Ordinai di remare, ma i miei compagni non sapevano remare: assegno ad

ognuno il suo posto, e dopo aver distribuiti i remi, ne insegno loro la

manovra, e mi faccio a cantare sull'andamento de' marinai del mar Rosso

per dar loro la misura, onde il movimento fosse uniforme. Quale

spettacolo! Io mi trovava quasi nudo esposto ai colpi del mare, alla

pioggia, alla grandine, colle mani attaccate al timone senza saper ove

andare, molestato da violenti accessi di vomito, eppure obbligato di

cantare per regolare la manovra. Talvolta la scialuppa, nostra ultima

speranza, urtava nello scoglio, e ci faceva gelare il sangue. Finalmente

dopo una lunga ora di così tormentosa angoscia, le nuvole si allargarono

alquanto, ed un raggio di luce avendomi dato modo di orizzontarmi, e

fatta rinascere nel mio cuore la speranza, gridai: _siamo salvi_. Allora

drizzai la scialuppa verso la costa dell'Arabia, quantunque non fosse

ancora visibile; e dopo tre ore d'immense fatiche, ci trovammo presso

terra allo spuntar del giorno.

Sbarcammo tutti quasi nudi o in camicia: eravamo quindici. Il nostro

primo atto fu quello di abbracciarci a vicenda, felicitandoci della

nostra salvezza; i miei compagni sopra tutto non potevano saziarsi di

attestarmi la loro sorpresa per così buona riuscita; chiedevanmi come

aveva potuto sapere malgrado tanta oscurità, che la terra era là..., e

per uno spontaneo movimento di riconoscenza, spogliaronsi di parte delle

loro vesti per ricoprirmi; e per tal modo mi trovai ben tosto vestito,

grottescamente è vero, ma riparato dal vento che soffiava freddissimo.

Ci rimaneva a sapere a qual terra eravamo approdati. Mandai a

riconoscerla quattro uomini; ed il loro rapporto mi persuase essere

scesi in un'isola deserta, che altro non era che un piano di arena

mobile senz'acqua, senza rupe, e senza vegetazione. Ben si vedeva la

gran terra poche leghe lontana, ma come avventurarsi ancora nella

scialuppa sopra un mare sempre burrascoso? e se la burrasca durasse

alcuni giorni come potevamo durarla senza mangiare e senza bere? Il

cielo che s'andava rischiarando, mi permise di vedere il nostro

bastimento all'orizzonte accompagnato da un altro _Dao_. Quale non fu la

nostra gioja nel rivederlo quando credevasi già perduto.... Di dove

veniva mai l'altro bastimento?

Il tempo tornò ad imperversare: la pioggia cadeva a torrenti, ed un

vento gelato ne toglieva quasi il sentimento. Ci tenevamo strettamente

serrati gli uni contro gli altri, ed il solo cappotto che avevamo fu

steso sopra le nostre teste; difendendoci in tal modo dalla pioggia e

dal vento, e riscaldandoci alquanto. Verso mezzo giorno il tempo si

calmò un poco, e la scialuppa dell'altro bastimento che andava in

traccia di noi vivi o morti, si avanzò abbastanza per conoscere i segni

che andavamo facendo con una camicia in cima di un remo. Bentosto si

avvicinò; ed i marinai ci assicurarono che il _Dao_ erasi salvato senza

aver sofferte considerabili avarie, perchè era fortissimo, ed era quasi

senza carico. Perchè aveva perdute tutte le ancore fu fortunatamente

soccorso dall'altro, che arrivandogli sopra accidentalmente nell'istante

del maggior pericolo, gli somministrò un'ancora e corde.

Ci rimbarcammo sopra le due scialuppe, e tornammo al bastimento. Qual

tenera scena fu quella del nostro amico a bordo! Tutti lieti di vedermi

salvo gettavanmisi ai piedi piangendo d'allegrezza, mi abbracciavano, e

non sapevano come significarmi la loro gioja, perchè ci avevano creduti

inghiottiti dalle onde, come noi credevamo il bastimento spezzato contro

lo scoglio. Il mio cuore non potè resistere a così tenera scena; e

profondamente commosso da questa spontanea testimonianza del loro

affetto, mi trovai gli occhi umidi di pianto.

Nel terribile istante in cui abbandonai il bastimento, un uomo volendo

saltare nella scialuppa era caduto in mare; e questa fu la sola vittima

della tempesta. Si rimase questo e l'altro giorno all'ancora, per dar

tempo di rimettere tutto in ordine nel bastimento, onde partire

all'indomani.

_Mercoledì 6._

Dopo avere navigato tutto il giorno, passata l'isola di _Diebel-Hazen_,

ci ponemmo all'ancora sulla costa d'Arabia in sul cominciare della sera.

_Giovedì 7._

Si entrò avanti notte nel porto di _Jemboa_, città abbastanza

considerabile, e dopo Diedda la più importante della costa arabica.

_Venerdì 8._

Il capitano volle trattenersi quel giorno a Jemboa per fare acquisto di

ancore e di altri oggetti che gli mancavano, e per far raddobbare il

bastimento.

_Sabato 9._

Questo giorno si passò il tropico, e si gettò l'ancora ad _Algiar_. Feci

colà alcune curiose osservazioni, che in seguito ho perdute.

_10, 11 e 12._

Si navigò di giorno, e si stette all'ancora la notte sulle coste

dell'Arabia, ma le note da me prese si perdettero. Incominciai allora a

sentire un leggiero ma continuato dolore al basso ventre, ed una

notabile infiammazione nella parte inferiore: lo che mi fece credere di

avere una rottura. Era senza dubbio cagionata dallo sforzo violento

ch'io feci saltando nella scialuppa la notte della burrasca. Ciò mi

rattristò assai, perchè temeva di rendermi incapace d'ogni fatica, ed

anche di montare a cavallo nell'istante in cui aveva maggior bisogno di

tutte le mie forze. E come era questi un accidente che non avevo

preveduto, e di cui non ne aveva nelle mie note mediche fatta menzione,

non sapeva come medicarmi. Guidato dal semplice raziocinio feci uso

delle fasce, e mi posi a giacere nella più favorevole posizione.

Giugnemmo uno di questi giorni verso le dieci ore del mattino ad

_Aràboh_, che trovasi al confine settentrionale di _Beled-elaharam_, o

terra santa; il bastimento incagliò da prora nella sabbia, onde

facilitare ai pellegrini la pratica delle prime cerimonie del

pellegrinaggio detto _Jahàrmo_. Per soddisfare a questo preliminare,

conviene buttarsi in mare, bagnarsi, fare un lavacro generale con acqua

dolce e sabbia, in seguito recitare le preghiere affatto nudo,

avvolgersi i lombi, e fino alle ginocchia con una salvietta senza

cucitura che chiamasi l'_Ihràm_, camminare alcuni passi verso la Mecca

pronunciando la seguente invocazione:

_Li Bèïk; Allàhummma li Bèïk._

_Li Bèïk; la Scharika laka li Bèïk._

_Inna Alhàmda, oua maamàta làka,_

_Ouèl Moulkou, la schaùka lèïk._

Poi formansi colle mani alcuni monticelli di sabbia, e si rimonta a

bordo così coperti ripetendo le stesse preghiere nel rimanente del

viaggio.

Trovandomi ammalato non mi gettai in mare, ma feci la mia abluzione

colla sabbia; i miei domestici mi formarono una cintura con drappi del

letto e dei _hhaïc_ per tenermi riparato dal vento mentre faceva

l'abluzione, le preghiere, le invocazioni, ed i monticelli di sabbia,

siccome prescrive il rito, senza mancare alla circostanza che esige, che

tutto ciò si faccia a cielo scoperto. Tornai a bordo com'era venuto,

appoggiato alle loro braccia.

Da qualunque parte il pellegrino arrivi al _Bèled-el-Hayam_ è obbligato

di fare le stesse cerimonie, risguardate qual preludio indispensabile

del pellegrinaggio; diversificano per altro esse alcun poco ne' quattro

riti ortodossi della legge.

Da quest'istante non si può più radersi il capo finchè non siansi fatti

i sette giri alla casa di Dio, che siasi baciata la pietra nera, bevuta

l'acqua del pozzo sacro, detto _Zemzem_, e fatti i sette viaggi tra le

sacre colline di _Saafa_ e di Mèroua.

_Mercoledì 15._

Si gettò felicemente l'ancora nella rada di Diedda, meta di questo

tragitto di mare.

Spedii subito a terra uno de' miei domestici con lettere pel negoziante

_Sidi Mehemed Nas_, incaricato de' miei affari.

Poco dopo mezzogiorno vennero a prendermi con un battello, che mi portò

a terra ove sbarcai alle tre ore circa. Fui ben accolto in un

appartamento ammobigliato con tutto il lusso orientale, e fui

all'istante ristorato con un ottimo pranzo.

Verso il tramontare del sole il _Dao_ entrò in porto: ed all'indomani

mattina avanti di sbarcare i miei domestici, ed i miei effetti, andai ad

alloggiare in una casa che occupai io solo colle mie genti.

Continuava a trovarmi indisposto e debole a segno di non potermi più

movere. Ne' primi quattro giorni dopo sbarcato fui travagliato dalla

febbre, malgrado la quale il venerdì non mancai di andare alla Moschea,

ov'ebbi un leggiero disgusto.

All'indomani del mio arrivo il governatore o _Visir_, che è un negro

schiavo del Sultano sceriffo della Mecca, mi aveva fatto dire, che

sapeva aver io alcune selle, e che desiderava di vederle. Non era

difficile ad intendere che sotto questa inchiesta si voleva averne

almeno una in dono; ma non avendo da costui ricevuto alcun contrassegno

di distinzione, e non avendo di lui bisogno nè timore, ordinai al mio

scudiere di portargli le cinque selle che aveva meco, _ma soltanto per

fargliele vedere_.

Avendole il governatore osservate, si lasciò in presenza del mio

domestico uscir di bocca alcune inconsiderate espressioni: questi mostrò

di non intendere, ed a seconda dei miei ordini riportò le cinque selle.

Conviene dire che questo procedere offendesse l'orgoglio del

governatore, che per vendicarsene cercò di darmi qualche pubblico

dispiacere.

In qualunque luogo mi condussero i miei viaggi io era avvezzo per fare

alla moschea la mia preghiera del venerdì, di mandare avanti alcuni

domestici a prepararmi un tappeto presso all'Imam, custodendolo fino al

mio arrivo. Vi prendeva allora posto, e per quanto grande fosse la

folla, il mio tappeto fu sempre rispettato.

Avendomi anche in questo venerdì preceduti i miei domestici alla

moschea, collocarono il tappeto secondo la pratica, ed io vi feci la mia

prima preghiera. Arrivò ben tosto il governatore coi suoi ufficiali

negri come lui, ed alcuni soldati che fecero ritirare coloro ch'erano

presso di me, e posero il tappeto del governatore in modo che copriva in

parte il mio, ma non ebbero il coraggio di dirmi nulla.

Il governatore si pose sul suo tappeto, ed il suo primo ufficiale dopo

essere rimasto un momento titubante ardì perfino di battermi dolcemente

la spalla, e di farmi segno onde mi ritirassi, ciò ch'eseguii subito per

non dar motivo di scandalo; ed egli si pose sul mio tappeto a fare la

preghiera.

Tutti erano impazienti di vedere il fine di questa scena, e cosa

risolvessi. Io sceriffo, figlio di _Osman-Bey-el-Abbassi_, avrei potuto

sopportare l'insulto d'uno schiavo!... Ma egli aveva la forza in mano, e

cercava di provocarmi, onde, nel caso che io non mi fossi saputo

contenere, abusare con apparente giustizia della sua autorità; mi

appigliai quindi ad un altro espediente.

Appena terminata la preghiera, prima che niuno si alzasse, dissi con

voce ferma ai miei domestici _«Levate questo tappeto; portatelo

all'Imam, e ditegli che glielo dono per servizio della moschea. Io non

potrei mai più far la mia preghiera sopra questo tappeto, levatelo»_. I

miei domestici lo levarono bruscamente, e lo consegnarono all'Imam, che

fu assai contento di questo dono. Tutti applaudirono, ed il governatore

ed i suoi ufficiali rimasero come di sasso. Lasciai alcune elemosine

alla moschea ed ai poveri; ed accompagnato da molte persone tornai a

casa per mettermi a letto, essendo tormentato dalla febbre.

Questi ufficiali negri fanno pompa di un lusso orientale il più

raffinato, portando ricchissimi _sciali_ di cachemire, bellissime tele

dell'India, armi magnifiche, squisiti profumi.

Malgrado il cattivo stato di mia salute feci pure alcune osservazioni

astronomiche, che mi diedero la longitudine per distanze lunari di 36°

32′ 37″ E. dell'osservatorio di Parigi[4]; la latitudine per i passaggi

del sole 21° 33′ 14″ N.; e la declinazione magnetica 10° 4′ 53″ O.

[4] _Veggasi il capitolo XXXVIII._

Djedda è una gentile città con belle strade regolari, e con piacevoli

case a due o tre piani, tutte fatte di pietra, non però con troppa

solidità, avendo molte e grandissime finestre, ed il tetto piano. Vi

sono cinque moschee che non meritano la minima attenzione.

La città è circondata da vaghe mura con torri irregolari, ed in distanza

di dieci passi da una fossa affatto inutile, perchè senza alcuna opera

che la sostenga. In vece di un ponte levatojo in faccia alla porta della

città si è riempiuta la fossa di terra.

I pubblici mercati sono ben provveduti, ma le derrate sono assai care.

Un pollo costa una piastra spagnuola, e gli erbaggi provengono da luoghi

assai lontani, non essendovi nelle vicinanze per mancanza di sorgenti nè

giardini nè orti. Non vi si beve che acqua di pioggia, ma assai buona

perchè conservata in ottime cisterne. Il pane non mi sembrò troppo

bianco. Vi si respira un'aria fragrante perchè in ogni angolo vi sono

venditori d'acqua da bevere i quali abbruciano continuamente incensi o

altri aromi. Lo stesso metodo si pratica nei caffè, nelle botteghe,

nelle case, ed in ogni luogo.

Contansi a Djedda circa cinquemila abitanti; e questa città può

riguardarsi come centro della circolazione del commercio interiore del

mar Rosso. I bastimenti di Moca vi portano il caffè e le derrate

dell'India e di tutto il Levante, ed in Djedda si ricaricano sopra altre

navi per Suez, Iemboa, e per tutti gli altri porti delle coste d'Arabia

e d'Affrica.

Se gli Arabi conoscessero meglio la navigazione, Moca potrebbe spedire

direttamente i suoi carichi a Suez senza accrescerne il prezzo col fare

scala a Diedda: ma ciò è quasi impossibile con bastimenti senza ponte,

mal costrutti, e mal capitanati.

Inoltre l'interesse degli Arabi deve opporsi a qualunque innovazione su

questo particolare, poichè adesso le derrate di transito lasciano nella

loro patria il prodotto degl'interessi, delle commissioni, de'

trasporti, delle gabelle ec.; il che tutto sarebbe perduto

perfezionandosi la navigazione: ed in questo caso Djedda cesserebbe di

essere uno scalo di tanta importanza. I negozianti di Djedda acquistano

a Moca, o a dir meglio i negozianti di Moca spediscono a Djedda le

mercanzie, che i negozianti del Cairo, per mezzo dei commissionati di

Suez, acquistano a Djedda. Trasportansi a Djedda per lo scalo di Suez

drappi ed altre manifatture d'Europa; ma queste non bastano per pagare i

prodotti dell'India, ed il caffè dell'Iemen. Vi si supplisce con piastre

Spagnuole, e grossi scudi di Germania, che sono a Djedda ricercatissimi,

perchè guadagnano assai nell'Iemen ed a Moca.

Parvemi che il negoziante incaricato de' miei affari a Djedda avesse un

commercio assai esteso; ma che scarseggiasse di numerario, perchè

difficilmente poteva averne quando gliene chiedeva.

Vidi molto lusso negli abiti e negli appartamenti delle persone agiate,

ma tra il basso popolo incontransi molte persone quasi affatto nude ed

estremamente miserabili.

La guarnigione è composta di dugento soldati Turchi o Arabi, che non

fanno il più piccolo servizio, riducendosi ogni loro incombenza a stare

seduti in un caffè giuocando agli scacchi, fumando, e prendendo caffè.

Non trovasi in Djedda verun cristiano Europeo; ed alcuni Cristiani Cofti

vivono confinati in una casa o caserma vicina allo sbarco.

Il principale personaggio, ed il più ricco negoziante chiamasi _Sïdi

Alarbi Djilani_; uomo di non comuni talenti, ed attaccato agl'Inglesi,

coi quali fa quasi tutto il suo commercio. In questo tempo gli abitanti

di Djedda erano crucciati coi Francesi, perchè nel precedente anno

questi ultimi eransi impadroniti di un ricco bastimento del Sultano

Sceriffo, e di altre navi Arabe; pure non chiedevano vendetta, nè

dichiaravano odio alla nazione Francese; anzi bramavano un

ravvicinamento, ma non sapevano come incominciarne le trattative. Io

suppongo che incominciassero ad amare realmente i Francesi dopo aver

veduta la loro condotta in Egitto.

Ingannato dalla fama de' cavalli Arabi avevo da Suez rimandati i miei al

Cairo; ma ebbi cagione di esserne pentito, non trovandosi a Djedda che

pochi cavalli di proprietà de' più ricchi negozianti che non volevano

privarsene. Non vidi alcun mulo; ma bensì asini alti e ben fatti,

sebbene però non superiori a quelli d'Egitto. Sonovi moltissimi

cammelli, le sole bestie da soma che si adoperino in questo paese.

Le strade sono affollate, come nelle altre città musulmane di cani

vagabondi o smarriti. Sembrano naturalmente divisi in separate tribù o

famiglie. Quando un cane ha l'ardire o la disgrazia di passare in un

dipartimento o tribù straniera, vi cagiona un rumore infernale, ed il

temerario non si salva mai senza essere stato assai maltrattato. Nè

minore è il numero de' gatti somiglianti affatto a quelli d'Europa.

Sonovi alcune mosche, ma non moscherini, nè insetti di altra specie.

Djedda è priva affatto di carbone, e non vi si abbruciano che poche

legna, trasportatevi da luoghi lontanissimi, o gli avanzi dei vecchi

navigli ed inservibili. Le farine si tirano dall'Affrica.

Gli abitanti sembraronmi una mescolanza di sangue Arabo, Abissino o

negro, e di un poco d'Indiano. Osservai parecchj individui di fisonomia

assai prossima a quella de' Chinesi, che non diversifica molto

dall'indiana. È così famigliare l'usanza di tenere schiave abissine o

negre, che appena arrivato a Djedda, il mio mercadante mi propose prima

d'ogni altra cosa l'acquisto di una negra: offerta che io rifiutai

benchè non proibita dalla legge, perchè durante il mio pellegrinaggio mi

riguardava come in istato di penitenza.

Si ritiene che cento bastimenti all'incirca vengono impiegati nel

cabotaggio da Djedda a Suez, ed altrettanti da Djedda a Moca; ma

trovandosene sempre molti inservibili può ridursi il numero ad ottanta.

A quelli che perdonsi ogni anno sugli scogli del Mar Rosso sottentrano i

nuovi che si fabbricano a Suez, a Djedda, a Moca.

Djedda poco prima aveva più ricchezze che all'epoca del mio passaggio;

essendole riuscite dannose le guerre de' _Wehhabiti_, perchè per lungo

tempo gli abitanti furono costretti di fare notte e giorno il mestiere

del soldato. D'altra parte la guerra d'Europa paralizza il commercio del

Levante; le rivoluzioni dell'Egitto, e dell'Arabia impediscono le

comunicazioni commerciali della contrada, e quelle di Barbaria rendono

assai difficili i pellegrinaggi degli occidentali; tutte circostanze

contrarie alla felicità ed alla prosperità di Djedda.

Fuori delle mura della città dalla banda di terra avvi un gran quartiere

di baracche assai popolato di famiglie quasi tutte povere, onde non si

trovano che mercanti di commestibili, e di cose di poco valore.

Il circondario di Djedda è un vero deserto, ed il suo clima

incostantissimo. Da un giorno all'altro io vedeva l'igrometro balzare

dall'estrema siccità all'estrema umidità. Il vento settentrionale che

attraversa i deserti dell'Arabia vi arriva talmente secco che inaridisce

all'istante la pelle, e l'aria è sempre ingombra di polvere. Se

sottentra il vento di mezzogiorno, si prova subito l'opposto estremo.

L'aria, e tutto ciò che si tocca è zeppo di umidità; ed una subita

spossatezza s'impadronisce delle nostre membra. Pure si crede più

salutare il vento umido, che il secco[5].

[5] _Tale è pure l'opinione degli abitanti di alcune città

marittime d'Europa._

Il maggior calore da me osservato fu di 23° di _Reaumur_. Coi venti di

mezzogiorno vidi l'atmosfera carica di una specie di nebbia.

Ebbi una notte la luna al mio zenit, ed un'altra dalla banda di

settentrione: era questo effetto della latitudine, trovandomi press'a

poco a due gradi al sud del tropico. Dopo il mio arrivo mi venivano

presentati ogni giorno piccoli vasi d'acqua del miracoloso pozzo Zemzem

della Mecca: io beveva, e pagava.

La vigilia della partenza alla volta della santa città essendo venuto a

trovarmi il capitano del bastimento, ruppe il mio igrometro.

CAPITOLO XXXIII.

_Continuazione del pellegrinaggio. — El Hhadda. — Arrivo alla

Mecca. — Ceremonia del pellegrinaggio alla Casa di Dio a Staffa

ed a Meroua. — Visita dell'interno della Kaaba, o Casa di Dio.

— Presentazione al Sultano Scheriffo. — Purificazione, o

lavacro della Kaaba. — Titolo d'onore acquistato d'Ali Bey. —

Arrivo dei Wehhabiti._

Trovandomi alquanto ristabilito in salute, benchè debole assai, partii

per la Mecca il 21 gennajo alle tre dopo mezzogiorno sopra una macchina

formata di travicelli, proveduta di un materasso in forma di piccolo

soffà, coperta di panni sostenuti con archi, e collocata sopra la

schiena di un cammello. Questa macchina chiamasi _schevria_, ed è

abbastanza comoda perchè uno può adagiarvisi come vuole: ma il movimento

del cammello che io non aveva prima provato, nello stato di attuale

debolezza mi riusciva incomodissimo.

I miei Arabi incominciarono a disputare tra di loro nelle strade della

città, facendovi altissime grida: e quando credeva terminata la lite, la

vidi ricominciata appena sortito di Djedda, in modo da sospendere il

cammino per un'ora e mezzo. Finalmente essendo succeduta alla burrasca

la calma, e già caricati i cammelli, ci avviammo alle cinque e mezzo

verso levante a traverso di una pianura deserta, terminata in fondo

all'orizzonte da gruppi staccati di piccole montagne che rompono

alquanto la monotonia del deserto.

Alle otto ore e mezzo della sera eravamo arrivati presso alle montagne,

che sono piccoli ammassi di pietre affatto prive di vegetazione.

La serenità del cielo, e la luna che passava sulle nostre teste facevano

la strada deliziosa, ed i miei Arabi cantavano e danzavano intorno a me.

Ma io non mi trovava troppo bene, non potendo più sopportare il moto del

cammello. A fronte di ciò stordito dal romore de' domestici, spossato

dalla fatica e dalla debolezza, mi addormentai per due ore.

Risvegliandomi sentii rinforzarsi la febbre, e mi venne un poco di

sangue della bocca.

Intanto i miei Arabi, essendosi anch'essi addormentati, uscirono di

strada. Dopo mezza notte accortisi d'essere su quella di Moca, piegarono

a N. E. fra montagne di mezzana altezza qua e là coperte di boschi,

finchè essendosi rimessi sulla direzione della Mecca, camminarono all'E.

fino alle sei ore del mattino di giovedì 22 gennajo, facendo alto in un

_dovar_ di baracche detto _el Hhadda_, ove trovasi un pozzo d'acqua

salmastra.

Io non posso dar conto esatto dello spazio percorso, ma suppongo che ci

trovassimo allora lontani circa otto leghe da Djedda. Le baracche di

questo _dovar_ sono tutte eguali, affatto rotonde, del diametro di sette

in otto piedi, con tetti conici alti da terra alla sommità circa sette

piedi. Sono formate da una linea di pali piantati in terra, e coperte di

foglie di palme, e di ramuscelli. Arrivando, ciascuno si prende una

baracca senza chiederne il permesso a chicchessia.

Il pozzo ha un piede e mezzo in ogni lato del quadrato, e dieci braccia

di profondità. Sta appeso alla sua apertura un secchio di cuoio con una

corda per servizio de' passeggieri. Esaminando l'interno del pozzo

vedesi, che il terreno fino a considerabile profondità è formato di

arena sciolta, poichè per impedirne lo smottamento fu palificato dalla

cima al fondo.

Le poche piante del circondario non hanno nè fiori nè frutta; e questo

luogo è precisamente una valle che va da levante a ponente in mezzo a

montagne di porfido d'un rosso più o meno oscuro.

Interessante parvemi il modo in cui in questo luogo si dà a mangiare ai

cammelli. Viene prima stesa sul suolo una stuoja, o un pezzo di tela in

forma circolare del diametro di cinque in sei piedi, sulla quale si pone

un mucchio d'erba spinosa minutamente tagliata: fatti questi

preparativi, si conduce un cammello che tranquillamente si adagia vicino

a questa tavola, poi un secondo, un terzo, un quarto, che adagiansi

nella stessa maniera a distanze eguali dalla tavola; allora cominciano a

mangiare con una politezza senza pari, e con bell'ordine, prendendo

ognuno l'erba a piccolissimi manipoli; e se taluno abbandona il proprio

luogo, il suo vicino lo riprende amichevolmente, e l'indiscreto rientra

in dovere; in una parola, la tavola dei cammelli è una fedele copia di

quella dei loro padroni.

Qui rinnovammo la cerimonia della purificazione, tal quale l'avevamo già

fatta ad Arabah, vale a dire l'abluzione generale ch'io feci con acqua

calda, e la preghiera recitata in istato di assoluta nudità, ec., come

sopra.

Gli abitanti del _dovar_ vendevano acqua dolce assai buona che

prendevano nelle vicine montagne dalla banda di mezzodì.

Partendo dal _dovar_ si venne a chiedermi, ed io diedi una

gratificazione per l'alloggio.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3 · 第 3 / 13 段