1. =Osservazioni generali.= — Quanto Roma avesse preso dai Greci
nell'applicazione e nella trasformazione degli ordini architettonici si
è già poco prima veduto. Ma la conquista agevolò e diffuse l'imitazione
dell'arte greca in un periodo ancora relativamente antico.
Roma, incendiata dai Galli nell'anno 390 av. C. fu ricostrutta, ma
senza regolare disegno, in gran fretta, senza ricchezza di edifizî
pubblici e religiosi; i quali non incominciarono a sorgere se non
coll'allargarsi dello Stato, con la conquista delle città d'Italia e
più ancora poi di Sicilia e di Grecia, che Roma arricchivano di pingue
bottino. Nel periodo che precede l'anno 146 a. C. furono inalzati molti
templi, nei quali la fondamentale disposizione etrusca, o nazionale
italica, certamente già era variata coi principî dell'architettura
templare greca. Veramente la influenza greca si faceva sentire non pure
nelle forme architettoniche dell'edifizio consacrato al Nume, ma anche
nella stessa religione romana, variando la semplice religione italica
con la ricca mitologia ellenica; onde probabilmente le modificazioni
delle forme templari furono promosse da un'interna mutazione della
religione stessa, o almeno seguirono compagne a tale mutazione, la
quale è tanta che nel procedere di tempo si confondono miti greci e
romani, e in Roma sono rappresentate tutte le forme dell'architettura
templare greca.
Era però ancora di forma etrusca il tempio che Spurio Cassio dittatore
dell'a. 493 a. C. dedicò a Cerere, Libero e Libera, presso il Circo
Massimo, e che Vitruvio ricorda come esempio dell'ordine toscanico.
Ma nella medesima occasione la greca influenza segnò pur essa un
nuovo passo, perchè ad adornare quell'edifizio di pitture e di opere
plastiche d'argilla furono chiamati dalla Magna Grecia Damofilo e
Gorgaso, artisti di gran fama come pittori e scultori[106].
L'arte in Roma è importata per mezzo della conquista. Di opere greche,
che M. Marcello aveva tolto alla splendida città di Siracusa, da
lui espugnata, fu ornato il tempio della Virtù e dell'Onore, eretto
nell'anno 207 a. C. fra il Celio e l'Aventino, presso Porta Capena,
con disegno di Caio Muzio, che pare il più antico architetto romano,
ma che certo lavorava ormai sui principî dell'arte greca, essendo quel
tempio ricordato da Vitruvio, come esempio di _peripteros_. Marcello
stesso poi, secondo Plutarco, amava l'arte greca e si gloriava d'averla
con le sue vittorie insegnata ai Romani. Nè solo toglievansi statue
per ornare templi e nuovi edifizî in Roma, ma perfino si distruggevano
templi per usarne il materiale. Così fece il censore Q. Fulvio Flacco
nell'anno 173 a. C., che, per erigere un tempio alla Dea Fortuna, fece
diroccare il bellissimo tempio di Giunone Lacinia, sorgente fra Crotone
e Sibari sul promontorio che dalle rovine è detto oggi _Capo delle
Colonne_ (od anche _Capo di Nau_ dal ναός antico)[107]. Di statue di
bronzo rappresentanti le Muse, tolte ad Ambracia nella guerra etolica,
fu ornato il tempio di Ercole con le Muse, fatto erigere da M. Fulvio
Nobiliore; col bottino della Guerra Macedonica Q. Metello nell'anno 149
a. C. eresse due templi, uno a Giove Statore, di forma _peripteros_,
l'altro _prostylos_ a Giunone, con disegno e lavoro d'architetti e
di artisti greci. Autore di questi tempî era Ermodoro (o Ermodio) di
Salamina; lavoratori delle colonne e di altre parti dell'ornamentazione
erano Sauros e Batrachos lacedemoni, i quali, non potendo a quelle
opere apporre il loro nome, lo significarono per un simbolo sculpendovi
una lucerta (σαῦρος) e una rana (βάτραχος). Lo stesso architetto
Ermodoro è ricordato come autore di un tempio di Marte presso il
Circo Flaminio, eretto dopo l'anno 140 a. C. Gli stessi architetti
romani in questo tempo erano tanto formati al gusto greco che uno di
loro, Cossuzio, fu incaricato da Antioco, re di Siria, di compiere il
tempio di Giove Olimpico in Atene, lasciato interrotto fin dall'età di
Pisistrato.
Sono proprî di Roma e corrispondenti al suo carattere militare i
monumenti onorarî e trionfali, che per decreto del popolo e del
senato erano posti a ricordo di un fatto o ad onore d'un cittadino.
Antichissimo e forse primo esempio di colonna onoraria è quella
rostrata eretta nel Foro a ricordo della prima vittoria navale
romana ottenuta a Milazzo contro i Cartaginesi dal Console C. Duilio
nell'anno 260 a. C., e che stette come modello delle molte colonne
rostrate o navali erette nei tempi seguenti. La base della colonna
con la iscrizione, bel documento di latino arcaico, che conservasi
ancora oggidì, non credesi sia l'originale, ma bensì una riproduzione
posteriore[108].
2. =Colonne ed archi onorarî in Roma.= — L'arco trionfale potrebbe ad
alcuno parere monumento di importazione etrusca, essendo di etrusca
origine la pompa trionfale; ma non avendosi memoria od indizio d'arco
trionfale etrusco, meglio è dire questa forma propriamente romana.
La sua origine forse deriva da decorazioni provvisorie del festoso
ricevimento di un generale vincitore, cioè trofei d'armi, ornamenti,
festoni e ghirlande appesi con iscrizioni ad una porta d'ingresso della
città, od anche ad un arco posticcio. Non però sempre gli archi furono
eretti veramente per trionfo, molti furono posti come ricordo di altri
avvenimenti anche non guerreschi; nè d'altra parte gli archi servivano
tutti e sempre veramente alla pompa trionfale, ma il più delle volte
venivano eretti dopo la celebrazione del trionfo, in ricordo di esso.
Quanto più cresceva la potenza, la grandezza e la popolazione di Roma,
tanto più richiedevansi all'arte nuove forme d'edifizî corrispondenti
alle nuove condizioni della vita, più ampie di quelle della vita greca.
Luoghi di riunione per il popolo, per il senato, per i varî collegi
dei magistrati; archivî, sedi per l'amministrazione della giustizia
e per la trattazione degli affari di commercio; luoghi di convegno e
dilettevole ritrovo, costruzioni per gli spettacoli pubblici aprivano
un campo sempre più largo all'attività edificatrice ed artistica dei
Romani.
3. =Le basiliche.= — Una classe speciale di edificî destinati
al commercio, all'amministrazione della giustizia ed a ritrovo
d'uomini d'affari fu quella delle _basiliche_, così dette non tanto
dall'analogia con la βασιλικὴ στοά ateniese, quanto dall'aggettivo
_basilicus_ “sontuoso, reale„. Di tali edifizî nessuno fino all'anno
210 a. C.[109] era stato eretto in Roma; la prima basilica fu fatta
edificare dal censore M. Porcio Catone (184 a. C.), nel Foro presso la
Curia, e la si chiamò _Basilica Porcia_[110].
4. =I teatri e i circhi.= — Gli spettacoli pubblici non erano limitati
alle corse dei cavalli e dei cocchi od alle lotte atletiche, che già
dal tempo dei re erano state introdotte dall'Etruria e celebrate
nei Circhi; e gli spettacoli teatrali non si riducevano a rozze
rappresentazioni teatrali e a danze mimiche, etrusche o italiche, ma in
Roma era sorta una letteratura drammatica d'imitazione greca[111].
E come di derivazione greca è il drama, così greca fu anche la forma
dei teatri (ved. =tav. 48=). La costruzione di un teatro stabile
in Roma data però solo dai tempi di Pompeo; nei tempi anteriori
non si avevano se non temporanee costruzioni destinate a formare
scena alla rappresentazione, mentre la folla degli spettatori
intorno raccoglievasi in piedi. Fu nell'anno 154 a. C. che i censori
Valerio Messala e Cassio fecero erigere un teatro stabile (_theatrum
perpetuum_) con varî ordini di sedili; parve cosa dannosa al severo
costume antico, e i sedili furono tolti e proibiti. Ma più tardi,
dopo la presa di Corinto, introdotti drami greci con greci attori,
s'imitarono le forme del teatro greco, costruendo scene e impalcati
con sedili per gli spettatori; costruzioni posticcie e disfatte dopo la
rappresentazione delle feste (ved. =Atl.= cit. di _Arte romana_, =tav.
XL=-=XLI=).
5. =I monumenti sepolcrali.= — Scarse sono le reliquie di questi
monumenti dell'antico periodo repubblicano; uno dei più insigni dove
si vedono applicati gli elementi greci ma con mescolanze etrusche, è
il _Sepolcro degli Scipioni_, importante così nella storia dell'arte
come in quella della lingua latina per le sue epigrafi arcaiche. Un
monumento sepolcrale della famiglia degli Scipioni, ramo della _gens
Cornelia_, è menzionato in Cicerone, in Livio e in altri autori come
posto sulla via Appia, fuori porta Capena. E là fu trovato nell'anno
1780 un ipogeo sepolcrale, e in esso un sarcofago contenente i resti
di L. Cornelio Scipione Barbato console nell'anno 298 a. C., con
un'iscrizione in versi saturnî che ne ricorda le imprese[112]. Il
sarcofago rettangolare di peperino è ornato nella parte superiore
da un fregio dorico di triglifi con rosette inserite nelle metope, e
sormontato da una cornice a dentelli e con le estremità a volute, come
nell'ordine jonico. Il sarcofago è al Vaticano con altre iscrizioni
e un busto, forse del poeta Ennio, rinvenuto nel medesimo ipogeo[113]
(ved. =Atl=. cit., =tav. XXXIX=).