Fu pure sciolto il problema rispetto alla loro destinazione, sapendosi

destinate per ultimo soggiorno de' sovrani che le inalzarono. Gli Arabi

le chiamano _El Haràm Firàoun_, e raccontano mille scioccherie delle

loro strade sotterranee, che stendonsi sotto tutto il basso Egitto.

È noto che su questi antichi monumenti non vedonsi nè iscrizioni, nè

geroglifici che possano condurci alla cognizione de' tempi in cui furono

fatte. La più grande viene attribuita a Cheops che viveva circa

ottocento cinquant'anni avanti l'era cristiana; ma io inclino a crederla

anteriore ai tempi storici, perciocchè se fosse opera di quel principe

avremmo altre testimonianze oltre quelle di Erodoto sopra un monumento

che a' suoi tempi doveva eccitare l'universale ammirazione.

A' piedi della maggior piramide vedesi un _dovar_ arabo, che serve di

scala per formarsi una più esatta idea delle sue vaste dimensioni.

Presso alle piramidi vidi la _Sfinge_ busto o testa formata d'una rupe

di enorme grandezza, che gli Arabi chiamano _Aboullahoul_. Io ne

rimarcai perfettamente l'acconciatura di capo, gli occhi e la bocca; ma

perchè mi trovava quasi in faccia non potei vederla di profilo come lo

desideravo.

Il piano e le colline del Sahhara affatto coperti di sabbia bianca

mobile chiudono la vista all'occidente.

Djizè è posto sulla sponda sinistra del Nilo. Altra volta, secondo che

mi fu detto, questo borgo era un luogo di delizie circondato di belle

case di campagna e di giardini; al presente è un tristo villaggio

popolato soltanto di soldati Arnauti, che non possono meglio

rassomigliarsi che a banditi.

Ritornando da Djizè visitai l'isola di _Roudi_ o _Rouda_ sul Nilo presso

la riva destra. Questa isola oggi abbandonata fu anticamente un piccolo

paradiso coperto di deliziosi giardini. All'estremità meridionale entro

una specie di profondo cortile che comunica colle acque del fiume

trovasi il celebre _mikkia_, colonna innalzata per misurare giornalmente

l'altezza delle acque del Nilo in tempo della escrescenza. A

quest'effetto è diviso in cubiti disuguali, o a dir meglio inesatti, ed

in dita, di modo che chiunque può calcolare l'abbondanza del successivo

raccolto. Ma oggi questo monumento di tanta importanza è abbandonato ad

un corpo di soldati, o a dir meglio di barbari, che sembrano cospirare

alla sua distruzione. Allorchè sbarcai fui condotto sopra un ammasso di

ruine abbandonate, di dove vidi con estremo dolore e sorpresa, che in

breve preparavasi la stessa sorte al _mikkia_. Di già una moschea ed

altri edificj vicini al _mikkia_ sono stati atterrati; di otto colonne

che ne formavano la galleria, quattro giacciono nella polvere, i tetti

cadono a pezzi, e per affrettare il troppo lento lavoro del tempo, i

soldati levano il piombo che unisce le pietre ed i legni del coperto:

per cotal modo si accelera la ruina di un edificio così utile, e che da

tanti secoli contribuisce alla gloria dell'Egitto.

I Francesi in tempo della loro spedizione in questo paese avevano

ristaurato il _mikkia_, e ristabilito l'ordine del servizio; ma ogni

cosa fu distrutta a quest'ora, e la medesima colonna del _mikkia_

sarebbe già atterrata, se non fosse appoggiata ad una grossa spina

trasversale che i Francesi posero sul capitello. Domandai se non eravi

persona incaricata della custodia di un edificio di tanta importanza, e

mi fu risposto: _Chi pagherebbe?_ Perchè almeno non si provvede d'una

porta che ne chiuda l'ingresso? _Ciò ancora richiede denaro; altronde i

soldati leverebbero la porta e la serratura..._ — Colle sole lagnanze si

può rispondere a sì grande apatia. Sospettai che lo stesso _Mehemed Alì_

cospirasse dal canto suo come gli altri alla distruzione del _mikkia_,

di cui anche il Califfo _Omar_ pare che desiderasse l'annientamento.

I muri del cortile nel di cui centro trovasi il _Mikkia_ hanno l'esterno

di pietre quarzose, e dello stesso sasso è la scala per cui si scende a

basso, come pure la colonna che non potei avvicinare per essere

circondata dall'acqua. Una elegante cupola di legno ond'era ricoperto il

cortile e la colonna, viene ogni giorno esportata a pezzi.

Un simile monumento in tutt'altro paese in cui il raccolto discende

dalle pioggie e da altre cagioni accidentali, sarebbe superfluo e fuor

di luogo; ma in Egitto ove l'abbondanza o la sterilità dipendono

unicamente dal grado d'elevazione periodica delle acque del Nilo, avendo

l'esperienza dato un esatto risultato degli effetti d'ogni cubito sulla

quantità del raccolto, della più alta importanza diventa uno stromento

destinato a misurarli: ed un saggio governo deve prendersene la più

attenta cura, perchè conoscendo anticipatamente la misura del raccolto,

può provvedere, prima che si sentano, ai bisogni della popolazione. Per

tali considerazioni i Francesi diedero a quest'oggetto la debita

importanza, ed è loro dovuto il bel passeggio con doppie linee di alberi

che attraversano in tutta la sua lunghezza l'isola della _Rouda_ dal S.

al N.

Di là ritornai al vecchio Cairo o _Mussar-el-Atik_, sobborgo posto sulla

diritta del fiume in faccia all'isola di Djizè. Vuolsi che altra volta

questo sobborgo fosse più dilettevole soggiorno di quello del Cairo per

le moltissime case di delizia che vi avevano i grandi ed i ricchi

abitanti del Cairo e che oggi abbandonate vanno cadendo in ruina. Pure

la popolazione del vecchio Cairo è ancora ragguardevole, ed i pubblici

mercati abbondantemente provveduti. Sonovi monasteri di varj riti

Cristiani. Io visitai quello de' Greci situato in amena posizione, la di

cui terrazza signoreggia la città e la campagna. Da questo punto vedonsi

le piramidi di Sakkara, che sembrano rivalizzare con quella di Djizè. La

cappella di questo monastero dedicata a S. _Gregorio_ è sommamente

venerata dalle persone del paese per l'immagine del Santo posta in un

angolo sopra un piccolo altare, e chiusa con griglia d'acciajo. Nel

centro della cappella s'innalza una colonna, dalla quale pende una

catena di ferro con cui vengono legati i pazzi che vi sono condotti per

ottenere il patrocinio del Santo; e que' monaci assicurano, che accadono

frequenti miracolose guarigioni, qualunque siasi la religione del pazzo

che vien presentato.

Visitando il convento de' Cofti fui condotto in una grotta sotto l'altar

maggiore, nella quale credesi che si ricoverasse la famiglia di _Gesù_

quando venne in Egitto, salvandosi dalle persecuzioni di _Erode_: ma la

cosa mi parve troppo assurda per meritarsi la menoma considerazione. È

non pertanto a credersi che la grotta e la cappella non siano sterili

monumenti pei monaci che ne hanno cura.

Boulak posto sulla sponda del Nilo è il più considerabile sobborgo del

Cairo. Sonovi molti buoni edificj, e la sua posizione lo assicura dalla

distruzione, che si fa già sentire a Djizè, ed al vecchio Cairo. Il

porto di Boulak è sempre coperto di bastimenti che commerciano con tutti

i paesi posti lungo le rive del Nilo, e perciò vi si vede assai

movimento, e le dogane danno molto profitto all'erario. La strada da

Boulak al Cairo rifatta ed abbellita dai Francesi offre un dilettevole

passeggio.

Rispetto al commercio di Boulak, è certo che adesso non è se non

un'ombra di ciò che dovrebbe essere, perchè l'insurrezione dell'alto

Egitto, ove sonosi ritirati i Mamelucchi con _Ibrahim Bey_ ed _Osman Bey

Bardissi_, toglie al Cairo tutto il commercio dell'interno dell'Affrica.

Inoltre le rivoluzioni di Barbaria impediscono la partenza delle

carovane di Marocco, d'Algeri, e di tutti i paesi occidentali; e d'altra

parte gli Arabi di Ssaddor, ossia deserto dello smarrimento, si avanzano

fin presso a Suez per ispogliare le carovane che portano le mercanzie

dell'Arabia e dell'India, procedenti dagli scali del mar Rosso: a ciò si

aggiunge per ultimo la guerra degl'Inglesi che guasta affatto il

commercio del Mediterraneo: tutte cose estremamente nocive all'esterno

commercio dell'Egitto.

Nè più florido è il commercio interno, perchè tutto l'alto Egitto è

dominato dai Mamelucchi, la provincia di Bohira da Elfi, e gli Arabi

della provincia di Scherkia sono rivoltati; parziali tumulti succedonsi

senza interruzione nella Garbia o Delta, di modo che non è possibile

fare un passo nell'Egitto senza esporsi a gravissimi rischi.

Se in così triste circostanze si fa tuttavia al Cairo un notabile

commercio, quale sarebbe in più felici tempi e sotto un provvido

governo...!

CAPITOLO XXXII.

_Viaggio a Suez. — Navigli Arabi. — Tragitto del mar Rosso. —

Pericolo della Nave. — Arrivo a Diedda. — Vertenza col

governatore. — Diedda._

Agli 11 di dicembre, essendo terminato il Ramadan, feci le necessarie

disposizioni per proseguire il viaggio della Mecca. Varj miei amici

scrissero ai loro corrispondenti di Suez, di Diedda, e della Mecca, per

prepararmi alloggio e protezione in tutti i luoghi in cui doveva

trattenermi; ed il lunedì 15 dicembre 1806 uscii dal Cairo accompagnato

da molti scheik. A non molta distanza dalla città presi congedo da

questi buoni amici, cui non poteva permettere d'avanzarsi più oltre nel

deserto, e due o tre ore dopo, feci alto ad _Ahsas_ lontano mezza lega

al Nord di Mafarieh[3].

[3] _Avendo _Ali Bey_ perduto il giornale del viaggio del Cairo

a Diedda, fu obbligato di rifarlo col soccorso di alcuni fogli

staccati; ed avendo poscia rifatta la stessa strada ritornando

dalla Mecca al Cairo, di poco danno ha potuto essere la perdita

delle particolarità rimarcate nella descrizione del primo._

Ad Ahsas attesi due giorni sotto la tenda la riunione d'una numerosa

carovana. In questo frattempo alcuni amici del Cairo sì musulmani che

cristiani vennero a trovarmi, e tra questi il console francese

accompagnato da molte persone, e da cinque Mamelucchi rinnegati Francesi

al servizio di _Mehemed Ali_. Interpellai costoro se fossero contenti

del presente loro stato, e seppi che dopo aver fatto parte dell'armata

francese, avevano preso il turbante, e che trovavansi vantaggiosamente

stabiliti in Egitto colle loro famiglie. Hanno una piastra spagnuola al

giorno, ed essendo quasi sempre in commissione ne' villaggi per

riscuotere le contribuzioni e per altri oggetti, ne ritraggono

considerabili vantaggi. Hanno inoltre bellissimi cavalli, e sono

riccamente equipaggiati.

Il segno della partenza fu dato il Giovedì 18 a mezzogiorno, e subito si

videro arrivare da tutte le bande lunghe file di cammelli che uscivano

dai rispettivi accampamenti per riunirsi agli altri, che tutti si posero

in cammino a traverso il deserto dirigendosi a levante.

Io non conduceva meco che quattordici cammelli, avendo lasciati in

Egitto la maggior parte de' miei effetti ed alcuni domestici. La

carovana conteneva cinquemila cammelli, e due in trecento cavalli, ed

era composta di musulmani d'ogni nazione che facevano il pellegrinaggio

della Mecca. I cammelli camminano in lunga fila, e con un passo eguale

come quello di un pendulo. Si passò parte della notte accampati in mezzo

al deserto.

_Venerdì 19 dicembre._

Siccome la carovana camminava lentamente, tenendo sempre la medesima

direzione io la sopravanzava, accompagnato da due domestici, i quali

tendevano un piccolo tappeto ed un cuscino presso la strada, e su questo

restava seduto più di tre quarti d'ora che richiedevansi pel passaggio

della carovana; ed allora rimontando a cavallo ripeteva la stessa

operazione tre o quattro volte al giorno, ingannando in tal modo il

tedio di quel lento viaggio.

Tutto questo deserto è composto di colline di arena affatto sciolta, e

priva di qualunque essere vegetabile o animale; non un insetto, non un

uccello. Scopresi a destra in molta distanza una diramazione del Djebèl

Mokkattàm, ossia montagna tagliata del Cairo, che si prolunga fin presso

a Suez.

_Sabato 20._

Si riprese il cammino in sul far del giorno; e giunto sulla sommità

d'una collina vidi in molta distanza la città di Suez. Allora tutti

quelli ch'erano a cavallo, e gli Arabi armati, sui cammelli o sui

dromedarj, si posero in sul davanti della carovana formando come una

linea di battaglia, e proseguirono la marcia così ordinati. Non molto

dopo scoprimmo un branco di gente a cavallo che sortiva da Suez per

venirci incontro. Già ci preparavamo a difenderci, quando si riconobbero

per soldati Arnauti, ed abitanti di Suez: la gioja sottentrò al timore,

e riunitisi insieme i due corpi si rinnovarono le allegrezze.

Noi marciavamo collo stess'ordine sopra una lunga linea, mentre alcuni

Arabi staccandosi qua e là a destra ed a sinistra, si sfidavano l'un

l'altro e divertivansi correndo, e tirando delle fucilate parallelamente

alla nostra linea, talchè sentivasi il fischio delle palle che ci

passavano assai dappresso; lo che riusciva sommamente piacevole alla

carovana. Ed a dir vero è uno straordinario colpo d'occhio il vedere

questi Arabi staccarsi dalla linea, correre a briglia sciolta, montati

sopra cavalli o dromedarj, colla lancia in resta in una direzione

parallela alla linea, e tanto vicini che la punta della lancia passava

lontana quattro dita dal naso dei nostri cavalli. Figurisi la specie di

movimento che dovevano dare ai loro cavalli per non toccare la linea che

andava avanzando: era duopo che i loro cavalli corressero con passo

obliquo e veloce come il lampo: che cavalli sono mai gli arabi!

Finalmente verso mezzogiorno in mezzo al romore delle fucilate ed ai

gridi di gioja la carovana entrò in Suez, ove io fui alloggiato nella

casa che mi era stata preparata alcuni giorni avanti.

Suez è una piccola città che cade in ruina, abitata da circa cinquecento

musulmani e trenta cristiani. Attesa la sua posizione all'estremità del

mar Rosso, da questo lato è la chiave del basso Egitto, tanto più che

non avvi alcun altro punto d'appoggio in tutta l'estensione del deserto.

Il suo porto è così cattivo che i bastimenti del mar Rosso, detti _Dao_,

non possono entrarvi che durante l'alta marea, e dopo avere sbarcato il

loro carico. Ma il vero porto di Suez trovasi al sud in distanza di

mezza lega sulla costa d'Affrica, ed è praticabile anche dalle grandi

fregate.

In faccia a Suez il mar Rosso non ha più di due miglia di larghezza in

tempo dell'alta marea, e circa due terzi di miglio nella bassa. Lo

sbarco è comodo assai; le strade della città di fondo arenoso sono

regolari, ma non selciate; e le case, e le moschee vanno quasi tutte in

ruina. Variabilissimo è il clima del paese. Il pubblico mercato è

sufficientemente provveduto di alcuni articoli: riceve i viveri per mare

delle due coste dell'Arabia e dell'Affrica; ed il monte Sinai

somministra buone frutta e buone verdure. Il pane è mal fabbricato, i

pesci e le carni scarseggiano, e talvolta queste mancano affatto. Il

concorso dei convogli marittimi e delle carovane fanno circolare molto

danaro tra quegli attivi abitanti, che tutti, niuno eccettuato, sono

mercanti o facchini.

Le acque più vicine a Suez sono i pozzi di _El-Bir-Suez_ lontano una

lega ed un quarto sulla strada del Cairo, e le _El-Aayon-Moussa_, o

fontane di Mosè sono ancora più lontane; ma le prime sono salmastre, le

seconde puzzolenti. La sola acqua buona è quella che si porta dalle

montagne dell'est; e questa è carissima, ed in così piccola quantità,

che talvolta conviene incontrare dispute e battersi per un otre di

acqua. Il terreno che circonda Suez è così arido che non vi si vede un

albero, nè un filo d'erba.

I cristiani Greci di Suez vi hanno una chiesa ed un passo.

La città è circondata di cattive mura, di alcune trincee, e di poche

altre opere erette dai Francesi; ma tutti questi ripari non sono armati

che di due o tre pezzi di cannone di due libbre di palla. Un negro

schiavo d'un particolare del Cairo governava in allora Suez col titolo

di Agà, ed aveva sotto i suoi ordini una trentina di Arnauti. Il suo

kiàja, o luogotenente governatore disimpegnava pure le incombenze di

giudice civile. Tutti questi soldati ed i loro capi guadagnano assai con

i continui contrabbandi. In Suez non si esercita arte veruna fuorchè

quella di calafattiere.

Due soli giorni dimorai in questa città essendomi imbarcato il martedì

23 dicembre 1806 sopra un _Dao_ per passare sul mar Rosso a Diedda.

Il _Dao_ è il naviglio arabo di maggior portata che veleggi su questo

mare. Singolare affatto n'è la sua costruzione, l'altezza è un terzo al

più della lunghezza del corpo del naviglio, e questa lunghezza viene

inoltre accresciuta nella parte superiore da una lunga proiezione a

prora ed a poppa in sull'andamento delle antiche galee Trojane.

_Proporzioni del_ Dao _da me montato_

Piedi Parigini

Lunghezza del _Dao_ 43 —

Projezione della poppa 16 —

Projezione della prora 52 —

Maggior larghezza del corpo 21 —

Altezza del carcasso 16 —

L'albero misurato dal fondo

della cala 60 —

L'antenna 80 —

Larghezza media della camera 14 —

Sua lunghezza 14 —

Altezza 5 ¼

Le corde sono di corteccia di palma, e le vele di grosso cotone. Porta

tre vele di ricambio di diversa grandezza, e due piccole vele latine; ma

non se ne spiega mai più d'una grande o piccola a seconda del bisogno.

Il _Dao_ da me montato non aveva altro carico che alcuni gruppi

d'argento monetato, chiusi in sacchi suggellati dai negozianti di Suez o

del Cairo, diretti ai loro corrispondenti di Diedda. Aveva noleggiata la

camera per me solo; ed i miei domestici rimanevano nel corpo del

bastimento con altri cinquanta pellegrini all'incirca. Il capitano era

di Mokha, ed i quindici marinaj dell'equipaggio erano piccoli e neri

come scimie. Dopo essere rimasto tre giorni all'ancora si mise alla vela

in sull'avvicinarsi della sera del 26.

_Sabato 27._

Avendo navigato tutta la notte e tutto il giorno del 27, si gettò

l'ancora alle quattro della sera in un porto della costa d'Arabia

chiamato _El-Hamman-Piràoun_, ossia bagni di _Faraone_. Dietro le mie

osservazioni la longitudine di questo luogo è di 30° 43′ 25″

dell'osservatorio di Parigi alla punta del Capo _Almarhha_.

_Domenica 28._

All'entrare della notte si gettò l'ancora in vicinanza della città di

Tor sulla costa d'Arabia.

_Lunedì 29._

La mattina il nostro _Dao_ entrò nel porto di Tor, ove restò all'ancora

tutto il giorno. Le mie osservazioni mi diedero la longitudine di 31°

12′ 55″.

_Martedì 30._

Si tenne il mare tutto il giorno, e passammo innanzi al Capo

_Ras-Aboumohhammed_ sulla costa medesima.

_Mercoledì 31 dicembre 1806._

Dopo aver navigato tutta la notte per attraversare il braccio di mare

che si avanza entro l'Arabia, chiamato _Bahàr el-Akkaba_, il nostro

capitano fece gettar l'ancora avanti sera in un piccolo porto chiuso,

posto in una delle isole _Naàman_, ossia degli struzzi.

_Giovedì 1.º gennajo 1807._

Si veleggiò tutto il giorno, e verso sera si diede fondo sulla costa

d'Arabia.

_Venerdì 2._

La stessa manovra del precedente giorno.

La navigazione del mar Rosso è spaventosa. Si viaggia quasi sempre in

mezzo a scogli ed a rupi a fior d'acqua; di modo che per dirigere il

bastimento conviene tener sempre quattro o cinque uomini sulla prora che

osservino attentamente la strada, ed avvisino colle loro grida il

timoniere di piegare a dritta o a sinistra: ma se essi s'ingannano, se

scoprono lo scoglio troppo tardi, se il timoniere che non vede gli

scogli non se ne scosta abbastanza, o scostandosi troppo porti il

naviglio sopra uno scoglio vicino non osservato, se intende a rovescio

il grido, come suole talvolta accadere, se nel breve intervallo della

scoperta dello scoglio sott'acqua e dell'avanzarsi del bastimento al

luogo del pericolo, il vento o la corrente si oppongono al cambiamento

di direzione: quanti istanti si cammina tra la vita e la morte in così

pericolose acque! Perciò contansi tutti gli anni molti naufragj su

questo mare, che sembra vendicarsi dell'audacia dei naviganti: ma che è

mai il timore della morte contro l'allettamento del guadagno? I navigli

Arabi che portano i preziosi prodotti dell'India, della Persia, e delle

Arabie solcano continuamente questo mare avido di vittime.

Per mettere alcun riparo a tanti inconvenienti i _Dao_ hanno al disotto

una falsa carena, che quando si tocca ammorza alquanto il colpo, e salva

il naviglio, se la scossa non è troppo violenta. D'altra parte l'immensa

vela di cotone quasi grossa un dito, la sua cattiva forma che richiede

la stessa manovra d'una vela latina, dovendosi per cambiar rombo

staccare la vela che allora volteggia come un immenso stendardo, e dà

scossa terribili; le corde grossolane di corteccia che ubbidiscono a

stento: tutti questi inconvenienti rendono la manovra così pesante e

tarda, che io stesso sono sorpreso come i naufragj non siano molto più

frequenti. In un naviglio quindici uomini d'equipaggio non bastavano

ogni volta per manovrare la vela, e rendevasi necessario l'ajuto de'

passeggieri.

_Sabbato 3._

Passammo in mezzo al gruppo delle molte isole _Hamara_, e si gettò

l'ancora presso una di loro.

_Domenica 4._

Si diede fondo in sul far della notte presso un'isola in mezzo agli

scogli.

_Lunedì 5._

Giorno terribile. Dopo la mezza notte si levò una furiosa burrasca. Il

vento rinfrescò talmente che alle due ore del mattino i colpi d'uragano

succedevansi incessantemente con maggior violenza, onde in pochi minuti

le gomene delle quattro ancore furono spezzate.

Il naviglio in preda al furore del vento e delle onde fu spinto sopra

uno scoglio, contro il quale incominciava a dare colpi terribili.

L'equipaggio credendosi perduto gettava grida disperate. Tra questi

clamori io distingueva la voce d'un uomo che singhiozzava e piangeva

come un fanciullo; ed avendo chiesto chi fosse, mi fu risposto essere il

capitano. Feci, ma inutilmente, cercare il piloto; onde vedendo la cosa

disperata perchè il naviglio, abbandonato alla sua ventura, continuava a

dar colpi orribili, non volli aspettare che si aprisse contro gli

scogli: grido ai miei domestici: _la scialuppa_; ed essi se ne rendono

all'istante padroni. Allora tutti vi si vogliono precipitare; mi si dà

la mano, e salto nella scialuppa sopra la testa de' passeggieri, ed

ordino che si allontani dal naviglio: ma un uomo che aveva il padre a

bordo la riteneva con una corda del bastimento che aveva in mano,

gridando _Abouya! Abouya!_ _oh mio padre! oh mio padre!_ Io rispettai un

momento questo slancio d'amore filiale; ma vedendo un gruppo di gente

disposta a saltare nella scialuppa, grido a questo buon figliuolo di

lasciar la corda; ma ostinandosi a chiamare il padre, glie la faccio

abbandonare con un pugno datogli sulla mano, e nell'istante medesimo la

scialuppa vien portata dugento tese lontana dal _Dao_. Questa scena non

durò un minuto; brevi momenti, ma spaventosi.... Invece della dolce luce

della luna che doveva rischiarare il nostro cammino, un denso velo di

nere nuvole ci teneva in una profonda oscurità. Eravamo quasi nudi: i

colpi di mare riempivano tratto tratto la scialuppa di acqua, e ad

intervalli cadeva l'acqua a torrenti. Nasce una disputa; gli uni

vogliono andare alla dritta; gli altri a sinistra, quasi fosse possibile

di conoscere in mezzo alle tenebre la nostra direzione. La disputa

facendosi più calda, io la feci cessare impadronendomi del timone, e

loro dicendo con voce risoluta: _io ne so più degli altri, e prendo il

timone della scialuppa; guai a chi tentasse di riprendermelo._

Aveva avanti sera assai bene osservata la posizione della terra, ma non

sapeva qual direzione mi prendessi. In mezzo alle tenebre non potendo

orizzontarmi, cercava, per quanto lo poteva, di conservare la mia

posizione rispetto al bastimento che io vedeva ancora. Per colmo di

sventura mi trovava attaccato da frequenti vomiti di bile: pure non

abbandonai il timone.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 3 · 第 2 / 13 段