1. =Osservazioni generali=. — Presso gli Italici, come pure presso
i Greci, le prime forme d'espressione del concetto divino furono
semplici simboli, come pietre, alberi, armi, creduti avere in sè del
divino[114]. Le prime vere imagini, secondo la tradizione e per effetto
della civiltà più progredita, vennero in Roma dall'Etruria.
I simulacri fittili di Giove, Giunone, Minerva, e la quadriga sul
frontone, e tutta la ornamentazione del tempio Capitolino, fu opera
etrusca. Mancò ai Latini la creatrice potenza fantastica dei Greci,
presso i quali, nella fantasia dei poeti e nella mente popolare il
tipo divino, nelle varie sue attribuzioni, si formò e si porse bello
all'arte figurativa. Se stiamo alle più antiche indicazioni di opere
plastiche menzionate nelle fonti letterarie, troviamo già nell'età più
antica opere di plastica raffiguranti persone e tipi individuali; la
qual cosa sembra conforme allo spirito romano pratico anche nell'arte
figurativa, e dà prova che quelle opere, o almeno l'arte che le
compiva, non erano nate dal processo formativo dell'arte popolare,
ma bensì erano prodotti di una nazione che l'arte già aveva bene
sviluppata, cioè degli Etruschi. Tali opere non si possono ascrivere
ai tempi a cui la tradizione le riferisce, ma da queste la tradizione
fa incominciare l'arte plastica romana. Nessuno penserà di porre fra
le opere dell'arte primitiva di Roma le statue d'Evandro, di Giano,
di Romolo, di Tazio, di Numa, d'Anco Marzio, di Atto Navio, di Giunio
Bruto, di Orazio, di Porsenna, e quella equestre di Clelia, ricordate
da Dionigi, da Livio, da Plinio e da altri scrittori, statue certamente
esistite e dagli scrittori vedute, ma opere di tempi posteriori.
L'arte figurativa per lungo periodo dell'antica età romana fu
esercitata assai scarsamente. Mancò a Roma una religione che fosse come
la greca un ricco centro poetico ed estetico. Le divinità propriamente
italiche espresse nella statuaria sono poche, molte invece quelle
italiche o romane grecizzate, e le divinità veramente greche introdotte
in Roma. E l'insinuarsi del mito greco in Roma diveniva esso pure un
mezzo efficace all'introduzione dell'arte greca. L'arte figurativa
romana si sviluppò a poco a poco coll'ampliarsi della vita politica,
della potenza dello Stato, quando o per nobile orgoglio delle famiglie,
o per riconoscenza del senato e del popolo si ponevano in privato od in
pubblico imagini d'uomini insigni.
Le _imagines maiorum_, che i nobili Romani conservavano negli atrî
delle loro case, con aggiunte, inscrizioni, a forma quasi d'alberi
genealogici, non erano statue, ma volti o maschere di cera, non opera
d'arte ma tale da contribuire allo sviluppo dell'arte. Di statue
poste a uomini insigni in tempi anteriori all'incendio gallico e di
simulacri di divinità consacrati nei templi, e formati all'uso greco,
con il ricavo del bottino di guerra, troviamo ricordi negli scrittori.
Ma del concetto, del carattere artistico degli autori di tali opere
mancano le notizie. Memorie d'una scuola di scoltura non troviamo,
ma invece alcuni nomi latini su monumenti del VI secolo; per primo,
p. es., quello di _Novios Plautios_ inscritto sulla rinomata _Cista
Ficoroni_[115], rinvenuta a Preneste (_Palestrina_) nel secolo passato
e illustrata più volte (ved. la nostra =tav. 34=).
2. =La plastica romana applicata alle ciste istoriate.= — Appartiene
quest'opera a quella classe di monumenti detti _ciste_, il cui numero
oggi si è venuto aumentando, e che, essendo abbondante nelle tombe
di Preneste, diede nome alle ciste Prenestine; se ne noverano ben
settantacinque. Come già s'è accennato, queste ciste sono vasi, o
cofanetti di forma cilindrica, e talvolta anche ovali, fatti di bronzo,
d'argento, o di bronzo con rivestitura d'una lamina d'argento, od
anche infine d'una lamina di legno rivestita di metallo od anche di
cuoio; muniti di coperchio con manico e sostenuti da tre peduncoli;
quasi sempre forniti di catenelle per chiudere il cofanetto e portarlo.
Vi si trovano specchi, strigili, balsamarî, aghi crinali, pettini,
suppellettili di toletta. Il corpo della cista è ornato di disegni,
graffiti nel metallo, come sugli specchi etruschi. Strano è che nel
corpo del cofanetto così istoriato sono infissi di solito quattro o
sei, ma talvolta fino ad otto o dodici anelli da tenere le catenelle,
ma che, così disposti, spezzano e guastano il disegno. Sarebbero
posteriori aggiunzioni?
I disegni di queste _ciste_ hanno in generale un valore artistico
assai ristretto, sono di carattere italico, cui manca il vivo spirito
estetico greco; si ascrivono ad un'età non posteriore alla metà del VI
secolo di Roma.
Per rilevare il posto che occupa la cista Ficoroni nella storia della
plastica bisogna studiare le tre piccole figure con forme tozze e
grossolane di stile italico formanti il manichetto, mentre sul corpo
della cista sono disegni di ottimo stile greco, rappresentanti favole
greche, quale l'approdar degli Argonauti alle spiaggie di Bitinia:
abbiamo nella Cista Ficoroni, pertanto, due indizi di diverso indirizzo
dell'arte in Italia: uno stile greco ed uno stile nazionale; doppio
stile che appare spesso manifesto anche in monumenti dell'arte etrusca
(ved. =tav. 34=).
_Novios Plautios_, greco, od osco di Capua, liberto della gens _Plotia_
avrebbe lavorato in Roma e vi sarebbe divenuto celebre[116].
Altro nome d'artista latino è quello di _Caius Ovius_ della tribù
Ufentina, aggiunto ad un piccolo busto di Medusa in bronzo di alto
rilievo, con l'inscrizione _C. Ovius Oufentina fecit_. La forma
delle lettere accenna ad un alfabeto proprio di città meridionali,
delle quali molte spettavano alla tribù Ufentina, che sembra essersi
costituita nell'anno 317 av. C. Forse l'autore è di questa regione
prossima alla Magna Grecia, e quindi più aperta alla greca influenza,
manifesta in questo lavoro.
Un _Caius Pomponius_ della tribù Quirina è autore d'una statuetta di
bronzo, cui si diede nome di Giove, raffigurante un giovine imberbe col
petto ignudo; e un mantello sul dorso; l'iscrizione dice _C. Pomponi
Quiri(na) opus_, e dai caratteri paleografici si giudica dell'età
intorno alla seconda guerra punica. Non mostra però questa statuetta
tracce d'influenza greca, ma è di stile prettamente italico, o forse
etrusco, se si giudica anche dalla sua provenienza da Orvieto.
Di artisti latini antichi non si hanno altri nomi, se non forse quello
di un _C. Rupius_, nome inscritto sopra una statua di terra cotta,
raffigurante giovane uomo (Ercole?) seduto, coperto d'una pelle di
leone. Lo stile ha molto del carattere etrusco, ma è già libero e
sciolto.
Opera dell'arte latina doveva essere certamente la statua di Giove
imperante, tolta a Preneste e portata a Roma nel tempio Capitolino da
Tito Quinzio dittatore, che vinse i Prenestini nell'anno 380 av. C. A
questa statua era apposta un'iscrizione in verso saturnio[117].
Indizio dell'arte antica latina dànno anche le monete, massime
dopo l'anno 271 av. C., in cui si cominciò a coniare l'argento;
e specialmente le monete dette consolari, o le familiari, segnate
coi nomi e coi tipi dei _tresviri monetales_, con l'effigie di Roma
galeata, dei Dioscuri, ovvero con altri tipi. L'arte di questi conî è
ancora rozza; l'impronta stanca; le figure tozze, il profilo di Roma
non bello; ma i tipi a poco a poco vanno migliorando in progresso di
tempo.