II.

No, non era più quella. La donna di prima, lettera morta, pagina

bianca, era scomparsa, si era disciolta in quel tramonto d'oro liquido

ed era subentrata la donna completa, viva, forte e buona: la madre.

Negli occhi bruni e spenti, come quelli di una monaca, si accesero

fiamme di amorosa dolcezza; la pelle si ammorbidì, si sfumò, divenne

perlacea ed un delicato color roseo vi si diffuse come un gaio raggio

di sole sulla neve; alle labbra rifluì il sangue ed il sorriso ed esse

sbocciarono come una rosa; i capelli duri, tesi, senza grazia,

ricaddero mollemente sul collo, ondulandosi; la linea rigida ed

energica del mento s'incurvò. Il collo esile diventò pieno con un

lento battito di vita, la persona parve formarsi e completarsi, le

mani si fecero bianche e trasparenti, mentre alle tempia si scorgeva

quell'ombra leggiera che è il segno sacro della maternità.

Col piccino che portava nel seno era nata anche lei; il primo palpito

di quella piccola esistenza era stato simile alla forte voce di Gesù

che fa sorgere dal sepolcro Lazzaro quatriduano. Il suo passato,

pesante, triste, nero, si era annegato nella luce ed ella si trovò

compresa da una felicità grandissima. Obbliò tutto, la vigilanza, le

cure di casa, il marito, il padre: cedette le chiavi ad una zia e

trascorse le giornate nella sua stanza, distesa in atto di abbandono

nella sua poltrona, le mani inerti, le labbra vagamente sorridenti e

gli occhi pieni di visioni. A chi le parlava rispondeva con voce

commossa, dove vibravano toni di tenerezza finallora a lei

sconosciuti: le sue parole erano dolci e gioconde, i suoi moti lenti e

carezzevoli; camminando, il corpo ondeggiava in una linea sinuosa.

Rivolgeva attorno, anche alle persone estranee ed alle cose

indifferenti sguardi di amore; spesso le venivano agli occhi lagrime

di consolazione che la soffocavano in una gioia infinita.

In quelle lunghe ore di riposo, Silvia volava con la fantasia ai paesi

immaginarii, sprecandovi tutta la forza accumulata nel suo lungo

periodo d'inerzia. Ecco il bambino, bello, vivo, sangue del suo

sangue, cuore del suo cuore; gli occhietti neri luccicano nel bianco

visino, le labbruccie spruzzate di rosso chieggono i baci.--Eccolo

nudo e ridente davanti alla fiamma del camino, agitando le gambette,

contento del calore e cercando mordere il suo piedino di angelo. Ma è

possibile? Questa cosetta rosea, graziosa, quest'animuccia che ancora

rammenta le voci del paradiso, è suo figlio, suo, suo, suo? Egli dice

la prima parola, il caro adorato vuole la _mammà_, la chiama, la

chiama in tutti gli accenti, e la mamma si nasconde per udire una

volta di più quelle due sillabe scoppiettanti. Presto egli ha voluto

camminare e, tutto fiero del suo coraggio, traballando ad ogni passo,

cerca raggiungere la mammina che si allontana, sorridendo e

tendendogli le mani; cresce, cresce, il bambino è già un fanciullo.

Come felice la madre, appoggiandogli la mano sulla bruna testa, quasi

a proteggerlo, a benedirlo, a carezzarlo; come felice sentendo sulla

sua il contatto di una fresca guancia ed al collo la catena di quelle

braccia amorose; come felice nel guardarlo, nel sondare la fierezza

del nero occhio, nell'ammirare il riso di quella bocca leale! Oh,

madre fortunata senza fine nella sua creatura! Dio! Dio! che aveva

ella fatto per meritare tanto?

Oppure era una bambinetta bianca, dagli occhi glauchi e dolci, dalla

vocina melodiosa, dalle membroline gentili, dai capellucci così fini e

così biondi che sembran oro ridotto in sottilissimi fili. Non sa far

altro la fanciullina che fissare i suoi grandi occhi sorpresi in

quelli della madre, non chiede altro che attaccarsi alla sua gonna e

seguirla dovunque: perchè è timida come una cervietta, candida ne'

suoi abiti bianchi, azzurrina nelle sfumature del suo volto. Adesso i

suoi occhi intelligenti si chinano sulle lettere dell'alfabeto che la

madre vuole insegnarle, la vocina balbetta, il visino si arrossa per

superare la difficoltà; le lezioni vanno benissimo, perchè in fondo vi

sono sempre baci e carezze. Soavissima cosa piegare le ginocchia

insieme alla figlia, congiungere le mani, elevare gli occhi al cielo

ed unirsi nelle stessa parole di preghiera; uscire insieme nelle ore

mattinali, scantonare in qualche povera strada, entrare in qualche

tugurio miserabile e vedere la figliuola che arrossisce di piacere nel

fare l'elemosina, mentre il poveretto la guarda con occhi pieni di

lagrime, mormorando: Benedetta questa bionda fanciulla! E nel cuore

della madre un'eco risponde: Benedetta questa figlia che è la pace dei

miei giorni!

Ora Silvia comprendeva tutto, tutto: una grande tendina era stata

lacerata davanti a' suoi occhi, la rivelazione del mondo l'aveva

colpita, il suo intelletto era stato invaso dall'aspra scienza della

vita. A lei venne il soffio allegro e sano della gioventù con le

emozioni freschissime, le trepidanze, i rossori, le gaie speranze, gli

entusiasmi, la fede inconcussa nel suo avvenire di donna. Poi lo

slancio irresistibile della passione, la lotta dei sentimenti coi

doveri, la parte della coscienza, l'urto perenne dell'anima coi sensi,

l'alto ideale della virtù e le basse realtà dell'esistenza: tutta

questa eterna battaglia di ogni cuore donnesco, fu la sua battaglia,

donde usciva vincitrice. Le parve di aver provato tutti piaceri della

ricchezza, del lusso, della vanità, dell'orgoglio, dell'ambizione

femminea; le parve aver amato tanto, aver amato bene, amato

lungamente, di essere stata tanto riamata; e che di quel passato

d'amore le fosse rimasta una cara malinconia, il cumulo dei ricordi

che si svolge lento, lento, i rimpianti soavi, ed il fiotto delle

rimembranze che arriva e se ne va, per ritornare e per andarsene di

nuovo, simile all'eterna onda del mare. Quanto vi è di vero e di bello

nella natura: i fiori, farfalle immote; le farfalle, fiori volanti; la

fortezza onesta dei boschi, la verginità della neve, la bontà generosa

della terra nera, il fermento di riproduzione che agita il mondo e la

inflessibile serenità delle stelle: tutto trovò la via del cuore di

Silvia. Comprese che la vita è una cosa buona, che la verità di essa è

nell'amore e la felicità nei figli; e tutto il suo essere si

genufletteva, mentre l'anima balbettava confuse parole di grazia.

In casa la guardavano trasognati, tanto essa era sconvolta,

trasfigurata nelle sue contemplazioni; ma nè il padre egoista, nè i

parenti volgari, nè il marito metodico osavano farle un'osservazione,

quasi compresi da rispetto. La lasciavano fare ed ella nella follia

ragionante della maternità, acquistò le tele finissime, le battiste

trasparenti, i merletti di filo, i nastrini di raso, spendendo senza

contare. Impedì a chi la circondava di porre mano al correduccio; cucì

tutto lei, pian piano, con cura, tirando i punti con un'aria di cheta

soddisfazione, maneggiando le forbici senza farle stridere, susurrando

paroline di amore alle piccole camicie, alle cuffiettine, baciandole e

profumandole. Fu lei che ricamò il lungo abito di battesimo, lei che

imbottì e cucì il cuscino di raso azzurro coperto di una trina

delicata dove il bimbo avrebbe appoggiata la testolina, fu lei che

trapunse il mantelletto di cascimiro bianco, foderato di seta. Per un

mese si occupò della culla che riuscì un vero nido di piume, di nastri

e di merletti, un nido bianco, morbido, dove egli sarebbe stato

calduccio, calduccio. E per quando egli sarebbe giunto, ella sognava

nuovi cambiamenti; avrebbe modificata la severa casa, l'avrebbe resa

piacevole ed allegra: nei vasi dorati del salone dove ora

s'ingiallivano e s'impolveravano grossolane rose di mussola, vi

sarebbero dei veri e bei fiori; i quadri spaventosi, rossi e gialli,

sarebbero surrogati dalle chiare oleografie dove bambinetti festanti

ruzzano nei prati; ci voleva un'uccelliera sul terrazzo, perchè la

voce degli uccellini si unisse nel trillare a quella di lui. Molte

cose si potevano far venire dalla capitale, era facilissimo; bastava

scrivere, e le mille eleganze, di cui in provincia non si conosce

neppure il nome, sarebbero giunte a circondare di benessere il

piccolino. Dunque si affrettasse il tempo nel suo corso,

precipitassero i minuti l'uno sull'altro, si annullassero rapidamente

le ore ed i giorni, venisse il desiderato--la madre era pronta e lo

attendeva.

Ma l'interruzione subitanea delle antiche abitudini, l'impulso di vita

giunto all'improvviso, l'attività esagerata delle facoltà sinallora

represse, l'esuberanza della forza che si espandeva, tutto questo

_nuovo_ rivoluzionava il fisico ed il morale di Silvia. Il sistema

nervoso per tanto tempo atonizzati, divennero di una sensibilità

squisita: una parola dura, una piccola difficoltà, un nodo nel vestito

la facevano sussultare. Le sensazioni si erano perfezionate,

raffinate; i suoi gusti erano diventati molto difficili, era stata

presa da una grande passione pel caffè e pei profumi, e l'impeto della

sua vita si era raddoppiato. Piangeva volentieri, silenziosamente,

senza singhiozzi, senza alcuna dolorosa contrazione delle labbra;

talvolta per un nonnulla dava in iscoppi di riso convulso

inestinguibile; ora desiderava starsene sola per le settimane intiere,

contenta della solitudine; ora si chiamava tutti dattorno per essere

in compagnia. Una fiamma continua le imporporava le gote, una fiamma

che la consumava nel suo ardore; i polsi batteano frequenti, il corpo

si dimagrava, le mani si assottiglivano: un giorno l'anello del

matrimonio le scivolò dal dito anulare e non si potette più ritrovare.

Le serve ne mormorarono come di cattivo augurio, ma Silvia non lo

intese; essa anelava al termine prefisso, corrosa dalla febbre, sempre

più esaltata, coi nervi oscillanti e l'anima beata.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Nella camera dell'ammalata tutto taceva, nelle altre camere si

camminava in punta di piedi e visi contristati si scambiavano occhiate

più tristi ancora; il martello della porta era foderato di lana nella

strada, avevano sparso la paglia, alcune visite erano state licenziate

in fretta. Presso il letto della inferma vegliava solo il vecchio

padre: quando il medico gli aveva detto che Silvia era perduta e con

lei il bambino, il suo egoismo aveva ricevuto un colpo formidabile,

qualche cosa di aspro gli ricercò il cuore ed era il rimorso. Egli

impallidiva e tremava pensando per quanto tempo aveva trascurata la

figlia, egli si chiedeva la misura del dolore che le aveva inflitto

con la sua indifferenza; non le aveva mai dato un bacio, mai detto una

parola buona, era stato per lei un estraneo. Ora essa, avvelenata da

quella crudele noncuranza, moriva.

Silvia dormiva di un sonno affannoso ed irregolare, coi lineamenti

contratti, col viso diminuito, quasi divorato dalla lotta combattuta;

balbettava ancora qualche frase del suo delirio. Troppo tardi era

venuta la vita, troppo tardi ella era stata madre--il suo organismo

già vecchio, già disseccato, si era infranto in quella pruova.

--Papà, lasciamelo vedere ancora--disse lei con voce fioca,

risvegliandosi.

Il padre si scosse, prese dalla culla il piccino e glielo portò. Era

una creaturina debole e fragile dagli occhi semispenti, dalle manine

gelate. Silvia mise un bacio leggiero sulla piccola fronte.

--Papà!--chiamò dopo un momento di silenzio la figliuola.

--Silvia?

--Dimmi: la mamma, la mamma mia era molto dispiacente di morire?

--Non funestarti con queste idee, figlia mia...

--Dimmelo, papà, te ne prego. Era molto dispiacente di morire?

--Sì, perchè lasciava in terra una figlia.

--Le doleva, perchè lasciava in terra una figlia--ripetette quasi

macchinalmente l'ammalata;--eppure... era una santa donna.

--Una santa, Silvia.

--Essa sel sapeva--riprese lei lentamente--essa sel sapeva. I figli

non possono restare senza madre sulla terra.

Si assopì da capo. Il padre si sentiva soffocare in quella camera dove

si respirava l'agonia ed uscì fuori: vi era del tragico in quella

figura di vecchio colpito dalla disperazione.

Silvia si era assopita, ma la fierissima febbre rendeva leggiero il

suo sonno: erano le sei e mezzo; il treno che veniva da Roma fu

annunziato dal suo fischio. Essa si destò di soprassalto: era sola.

--Giunge il treno--disse come fra sè--giunge il treno... fa il suo

compito... riparte.

Si alzò sopra un braccio e fissò nella penombra il candore della

culla:

--Andiamcene, figlio mio--mormorò essa.

Dal vero · 第 61 / 67 题