo dell'est in faccia alla _pietra nera_, si alzano le
mani come in principio della preghiera canonica, gridando: _in nome di
Dio_; _Dio grandissimo_; ed abbassate le mani si soggiugne, _sia data
lode a Dio_; dopo ciò si bacia la pietra; e così termina il primo giro.
Il secondo giro è affatto simile al primo; ma sono diverse le preghiere
dall'angolo della _pietra nera_ fino a quello del sud. La legge
tradizionale vuole che si facciano gli ultimi giri con passo frequente,
ma atteso lo stato di debolezza in cui mi trovava feci tutti i giri
posatamente.
Alla fine del settimo dopo avere baciata la _pietra nera_ viene recitata
in comune una breve preghiera stando in piedi in faccia al muro della
Kaaba tra la porta e la _pietra nera_. Si passa dopo in una specie di
corridojo, detto _Makam Ibrahim_, o luogo d'Abramo, che sta tra la Kaaba
e l'arco isolato, e colà si recita una preghiera ordinaria. In seguito
si va al pozzo _Zemzem_, dal quale si attingono molti vasi d'acqua, e se
ne beve quanta si può berne. Finalmente si esce dal tempio per
_el-Beb-Sàffa_, porta di Saffa, di dove si sale sopra una piccola strada
che gli è in faccia, e che forma la collina di Saffa, _Diébel Saffa_. In
fondo alla strada terminata da un portico di tre archi, su cui si sale
per alcuni gradini, avvi il luogo sacro detto _Sáffa_. Quando il
pellegrino vi è salito, volge la fronte verso la porta del tempio, e
recita stando in piedi una breve preghiera.
Allora si va in processione verso la strada principale, e si attraversa
una parte del _Dièbel-Méroua_, o collina di Meroua, recitando
continuamente preghiere: in fondo alla strada che è tagliata da un'alta
muraglia, si sale per pochi gradini, col corpo rivolto al tempio, benchè
le case intermedie non permettano di vederlo, e si pronuncia sempre in
piedi una piccola preghiera. Si fa un secondo viaggio verso _Saffa_, un
terzo verso _Méroua_; e così di tempo in tempo fino alla settima volta
recitando preghiere ad alta voce, e facendo le piccole preghiere ne' due
luoghi sacri; lo che forma il settimo viaggio tra le due colline.
Avendo terminato il mio settimo viaggio a Meroua, vidi alcuni barbieri
stazionati in questo luogo per radere la testa ai pellegrini: lo che
eseguiscono con somma leggerezza, e recitando preghiere ad alta voce che
il pellegrino ripete parola per parola. Questa operazione termina le
prime cerimonie del pellegrinaggio alla Mecca.
È noto che quasi tutti i Musulmani si lasciano crescere in mezzo alla
testa una ciocca di capelli; ma perchè il riformatore _Abdoul-wehhab_
dichiarò che la conservazione di questa ciocca è un peccato, e che i
_Wehhabiti_, dominano nel paese, tutti si radono interamente la testa.
Fui dunque anch'io forzato di lasciar cadere la mia lunga ciocca sotto
le mani dell'inesorabile barbiere.
Già si avvicinava il giorno quando si terminava di soddisfare a questi
primi doveri: allora mi si disse, che poteva ritirarmi per prendere un
poco di riposo; ma perchè non era lontana l'ora della preghiera del
mattino, scelsi di tornare al tempio, malgrado la mia debolezza e la
sostenuta fatica, ed andai a casa solamente alle sei ore.
Al mezzodì dello stesso giorno tornai al tempio per la preghiera
pubblica del venerdì, dopo aver fatta un'altra volta i sette giri della
_Kaaba_, recitata una preghiera particolare, e bevuto largamente
dell'acqua dello _Zemzem_.
All'indomani sabato 24 gennajo 1807, 15 del mese Doulkaada l'anno 1221
dell'Egira, si aprì la porta della _Kaaba_; ciò che si fa soltanto tre
volte all'anno in tre diversi giorni. La prima volta affinchè tutti gli
uomini che sono alla Mecca possano fare le loro preghiere nell'interno;
la seconda, che ha luogo il giorno dopo, per le donne; e la terza,
passati altri cinque giorni, è destinata a lavare e purificare la casa
di Dio. Per questa ragione i pellegrini che non si trattengono alla
Mecca che otto o dieci giorni all'epoca del pellegrinaggio di Aàrafat,
partono senz'aver veduto l'interno del tempio.
La porta della _Kaaba_ è nella faccia del N. E. a breve distanza dalla
_pietra nera_, ed è alta circa sei piedi sopra il livello del gran
cortile del tempio. Per entrarvi vien collocata al di fuori una bella
scala di legno portata da sei ruote di bronzo.
In questo giorno fui condotto al tempio, e perchè la gente vi era
affollata, mi fecero sedere in una specie di ricinto ove sta la guardia
della _Kaaba_ in faccia alla _pietra nera_. Questa guardia è composta di
eunuchi negri. Essendosi scemata alquanto la gente, alcune guardie e la
mia guida mi condussero nella casa di Dio; e si presero essi la cura di
farmi mettere il piè destro sul primo gradino della scala. Entrato nella
_Kaaba_ fui direttamente condotto nell'angolo che guarda al sud, ove
stando in piedi col corpo, e col volto possibilmente appoggiati contro
la muraglia, recitai ad alta voce una preghiera; e quindi feci la
preghiera ordinaria in faccia all'angolo del sud. Passai subito
all'angolo che guarda all'O., e quindi all'angolo del N. facendo in
ambedue ciò che fatto aveva nell'angolo del S. Di là essendo venuto
all'angolo dell'E., ove non feci che una breve preghiera in piedi,
baciai la chiave d'argento della _Kaaba_, che un fanciullo dello
Sceriffo seduto sopra un soffà teneva a quest'oggetto in mano. Uscii
scortato dai Negri che a forza di pugni mi facevano far largo. Appena
fui fuori della _Kaaba_ baciai la _pietra nera_, e feci di nuovo i sette
giri della casa di Dio; entrai poscia entro una piccola fossa a piè
della _Kaaba_, ed accanto alla porta, ove recitai la preghiera consueta,
e dopo aver bevuta l'acqua del pozzo _Zemzem_ ritornai al mio alloggio.
Al mezzo giorno ebbi avviso di tenermi preparato ad essere presentato al
sultano Sceriffo.
Il _Nikeb-el-Ascharaf_, o capo degli Sceriffi, venne a prendermi, e mi
condusse al palazzo. Egli mi precedette, ed io rimasi alla porta
aspettando l'ordine d'entrare. Un istante dopo il capo del pozzo di
_Zemzem_, _ch'era di già mio amico_, scese per cercarmi. Montammo la
scala, a metà della quale evvi una porta che ne chiude il passaggio. Il
mio conduttore picchiò a questa porta, che fu aperta da due domestici, e
noi continuammo a salire: attraversammo in seguito un corritojo oscuro,
e dopo aver lasciate le pappuzze in questo luogo, entrammo in una bella
sala, ov'era il sultano Sceriffo, detto Sceriffo _Ghàleb_, seduto presso
ad una finestra, e circondato da sei personaggi che stavano in piedi.
Poichè l'ebbi salutato mi fece le seguenti interrogazioni.
S. Parlate voi l'arabo[6]?
[6] _Lo Sceriffo mi credeva Turco._
A. Sì, Sire.
S. Ed il turco?
A. No, Sire.
S. L'arabo solamente?
A. Sì, Sire.
S. Parlate voi le lingue dei Cristiani?
A. Alcune.
S. Qual è il vostro paese?
A. Aleppo.
S. Siete voi uscito assai giovane della vostra patria?
A. Sì, Sire.
S. Ove foste durante la vostra assenza?
Gli raccontai la mia storia. Allora lo Sceriffo disse a quello che gli
stava a sinistra: _parla assai bene l'arabo; il suo accento è veramente
arabo_; e volgendomi di nuovo la parola, dissemi alzando la voce,
_avvicinatevi_. Mi appressai un poco, ed egli ripetè, _avvicinatevi_; ed
allora mi avanzai fino a lui. _Sedetevi_, mi disse, ed essendomi
affrettato di ubbidirlo, fece pure sedere il personaggio che gli stava a
sinistra.
Voi avrete senza dubbio notizie del paese de' cristiani, ripigliò lo
Sceriffo: ditemi le ultime che aveste. Gli feci un breve quadro dello
stato attuale d'Europa. Mi domandò: sapete voi leggere e scrivere il
francese? Un poco, Sire. — _Soltanto un poco, o bene?_ Un poco, e non
più, Sire. _Quali sono le lingue che parlate e scrivete meglio?_
L'italiano e lo spagnuolo. Così continuammo a conversare più di un'ora.
In appresso dopo avergli presentato il mio regalo, ed il firmano del
Capitano pascià, mi ritirai accompagnato dal capo dello _Zemzem_, che mi
condusse fino a casa.
Prima di passar oltre voglio dare contezza di questo importante
personaggio, ch'erasi fatto mio amico. Era questi un giovane di ventidue
in ventiquattr'anni, di una bellissima figura, occhi vivaci, ben
vestito, assai gentile, d'un'aria dolce e seducente, e fornito di tutte
le esteriori qualità che rendono amabile una persona. Depositario della
intera confidenza dello Sceriffo, occupa il più importante impiego. È
l'avvelenatore in titolo.... Rassicurati, lettore; nè questo nome ti
faccia tremare per me. Quest'uomo pericoloso mi era noto anche avanti.
Dopo la prima volta che fui al _Zemzem_, egli mi faceva assiduamente la
corte; aveva già da lui ricevuto un magnifico pranzo; ogni giorno
mandavami due bottiglie d'acqua del pozzo miracoloso: spiava i momenti
in cui mi recava al tempio, e si affrettava di venire a presentarmi coi
più dilicati modi una tazza colma d'acqua miracolosa, che io beveva
senza timore fino all'ultima goccia. Questo scellerato tiene gli stessi
modi verso tutti i Pascià, e personaggi d'importanza, che recansi alla
Mecca. Dietro il più leggiero sospetto, e per capriccio, lo Sceriffo
ordina, e lo sventurato straniero ha ben tosto cessato di esistere.
Siccome sarebbe un'empietà il rifiutare l'acqua sacra presentata dal
Capo del pozzo, quest'uomo con tal mezzo è padrone della vita di tutti i
pellegrini; ed ha già sacrificato molte vittime. Da tempo immemorabile i
sultani Sceriffi della Mecca tengono un avvelenatore alla loro corte; ed
è cosa notabile che non si curino di tenere celato l'arcano, poichè si
conosce in Egitto ed a Costantinopoli a segno, che il Divano ha più
volte mandati alla Mecca Pascià, ed altri personaggi per isbarazzarsene
in tal maniera. Ecco la ragione per cui i Mogrebini, e gli Arabi
d'occidente erano solleciti di prevenirmi di stare in guardia al mio
arrivo in questa città. I miei domestici non sapevano soffrire il
traditore, ed io gli dava i meno equivoci segni di confidenza,
affrontava le sue acque, ed i suoi pranzi con una serenità
imperturbabile; e soltanto ebbi la precauzione di tener sempre in tasca
tre prese di _zinco vitriolato_, vomitivo assai più efficace del tartaro
emetico, e che opera all'istante, onde usarne tostochè avessi il più
piccolo indizio di tradimento.
Parvemi che lo Sceriffo fosse dell'età di trenta in quarant'anni: la sua
carnagione è alquanto bruna; ha grandi e begli occhi, e barba regolare;
è grasso, e non pertanto assai vivace. Il suo abito consiste in un
_benisch_, _caftan_ esteriore, un _caftan_ interiore con uno sciallo di
cachemiro, ed un cachemiro, ed altro sciallo della stessa qualità per
turbante. Aveva dietro di lui un gran cuscino, un altro a lato, ed un
terzo più piccolo avanti, sul quale si appoggiava frequentemente. Nella
sala non vidi altri arredi nè ornamenti fuorchè un gran tappeto che
copriva tutto il suolo. In tempo della mia visita il sultano Sceriffo
fumava una pipa persiana, o _nerguilè_, ch'era posta in una altra
camera, e la di cui canna di cuojo per mezzo d'un foro fatto nel muro
terminavasi alla sua bocca. Il riformatore _Abdoulwehhàb_ avendo
dichiarato che l'uso del tabacco è peccaminoso, ed i suoi segretarj che
dominano l'Arabia essendo generalmente temuti, non si fuma che con molta
circospezione, e quasi di furto.
All'indomani, domenica 25 gennajo, resi la visita al _Nekih-el-Ascharaf_,
o capo degli sceriffi, e gli feci un piccolo regalo. Mi diede tutti i
segni di distinzione e d'amicizia, che io poteva desiderare. Era il
secondo giorno dell'apertura della _Kaaba_, come si disse poc'anzi,
ma era il giorno esclusivamente destinato per le donne. Esse vi
entrarono in folla per recitarvi le loro preghiere, e come gli uomini
esse fanno i sette giri intorno.
Il lunedì 29 gennajo, 20 del mese doulkaada, si lavò e purificò la
_Kaaba_ colle seguenti cerimonie. Due ore dopo il levar del sole il
sultano Sceriffo venne al tempio accompagnato da circa trenta persone, e
da dodici guardie parte Negri e parte Arabi. La porta della _Kaaba_ era
già aperta e circondata da immenso popolo, ma non eravi ancora la scala.
Il sultano Sceriffo montato sopra le spalle degli uni, e su la testa
degli altri entrò nella _Kaaba_ cogli Scheih principali delle tribù; gli
altri volevano fare lo stesso, ma le guardie negre ne vietavano
l'ingresso a colpi di pugni e di canne. Io stava lontano dalla porta per
evitare la folla, quando per ordine dello Sceriffo il capo di _Zemzem_
mi fece segno colla mano di avanzare; ma come farmi avanti a traverso di
più di mille persone ch'erano tra me e la _Kaaba_?
Tutti i portatori d'acqua della Mecca appressavansi coi loro otri pieni,
ch'essi facevano avanzare di mano in mano fino alle guardie negre della
porta, come pure un gran numero di piccole scope di foglie di palma.
I Negri cominciarono a gettar acqua sul suolo della sala che è
lastricata di marmo, e vi si gettò ancora acqua di rose. Quest'acqua
scolando per un foro posto sotto la soglia della porta, era avidamente
raccolta dai fedeli; ma perchè non era proporzionata ai loro desiderj, e
che i più lontani ne chiedevano ad alta voce per bevere e per bagnarsi,
le guardie negre colle tazze e colle mani la gettavano con profusione
sul popolo. Ebbero l'attenzione di farmene passare un piccol vaso, ed
una tazza, colla quale ne bevei quanto mi fu possibile, e sparsi il
rimanente sul mio corpo; imperciocchè quest'acqua, quantunque salsa
alquanto, porta seco la benedizione di Dio, ed altronde è bene
aromatizzata dall'acqua di rose.
Feci allora uno sforzo per avvicinarmi; molte persone mi sollevarono
sopra la folla, e camminando sopra le teste giunsi finalmente alla
porta, ove le guardie negre mi ajutarono ad entrare. Io era preparato a
tale operazione, non avendo in dosso che la camicia, un _caschaba_, o
camicia di lana bianca senza maniche, il turbante, ed il _hhaik_ che mi
avviluppava.
Il sultano Sceriffo scopava egli medesimo la sala. Appena entrato, le
guardie mi levarono il _hhaik_, e presentaronmi un fascio di piccole
scope, delle quali ne presi alcune in ogni mano. All'istante gettarono
molta acqua sul pavimento, ed io incominciai a scopare a due mani con
un'ardente fede, quantunque il suolo fosse di già pulito come uno
specchio. Durante questa operazione, lo Sceriffo che avea finito di
scopare e di profumare la sala, stava orando.
Mi venne in appresso presentata una tazza d'argento piena d'una pasta
fatta con raschiatura di sandalo, legno assai aromatico, e bagnato con
essenza di rose; stesi questa pasta sulla parte inferiore della parete
incrostata di marmo al disotto della tappezzeria che copre la parte
superiore ed il palco. Mi fu poi dato un pezzo di legno d'aloè che feci
abbruciare in una grande bragiera per profumare la sala.
Allora il sultano Sceriffo mi proclamò _Hhaddem-Bèit-Allah-el-Haram_,
vale a dire _servitore della casa di Dio la proibita_; e ricevetti le
congratulazioni di tutti gli assistenti. Dopo recitai le mie preghiere
nei tre lati della sala, come la prima volta, lo che pose termine ai
miei doveri. Mentre mi occupava di quest'atto di pietà, il sultano
Sceriffo erasi ritirato.
Un gran numero di donne che stavano nel cortile riunite in corpo a
qualche distanza dalla porta della _Kaaba_, gettavano di quando in
quando acute grida di gioja.
Mi fu data un poco di pasta di sandalo con due piccole scope che io
custodii religiosamente siccome preziose reliquie. Le guardie ajutaronmi
a scendere sopra il popolo, che mi prese, e mi pose in terra
felicitandomi dell'avvenimento. Passai di là al _Makam-Hibrahim_ per
farvi una preghiera, vi fui ricoperto del mio _hhaik_, ed entrai in casa
mia tutto bagnato.
Altri impiegati del tempio mi portarono successivamente acqua del
lavacro, ed un vaso me ne mandò il figlio dello Sceriffo che aveva la
chiave della _Kaaba_, aggiugnendovi un cartoccio ripieno di raschiatura
di sandalo ridotta in pasta con acqua di rose, un altro cartoccio di
altri aromi, un cero, e due piccole scope. Dovetti corrispondere a tanti
favori nel miglior modo possibile.
Il martedì 3 febbrajo, 25 del mese doulkaada, la grande tela nera che
copre l'esteriore della _Kaaba_ fu tagliata un poco sopra alla porta, e
tutto all'intorno dell'edificio; cosicchè rimase scoperto nella parte
inferiore; lo che compie la cerimonia detta _Yaharmo-el-Bèit-Allah_,
cioè _purificazione della casa di Dio_.
In questa operazione tutti gl'impiegati del tempio procurano di ottenere
qualche pezzo della tela, che dividono in minutissimi pezzetti per farne
certe reliquie, che regalano poi ai pellegrini, obbligati di
corrispondere a questo favore con qualche gratificazione. Io ne
ricevetti tante che... Dio sia lodato!
In questo giorno medesimo un corpo d'armata de' _Wehhabiti_ entrò nella
Mecca per soddisfare ai doveri del pellegrinaggio, e per impadronirsi
della santa città. Io li vidi entrare per accidente. Mi trovava alle
nove ore nella strada principale, quando vidi venire una folla di uomini
strettamente serrati gli uni contro gli altri, non avendo altra veste
che un panno intorno alle reni, ed alcuni una salvietta posta sulla
spalla sinistra, e sotto l'ascella destra; del resto affatto nudi ed
armati di fucili a miccia con un _cangiar_, o grande coltello curvo
appeso alla cintura. Alla vista di questo torrente d'uomini nudi ed
armati tutta la gente sgombrò la strada. Io rimasi al mio luogo, salendo
sopra un mucchio di rottami onde meglio osservarli. Vidi avanzare una
colonna che parvemi numerosa di cinque in sei mila uomini talmente
serrati su tutta la larghezza della strada, che non avrebbero potuto
movere una mano. La colonna era preceduta da tre o quattro uomini a
cavallo armati di una lancia lunga due piedi, e seguita da altri
quindici o venti montati sopra cavalli, cammelli, e dromedarj colla
lancia alla mano come i primi; ma non avevano nè stendardi, nè tamburri,
nè verun altro stromento, o trofeo militare. Marciando altri mettevano
grida di santa allegrezza, altri confusamente recitavano preghiere ad
alta voce; ognuno a modo suo.
Salirono in tale ordinanza fino alla più alta parte della città, ove
giunti incominciarono a sfilare a piccoli corpi separati per entrare nel
tempio per la porta _Beb el-Salem_.
Un gran numero di fanciulli della città, che d'ordinario servono di
guida agli stranieri gli si fecero incontro, presentandosi loro in
piccoli gruppi per insegnar loro le sacre cerimonie: osservai che tra
queste guide non eravi un solo uomo di età matura. Già i primi corpi in
atto d'incominciare i giri della _Kaaba_ si facevano premura di baciare
la _pietra nera_, quando altri impazienti d'aspettare, si avanzano
tumultuariamente, mischiandosi coi primi, e facendo una tale confusione
che più non era intesa la voce delle guide. Alla confusione tien dietro
il tumulto: tutti vogliono ad un tempo baciare la _pietra nera_, tutti
vi si affollano, e molti cercano di aprirsi un passo col bastone. Invano
uno de' loro capi monta sullo zoccolo presso alla pietra sacra per
rimettere l'ordine; le sue grida, i suoi segni tornano vani perchè il
santo zelo della casa di Dio che li divora non permette loro d'udir
ragione, nè la voce del capo. Il movimento in giro s'accresce per mutuo
impulso. Finalmente si vedono, a guisa d'uno sciame di api, che volano
intorno all'alveare, girare confusamente intorno alla _Kaaba_, e nel
loro confuso zelo rompere coi fucili che hanno sulle spalle tutte le
lampadi di vetro che circondano la casa di Dio.