È strano il dirlo, ma vero che noi dobbiamo in gran parte la conoscenza
dei capilavori antichi alla depredazione delle opere d'arte nelle
città greche da parte dei Romani, anche dopo la presa di Corinto (146
a. C.). Quando la romana Repubblica ereditò da Attalo le ricchezze del
regno di Pergamo (133 av. C.), furono tolte di là molte opere d'arte
della sua scuola[165]. Nuovo bottino si trasse da Atene, da Delfi, e da
altri luoghi nei saccheggi al tempo della seconda guerra Mitridatica
(86 a. C.), e dalle città asiatiche, quando, per la spedizione di
Lucullo e per quella finalmente vittoriosa di Pompeo, la regione
dell'Asia anteriore cadde in potere di Roma. Nè solo i conquistatori,
ma anche gli annuali magistrati amministratori di provincie spigolavano
avidamente quanto di bello fosse rimasto. L'esempio di Verre in
Sicilia è prova eloquente della rapacità di tali dilettanti d'arte.
Di greche opere riempivansi gli edifizî romani dell'ultimo tempo
della Repubblica; sculture arcaiche di Bupalos e di Athenis, maestri
di Chio, e con esse l'Apollo Citaredo di Scopa abbellivano il tempio
e la biblioteca d'Augusto sul Palatino; statue di Hegias, di Mirone,
di Fidia ornavano il portico d'Ottavia; il grande gruppo dei Niobidi,
opera della giovane scuola ateniese, fu collocato nel tempio di Apollo
Sosiano; il grande gruppo d'Achille colle deità marine, capolavoro
di Scopa, era da Domizio Enobarbo consacrato nel tempio di Nettuno;
Asinio Pollione, E. Scauro, M. Agrippa, Mecenate, Nonio Vindice
formavano ricchissime collezioni artistiche; una galleria d'arte era
necessario ornamento d'ogni ricca dimora romana. Caligola imperatore
aveva spedito a un suo legato nelle città greche a racimolare quanto di
bello possedessero. Nerone mandò simile legazione per ornare la _domus
aurea_, e nella sola Delfo trovò ancora da rubare a centinaia le statue
di bronzo: tanto meravigliosamente feconda era stata l'arte greca! Alla
depredazione seguiva spesso la distruzione, o per accidentali sventure,
quali gli incendi del tempo di Nerone, di Vitellio, di Tito; od anche
per barbarico capriccio, come fu di Caligola, che fece decapitare
molte statue greche per porre su quelle la propria effigie. Avvenne
allora questo fatto degno di osservazione, che Roma, spenta la Grecia,
e divenuta sacraria dei capilavori delle varie scuole greche, si formò
come un gran museo e, quantunque dell'arte non avesse che il senso
riflesso, divenne la capitale dell'arte[166].
Però, siccome questo fatto non proveniva da ingenita disposizione
artistica, ma da avidità di conquista e brama avida di raccogliere,
lo studio dell'arte vi diventò preziosa curiosità, lavoro da
collezionisti, e ciò fin dalle conquiste nella Grecia e per tutto
l'Impero. Già Cicerone, che pure pregiava ed intendeva l'arte greca,
si scusa e quasi nasconde il gusto e l'intelligenza sua[167]. Ma
quando poi tal ritrosia fu vinta, la conoscenza dell'arte greca
divenne parte d'una ben finita educazione letteraria, ma ristretta
ad un'intellettuale aristocrazia, con carattere di cultura storica
e d'erudizione, di ostentazione di dottrina. La Grecia era meta del
pensiero e del desiderio di ogni ben educato romano; Cicerone, padre
e figlio, Virgilio, Orazio l'avevano visitata a scopo di studio; già
era nata la poesia e la melanconia delle ruine; si facevano viaggi in
paesi lontani e ormai spopolati solo per ammirarvi qualche capolavoro
scampato alle mani dei depredatori; per null'altro era visitata Tespie
di Beozia che per vedervi l'Eros di Prassitele; e l'Afrodite di questo
maestro faceva accorrere gente a Cnido. Ma assai troppo spesso erano
viaggi di lusso e di curiosità, per dire: “ho veduto„. Nè pare che il
sentimento artistico della nazione romana se ne avvantaggiasse più
di quello che s'avvantaggi il gusto estetico della gran massa della
nazione inglese per i tesori del Museo Britannico, o per gli incessanti
viaggi in Italia. Acquistar opere d'arte, aver una ricca collezione era
moda, e per sola ostentazione molti profondevano in ciò patrimoni[168].
Indi le pretese d'intendersene, e il fare della finezza del gusto
e dell'abilità della critica un pregio sommo[169]. A molte opere
d'arte spesso davasi gran pregio, non per valore intrinseco ma per
rarità storica; per questo rispetto estimavansi assai oggetti d'arte
posseduti da uomini insigni, ed opere non finite, quando fossero lavoro
di celebre maestro. È cosa evidente che tale passione si limitasse
ad un ordine privilegiato di cittadini, ai ricchi _dilettanti_.
Vuolsi tuttavia osservare che tanta copia di greche opere esposte in
pubblico dovevano svegliare alcun amore e sentimento artistico anche
nel popolo; e potrebbe esserne testimonianza il malcontento popolare
contro Tiberio, quando aveva fatto togliere dalle Terme l'_Apoxuomenos_
di Lisippo[170]. Ma era sempre un sentimento d'ammirazione per l'arte
straniera, non già il destarsi d'un vero spirito artistico. I Romani ci
si presentano non come continuatori dell'arte greca, ma come un popolo
di Mecenati, che con la potenza e con la ricchezza diedero rinnovamento
a quell'arte che nelle città di Grecia decadute e impoverite più
non trovava alimento. L'arte greca, dunque, spenta, come ho detto,
in Grecia, ebbe sua nuova sede in Roma; ma essa aveva allora già da
assai tempo percorso ogni suo grado, aveva davanti a sè un cumulo di
tradizioni e di prototipi, che, soffocando ogni nativa aspirazione,
produceva un lavoro di riflessione e di riproduzione. La quantità
d'opere raccolte in Roma rappresentava le varie scuole che producevano
uno stile accademico, senza diretta ispirazione dalla natura, ma inteso
alla rinnovazione e alla ricomposizione dei pregi delle scuole antiche.