La cittaduzza era silenziosa e deserta in quel lunghissimo pomeriggio
estivo; nelle sue strade grigie e ben allineate non appariva un
viandante; i balconi delle sue case, alti, dal sesto antico, dalla
incurvatura profonda, erano tutti chiusi; le porte brune, massiccie,
costellate di chiodi, dal pesante martello di ferro, erano anche esse
sbarrate. Invano il cielo si serenava, impallidendo; invano si
appressavano chetamente le dolcezze del tramonto, invano giungeva il
misterioso e malinconico momento della giornata tanto somigliante
all'autunno, tanto somigliante al declinare della vita; i buoni
provinciali non si curano di tutto ciò, nulla sanno di tramonti e
preferiscono dormire in quelle ore, dormire di quel sonno pesante e
morboso che lascia le membra spossate, la bocca amara e la mente
confusa. Solo Silvia rimaneva seduta dietro i vetri del suo balcone:
aveva rialzata la stretta tendina ingiallita, appuntandola con uno
spillo per non lasciarla ricadere, ed immobile, le mani incrociate
sulle ginocchia, la testa appoggiata allo sportello di legno, ella
attendeva con pazienza che le ore trascorressero. Ma in quel posto non
l'aveva attirata lusinga di gaio o di mesto spettacolo; Silvia non
guardava nella strada, non rivolgeva gli occhi all'ultima linea di
verde che confinava con l'orizzonte, nè li alzava al cielo
crepuscolare: queste cose, come tutte le altre, non la interessavano o
punto. Era venuta là per abitudine, senza noia e senza diletto, per la
medesima ragione che la faceva alzare alle sei di mattina e coricare
alle undici di sera. Da trentadue anni, nel pomeriggio, stava seduta
dietro i vetri del balcone--e tutta la sua vita passata era
rappresentata da una fredda e indifferente abitudine.
Pure essa era stata bambina, adolescente, giovinetta; la sua parte di
sorriso, e di gioia aveva dovuto averla; invece se rivolgeva lo
sguardo indietro, sugli anni fuggiti, non iscorgeva che una superficie
bigia ed uniforme. Piccina ancora, ricordava le figure severe ed
accigliate dei nonni che le mettevano paura, i volti volgari e le voci
grossolane degli zii, sempre pronti a sgridarla, la ciera pallida e
noncurante di un padre egoista che non la baciava mai. La casa era
triste, vecchia, e vi si parlava sotto voce e i mobili antichi, grandi
ed angolosi, assumevano nell'ombra forme spaventose; nei quadri dove
si contemplavano le battaglie del primo Napoleone, dominava il rosso
acceso, come se ancora il sangue vi scorresse; mai altri fanciulli,
mai giuochi, mai risa, mai un viso giovane, mai qualcuno che le
parlasse della madre, morta troppo presto. La bambina andava a scuola
da due zitellone barbute che le facevano imparare interminabili brani
di storia sacra, ed eseguire lunghi e monotoni lavori a maglia; a casa
il pranzo taciturno, lo studio sotto gli occhi di una serva
brontolona, le orazioni ed il letto. Sempre lo stesso metodo, sempre
le stesse persone, sempre le stesse cose. Allora nell'anima crescente
di Silvia s'impresse la tinta oscura ed eguale dell'ambiente in cui
viveva; tutti i sentimenti freschi e giovanili si spensero sul
nascere; i suoi nervi furono ammolliti, dominati, vinti; nel suo
corpo, nel suo viso vi fu qualche cosa di troppo vecchio, di troppo
saggio. Vennero i suoi sedici anni, e la trovarono grave, misurata,
parca di parole e di sorrisi; lasciò la scuola ed ebbe con le chiavi,
il governo della casa.
Silvia se ne occupava con molta esattezza, ma senza una soverchia
premura: andava, veniva dal terrazzo al granaio, dal granaio in
cucina, dalla cucina nelle camere da letto, senza mai affrettare il
suo passo, non dimostrando mai alcun fastidio, non andando mai in
collera, non alzando mai la voce. Era una figura alta e magra, vestita
di grigio o di nero invariabilmente, coi colletti di tela,
bianchissimi, diritti, puritani, col grembiule nero, con gli
stivaletti di prunella nera dai tacchi bassi perchè non facessero
rumore; per unico ornamento un piccolo paio di orecchini in oro. Il
suo volto di un pallore opaco e malaticcio, gli occhi neri senza
splendore, i capelli oscuri, tirati e stretti sulla nuca, le labbra
sottili e sbiancate non serbavano alcuna traccia di gioventù. Nella
serenità invadente dell'alba, nel pieno sole del meriggio, nella luce
incerta del crepuscolo, sotto il lume quieto della lampada, Silvia era
sempre la stessa: magra, pallida, fredda, senza attrattive, incapace
di desiderarne, provinciale. Ma non soffriva--ella non conosceva e non
voleva conoscere, non immaginava nulla di diverso, non fantasticava,
non chiedeva mai niente, non si rassegnava neppure: la nota del suo
carattere era l'indifferenza. La notte, quando non dormiva, diceva il
rosario; quando dormiva, non sognava mai.
Sibbene in quell'anima trasparente, quadrata, vuota di ogni altro
affetto, viveva l'unico ed arido sentimento del dovere. Era dovere per
lei alzarsi presto la mattina, dirigere le serve che impastavano ed
infornavano il pane, dare gli ordini pel pranzo, aprire e chiudere gli
armadi; poi invigilare che i letti fossero rifatti, e bene rimboccate
le lenzuola, che non rimanesse polvere sui mobili, che fossero battuti
e scossi i tappeti. Il sabato ci era da sorvegliare la grande e
complicata faccenda del bucato, seguita da quella ancora più
importante dall'insaldare: si dovevano distribuire ai poveri le
elemosine consistenti in danaro, panni, medicine e commestibili. Alla
fine di ogni stagione conveniva fare le conserve dei frutti, rifornire
le provvigioni esaurite, discorrere coi coloni, scrivere a quelli che
non si erano presentati: alla fine dell'anno fare il bilancio,
paragonarlo con quelli precedenti, dare i conti al padre, parlandogli
cogli occhi bassi, a voce sommessa, di cifre, di affari, di nuove
economie; riceverne in cambio, come unico e venale segno di
soddisfazione un titolo di rendita di dieci lire e deporre sulla
fredda mano di lui un bacio gelato per ringraziamento. A Pasqua ed a
Natale, Silvia doveva scrivere ai parenti lontani quelle sciocche ed
inutili lettere di felicitazioni, sempre con le stesse frasi; al
principio dell'inverno e dell'estate scriveva ad una sarta della
capitale, perchè le mandasse un abito ed un cappello, lasciando a lei
la scelta del taglio e del colore; l'abito arrivava ed era chiuso
nell'armadio, per uscirne solo la domenica, quando Silvia andava alla
messa, la seconda messa, ascoltata in chiesa solo da poche devote.
Essa leggeva nel suo libro le parole di preghiera che non trovavano
alcuna eco nell'anima; la messa finiva, un grande segno di croce, ed a
casa un'altra volta. Erano questi i suoi doveri; essa non trovava
gusto nè noia in alcuno di essi: la carità, la fede, l'amore, il
sacrificio la lasciavano fredda. Perfino--orribile a dirsi in una
donna--perfino la vanità era spenta in lei.
Le variazioni a questa vita erano pochissime ed anche brevi. Qualche
visita alla sua vecchia matrina che le donava una manata di quei
confetti a cornetti, duri, bianchi, con un bastoncino di cannella
dentro; qualche immenso lavoro ad uncinetto che solo le fanciulle
provinciali osano affrontare, cioè fazzoletti di merletto per
garantire il damasco giallo-sbiadito dei mobili, copertine per le
fiere di beneficenza, copertoni per i letti alti e larghi degli zii:
quattro volte all'anno, la confessione, breve racconto di piccoli e
stupidi incidenti. Uno zio morì, vi fu un funerale, Silvia serbò la
sua calma e tolse per sei mesi i colletti bianchi e gli orecchini di
oro: una cugina si maritò, Silvia ebbe un abito di seta rosa che mise
una sola volta e che le stava molto male. Il padre ebbe il tifo, fu in
pericolo di vita, la figliuola lo vegliò per dieci notti, gli prestò
le cure più minute, senza segno di fatica; ma la premura dolce ed
amorosa che consola l'ammalato, il sorriso di affetto, gli occhi umidi
e commossi, l'ansia del core che si dipinge sul viso, mancavano in
lei. Ai ventun anni soltanto le venne dato il conto della sua dote.
Poi nulla più di nuovo avvenne.
Ma Silvia, diventata il riassunto delle consuetudini provinciali,
Silvia, l'esempio dell'obbedienza e del dovere, la pallida figura in
cui si adombrava quella vita anemica, cretina, inerte, materiale,
Silvia non aveva potuto rassegnarsi ad una delle più grandi leggi del
paese, il sonno del pomeriggio. Questa infrazione alla regola la
crucciava un poco ed aveva tentato di vincere una ripugnanza tutta
fisica: dopo serrate le imposte della camera sua, si era spogliata ed
aveva chiuso gli occhi nella fissazione di voler dormire; ma le era
stato sempre impossibile. Si sentiva soffocare in quella stanza oscura
e calda, temeva di cadere in deliquio; le conveniva alzarsi, vestirsi
ed andare a passare le ore, solitaria dietro la tendina rialzata del
suo balcone. Aveva lottato due mesi, aveva usato tutti i mezzi, aveva
sprecato una inesauribile dose di pazienza, ma lo scopo si era
allontanato sempre più. Ne aveva parlato al medico, ne aveva chiesto
al confessore: le fu detto che era un fenomeno naturale, una
inclinazione del suo temperamento; la risposta la persuase ed essa si
rassegnò. Quando qualcuno le diceva in aria di profonda
meraviglia:--Come, non dormite dopo pranzo? è strano--ella rispondeva
freddamente:--Non vi è nulla di strano, è il mio temperamento.
Che poteva attirarla in quell'angolo solingo, lei che non si faceva
attirare da nulla? Era il temperamento, una inclinazione che non
poteva vincere, un'abitudine inveterata. Da vedere non ci era niente
che non fosse visto e rivisto per molti anni di fila; non vi si
ascoltava alcuna voce, alcun canto, alcuna musica; d'inverno spesso
pioveva, ed era allora tristissima cosa l'aspetto delle strade che
s'impantanavano e delle case che diventavano color ruggine. Silvia
veniva là per stare tranquilla, con le mani incrociate sulle
ginocchia, la testa appoggiata allo sportello di legno e lo sguardo
errante nel vuoto. Nella stagione estiva vi era un treno che giungeva
da Roma alle sette meno un quarto, ed ella abitava abbastanza vicino
alla stazione per udirne tutti i rumori; prima un fischio dalla
campagna, debole, lontanissimo, ed in risposta sulla stazione tre
squilli argentini della campanella; ìndi un fragore cupo, sotterraneo
come il colossale respiro di un mostro, un respiro che si calmava poco
a poco, come il treno entrava nella stazione. A tender bene l'orecchio
si ascoltava la cascata dell'acqua nella macchina che si riforniva,
qualche passeggiero scendeva, vi era una pausa silenziosa, la
campanella salutava coi suoi tre squilli vibrati il treno che se ne
andava, esso diceva addio con un fischio rauco, quasi disperato,
l'affannoso soffio ricominciava, cresceva e si allontanava; il treno
era partito, la stazione deserta. Nell'inverno anche questo mancava,
cambiandosi l'orario.
Le stagioni buone o cattive si susseguivano, la pioggia ed il sole si
alternavano con dignitosa equità, i treni arrivavano, si rifornivano
d'acqua, lasciavano scendere qualche viaggiatore e ripartivano. Silvia
lasciava scorrere le giornate, i mesi, gli anni come i granelli del
suo rosario fra le dita, quando ne mormorava le avemmaria. Ma i suoi
parenti, il padre, la matrina pensavano spesso che Silvia diventava
zitellona: i suoi ventinove anni erano scoccati, essa prendeva una
tinta gialliccia come lo avorio conservato a lungo, gli angoli delle
labbra le si piegavano in una ruga, un'ombra violacea si formava sotto
gli occhi. Intanto non si presentava alcun marito probabile, caso
serio in una famiglia dove, nel ramo femmineo, si nutrivano queste due
grandi tradizioni: non rimaner vecchia zitella e fare sempre un
matrimonio di convenienza. Alla fanciulla non fu detto nulla, come era
naturale, ma se ne parlò con gli amici di famiglia, col notaio, col
cancelliere del tribunale e col parroco; costoro agirono, informarono,
paragonarono; i parenti si dettero da fare, qualche pinzocchera se ne
mischiò. Infine dopo molti tentativi infruttuosi, fu trovato un
galantuomo sui quarantacinque, giudice del tribunale, di mente
convenevolmente ristretta, abbastanza brutto, che voleva _quietarsi_,
sposando una fanciulla saggia e senza pretese; egli sarebbe venuto ad
abitare in casa della moglie, perchè il padre di costei non poteva
privarsene, non avendo altre donne cui affidare i suoi affari
domestici, nè convenendogli stipendiarne una. Due stanze sarebbero
assegnate agli sposi, una da letto ed una da studio: comune il salone,
la stanza da pranzo ed il resto. Silvia aveva ventimila lire di dote,
il doppio alla morte del padre e qualche _speranza_; il giudice avea
trentamila franchi di risparmi, duecentoquaranta lire di stipendio
mensile e la speranza di promozione. Fu detto alla fanciulla che era
un matrimonio convenevole ed essa lo accettò, come aveva accettato
tutti gli altri avvenimenti della sua vita, senza mormorare. L'idea
della rivolta non si formava neppure in lei.
Silvia ebbe due abiti di seta, tre cappelli nuovi, un paio d'orecchini
di brillanti, un braccialetto di oro con una perla, una grande spilla
col ritratto del marito ed una quantità strabocchevole di biancheria,
lusso profondamente inutile della provincia, dove i corredi non si
consumano e passano di madre in figlia. Fece delle visite con cappello
bianco dall'immancabile tremolante _marabout_, ricevette quelle
insipide congratulazioni a fior di labbro, a cui si risponde con un
più insipido mormorìo; andò alla messa al braccio del marito che le
portava il libro di preghiere e l'ombrellino di seta bianca coperto di
merletto nero, camminando con passo grave e solenne; mandò delle
partecipazioni, qualche biglietto di visita giunse e fu incorniciato
negli angoli degli specchi verdastri. In casa, Silvia ebbe una camera
grande, un immenso letto maritale, un divano rosso e durissimo, ma
nuovo fiammante, una _toilette_ larga, maestosa, dal marmo nero e
sopra un servizio di porcellana azzurra di cui essa non sapeva e non
doveva servirsi; sei sedie alte, dure, impettite, incapaci di esser
mosse dal loro posto, anzi destinate alla immobilità. A tavola sedette
di fronte a suo padre, fu chiamata _signora_, firmò le lettere col
cognome datole dal giudice; e fu tutto. Dimenticavo il marito.
Ma il marito rassomigliava troppo agli zii, ai cugini, al padre, alla
città, alle mura, ai mobili, perchè qualche cangiamento avvenisse
nello spirito di Silvia. Era una persona di più a cui doveva rispetto
ed obbedienza, erano nuovi doveri, ma aridi e secchi come tutti gli
altri; il giudice non era punto espansivo, e la freddezza della moglie
gli piaceva, prendendola per un eccesso di serietà. Quindi, esauriti
gli episodi delle formalità matrimoniali, Silvia riprese il corso
della vita abituale, camminando a passi cheti e moderati, dritta nelle
pieghe rigide, quasi monacali, del suo abito nero, colla mano
sull'anello delle chiavi, perchè queste non tintinnissero, parlando
poco, sorridendo molto meno, pensando pochissimo, immaginando nulla ed
aspettando la morte senza impazienza.
Era questa la miserabile creatura seduta dietro i vetri del balcone,
nel puro pomeriggio estivo; la povera ed infelice creatura che non
poteva comprendere la bellezza di quell'ora. A poco a poco, nel
tramonto, l'orizzonte s'infiammava d'una luce corallina; sull'estremo
lembo del cielo, una sbarra di nuvole, lunga, stretta somigliava ad un
nastro d'arancio violetto frangiato d'oro. Poi tutto l'arco del cielo
s'incendiò, ma di un incendio lento e dolce; sulle case bigie, oscure,
vecchie, si riflesse un chiarore roseo che parve le ringiovanisse; i
vetri delle finestre divennero abbaglianti; le banderuole di ferro,
agitantisi nel venticello crepuscolare, sembravano ali lucide di
uccelli fantastici. Tutto il mondo, nell'infinito amore della luce che
se andava, parve si fosse cangiato in oro liquido e colante.
Quasi per forza Silvia dovette contemplare quello spettacolo
meraviglioso. Rimase un istante immota, poi sentì un grande calore
scorrerle per la persona, un senso benefico e piacevole che sembrò
avesse dileguato l'invincibile ghiaccio della sua esistenza. Per la
prima volta essa _sentì_ la sua vita: ecco i forti ed onesti palpiti
del cuore, ecco il sangue ricco e tiepido che irrompe nelle vene, ecco
i nervi pronti, disposti, sensibili; ecco le idee che si affollano al
cervello, l'intelligenza che si dispiega, la fantasia che sorge e si
libra: è la vita, la vita, la vita! Ad un tratto una scossa profonda
fece sussultare tutto il suo essere, una fiamma viva salì a colorarle
il viso, una gioia insolita le folgorò dagli occhi ed ella rimase
mutola, sorridente, in ascolto di qualche lontano e piccolissimo
rumore. In verità una voce l'aveva chiamata.