LA STELE INSCRITTA DEL COMIZIO.

Sotto il _niger lapis_ si rinvennero basamenti decorati con gola

etrusca e congiunti da una striscia di tufo formante gradone e con

altri oggetti e frammenti un cippo di tufo in forma di tronco di

piramide quadrangolare a spigoli sfaccettati, con la iscrizione di

dubbia interpretazione, che affaticò lo studio e l'ambizione di molti

dotti (ved. =tav. 90=).

Riferire qui tutta la bibliografia relativa al _niger lapis_ e

soprattutto all'epigrafe in questione sarebbe assunto impari alla mole

di questo _Manuale_ e alle mie forze: basti dire che il chiarissimo

prof. Tropea, che con sagace intendimento seguì e riunì tutti i lavori

relativi alla stele arcaica[198], riunì la cronaca delle discussioni in

tre articoli o parti, e l'argomento non è ancora esaurito.

Dirò soltanto che non solo gravi furono e sono tuttora i dubbi circa

il significato e la interpretazione dell'epigrafe, ma anche circa la

cronologia dell'epigrafe stessa, che molti vollero determinare con

criterî puramente archeologici.

La rottura del cippo e la manomissione dei basamenti sarebbero dovuti,

secondo il Boni (che ne fece insieme col Gamurrini e col Ceci una

_Relazione_ ufficiale[199]), a un'opera di distruzione violenta e

premeditata, che fu poi espiata con un sacrificio. Ora si credette,

ben vagliando i detriti del sacrificio, di fissare la data, ma il Pais

prima[200], il dott. Savignoni poi[201] riconobbero che il criterio

della stipe votiva non dev'essere quello esclusivamente scientifico da

seguire, in quanto che è incerto e abbraccia un periodo di tempo troppo

esteso.

[Illustrazione: =L'iscrizione della stele del Comizio,

rinvenuta negli scavi del Foro Romano.=

16 (b) oiviovio d . . . . . . . .

1 quoi ho (n) [ce . . . . . . .

. . . . s] akros es-

3 ed sord . . . . . . . . . . . . .

a (i f) as

5 regei (lo) . . . . . . . . . . .

mave . . . . . . . . . . . . . . .

7 quos r(i) . . . . . . . . . . .

. . . . . . . m kalato-

9 rem ha(b) . . . . . . . . . .

. . . . . . . (i)od iouxmen-

11 ta kapia[d] dota v . . . .

m. iter (pe) [r . . . . . . . . .

13 . . . . . . . (m) quoi ha-

velod nequ [oi . . . . . . . .

15 . . . . . . . o [d] diou estod.

=Tavola 91.= — Ved. D. COMPARETTI, _Iscrizione arcaica del

Foro Romano_, tav. di fronte alla pag. 8.

N.B. — L'iscrizione è una riproduzione fototipica del disegno

esatto di tutte le faccie dell'epigrafe, ridotte ad un

sol piano, ed ha di fianco la trascrizione per agio degli

studiosi. Le parentesi tonde segnano le lettere incomplete o

incerte, le quadre segnano le complementari.]

“In conclusione — scrive il Savignoni — abbiamo una suppellettile la

cui cronologia varia dal VI secolo (e per qualche caso forse anche dal

VII) al secolo I av. Cr.; per altro i gruppi più abbondanti sono il

più antico e il più recente. Tutti gli oggetti descritti furono trovati

confusi insieme nello strato di cenere e carboni, non già stratificati

a seconda delle loro diverse epoche; sicchè si tratta evidentemente

di un materiale, non già proprio di un deposito formatosi a mano a

mano, ma lì trasportato da altra parte e tutto in una volta ad uso di

riempimento. Il che viene confermato dal fatto che esso è un materiale

in massima parte frammentario, e che degli oggetti più grandi ed

importanti, come, p. es., del vaso greco con Bacco, abbiamo non già

tutti o quasi tutti i frammenti, bensì il contrario, ossia solo qualche

frammento.

“Il luogo che doveva essere ricolmato e coperto ha tutta l'apparenza

di un luogo sacro; e non senza intenzione sarà stato adibito per ciò,

prima d'ogni altra cosa, un materiale anch'esso evidentemente sacro,

preso da una o più stipi votive, e frammisto ad abbondanti resti

di sacrifici: il che, oltre a contribuire al rialzamento del suolo

secondo le nuove esigenze topografiche, faceva sì che si conservasse,

quasi sotto sigillo, alla divinità quello che la pietà romana le aveva

dedicato.

“Ciò avvenne dopo che il luogo stesso era stato devastato, e dopo che

più tardi fu sgombrato dai rottami dei monumenti venerandi, i resti dei

quali sono rimasti nascosti da quel tempo fino ai dì nostri.

“Ma quando avvenne non è facile precisare; io mi limito a notare che

per la soluzione del problema è d'uopo, a mio avviso, tener d'occhio

piuttosto il materiale più recente che il più antico.„

Riconosciuto incerto il criterio della stipe, i più si volsero a

spiegare epigraficamente e glottologicamente l'epigrafe. Primeggiano

in questo lavoro, dopo la _Relazione_ del prof. Ceci, i proff. Pais e

Comparetti, i quali pubblicarono studî riassuntivi e geniali che fanno

onore alla scienza italiana[202].

Ma l'Hülsen, il Milani, il Ceci, il Gamurrini, il Mariani, il De

Cara, il De Sanctis e altri ancòra[203] non cessarono di aggiungere

ciascuno osservazioni proprie alla critica altrui, e da tutta questa

congerie di opinioni e di lavori ne venne la conclusione, fino a nuovi

risultati esaurienti, che l'epigrafe della stele ha carattere sacro,

e si riferisce al luogo ove sorge, e che l'area dove sorge era sacra

a Marte, e quindi anche a Romolo, non escludendo che in tempo tardo

abbiano voluto, con quei residui di stipe votiva e col selciato nero

sovrapposto, meglio consacrare alla venerazione dei posteri un luogo

consacrato già dalla tradizione patria. Per me l'iscrizione non è tanto

antica, nè tanto recente quanto alcuni vorrebbero, ma è piuttosto

del principio della Repubblica che non della Monarchia, o del tempo

dell'incendio gallico, e contiene senza dubbio prescrizioni e divieti

di carattere sacro, del genere così chiaramente esposto dal senatore

Comparetti„ (ved. =tav. 91=)[204].

Fra le varie e talora opposte opinioni che furono esposte in proposito

un'altra merita di essere ricordata non solo per la sua originalità,

ma anche per l'intima relazione che ha con tutto il complesso della

religione, del diritto sacro e della storia prisca di Roma, l'opinione

del ch. prof. Milani, direttore del R. Museo archeologico di Firenze e

degli scavi di Etruria[205].

La scoperta quasi contemporanea di un simile _locus sacer_ a Fiesole,

della quale diede conto all'Accademia dei Lincei, rende la sua

interpretazione evidente. Secondo un'ipotesi già emessa, il cosidetto

sepolcro di Romolo sarebbe originariamente il _mundus_, o centro

augurale della città, costituito _etrusco ritu_, di cui parla Dionigi

d'Alicarnasso.

In Roma vi erano due _mundi_ antichissimi, uno sul Palatino e l'altro

nel Foro; quest'ultimo era stato coperto da un'ara, che il Milani

riconosce nel postamento di tufo dietro le note basi sagomate. Questo

postamento dell'ara sta probabilmente sopra un lastricato che copriva

il _mundus_, detto _lapis manalis_, e questo _lapis_, di cui si coprì

il _mundus_ e il _templum romuleum_, venne naturalmente considerato

nella tradizione popolare come l'_heroon_, ossia il sepolcro di Romolo.

[Illustrazione: =Veduta delle differenti strutture= che

costituiscono il rudere del Sacrario di Vesta sul Foro Romano.

=Tavola 92.=

Ved. _Notizie degli Scavi di antichità_, maggio 1900, 163,

fig. 5.]

L'importanza grande di cui parla il Milani starebbe anche nel fatto

che il _lapis manalis_, il _mundus romuleus_, le basi sagomate, su

cui stavano i _duos leones_, di cui parla Varrone, e su uno dei quali

stava la pietra, simbolo aniconico e feticio di _Tellus_, dea della

vita e della morte, tutto questo insieme monumentale costituisce il

_templum augurale_ etrusco, quale conosciamo da Marziano Capella e

da un ricordato _templum_ sacerdotale di Piacenza, ed ha riscontro

e spiegazione nel rilievo monumentale coi leoni della porta

settentrionale di Micene, che il Milani dichiarerebbe un emblema

araldico della città micenea e un indice religioso dei sepolcri degli

Atridi, trovati presso detta porta (ved. =tav. 8= e cfr. =tav. 9=).

Quanto al Foro Romano, le cose sarebbero rimaste intatte finchè, per il

naturale rialzamento del suolo e per le esigenze delle nuove fabbriche,

secondo il piano regolatore del Foro di Giulio Cesare, furono obbligati

a rialzare il livello del _niger lapis_ di 60 centimetri.

Venendo poi alla epigrafe della stele piramidata, egli la dichiara

dell'età regia e probabilmente serviana (_lex regia_); ma questa

conclusione parte dall'analisi della stipe votiva, che non risponde a

quella fatta dal dott. Savignoni.

Il Milani pertanto avrebbe ragione per conto suo, se rimanessero salde

le basi cronologiche della stipe, da lui assegnata parte al secolo VIII

e VII av. C. e parte al VI. “Nessun oggetto della stipe vera e propria

esiste, secondo egli afferma in modo assoluto, che possa riferirsi ai

secoli V, IV, III e II a. C. Esistono soltanto dei cocci eterogenei

alla stipe del secolo IV e I a. C.; quelli del IV si riferirebbero al

primo _conseptum maceria_, fatto per sostenere il _lapis_; quelli del I

al tempo di Cesare.

E il Milani a questo proposito conclude eloquentemente che questi

ultimi cocci del I secolo a. C. mostrano appunto “che vi è stato

un rimaneggiamento e un rialzamento del _lapis_, riducendolo di

proporzioni, ma curando che le sacre reliquie, raccolte intorno al

_mundus_ e al _templum_ dei re di Roma, si conservassero intatte, là

dove erano, tra i monumenti dei re„.

IL TEMPIO DI VESTA E LA “DOMUS„ DELLE VESTALI SECONDO LE RECENTI

ESPLORAZIONI.

Su questo argomento così interessante per la storia di Roma, potè

riunire tutti i risultati più importanti degli ultimi scavi lo stesso

direttore di questi, l'illustre direttore Boni in uno dei fascicoli

delle _Notizie degli Scavi_[206].

La _aedes Vestae_ possedeva il focolare dello Stato e sorgeva al basso

della falda settentrionale del Palatino: il fuoco veniva alimentato

_diebus noctibusque_ dalle vergini Vestali, con legname di quercia o

d'altro albero.

Il rudere del Sacrario di Vesta aveva subìto squarci notevoli, e

giaceva sotto il peso di ostinate definizioni, contro le quali si

ristudiò con metodo e con scavi opportuni, facendo tornare in luce

la favissa centrale o _cella penaria_, la platea circolare del podio,

avanzi di sacrifici e confini del temenos, in modo da poter studiare

le strutture di età diverse, e determinare l'ampiezza dell'edificio

al quale appartengono i frammenti architettonici che si conoscono, che

sono parte del tardo restauro imperiale.

Il Boni, nel lavoro magistralmente condotto che ho sopra citato, dopo

averci dato l'_aedes Vestae_ e i ruderi attigui, i quali appaiono da

una sua fotografia fatta a 500 metri d'altezza con un pallone del Genio

militare, e dopo avere rappresentato il _Sacrario di Vesta_ quale si

vede in un bassorilievo della Galleria degli Uffizi; stabilisce in

due clichés distinti la veduta del Sacrario di Vesta nel 1898 e quella

stessa, quale risulta dalle ultime esplorazioni, ben determinata nei

suoi differenti strati archeologici corrispondenti alle differenti

strutture, che costituiscono il rudere del Sacrario stesso (ved. =tav.=

cit. =92=). Seguono la pianta e le sezioni: una traversa il _cardo_,

l'altra traversa il _decumanus_.

Il calcolo di cinquanta piedi di m. 0,29574 per il diametro di m.

14,80 circa della muratura riposante sulla platea circolare del rudere

confermò l'opinione più volte espressa dall'illustre Pigorini, che

i terramaricoli, popolo divenuto italico prima degli Etruschi e dei

Greci, avessero un'unità metrica corrispondente circa al piede romano

di m. 0,2963, e che tracciassero le loro costruzioni in base a questa

unica misura.

La parte più antica del rudere del Sacrario di Vesta si deve attribuire

ai Flavî, come mostra l'analogia dell'_opus quadratum_ con quello del

_templum Sacrae Urbis_.

Il nucleo severiano è composto invece di scheggioni di tufo gialliccio,

a struttura pisolitica; la favissa, o _cella penaria stercoraria_,

ha pianta quadrangolare, quasi trapezoidale, e fa ricordare la forma

della _Roma quadrata_, quella del _niger lapis_ e della città dei

terramaricoli, illustrate dal Pigorini. L'angolo acuto della favissa

di Vesta è rivolto a nord-ovest, e si deve confrontare con l'angolo

acuto dell'_agger_ nelle terremare, il quale serviva come spartitore

dell'acqua, che ne alimentava la fossa. È incerto l'uso della favissa,

ma l'averla trovata senza aperture laterali, piena di resti di

sacrificio e di vasi etrusco-campani, potrebbe far credere o al _locus

intimus_, ove dovevano stare gli oggetti misteriosi (le sacra fatalia

col Palladio e i Penati portati da Troia, che avrebbero trovato posto

comune in quelle specie di sotterranei), oppure al luogo dove tenevansi

custodite le spazzature e i rifiuti animali, finchè al 15 giugno si

portavano alla _Porta Stercoraria_ del Clivo Capitolino.

[Illustrazione: =Base dell'ara della “Basilica Iulia„=

recentemente scavata sul Foro Romano.

=Tavola 93.= (da fotografia).]

Gli avanzi frammentosi del restauro Severiano e forse di un altro più

tardo ancora, potrebbero venire rialzati a posto, qualora si avessero

dati più certi del loro postamento e l'altezza dei piedestalli. I

frammenti rimasti sono in marmo lunense e il Boni ne dà le riproduzioni

in zincotipia.

La ricostruzione in ogni modo doveva essere di tempio circolare con

tetto a cupola, di cui si scopersero pure frammenti, cosicchè noi

possiamo ancora passare attraverso le modificazioni dei restauri

architettonici al _Sacrarium_ della _Regia_, contenente il fuoco sacro

con la tradizionale arcaica forma dell'urna a capanna del periodo

italico preromano, a pareti intessute di vimini e a pali ritti di legno

per sbarrare la capanna e per aggiungerle una specie di portico coperto

(cfr. =Atlante= cit., =tav. VII=).

Trattato generale di Archeologia e Storia dell'Arte: Italica, Etrusca e Romana · 第 143 / 148 题