I. — ARTE FIGURATIVA.

1. =Osservazioni generali.= — L'abilità artistica degli Etruschi si

addimostrò specialmente nel lavoro delle terrecotte e dei metalli. Del

primo, ossia della plastica in senso proprio, dice Plinio (XXXV, 45):

_Elaborata haec ars Italiae et maxime Etruriae_; e sono menzionati in

Roma come esistenti già dal tempo di Numa collegî di vasai, composti di

artieri etruschi, essendo dai tempi più antichi in Roma assai pregiato

il _tuscum fictile_. La plastica d'argilla prima ornò i templi italici,

con antefisse, acroterî, bassirilievi e statue nei frontoni, e imagini

divine adorate nelle celle del tempio.

Le opere antichissime di plastica etrusca, di terracotta, di pietra o

di bronzo mostrano la durezza rigida e greve dello stile arcaico, in

cui manca la intelligenza e la buona imitazione della natura.

I caratteri dell'arcaismo sono proprî dell'arte etrusca, non soltanto

nel primo suo stadio, ma anche nella sua età fiorente, e lasciarono

qualche traccia di sè in una certa gravezza di forme, o impaccio alla

imitazione della natura, per cui l'arte etrusca non potè elevarsi ad

una vera espressione del bello. Per le analogie dello stile arcaico

con l'arte egizia si credette di nominare lo stile etrusco “stile

egizio od egittizzante„, supponendolo derivato per via di relazioni

degli Etruschi con l'Egitto; relazioni delle quali recentemente s'era

creduto trovare documento storico nel nome dei _Thursana_, o Tirseni,

o Tirreni, letto sopra monumenti egizî, ricordanti le imprese di

Menepthah I, figlio di Ramesse II, della XIX dinastia (secolo XV-XIV

a. C.). Ma quest'affermazione, accolta con favore in prima, oggi da

nuovo esame della critica viene confutata ed esclusa. Del resto non si

tratta di relazioni dell'Etruria con l'Egitto, ma piuttosto coi popoli

orientali in genere. Di relazioni dell'arte, anzi della vita etrusca

coll'orientale, i segni e le prove non mancano. Troviamo analogie di

stile, di soggetti rappresentati, ed anche oggetti identici a quelli

orientali, deposti nelle tombe etrusche, quali scarabei ed idoletti

egizî, ed ova di struzzo graffite e dipinte, vasetti unguentarî od

alabastri con caratteri geroglifici, e l'uso funebre dei canòpi e delle

maschere (ved. =tav. 30=).

[Illustrazione: =Maschere, canopi e seggi cinerarî in bronzo e

in terra cotta d'uso funebre e di lavoro etrusco.=

=Tavola 30.=

Ved. L. A. MILANI, _Monumenti etruschi iconici d'uso

cinerario_ in _Museo Italiano di antichità classica_, vol. I.

tav. VIII; cfr. il nostro Manuale, p. 165.]

La presenza di questi oggetti è conseguenza non di relazioni

dirette, ma d'importazioni commerciali per parte dei Fenici, i quali

comperavano nelle città litoranee d'Egitto _articoli_ egiziani e li

spargevano per le città del Mediterraneo. I Fenici poi avevano anche

una propria produzione d'arte industriale, ma senza un loro proprio

stile, lavorando e riproducendo per imitazione gli oggetti orientali

più ricercati e più pregiati. Questo indirizzo delle industrie di

Tiro e di Sidone ebbero anche le manifatture od officine dei Fenici

occidentali, cioè dei Punici, o Cartaginesi. Di prodotti orientali e

di prodotti dell'imitazione fenicia, cioè idoletti, amuleti, scarabei

di smalto, e di pietra dura, vasi ed ornamenti d'argento e d'oro, erano

inondati i mercati d'Italia, del Lazio e dell'Etruria, delle isole del

Mediterraneo, e singolarmente della Sardegna[57].

Tali importazioni di prodotti dell'industria orientale ebbero influenza

sull'arte etrusca, ed anche sull'arte italica in generale, per certe

forme, certi elementi ornamentali, non già per lo stile nell'intima sua

essenza. Non diremo adunque che lo stile arcaico etrusco sia effetto

d'imitazione egizia; esso è un prodotto naturale del momento e della

condizione dell'arte. “L'infanzia dell'arte è la medesima in ogni

nazione, dice il Lanzi[58], come in ogni nazione i bambini sono gli

stessi„.

Si aggiunga poi che lo stile rigido e duro dell'arcaismo ha un che di

propriamente consentaneo alla disposizione artistica etrusca, tanto che

esso, temperato da uno studio più attento della natura e da un maggiore

sviluppo della tecnica, forma il carattere di quello _stile toscanico_,

nel quale gli antichi scrittori trovavano analogia con l'arcaico greco,

non pure dei tempi più antichi (come sarebbe lo stile dell'Apollo di

Tenea), ma anche con quello più sviluppato della scuola eginetica di

Callon, le cui opere a Quintiliano parevano _duriora et Tuscanicis

proxima_[59].

Nei monumenti dell'arte etrusca noi vediamo in prima un arcaismo che

è naturale condizione dell'arte infantile, con mescolanza di elementi

di carattere orientale. Da questo arcaismo si svolge un'arte migliore,

ma pur ancòra di stile arcaistico, nel quale pare che gli Etruschi per

naturale condizione d'ingegno restassero limitati. Come dall'Apollo di

Tenea o dalle metope di Selinunte nell'arte greca si passa ai marmi

egineti, così in Etruria da certe figurine rozzissime si procede a

miglior lavoro. Ma in Grecia l'arte con forte slancio si alza a somma

perfezione; l'arte etrusca invece s'indugia in quel primo grado di

sviluppo, mancandole impulso e spirito per assurgere ad altezza d'arte

vera. Essa si viene modificando per dirette e continue influenze

greche, la cui prima efficacia potrebbe datare, secondo la tradizione,

dalla venuta di Demarato in Etruria, cioè dall'anno 660 circa av. C.;

ma l'efficacia sua larga e piena è certamente di tanto posteriore, che

per lo spazio di tempo precedente il secolo V di Roma, si potrebbe

ammettere sviluppo di uno stile e d'un'arte toscanica propria. Vi

sarebbero pertanto due periodi di svolgimento: uno dell'arte toscanica,

nella quale sta rappresentato lo stile, il carattere nazionale etrusco,

e che è il periodo dell'arte arcaica nazionale; l'altro il periodo

dell'arte che si sviluppa e modifica per l'efficacia dell'influenza

greca (ved. =tav. 31=).

[Illustrazione: =Frammenti di una statua fittile d'Apollo, dal

frontone del tempio di Luni.=

=Tavola 31.=

Ved. =L. A. Milani=, _I frontoni di un tempio tuscanico

scoperti in Luni_ in _Museo ital. di antich. classica_, I,

tav. IV, frontone _B_, figura centrale.]

2. =Stele e bassirilievi in pietra.= — Le cave del marmo di Carrara

(Luni) furono prese a lavorare solo nel tempo d'Augusto. Lavoravasi

marmo delle cave di Volterra, o il nenfro, o il peperino, e per i

bassorilievi usavasi il tufo calcare o la pietra arenaria; in ogni modo

non vi era a disposizione dell'Etruria un gran materiale.

In parecchie stele sepolcrali si trovano effigiati guerrieri di

profilo, ritti in piedi in quelle posture e quelle forme tozze che si

vedono, p. es., nelle stele di Sparta[60], anche con qualche carattere

che ricorda la stele del soldato maratonomaco[61]. Analogie di stile

sono con le metope di Selinunte; la figura della Gorgone sannita

nei bassirilievi etruschi si ripete frequentissima con quegli stessi

caratteri di orrido grottesco che ha nell'arte arcaica greca.

Ad intendere la diversa natura dello spirito greco dall'etrusco,

e il diverso sviluppo nell'arte, parmi possa valere appunto il

confronto dell'imagine della Gorgone, che, presso i Greci, dalla

forma puerilmente orribile della metopa selinuntina per gradi giunge

all'espressione della fiera, terribile bellezza divina, laddove

s'arresta in quella prima forma presso gli Etruschi, i quali,

nella rappresentazione delle divinità infernali, come, ad esempio,

nel loro _Charun_ (Caronte), non si discostarono mai da un tipo

orrido e volgare, mostrando una certa predilezione al fantastico

grottesco. In bassorilievi di are o di tombe si hanno larghe zone

con rappresentazioni di combattimenti, processioni, banchetti, scene

funebri, con disposizione di figure e con caratteri di stile che

ricordano il meno rigido arcaismo dei rilievi del monumento delle

Arpie[62] e dei vasi greci, dipinti a figure nere[63].

3. =Urne cinerarie e sculture in pietra.= — Una classe copiosa di

monumenti della statuaria etrusca è data dalle urne cinerarie, alte in

media un metro e mezzo, varie di forma e di materia (d'alabastro, di

tufo calcare, di travertino o di terra cotta) spesse volte avvivate

per mezzo di colorazione, adorne di sculture e di bassirilievi, e

sormontate dall'imagine del defunto, che sta coricato, o recumbente

sopra un letto; sotto l'imagine sta solitamente l'iscrizione col nome

del defunto (ved. =Atl.= cit., =tav. XXV=). Le statue e i rilievi di

questi monumenti, che abbondano specialmente nei dintorni di Volterra,

di Chiusi, di Perugia, per gli atteggiamenti, le proporzioni, per la

trattazione del nudo, e i panneggi, per la composizione del soggetto e

la distribuzione delle figure mostrano lo stile di un'arte pienamente

sviluppata, e informata all'arte greca. Esse sono veramente opere

dell'ultimo periodo dell'arte etrusca, com'è provato anche dalle

iscrizioni latine, che si accompagnano con le etrusche. Sono opere del

periodo romano imperiale, e probabilmente, per buona parte, dell'età

degli Antonini; e così come vi è cambiato al tutto lo stile, cambiata

pure è la materia delle rappresentazioni, tolta il più delle volte da

miti ellenici, foggiati all'etrusca e misti con concetti propriamente

toscanici, quali la grottesca figura di _Charun_, o i due genî del bene

e del male.

Mentre per molti rispetti questi lavori mostrano d'appartenere ad

un'arte pienamente sviluppata, hanno però nell'esecuzione alcun

che di comune e di volgare, che rivela lo scalpello dell'artefice

manuale; come pure l'esecuzione è inferiore d'assai al valore della

composizione, e la trattazione delle figure mostra lo sforzo vano

di riprodurre il bello dei modelli greci. Le figure recumbenti

offrono schietti tipi etruschi, con viso grosso, proporzioni tozze e

certa pinguedine del corpo da ricordare le proverbiali espressioni

di _pingues Tyrrheni, obesus Etruscus_. Del resto queste sculture

sono opere della decadenza etrusca, e per lo studio dell'arte hanno

un valore limitato, mentre acquistano importanza quando sono in

soggetti mitologici e con le scene della vita familiare, perchè allora

rischiarano lo studio delle credenze e delle costumanze etrusche[64].

4. =Scultura in bronzo.= — L'arte etrusca toccò singolare maestria

nel lavoro del bronzo; ma più ammirabile nella tecnica che non

nella espressione del bello, specialmente in opere d'arte applicata

all'industria, cioè nei vasi, nei candelabri, negli attrezzi domestici

ecc. Volsinii ed Arezzo ebbero nella fusoria del bronzo un'attività

non inferiore a quella d'Egina e di Corinto; fonderie celebri erano

a Cortona, Perugia, Vulci, Adria. Rimproverasi ai Romani d'aver

saccheggiato Volsinii per avidità di rapire le duemila statue di bronzo

che l'ornavano. Di bronzo erano le porte che Camillo tolse a Veii.

Le prime imagini di bronzo poste in Roma furono di lavoro etrusco;

e per via di Roma conosciamo il nome di un bronzista etrusco, il

solo ricordato, cioè Veturio Mamurio, artefice degli scudi ancili e

d'un'imagine di Vertunno[65]. Di lavoro etrusco fu la lupa lattante,

posta presso il _ficus ruminalis_[66]. I bronzi toscani erano diffusi

e pregiati anche in Grecia. Candelabri e vasi toscani ricordansi

in Ateneo, che ai Tirreni dà l'appellativo di φιλότεχνοι, ed anche

Plinio accennò al pregio ed alla diffusione dei bronzi toscani[67]. Un

colossale simulacro d'Apollo di bronzo, meraviglioso lavoro etrusco,

consacrò Augusto nella biblioteca del Palatino; detto appunto l'Apollo

del Palatino. Orazio ricorda i _Tyrrhena sigilla_, lavoretti in

piccolo, di gentile fattura, cercati a gran prezzo[68].

Quantità di lavori di bronzo si sono raccolti negli scavi e nelle tombe

d'Etruria; in questi bronzi si vede il progredire dell'arte, per il

quale dallo stile rigido, detto egizio, si passa ad una maniera meno

secca e dura, prossima all'arcaismo eginetico, e infine ad un fare più

libero, sebbene non mai perfetto. In questi lavori le figure d'animali

sono trattate con migliore stile, con intelligenza e buona imitazione

della natura, laddove le figure umane sono assai spesso scorrette nelle

proporzioni e di non belle fattezze.

Bronzi di stile arcaico rappresentano spesso divinità ritte, ignude,

con lunga cappelliera simmetricamente disposta, con gambe congiunte

e braccia strette al corpo, nell'atteggiamento dell'Apollo di

Tenea; ovvero vestite, specialmente le divinità femminili, di abiti

talari, spesso con quell'atto di sollevare un lembo della veste,

che è pur frequente nei bassirilievi arcaici greci, di cui si sente

ad ogni tratto un'influenza, voluta riprodurre quasi inalterata; o

rappresentano figure votive, con braccia stese in atto di oranti e di

offerenti; ovvero guerrieri con grave armatura, con alti elmi cristati,

in atto di vibrar la lancia[69].

[Illustrazione: =Chimera in bronzo, ritrovata ad Arezzo, nel

1554, di lavoro etrusco.=

(Museo etrusco di Firenze).

=Tavola 32.=

Dall'opera di =Jules Martha=, _L'art étrusque_, pag. 310, fig.

208; cfr. =W. Amelung=, _Führer durch die Antiken in Florenz_,

Monaco, Bruckmann, 1897, n. 247, cfr. =L. A. Milani=, _Museo

topografico dell'Etruria_, Firenze, 1898, pag. 3, e nota a

pag. 134.]

Fra i più insigni bronzi etruschi oggi posseduti ricordiamo: Il Marte

della Galleria di Firenze, trovato negli scavi di Vulci (v. =Atl.=

cit., =tav. XXVIII=). È un guerriero con lo scudo imbracciato, con

alto elmo, vibrante l'asta. — Il Marte di Todi, ivi trovato nell'anno

1835, con inscrizione sul lembo della corazza[70]. È un guerriero in

tranquillo e nobile atteggiamento. Si confronti con questo l'altra

statua di guerriero trovata a Falterona[71]. — Il fanciullo coll'oca

del Museo di Leida (v. =Atl.= cit., =tav. XXVI=). — Il fanciullo

sedente, del Museo Gregoriano, nell'atto di sorgere da terra (forse

dono votivo, significante il ricupero delle forze, il sorgere del

convalescente). — La statua dell'arringatore, trovata presso il Lago

Trasimeno nell'anno 1573, ed ora nella Galleria di Firenze; rappresenta

uomo di nobile aspetto, vestito di tunica e di pallio, ritto in atto

di allocutore; l'iscrizione incisa in un lembo del pallio lo dice un

Aulo Metello, figlio di Velio, uno dei migliori documenti della perizia

degli Etruschi nella fusoria, ed una delle migliori opere dell'arte

etrusca nel pieno suo sviluppo, forse del V sec. circa a. C. (ved.

=Atl.= cit., =tav. XXVII=). — La Chimera d'Arezzo, ivi trovata nel

1534; è il mostro fantastico dalle forme di leone e di capra, notevole

per la forte espressione del furore belluino e per la finita esecuzione

(ved. =Atl.= cit., =tav. XXIX=, n. 2, e la nostra =tav. 32=). — La

lupa del museo Capitolino; si considera come il più insigne bronzo

etrusco, sincero esemplare di stile toscanico; è la lupa sotto cui

stanno lattanti i gemelli; le figurine di questi diconsi posteriore

aggiunzione; mirabile nella fiera è la naturalezza delle forme, la

vivezza dell'espressione; credesi la stessa statua che gli edili Ogulnî

avevano fatto porre nell'anno 458 di Roma, presso il Lupercale, grotta

dove la tradizione diceva allattati Romolo e Remo, a piedi del Palatino

(ved. =Atl.= cit., =tav. XXIX=, n. 1)[72]. — S'aggiunge la scrofa del

Museo di Leida, dove pure è notevole la vivace verità delle forme, il

carattere naturalistico dell'arte etrusca.

=APPENDICE II.=

=Osservazioni intorno all'arte plastica degli Etruschi.=

Si è veduto, nell'Appendice I, che anche l'arte, secondo il mio

debole parere, contribuisce a far credere gli Etruschi provenienti

dall'Oriente piuttosto che dall'Occidente, almeno fino a nuovi

ritrovamenti archeologici e soprattutto linguistici.

Ma questo non si è ancor dimostrato; il che facciamo ora brevemente,

come il luogo e la mole del lavoro ce lo permettono.

Vi è pertanto un assieme di fatti che non devono essere trascurati.

La stessa grandiosità delle costruzioni etrusche, delle applicazioni

fatte dagli Etruschi delle volte e delle armature, la stessa solidità

e vastità di piani nell'architettura etrusca si direbbe alunna di

quella egiziana, che fa meraviglia ancora oggi a quale perfezione sia

giunta. L'uso poi della decorazione geometrica, _l'horror vacui_, la

moda delle epigrafi incise direttamente sul monumento, il lusso delle

oreficerie con pietre preziose (ved. =tav. 35=), la predilezione per

gli ornamenti decorativi e pei vivaci colori, la frequenza di vasi a

rilievo, già usati nei paesi greci, l'impiego dei motivi plastici e

pittorici animaleschi, l'uso del Canopo o urna funeraria con ritratti e

la presenza delle maschere funebri (ved. =tav. 30=), sono tutti indizi

di affinità e di contatto prolungato con gli Orientali e coi Greci

Asiatici, e collegano la civiltà etrusca con quella micenea ed omerica

in genere.

C'è in tutta l'arte etrusca ed omerica quel convenzionalismo orientale

che mantiene anche nei suoi periodi più avanzati la rigidezza arcaica

delle mosse, la scelta dei tipi in piedi, senza moto e grazia, la

preferenza per rappresentazioni figurate d'indole decorativa, e

simbolica, mancanti della vera vita (ved. =tav. 33=).

[Illustrazione: =Carro con cavalli alati= (Bassorilievo

d'avorio di carattere cipriota, analogo a una classe di lavori

etruschi arcaici).

=Tavola 33.= — Si rinvenne a Corneto, e si trova ora al Louvre

(Parigi).

Ved. MELANI, _Manuale di scultura italiana antica e moderna_,

Milano, Hoepli, 2ª edizione, tav. I.]

Nell'applicazione poi dei tipi e dei motivi dell'arte etrusca si vedono

i caratteri dell'importazione marittima, come di popoli venuti dal

mare, non per via di terra. Nulla ci suggerisce la civiltà del centro

d'Europa, che non ammette assolutamente quegli elementi orientalizzanti

e d'importazione, che noi troviamo nella civiltà etrusca, fino al punto

in cui si assimila la civiltà greca e romana, trasformandole entrambe.

Se noi, però, ci soffermiamo a considerare il valore intrinseco di

quest'arte etrusca, troviamo (d'accordo col Martha, com'egli esprime in

un'appendice al suo lavoro magistrale sull'arte etrusca), che mancavano

agli Etruschi l'invenzione e il sentimento artistico, mentre non si può

loro negare un certo spirito di realismo, e una forza di imitazione

e di assimilazione dei varî elementi artistici non minore di quella

dei Romani. — Questo spirito di verismo è però tale che impedisce

di aggiungere anche il menomo lato ideale alle rappresentazioni

artistiche, ammettendovi invece l'orrido più osceno e sgradito, purchè

risponda al concetto che essi se ne fecero, o se ne vogliono fare. Ciò

non toglie che nella pittura e nella plastica bisogna concedere agli

Etruschi una certa originalità pel ritratto e per la rappresentazione

delle scene intime, familiari. E difatti nel ritratto furono maestri ai

Romani, come lo furono nella predilezione per quei grandi bassirilievi

di processioni funerarie, o trionfali, che diedero ai Romani l'idea

di ornare i loro archi e monumenti dei noti bassirilievi storici,

nonchè di alcuni ritratti parlanti per somiglianza e vivezza di tratti

fisionomici.

Se gli Etruschi dovettero dibattersi tra la forma convenzionale

dell'Oriente e quella troppo ideale della Grecia, se non ebbero tempo

di immedesimarsi sempre e perfezionarsi negli elementi estranei coi

quali venivano a contatto, non si può negare alla loro arte, oltre

l'intuito della natura, del ritratto, del bassorilievo, anche il gran

merito di aver fatto riconoscere ed apprezzare ai Romani l'ellenismo

nelle sue varie forme, in modo che non si può studiar bene l'arte greca

in Roma, nè l'arte stessa romana senza rilevare la parte avuta dagli

Etruschi nel diffondere gli elementi dell'ellenismo nelle varie città

del Lazio e dell'Etruria.

Pur riconoscendo, però, che l'arte etrusca ha familiarizzato, per

così dire, Roma con l'ellenismo, è doveroso riconoscere pure che, per

la mancanza del senso estetico, venendo meno agli artisti etruschi

il concetto delle proporzioni esatte delle parti del corpo, il che è

fondamento della vera bellezza, non potè mai l'arte etrusca inalzarsi

a quelle sfere ideali e perfette che ammiriamo nell'Ellade e in Roma.

Lo stesso carattere, la stessa costituzione fisica, le abitudini, le

aspirazioni del popolo contribuivano a dare un'impronta tutta speciale

all'arte loro. Infatti gli Etruschi ebbero presto il concetto della

ricchezza, del fasto, e, per natura inclinati al piacere, sotto la

sua forma più grossolana, crearono un'arte materiale, verista al

sommo grado, lottante per di più con le superstizioni e le credenze

demoniche, molto vive nel popolo, e tali da ispirare un certo timore

e ribrezzo per quello che credevano utile di fare a vantaggio della

famiglia o dello Stato.

Gli Etruschi, venendo in Italia, portarono seco un patrimonio artistico

relativamente misero, che accrebbero immensamente a contatto coi Greci

asiatici e del continente, e coi Fenici. Ma nemmeno questo scambio di

idee, di costumi, di aspirazioni valse a togliere dall'arte etrusca

quell'impronta di rigidezza, di goffa asprezza, di sproporzione, che

essa presenta anche nei momenti dell'arte libera.

Tanto il Martha citato (ved. _Art étrusque_), quanto l'Amelung (_Führer

durch die Antiken in Florenz_) rilevano, però, come vi fosse negli

Etruschi, in compenso della mancanza del sentimento estetico e della

facoltà dell'invenzione, oltre il principio di assimilazione e di

verismo citati, anche una gran cura e quasi uno sfoggio nel ritrarre

i particolari dei vestiti, degli ornamenti, delle decorazioni, e un

gran culto per l'arte greca, che essi imitano, diffondono, e fanno

apprezzare, come s'è detto, anche ai Romani.

Trattato generale di Archeologia e Storia dell'Arte: Italica, Etrusca e Romana · 第 72 / 148 题