No, non era più quella. La donna di prima, lettera morta, pagina
bianca, era scomparsa, si era disciolta in quel tramonto d'oro liquido
ed era subentrata la donna completa, viva, forte e buona: la madre.
Negli occhi bruni e spenti, come quelli di una monaca, si accesero
fiamme di amorosa dolcezza; la pelle si ammorbidì, si sfumò, divenne
perlacea ed un delicato color roseo vi si diffuse come un gaio raggio
di sole sulla neve; alle labbra rifluì il sangue ed il sorriso ed esse
sbocciarono come una rosa; i capelli duri, tesi, senza grazia,
ricaddero mollemente sul collo, ondulandosi; la linea rigida ed
energica del mento s'incurvò. Il collo esile diventò pieno con un
lento battito di vita, la persona parve formarsi e completarsi, le
mani si fecero bianche e trasparenti, mentre alle tempia si scorgeva
quell'ombra leggiera che è il segno sacro della maternità.
Col piccino che portava nel seno era nata anche lei; il primo palpito
di quella piccola esistenza era stato simile alla forte voce di Gesù
che fa sorgere dal sepolcro Lazzaro quatriduano. Il suo passato,
pesante, triste, nero, si era annegato nella luce ed ella si trovò
compresa da una felicità grandissima. Obbliò tutto, la vigilanza, le
cure di casa, il marito, il padre: cedette le chiavi ad una zia e
trascorse le giornate nella sua stanza, distesa in atto di abbandono
nella sua poltrona, le mani inerti, le labbra vagamente sorridenti e
gli occhi pieni di visioni. A chi le parlava rispondeva con voce
commossa, dove vibravano toni di tenerezza finallora a lei
sconosciuti: le sue parole erano dolci e gioconde, i suoi moti lenti e
carezzevoli; camminando, il corpo ondeggiava in una linea sinuosa.
Rivolgeva attorno, anche alle persone estranee ed alle cose
indifferenti sguardi di amore; spesso le venivano agli occhi lagrime
di consolazione che la soffocavano in una gioia infinita.
In quelle lunghe ore di riposo, Silvia volava con la fantasia ai paesi
immaginarii, sprecandovi tutta la forza accumulata nel suo lungo
periodo d'inerzia. Ecco il bambino, bello, vivo, sangue del suo
sangue, cuore del suo cuore; gli occhietti neri luccicano nel bianco
visino, le labbruccie spruzzate di rosso chieggono i baci.--Eccolo
nudo e ridente davanti alla fiamma del camino, agitando le gambette,
contento del calore e cercando mordere il suo piedino di angelo. Ma è
possibile? Questa cosetta rosea, graziosa, quest'animuccia che ancora
rammenta le voci del paradiso, è suo figlio, suo, suo, suo? Egli dice
la prima parola, il caro adorato vuole la _mammà_, la chiama, la
chiama in tutti gli accenti, e la mamma si nasconde per udire una
volta di più quelle due sillabe scoppiettanti. Presto egli ha voluto
camminare e, tutto fiero del suo coraggio, traballando ad ogni passo,
cerca raggiungere la mammina che si allontana, sorridendo e
tendendogli le mani; cresce, cresce, il bambino è già un fanciullo.
Come felice la madre, appoggiandogli la mano sulla bruna testa, quasi
a proteggerlo, a benedirlo, a carezzarlo; come felice sentendo sulla
sua il contatto di una fresca guancia ed al collo la catena di quelle
braccia amorose; come felice nel guardarlo, nel sondare la fierezza
del nero occhio, nell'ammirare il riso di quella bocca leale! Oh,
madre fortunata senza fine nella sua creatura! Dio! Dio! che aveva
ella fatto per meritare tanto?
Oppure era una bambinetta bianca, dagli occhi glauchi e dolci, dalla
vocina melodiosa, dalle membroline gentili, dai capellucci così fini e
così biondi che sembran oro ridotto in sottilissimi fili. Non sa far
altro la fanciullina che fissare i suoi grandi occhi sorpresi in
quelli della madre, non chiede altro che attaccarsi alla sua gonna e
seguirla dovunque: perchè è timida come una cervietta, candida ne'
suoi abiti bianchi, azzurrina nelle sfumature del suo volto. Adesso i
suoi occhi intelligenti si chinano sulle lettere dell'alfabeto che la
madre vuole insegnarle, la vocina balbetta, il visino si arrossa per
superare la difficoltà; le lezioni vanno benissimo, perchè in fondo vi
sono sempre baci e carezze. Soavissima cosa piegare le ginocchia
insieme alla figlia, congiungere le mani, elevare gli occhi al cielo
ed unirsi nelle stessa parole di preghiera; uscire insieme nelle ore
mattinali, scantonare in qualche povera strada, entrare in qualche
tugurio miserabile e vedere la figliuola che arrossisce di piacere nel
fare l'elemosina, mentre il poveretto la guarda con occhi pieni di
lagrime, mormorando: Benedetta questa bionda fanciulla! E nel cuore
della madre un'eco risponde: Benedetta questa figlia che è la pace dei
miei giorni!
Ora Silvia comprendeva tutto, tutto: una grande tendina era stata
lacerata davanti a' suoi occhi, la rivelazione del mondo l'aveva
colpita, il suo intelletto era stato invaso dall'aspra scienza della
vita. A lei venne il soffio allegro e sano della gioventù con le
emozioni freschissime, le trepidanze, i rossori, le gaie speranze, gli
entusiasmi, la fede inconcussa nel suo avvenire di donna. Poi lo
slancio irresistibile della passione, la lotta dei sentimenti coi
doveri, la parte della coscienza, l'urto perenne dell'anima coi sensi,
l'alto ideale della virtù e le basse realtà dell'esistenza: tutta
questa eterna battaglia di ogni cuore donnesco, fu la sua battaglia,
donde usciva vincitrice. Le parve di aver provato tutti piaceri della
ricchezza, del lusso, della vanità, dell'orgoglio, dell'ambizione
femminea; le parve aver amato tanto, aver amato bene, amato
lungamente, di essere stata tanto riamata; e che di quel passato
d'amore le fosse rimasta una cara malinconia, il cumulo dei ricordi
che si svolge lento, lento, i rimpianti soavi, ed il fiotto delle
rimembranze che arriva e se ne va, per ritornare e per andarsene di
nuovo, simile all'eterna onda del mare. Quanto vi è di vero e di bello
nella natura: i fiori, farfalle immote; le farfalle, fiori volanti; la
fortezza onesta dei boschi, la verginità della neve, la bontà generosa
della terra nera, il fermento di riproduzione che agita il mondo e la
inflessibile serenità delle stelle: tutto trovò la via del cuore di
Silvia. Comprese che la vita è una cosa buona, che la verità di essa è
nell'amore e la felicità nei figli; e tutto il suo essere si
genufletteva, mentre l'anima balbettava confuse parole di grazia.
In casa la guardavano trasognati, tanto essa era sconvolta,
trasfigurata nelle sue contemplazioni; ma nè il padre egoista, nè i
parenti volgari, nè il marito metodico osavano farle un'osservazione,
quasi compresi da rispetto. La lasciavano fare ed ella nella follia
ragionante della maternità, acquistò le tele finissime, le battiste
trasparenti, i merletti di filo, i nastrini di raso, spendendo senza
contare. Impedì a chi la circondava di porre mano al correduccio; cucì
tutto lei, pian piano, con cura, tirando i punti con un'aria di cheta
soddisfazione, maneggiando le forbici senza farle stridere, susurrando
paroline di amore alle piccole camicie, alle cuffiettine, baciandole e
profumandole. Fu lei che ricamò il lungo abito di battesimo, lei che
imbottì e cucì il cuscino di raso azzurro coperto di una trina
delicata dove il bimbo avrebbe appoggiata la testolina, fu lei che
trapunse il mantelletto di cascimiro bianco, foderato di seta. Per un
mese si occupò della culla che riuscì un vero nido di piume, di nastri
e di merletti, un nido bianco, morbido, dove egli sarebbe stato
calduccio, calduccio. E per quando egli sarebbe giunto, ella sognava
nuovi cambiamenti; avrebbe modificata la severa casa, l'avrebbe resa
piacevole ed allegra: nei vasi dorati del salone dove ora
s'ingiallivano e s'impolveravano grossolane rose di mussola, vi
sarebbero dei veri e bei fiori; i quadri spaventosi, rossi e gialli,
sarebbero surrogati dalle chiare oleografie dove bambinetti festanti
ruzzano nei prati; ci voleva un'uccelliera sul terrazzo, perchè la
voce degli uccellini si unisse nel trillare a quella di lui. Molte
cose si potevano far venire dalla capitale, era facilissimo; bastava
scrivere, e le mille eleganze, di cui in provincia non si conosce
neppure il nome, sarebbero giunte a circondare di benessere il
piccolino. Dunque si affrettasse il tempo nel suo corso,
precipitassero i minuti l'uno sull'altro, si annullassero rapidamente
le ore ed i giorni, venisse il desiderato--la madre era pronta e lo
attendeva.
Ma l'interruzione subitanea delle antiche abitudini, l'impulso di vita
giunto all'improvviso, l'attività esagerata delle facoltà sinallora
represse, l'esuberanza della forza che si espandeva, tutto questo
_nuovo_ rivoluzionava il fisico ed il morale di Silvia. Il sistema
nervoso per tanto tempo atonizzati, divennero di una sensibilità
squisita: una parola dura, una piccola difficoltà, un nodo nel vestito
la facevano sussultare. Le sensazioni si erano perfezionate,
raffinate; i suoi gusti erano diventati molto difficili, era stata
presa da una grande passione pel caffè e pei profumi, e l'impeto della
sua vita si era raddoppiato. Piangeva volentieri, silenziosamente,
senza singhiozzi, senza alcuna dolorosa contrazione delle labbra;
talvolta per un nonnulla dava in iscoppi di riso convulso
inestinguibile; ora desiderava starsene sola per le settimane intiere,
contenta della solitudine; ora si chiamava tutti dattorno per essere
in compagnia. Una fiamma continua le imporporava le gote, una fiamma
che la consumava nel suo ardore; i polsi batteano frequenti, il corpo
si dimagrava, le mani si assottiglivano: un giorno l'anello del
matrimonio le scivolò dal dito anulare e non si potette più ritrovare.
Le serve ne mormorarono come di cattivo augurio, ma Silvia non lo
intese; essa anelava al termine prefisso, corrosa dalla febbre, sempre
più esaltata, coi nervi oscillanti e l'anima beata.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nella camera dell'ammalata tutto taceva, nelle altre camere si
camminava in punta di piedi e visi contristati si scambiavano occhiate
più tristi ancora; il martello della porta era foderato di lana nella
strada, avevano sparso la paglia, alcune visite erano state licenziate
in fretta. Presso il letto della inferma vegliava solo il vecchio
padre: quando il medico gli aveva detto che Silvia era perduta e con
lei il bambino, il suo egoismo aveva ricevuto un colpo formidabile,
qualche cosa di aspro gli ricercò il cuore ed era il rimorso. Egli
impallidiva e tremava pensando per quanto tempo aveva trascurata la
figlia, egli si chiedeva la misura del dolore che le aveva inflitto
con la sua indifferenza; non le aveva mai dato un bacio, mai detto una
parola buona, era stato per lei un estraneo. Ora essa, avvelenata da
quella crudele noncuranza, moriva.
Silvia dormiva di un sonno affannoso ed irregolare, coi lineamenti
contratti, col viso diminuito, quasi divorato dalla lotta combattuta;
balbettava ancora qualche frase del suo delirio. Troppo tardi era
venuta la vita, troppo tardi ella era stata madre--il suo organismo
già vecchio, già disseccato, si era infranto in quella pruova.
--Papà, lasciamelo vedere ancora--disse lei con voce fioca,
risvegliandosi.
Il padre si scosse, prese dalla culla il piccino e glielo portò. Era
una creaturina debole e fragile dagli occhi semispenti, dalle manine
gelate. Silvia mise un bacio leggiero sulla piccola fronte.
--Papà!--chiamò dopo un momento di silenzio la figliuola.
--Silvia?
--Dimmi: la mamma, la mamma mia era molto dispiacente di morire?
--Non funestarti con queste idee, figlia mia...
--Dimmelo, papà, te ne prego. Era molto dispiacente di morire?
--Sì, perchè lasciava in terra una figlia.
--Le doleva, perchè lasciava in terra una figlia--ripetette quasi
macchinalmente l'ammalata;--eppure... era una santa donna.
--Una santa, Silvia.
--Essa sel sapeva--riprese lei lentamente--essa sel sapeva. I figli
non possono restare senza madre sulla terra.
Si assopì da capo. Il padre si sentiva soffocare in quella camera dove
si respirava l'agonia ed uscì fuori: vi era del tragico in quella
figura di vecchio colpito dalla disperazione.
Silvia si era assopita, ma la fierissima febbre rendeva leggiero il
suo sonno: erano le sei e mezzo; il treno che veniva da Roma fu
annunziato dal suo fischio. Essa si destò di soprassalto: era sola.
--Giunge il treno--disse come fra sè--giunge il treno... fa il suo
compito... riparte.
Si alzò sopra un braccio e fissò nella penombra il candore della
culla:
--Andiamcene, figlio mio--mormorò essa.