La pittura in Roma sembra aver ricevuto, secondo le più antiche
memorie, fin dalle origini impulso e norma dall'arte greca, in sèguito
ai lavori di Damofilo e Gorgaso. Dopo questi stranieri troviamo
menzionato un primo artista romano, Fabio, detto Pittore appunto
dall'arte esercitata. Dipinse il tempio della Salute, edificato
nell'anno 304 av. C., le cui pitture, ricordate da Plinio e da
Dionigi, durarono fino ai tempi dell'imperatore Claudio. Dei soggetti
rappresentati e della tecnica artistica nulla sappiamo; dal passo di
Dionigi appare che le sue pitture fossero murali.
Pittore fu anche M. Pacuvio di _Rudiae_ (Rutigliano), più conosciuto
come poeta tragico, nipote di Ennio. Esercitò l'arte dipingendo il
tempio di Ercole nel Foro Boario. Pacuvio è della Magna Grecia, e
forse seguì nella pittura l'arte greca come nella poesia. Dopo di
lui, dice Plinio, l'arte più non fu in Roma esercitata dalle mani
di ingenuo cittadino, e ciò viene a valida riprova che l'arte, e la
pittura specialmente, non trovavano nella cittadinanza romana un vero e
spontaneo favore, restandone l'esercizio abbandonato a forestieri od a
liberti.
La pittura in Roma ricevette impulso quando fu usata a rappresentare
e a commemorare con imagini le grandi imprese di guerra, e ad
ornare i trionfi dei capitani vincitori. Il più antico esempio di
decorazioni pittoresche usate nei trionfi fu dell'anno 263 av. C.,
quando M. Valerio Massimo Messala fece esporre nella Curia Ostilia
una rappresentazione della battaglia da lui vinta in Sicilia contro
i Cartaginesi e contro Gerone di Siracusa. Seguì quest'esempio
Lucio Scipione, che nell'anno 190 av. C. consacrò in Campidoglio una
rappresentazione della sua vittoria sopra Antioco di Siria presso
Magnesia; e nell'anno 146 av. C. L. Ostilio Mancino, che primo era
entrato in Cartagine assalita e conquistata da Scipione, fece esporre
nel Foro una rappresentazione a modo di piano topografico della città
e delle opere d'assedio, dove il popolo poteva vedere ogni singolarità
e del luogo e dell'impresa; e tanto fu il favore popolare per tale
esposizione che Mancino ottenne per essa i voti al consolato[118].
Tali modi di rappresentazione ebbero una notevole efficacia, perchè
da essi si svolse la rappresentazione plastica in bassorilievo di
grandi ed estesi avvenimenti, quale appunto fu usata a decorazione di
archi trionfali e d'altri monumenti onorarî. Per queste decorazioni
trionfali, alle quali servivano abbondantemente oggetti rapiti alle
vinte nazioni, si condussero in Roma anche artisti greci. Così fece
Paolo Emilio, che nell'anno 168 av. C. da Atene condusse Metrodoro in
Roma ad _excolendum triumphum_; ma Metrodoro non solo era pittore,
ma anche filosofo insigne, e dagli Ateniesi proposto a Paolo Emilio
come precettore dei figli di lui; onde in lui abbiamo un nuovo esempio
della molteplice coltura degli artisti greci, e della diffusione
dell'ellenismo in Roma.
=SECONDO PERIODO=
Osservazioni generali.
=Le opere greche importate in Roma.= — L'arte concentrata in Roma in
questo periodo dà alla grande città tanti monumenti e tale artistica
energia da bastare per tutti i secoli avvenire. Ma non è un'arte
importata per conquista, per forza politica, essendone tolti dalle
proprie sedi i più antichi e più splendidi prodotti; è il focolare
dell'attività artistica trasportato a Roma. I conquistatori romani
nei loro trionfi portano in Roma gli oggetti d'arte più preziosi delle
città conquistate, come, con uno stesso sentimento ma in proporzioni
incomparabilmente minori, fecero i Francesi invasori d'Italia sul
finire del secolo passato. Prime ad essere spogliate furono le città di
Magna Grecia e di Sicilia, poi quelle della Grecia e dell'Asia.
Nell'anno 212 av. C. M. Marcello conquistava Siracusa, ne traeva molte
opere d'arte per decorare il tempio dell'Onore e della Virtù, fatto
erigere presso Porta Capena. Nell'anno 210 av. C., Fabio Massimo,
occupata Taranto, ne fece togliere per trasportarlo in Roma l'Ercole
colossale, opera di Lisippo.
Nell'anno 197 av. C., T. Quinzio Flaminino, vincitore di Filippo di
Macedonia, tolse grande quantità di statue di bronzo e di marmo, e vasi
preziosi di finissimo lavoro alle città macedoniche e greche[119].
M. Fulvio Nobiliore, vincitore e trionfatore degli Etoli e dei
Cefallenî nell'anno 589 av. C., portò in Roma ducento ottantacinque
statue di bronzo e ducento trenta di marmo[120].
Nell'anno 168 av. C. il trionfatore di Perseo, Paolo Emilio, che seco
conduceva dalla Grecia Metrodoro, portò in Roma ducento cinquanta
carri di statue e di quadri; fra queste opere d'arte era una Athena
di bronzo, lavoro di Fidia, posta poi nel tempio della Fortuna.
Tante spogliazioni non esaurivano la Grecia; in Macedonia trovò
molto da raccogliere ancora Metello Macedonico vincitore di Andrisco
Pseudo-Filippo nell'anno 148 a. C.; nel bottino fu compreso il grande
gruppo di Lisippo rappresentante Alessandro fra suoi generali alla
battaglia del Granico.
Quasi potrebbe dirsi che queste spogliazioni fossero come primi
assaggi in confronto alla quantità di opere onde si ornarono i trionfi
seguenti, dopochè L. Mummio ebbe conquistata Corinto nell'anno 146
av. C. E innanzi a tali e tanti prodotti di una civiltà artistica
così splendida, quale era la condizione di coltura e di sentimento
dei conquistatori? Basta a dimostrarlo l'aneddoto riferito da Vellejo
Patercolo (I. 13): L. Mummio console era tanto rozzo ed imperito che
ai soldati trasportanti quadri e statue dei più insigni maestri greci,
minacciava che, se mai avessero guaste o perdute quelle opere, le
avrebbero dovute restituire. E a questo aggiungi ancora che Vellejo,
scrittore dei tempi di Tiberio imperatore, ciò dicendo, pone quel
dubbio, tutto proprio della mente romana, se cioè per Corinto meglio
non fosse stato rimanersene rozza ed indotta, anzichè toccare il sommo
nella coltura di arti corruttrici.
Nuovi e splendidissimi trionfi celebrarono poi Silla dopo
l'espugnazione di Atene nella prima guerra contro Mitridate, l'anno 86
av. C.; e Lucullo nell'anno 68 av. C., vincitore della seconda guerra
contro quel re; e Pompeo Magno, che in una terza guerra lo abbattè,
ridusse in soggezione tutta l'Asia anteriore, e celebrò un meraviglioso
trionfo nell'anno 61 av. C. E insieme con le antiche opere d'arte
affluivano in Roma gli artisti delle nuove scuole greche di Rodi, di
Pèrgamo, e d'altre città d'Asia, o come schiavi, o attràttivi dalle
molte e grandi occasioni di lavoro e d'onore che là si offrivano. Le
sculture, i quadri, i vasi e le relazioni con gli artisti destavano
in Roma se non un intimo e sincero amore, certo una grande ammirazione
per l'arte greca, che fu assunta come mezzo a render splendide le pompe
trionfali, le feste, gli spettacoli, con cui ricchi e nobili cittadini
cercavano guadagnarsi il favor popolare; o come mezzo per abbellire
le private dimore e per soddisfare al gusto ed al fasto delle classi
elette e colte della cittadinanza, cioè di coloro che designavano se
stessi come _intelligentes_, e che, ellenizzando, distinguevansi da
quelli che, fedeli al carattere nazionale romano, erano qualificati
come _idiotae_.
=A. — Architettura.=