_A._ — =Parte Iª del Primo periodo.=
1. =I monumenti di Roma monarchica.= — Per maggior chiarezza, divido
lo studio di ogni singolo periodo nei tre rami principali dell'arte
antica, l'architettura, la plastica e la pittura, come è stato fatto
per la storia dell'arte greca. Le comunità del Lazio, quali Alba e
Roma, erano nelle prime origini villaggi di capanne. Questo è detto
nella storia e dimostrato dalle ricerche archeologiche. Le capanne,
secondo il tipo delle urne-capanne laziali, erano rotonde; questa
antichissima forma fu poi consacrata nei tempî di Vesta come forma
architettonica rituale del sacro focolare. Abitavano queste capanne
genti pastorizie ed agricole, che usavano di strumenti di selce e di
bronzo, e di suppellettili d'argilla, quali si rinvengono nelle antiche
stazioni laziali. Da questa popolazione agricola fu fondata Roma. La
prima sua grande costruzione fu la cerchia di mura, che cingeva il
Palatino e storicamente si disse, dalla conformazione di quel colle,
_Roma quadrata_, con le due porte _Mugionia_ e _Romanula_ (ved. =tav.
43=).
[Illustrazione: =Il Colle Palatino e i suoi edifici con gli
ampliamenti fatti durante il periodo imperiale.=
=(Pianta degli scavi fino ai nostri giorni).=
=Tavola 43.= — Ved. L. BORSARI, _Topografia di Roma antica_,
Milano, Hoepli 1897, pag. 328 e 329. (Cfr. A. MELANI,
_Architettura_, Milano, Hoepli, IIIª ediz., tav. XX).]
Romolo eresse i primi templi romani a Giove Feretrio ed a Giove
Statore. Altri luoghi sacri a italiche divinità edificò Tito Tazio,
quando furono in Roma congiunte le due stirpi latina e sabina. Sul
Quirinale, dopo la morte di Romolo, eresse Numa il tempio a Quirino;
questo re consacrò il tempio rotondo a _Vesta_ (ved. =tav. 44=) ed
altri templi alla _Fede pubblica_ e a _Giano_. Altre costruzioni dei
primi re furono il carcere Mamertino di Anco Marzio, la _Curia_ di
Tullo Ostilio; ma fu specialmente con la stirpe dei Tarquinî, secondo
la tradizione d'origine greco-etrusca, che Roma s'ampliò e si abbellì
di grandiose costruzioni.
Tarquinio Prisco pose i principî di molte opere che solo dopo di lui
furono compiute. Servio Tullio, come aveva in nuova forma composta la
cittadinanza romana nell'ordinamento civile e militare delle classi e
delle centurie, così in nuova cerchia di mura raccolse la città, già
ampliatasi, sui sette colli del Palatino, Aventino, Celio, Esquilino,
Viminale, Quirinale, Capitolino. L'_agger servianus_ era una cinta
di grandi e robuste mura (ved. =tav. 45=), interrotta da torri, di
cui alcuni avanzi si vedono recentemente scoperti tra il Viminale e
l'Esquilino. Eresse Servio Tullio anche il tempio alla Fortuna virile
(ved. =tav. 46=).
[Illustrazione: =Il tempio di Vesta al Foro Romano.=
=Tavola 44.=
Ricostruzione del prof. =Auer= in =A. Schneider=, _Das alte
Rom_, tav. III, (Cfr. _Denkschr. d. k. Akad. d. W. zu Wien,
phil.-histor. Kl._ vol. 36, tav. VIII).]
[Illustrazione: =Ruderi delle Mura Serviane= (parte interna
con segni di scalpellino).
=Tavola 45.=
Ved. =A. Schneider=, _Das alte Rom_, tav. II, 3; cfr. =O.
Richter=, _Baumeister, alte Denkm_. III, p. 1445 fig. 1591.]
Le costruzioni incominciate dal primo Tarquinio furono condotte a
compimento da Tarquinio Superbo, ultimo re di Roma, con molto sudore di
popolo, secondo la tradizione narra. Fu allora finito il tempio alle
maggiori trinità pagane di Giove, Giunone e Minerva sul Capitolino,
detto prima Colle Saturnio; fu prosciugata la bassura di Roma con
condotti affluenti nel gran canale della _cloaca maxima_, che dal Foro
romano per il Velabro sbocca nel Tevere, come si vede nella parte che
dopo tanti secoli ancora oggi sussiste (ved. =tav. 47=). L'avvallamento
fra il Palatino, il Capitolino e il Quirinale, già da Romolo e da Tazio
diboscato e in parte prosciugato perchè servisse di convegno alle
due congiunte comunità romulea e sabina, fu dai Tarquinî recinto di
edifizî; onde ebbe propria forma ed abbellimento quello che si disse il
_Forum_, centro della vita politica di Roma.
A piedi del Palatino fu eretto il _circus maximus_ per gli spettacoli e
i giuochi romani (ved. =tav. 49=), i quali diconsi introdotti, insieme
forse con le forme dell'edifizio a ciò destinato, dall'Etruria; da
dove, sempre secondo la tradizione, vennero le insegne reali e il
costume della pompa trionfale. Ma il Circo non fu allora probabilmente
un vero e proprio edifizio, bensì solamente un terreno spianato e reso
adatto alle corse, con intorno preparati i posti per gli spettatori. La
tradizione, che fa i Tarquinî di origine etrusca, è a sè consentanea
quando loro attribuisce opere di costruzione che, per indicazioni
antiche e per loro carattere, sono da ritenere di lavoro etrusco. E noi
non possiamo contraddire una tradizione così verosimile.
2. =Il tempio di Giove Capitolino.= — Etrusco di fondamento, di
disposizione e di ordinamento architettonico era certamente il tempio
Capitolino, che, incominciato da Tarquinio Prisco per voto nella
guerra Sabina, fu costruito per mezzo di ingegneri ed operai chiamati
dall'Etruria[98] da Tarquinio Superbo, consacrato solo dopo la cacciata
di lui, dal console M. Orazio Pulvillo (510 av. C.). Similmente erano
etruschi gli aruspici, che dal capo trovato nel porre i fondamenti del
tempio avevano vaticinato la futura grandezza di Roma[99].
[Illustrazione: =Tempio della Fortuna virile a Roma.=
=Dedicato da Pio V. a S. Maria Egiziaca.=
=Tavola 46.=
Ved. A. MELANI, _Architettura_, Milano, Hoepli, IIIª ediz.
pag. 91, tav. VII.]
[Illustrazione: =La Cloaca Maxima al punto di confluenza nel
Tevere col rivestimento superiore di pietra.=
=Tavola 47.=
Ved. =A. Schneider=, _Das alte Rom_, tav. II, n. 13. (Cfr.
=Levy-Luckenbach=, _Das Forum Romanum_, pag. 6, fig. 2).]
Sorgeva il tempio sul Capitolino, la cui sommità si divide in due
vette, una rivolta a sud-ovest (dove ora è il palazzo Caffarelli)
l'altra a nord-est (dove sorge la chiesa di S. Maria in Aracoeli).
Le due vette sono separate da una interposta bassura, che oggi è la
piazza del Campidoglio. Fu lunga controversia su quale delle due vette
fosse posto il tempio, il più degli archeologi italiani inclinando a
collocarlo sulla parte di nord-est, gli archeologi tedeschi invece
su quella di sud-ovest; oggi si tiene generalmente questa ultima
opinione[100]. Era il tempio disposto secondo l'orientazione templare
etrusca, coll'ingresso o pronao volto a mezzodì. Nella sua forma
primiera stette per più di 400 anni, fino al 671 di Roma (83 av.
C.), nel quale anno fu distrutto da grande incendio, ma da Silla poi
interamente rifabbricato sui medesimi fondamenti. Incendiato nuovamente
al tempo della rivoluzione sotto Vitellio imperatore, fu restorato
da Vespasiano; e danneggiato poi nuovamente, fu una terza volta
rifabbricato e riconsacrato da Domiziano. Sebbene nelle età di queste
ricostruzioni il sistema del tempio romano fosse grandemente mutato per
l'influenza greca, pure il Capitolino, per rispetto religioso, stette
mantenuto nelle antiche sue forme, salvo che fu adornato con più ricco
materiale (Tacit. _hist._ III, 72 e IV, 53), come già s'era cominciato
nella ricostruzione di Silla, che l'ornò di colonne tolte dal tempio
di Zeus Olympios d'Atene. Una descrizione del tempio, qual'era dopo la
restorazione sillana, ci ha lasciato Dionigi (IV, 61), ed è principal
fondamento all'ideale ricomposizione dell'edifizio. Basato sopra una
costruzione di grossi blocchi a più ordini di gradini, dentro una
area di forma quasi quadrata (cioè con proporzione fra la profondità
e la fronte come di sei a cinque, mentre pel tempio greco era di sei
a tre) constava di due parti: una anteriore formante il pronao, ornato
di un triplice colonnato, cioè con sei colonne sulla fronte, e perciò
exastilo, e tre in profondità; l'altra parte posteriore formava la
cella della divinità. Da due punti estremi della fronte si stendeva
un'ordine di colonne sull'uno e sull'altro lato, in numero di sette.
La parte del tempio propriamente detto, ossia la cella, era divisa
dal pronao per una grande parete con tre porte conducenti a tre celle,
delle quali la mediana e maggiore era quella di Giove, le due laterali
minori erano sacre una a Giunone, l'altra a Minerva. Le colonne
d'ordine toscanico, disposte a larghi intercolunnî sostenevano la
trabeazione, su cui elevavasi il frontone. L'aspetto risultava alquanto
greve e tozzo. Il timpano del frontone, secondo l'uso etrusco, era
ornato di rilievi di terra cotta; di cotto erano anche una quadriga
posta sul culmine del frontone, gli acroterî, e le stesse statue delle
divinità nell'interno del tempio. Giove era raffigurato sedente col
volto dipinto di minio, e probabilmente vestito con la _tunica palmata_
e con la _toga picta_, costume dei trionfatori. Le altre due statue
di Giunone e di Minerva erano figurate entrambe stanti, come almeno
appare da rappresentazioni del tempio sopra monete di Vespasiano e di
Domiziano[101].
Come il tempio di Giove Capitolino è la più antica opera architettonica
di Roma, così anche quelle statue starebbero fra i primi monumenti
plastici che dall'Etruria furono portati in Roma. Autore della statua
di Giove e forse della rimanente ornamentazione fittile del tempio
dicesi _Turanius_ di Fregelle[102] (ma è assai contrastata lezione), il
quale avrebbe fatto pure d'argilla una statua d'Ercole, detta appunto
_Hercules fictilis_.
Si suppone che d'ordine toscanico fosse il tempio di Diana, eretto,
secondo la tradizione, da Servio Tullio sull'Aventino come sacrario
della lega romano-latina, dove le originali tavole del _foedus latinum_
erano ancora conservate al tempo di Dionigi di Alicarnasso[103].
3. =Il tempio e i tre ordini architettonici secondo l'uso romano. —
=Non si può ben comprendere l'architettura romana quale si presenta
dopo queste prime costruzioni toscaniche senza intrattenersi a parlare
tosto della forma del tempio quale i Romani riprodussero, modificando
quello toscanico con l'influenza greca.
La forma del tempio greco pei Romani più rispondente alle condizioni
del rito e della prima forma templare italica, è il _prostylos_,
con questa modificazione che la parte anteriore (pronao) fu avanzata
assai più, spingendosi oltre la cella di due od anche di tre ordini di
colonne, in guisa che lo spazio occupato dal pronao, misurato dalla
parete d'ingresso della cella alle colonne esterne della fronte,
eguagliasse in estensione quasi la cella stessa, e la porta della
cella, come luogo dell'augure nell'intersezione del _templum_, si
trovasse quasi nel mezzo dell'edificio (ved. =Atl.= cit., di _Arte
romana_ =tav. XXXV=, n. 1 e n. 2). Questo può dirsi il tipo proprio del
tempio romano. Tuttavia il prostilo di schietta, semplice forma greca,
col pronao sporgente d'un solo colonnato, non è raro; come anche si
ebbero esempi di _prostilo pseudoperiptero_, cioè con finto colonnato
intorno al muro della cella, (ved. =Atl.= cit. =tav. XXXVI=) cfr. Parte
Iª _Storia dell'arte greca_, pag. 37-38; =Atl.= di _Arte greca_, =tav.
XXV-XXVI; LV=.
Il tempio rotondo, che presso i Greci non trova ricordo se non di
qualche esempio assai raro, fu invece una forma usata presso i Romani,
giovando a ciò la volta, l'elemento architettonico proprio italico, che
i Romani svolsero in tutta l'estensione del suo valore, come vedremo
fra poco nell'applicazione di cupole, semicupole ed absidi. Il tempio
rotondo sembra essere stato destinato non solo a Vesta, ma anche a
Diana, ad Ercole, a Mercurio. Due specie ne distingue Vitruvio, il
_monoptero_, formato da un semplice colonnato circolare sorreggente
una trabeazione pure circolare, sulla quale posava il tetto a forma
di cupola; e il _periptero_, formato d'una cella rotonda di muratura,
sormontata dalla cupola, o di un colonnato che girava a porticato
intorno alla cella stessa. Di tal forma erano il tempio di Vesta a Roma
e quello bellissimo di Tivoli, dei quali esistono ancora ammirabili
rovine (ved. =Atl.= cit., =tav. XXXV, 3= e =tav. XXXVII=; cfr. la
nostra =tav. 44=).
Una terza forma di tempio rotondo, che però da Vitruvio non è indicata,
è quella di un corpo d'edifizio circolare, sul cui davanti sporge un
atrio a somiglianza del pronao di un tempio prostilo. È in questa forma
che il genio architettonico romano sembra aver toccato il suo apogeo
con la meravigliosa costruzione del Pantheon (ved. =Atl.= cit., =tav.
XLII-XLIV=).
I diversi ordini di colonne e di membrature architettoniche greche
furono dai Romani adottati nei templi di stile etrusco o greco, e in
altri edifizî; ma quei greci elementi ebbero modificazioni quali il
gusto della nazione richiedeva, con senso artistico inferiore a quello
dei Greci. Il dorico ed il jonico nella loro semplice eleganza poco
furono pregiati, o vennero in qualche parte alterati, prendendosi
il dorico probabilmente non dalla Grecia ma dall'Etruria con le
modificazioni, che nei frammenti di dorico-etrusco si vedono compite,
mettendo sotto la dorica colonna una base, variando con aggiunzioni
di fregi e fiorami i capitelli, e producendone forme interamente nuove
(ved. =Atl.= cit. =tavola XXXIII= n. 1 e 2).
Più assai del dorico o del jonico fu usato con predilezione il
corinzio, che, più ricco e pomposo, meglio rispondeva al gusto d'una
società ricca e fastosa, quale era la romana nell'età fra la Repubblica
e l'Impero, ed era anche più adatto come ornamento d'una architettura
fondata sulla grandiosità. Ma anche l'ordine corinzio, applicato
nel maggior numero d'edifizî romani esistenti, non è più il corinzio
genuino dei Greci, bensì con più ricchi viluppi di foglie d'acanto ed
anche d'ulivo, frammischiativi altri ornati. Si combinò poi il corinzio
con elementi del capitello jonico, cioè con le volute, le quali,
nascendo dal ricco fogliame dell'acanto, uscivano, e si ripiegavano
sopra questo, producendo quella nuova forma romana che si disse _ordine
composito_ (ved. _Atl._ cit. =tav. XXXIV=, n. 1 e 2). La colonna poi
si combinò coll'arco, cessando d'essere essenzialmente un mezzo di
sostegno, una parte organica dell'edifizio; perchè, essendo l'arco
intimamente connesso con l'ossatura dell'edifizio, unito e sorretto da
forti pilastri o da robuste murature, la colonna perdeva il suo ufficio
di fulcro e prendeva solo carattere esterno ornamentale (ved. =Atl.=
cit. =tav. XXXVI=, e la nostra =tav. 46=).
Cessarono quindi gli ordini greci d'avere nel corpo dell'edifizio la
loro ragione logica, cioè d'essere struttura ed ornamento insieme,
per convertirsi in semplice decorazione, e si adattarono con esterna
apparenza all'ossatura della fabbrica. Gli ordini di stile poi in un
medesimo edificio vennero accoppiati e sovrapposti a più piani, facendo
più serie di colonne con trabeazione, specialmente ad ornamento esterno
di teatri e d'altri edifizî di pubblico spettacolo.
4. =Monumenti funerarî e di pubblica utilità in Roma.= — Monumento
di carattere etrusco in suolo latino oggi ancòra esistente è quello
volgarmente designato col nome di tomba degli Orazî, o, secondo altri,
tomba di Arunte figlio di Porsenna, e che, senza essere di tanta
antichità quanto la leggenda vorrebbe, è tuttavia probabilmente del
tempo della Repubblica. Consiste di un basamento di forma cubica di
belle pietre squadrate di peperino, su cui si elevavano cinque coni,
uno per ciascun angolo ed uno centrale di maggiori proporzioni; due
coni sussistono ancora; gli altri sono diroccati. L'interno è una
camera sepolcrale. Questo monumento nelle sue linee generali ricorda la
descrizione della tomba di Porsenna[104].
Se ora passiamo dalla considerazione dei monumenti sepolcrali a quella
degli edifici di pubblica utilità, osserviamo che, nell'ultimo tempo
della monarchia, Roma già sorgeva a grande città, aveva dominio su
gran parte del Lazio; teneva testa contro gli Etruschi; aveva largo
commercio, stendeva lontane le sue relazioni, come prova il ben noto
trattato con Cartagine[105], che spetterebbe al primo anno della
Repubblica; e ornavasi di grandi costruzioni.
Ma questo suo grandeggiare come centro di forte e prosperosa monarchia
s'interrompe con la rivoluzione, che istituisce la Repubblica, e
che mette Roma in gravi condizioni per ribellione di città soggette
ed assalti di comunità vicine. In questo antichissimo periodo
l'architettura in Roma era etrusca, com'erano etrusche le prime
opere di plastica, almeno secondo le poche notizie conservate nella
tradizione.
Così nei primi tempi come nel corso dell'età repubblicana, il genio
pratico romano volse l'arte ad opere grandiose di pubblica utilità
piuttostochè ad opere belle. Nessuna altra classe d'edifizî quanto
quelli di pubblica utilità porta evidente, indelebile l'impronta di
grandezza e di forza del carattere romano. La miglior parte delle
ricchezze dello Stato non furono impiegate in costruzioni splendide
e care all'orgoglio di un principe, ma bensì usate ad utile del
pubblico, ai bisogni delle città e delle provincie, con grandi strade,
acquedotti, ponti, porti, arsenali, terme. A tali grandi costruzioni si
prestavano gli elementi architettonici italici, l'arco e la vôlta, la
cui invenzione sembra propriamente italica.
5. =L'introduzione dell'arco e della vôlta nell'architettura romana.= —
L'arco fu in uso in Etruria e in Roma nei primissimi tempi, mentre in
Grecia dicesi introdotto nell'uso da Democrito filosofo e matematico
in età relativamente tarda, cioè circa il 420 a. C. L'arco e la
vôlta sono elementi fondamentali dell'architettura romana; per essi
si ottenne lo sviluppo delle grandi proporzioni negate dalle leggi
statiche e per limitazione di materiali alla disposizione orizzontale
degli edifici greci. Con l'arco e con la sua combinazione a formare
la vôlta, specialmente nelle costruzioni di mattoni, ottenevasi
facilmente la solida congiunzione di opposti lati di vasti edificî,
piloni o muri, che in nessuna altra guisa avrebbero potuto esser uniti;
e quindi compivasi la conseguente riunione di parti d'edificio in un
gigantesco complesso. Per questi fondamentali elementi si poterono
coprire, senza bisogno di troppi sostegni mediani, vasti spazî murati,
dove nessuna copertura a sistema piano avrebbe potuto bastare. In
questa guisa gli spazî vuoti poterono acquistare una maggiore ampiezza,
aumentando d'assai il comodo uso degli edifizî; di qui nell'arte romana
uno sviluppo dell'architettura interna, quale la Grecia non aveva
conosciuto. Aggiungi ancora che le serie degli archi, variate con le
linee verticali e orizzontali d'altre membrature architettoniche,
producevano anche un bell'effetto estetico, cosicchè si produssero
nuove forme di edifizî della vita romana, quali i grandi acquedotti, i
monumenti onorarî e trionfali, e le terme.
6. =La derivazione delle acque; acquedotti, terme, fontane.= — Roma
difettava d'acqua potabile; le prime cure dell'ingegno costruttivo
romano si volsero a provvedere la città di copiose e buone acque.
L'arduo problema fu con tal sapienza risolto che Roma divenne ed è
ancora la città più ricca d'acque salubri, divise per le pubbliche e
private fontane, per laghetti, bagni e piscine. Le derivavano da luoghi
lontani per mezzo di grandi condotti sotterranei, oppure acquedotti ad
arco, talvolta anche a più arcate sovrapposte; così le acque venivano
portate sui punti più elevati della città. I canali mettevano capo a
serbatoi (_castella_), dove le acque dividevansi poi per le fontane
pubbliche e per le private. In vicinanza della città le arcate di un
acquedotto erano talvolta usate a sostenere due ed anche tre canali,
provenienti da luoghi diversi, e parte dell'acquedotto prendeva forma
monumentale di arco di trionfo o di porta, come vedesi ancora a Porta
Maggiore; erano opere gigantesche, delle quali gli antichi a ragione
gloriavansi, affermando non esservene altre maggiori al mondo, ed oggi
ancora colle loro rovine sembrano umiliare la civiltà moderna (cfr.
=Atl.= cit., =tav. XXXVIII=).
Il primo acquedotto fu costrutto nell'anno 312 a. C. dal censore Appio
Claudio Cieco, e prese nome di _Aqua Appia_. Seguì nell'anno 272 a. C.
un altro, fatto incominciare dal censore M. Curio Dentato e finito da
Fulvio Flacco, che portava in Roma le acque dell'Aniene prendendole a
Tivoli, e si trova designato col nome di _Anio vetus_, a distinzione
dell'_Anio novus_, che è altra derivazione d'acqua da Tivoli, fatta ai
tempi degli imperatori Caligola e Claudio.
Terzo fu quello dell'_aqua Marcia_, così detta dal nome di Q. Marcio
Re, che nell'anno 146 a. C. fece costruire l'acquedotto; è questa fra
tutte l'acqua più copiosa, più limpida e salubre: _clarissima aquarum_
la dice Plinio, annoverandola fra i doni che gli Dei concessero
a Roma. Altri acquedotti si costruirono di poi fino al numero di
nove, chè tanti ne conta Frontino, ingegnere dell'imperator Nerva,
messo alla sopraintendenza delle acque, e scrittore del trattato _de
aquaeductibus_. Ben osserva Frontino che innanzi ad opere di tanta
mole e di tanta utilità perdono pregio le fastose piramidi egizie, e
le opere più famose della Grecia. Procopio poi novera fin a quattordici
acquedotti.
7. =La sistemazione delle strade e della viabilità.= — I Romani
videro assai per tempo la necessità di numerose e comode strade
per ragione dei commerci, ma più assai per ragion militare. E dalla
città diramarono molte vie, che conducevano a varî punti d'Italia,
e coll'estendersi dell'Impero si prolungarono oltre le Alpi nelle
regioni occidentali e settentrionali d'Europa, vincendo ogni guisa
di difficoltà coll'alzare terrapieni, coll'assodare terreni paludosi,
colmando valli, buttando ponti robusti sui fiumi. Le grandi vie erano
spesso tutte lastricate di massi poligonali di dura pietra, ed erano
tutte segnate per mezzo di pietre miliarie che computavano le distanze.
Sono ora queste pietre miliarie, che rinvenute in gran numero e
controllate con i documenti dati dagli _itineraria_ pervenuti fino a
noi, ci permettono di ricostruire in gran parte le antiche _stationes_
e _mansiones_ dei Romani. Nelle prime di queste v'era fermata e cambio,
se occorreva, di cavalli, per corrieri e per la posta sopratutto, nelle
seconde v'era modo di _manere_, cioè pernottare, facendo riposare i
cavalli.
_B._ — =Parte IIª del Primo periodo.=