II.

Egli non era un filosofo, eppure un giorno, passandosi la mano sulla

fronte pensierosa, esclamò: Quanto diverso l'amore della commedia da

quello della vita! E la testa gli si curvò sotto il peso di

quest'amara verità.

Ogni sera l'aveva recitato, l'amore della commedia: quell'amore

espressivo, esterno, parolaio, pieno di fiamma, ruvido, carezzevole,

passionato del popolo napoletano, egli lo aveva espresso ogni sera a

Donna Carmela, l'amorosa, e a Donna Checchina, la così detta ingenua;

ogni sera l'una o l'altra di quelle due donne lo aveva amato, gli

aveva rivolte parole d'affetto. Egli era stato volta a volta amante

felice, geloso, traditore, sfrontato, tradito, non corrisposto; ma in

fondo, al terzo atto della commediola, le cose si erano aggiustate, il

matrimonio si compiva, e si ballava la tarantella alla luce dei fuochi

artificiali. Sempre il suo amore era stato allegro, chiassone,

grossolano, volgare, aperto a tutti senza che mai un palpito interno

corrispondesse a tutto quel lusso di esteriorità; ma nella vita, quale

e quanta differenza!

Dopo quella sera egli era stato una settimana inquieto ed agitato: lo

assalivano mille dubbi, mille sospetti; un turbine di pensieri gli

girava pel capo: non si sapeva spiegare il contegno della giovinetta.

Non se lo spiegava; eppure dovunque si voltasse, a qualunque

occupazione si desse, egli rivedeva la freddezza di quegli occhi ed il

disdegno di quelle labbra; insieme il volto pallido e simpatico, le

treccie nere e le stelle bionde di tartaruga: dappertutto la stessa

immagine. Nel teatro era peggio: fissava sempre il suo sguardo sul

secondo palco di prima fila, quasi attendesse a vederla ricomparire,

irritandosi contro gli altri che venivano ad occuparlo; se veniva al

buco del sipario, si ricordava di lei; se donna Carmela gli parlava,

si ricordava di lei; se recitava la commedia della prima sera, gli

pareva di soffrire le stesse ansie e la medesima disillusione di

allora. Infine la sua vita era profondamente turbata.

Un segreto istinto lo spingeva a non ricercare la fanciulla

sconosciuta; pure la rivide, seppe di lei, della sua famiglia, della

sua condizione: vi era una vecchia e solita storia di famiglia nobile,

impoverita per cattiva amministrazione e per infelici liti, una madre

ed una figliuola che erano rimaste con una piccola rendita,

sufficiente a farle vivere una vita molto ristretta e molto borghese.

Pure nelle vene della fanciulla, Sofia Cantelmi, scorreva un sangue

purissimo ed azzurro, onde la severità scultoria della figura,

l'incesso un po' altero, le estremità lunghe e fini, e quell'aria

signorile che si ha, ma che non si acquista mai. Gaetano seppe tutto

questo, prese cinquanta volte al giorno la risoluzione di fuggire

Sofia, di non rivederla più, di non pensarvi, di dedicarsi intiero

alla sua umile vita di Pulcinella, ma il povero giovane non vi riuscì:

non era stato mai innamorato, non giungeva a vincersi.

Passava le mattinate a passeggiare nella piazza Cavour, sotto le

acacie degli _squares_, a guardare i balconi di un secondo piano che

si aprivano raramente pel suo desiderio; Sofia vi compariva solo nelle

belle giornate e vi rimaneva poco, non lo vedeva mai, o, vedendolo,

non lo curava. La domenica ella si recava a sentir messa nella antica

chiesa di S. Maria di Costantinopoli con sua madre, ed egli, pio come

tutti quelli che amano, entrava nella chiesa e pregava; poi le due

signore andavano a fare una passeggiata, ed egli dietro, a dieci passi

di distanza, fingendo l'indifferente, ma seguendole come un cane

fedele. Pel resto della giornata doveva occuparsi alle prove, correre

a casa a prendere un boccone, ritornare al teatro per la

rappresentazione di giorno e non uscirne che a mezzanotte: pure a

mezzanotte, prima di ritirarsi in casa, stracco morto dalla fatica,

oppresso dal caldo, faceva una scorsa sino a piazza Cavour per

rivedere un balcone illuminato e qualche volta un'ombra alta e svelta

passare dietro le tendine. Questo per settimane intiere, senza

variazioni; ma la sua pazienza, quella specie d'innata bontà, quella

umiltà rassegnata che si contentava di vedere Sofia senza sperare

altro, quella voce interna che lo consigliava a smettere, si

stancarono. Era giovane, non aveva mai amato, il sangue gli bolliva

nelle vene e gli sconvolgeva il cervello; quell'attesa,

quell'immobilità gli divennero insoffribili; aveva bisogno di

decidersi a qualche cosa, di agire, di muoversi, di sapere che ne

doveva essere del suo cuore e di sè. Le scrisse una, due, cinque

lettere.

Erano male scritte, è vero: qualche espressione, qualche frase,

qualche periodo era preso dalle commedie di repertorio; qualche errore

di ortografia vi incappava ogni tanto; pure vi spirava un amore così

profondo, così sincero, vi si manifestava un desiderio così vivo di

una sola parola, di un sol sorriso, che l'altera fanciulla ne dovette

essere scossa. Era da tempo che essa, sotto la bruna frangia delle

palpebre, osservava la fedeltà di Gaetano a presentarsi ogni mattina;

era da tempo che essa aveva l'abitudine di vederlo immancabile alla

chiesa, alla passeggiata, sempre modesto, sempre un po' triste; e

lentamente, nel suo cuore freddo e solitario, comparve l'immagine del

giovane innamorato. Sofia era uno di quei caratteri intieri, tutti di

un pezzo, incapaci di cedere ad una debolezza, ma incapaci di mentire

agli altri od a sè stessi; era altiera, ma per questa medesima

alterigia non soffriva mezzi termini; non amava o amando, doveva

andare sino in fondo. Poi le sventure sofferte da bambina le avevano

data una severa lezione, le avevano insegnato che la nobile nascita

non vale nulla in tempi nei quali non conta che il danaro: che oltre

la nobiltà del blasone vi è pur quella del lavoro, anch'essa

egualmente bella ed onesta. Il giovane aveva una professione, lavorava

di certo in quelle ore che non lo si vedeva apparire; forse per

soverchia umiltà aveva firmato le sue lettere col solo nome di

battesimo, temendo che la nudità del suo cognome borghese non dovesse

offendere la fanciulla. Sofia sentì di stimarlo per la sua condotta

passata, per quella presente; la madre, desiderosa come tutte le madri

di vedere collocata la figliuola, la incoraggiava dolcemente; ella

rispose poche parole, con serietà, ma senza freddezza. Lo stimava,

voleva conoscerlo; forse lo avrebbe amato.

Egli andò per la prima volta in quella casa tremante di emozione, dominato

da una strana ansietà; avrebbe voluto essere perfettamente contento e

credeva di esserlo; ma ogni tanto, come per una nuvola nera, la sua gioia

s'intorbidava ed egli si spaventava per un ignoto pericolo. Dopo si dava

del matto, del presuntuoso, dell'incontentabile; chiamava in aiuto il suo

amore, la sua franchezza, la lealtà del suo cuore e delle sue intenzioni;

pensava che un mese, una settimana prima non avrebbe neppure sognato una

simile fortuna--e si rassicurava. Pure al cospetto delle due donne fu

timido ed impacciato, non osava guardare Sofia, non sapeva se darle del

_lei_ alla toscana o del _voi_ alla napolitana; le parole cascavano lente,

un invincibile dubbio lo arrestava. La fanciulla lo comprese e vide che era

mestieri aiutarlo, restituirgli un po'del suo coraggio; gli parlò lei, con

bontà, cercando di raddolcire l'espressione del suo volto, giungendo sino a

sorridere; egli si animò, divenne più franco, superò completamente il suo

imbarazzo. Le cose si mettevano assai bene, quando la signora Cantelmi uscì

fuori con questa domanda:

--E dove ci avete conosciute?

--Al teatro...--rispose egli, preso da una nuova esitanza.

--Al teatro?--riprese Sofia.--Noi vi andiamo molto di rado.

--Nell'aprile, al San Carlino--rispose egli senza aggiungere altro,

--Ora ricordo; quando Maria Desanctis ci mandò quel palco, mamma. Una

cattiva serata quella....

--Perchè?--domandò Gaetano, senza osare di chiedere altro.

--Non amo quel teatro; vi si ride troppo e non vi s'impara nulla.

Tutto quello che vi si dice è così triviale, così volgare, così basso,

che mi ripugna; quelle risate della platea hanno qualche cosa di

selvaggio. E quel Pulcinella, quel grossolano buffone, che carezza con

la parola e con l'intenzione tutti gli istinti brutti del popolo, mi è

insoffribile: io mi chieggo come un uomo si possa rassegnare a quel

mestiere....

--Sei severa, Sofia,--interruppe la madre, mitigando l'osservazione

con un mite sorriso.

--No, mamma. Forse che mancano vie oneste per guadagnarsi il pane?

Meglio un lavoro manuale che quel mestiere ridicolo ed indecoroso. Ma

infine che importa a noi tutto questo? Io non vi vidi quella sera.

--Non potevate vedermi,--rispose Gaetano pallidissimo.

--Andate spesso al teatro?--chiese la madre.--Non siete occupato alla

sera?

--Sì, ogni sera--riprese lui con uno sforzo penoso--ogni sera vado a

lavorare.

--È un lavoro faticoso?--domandò Sofia con bontà.

--No... non molto; ed anche mi ci sono abituato.

--In commercio forse?

Che cosa doveva risponderle? Gettarle la verità in volto e fuggire?

L'amava, l'amava passionatamente, l'amava per le sue stesse parole di

disprezzo. L'amava, mentì.

--Sì, in commercio in una casa bancaria. Ci vado alle quattro e ne

esco ogni sera alla mezzanotte.

Ed aggiunse il suo nome ed il cognome di sua madre: Rosati. Così

l'inganno era completo. Dopo si congedò, andò a casa abbattuto,

pallido, ferito al cuore. Sul teatro l'amore era sempre una gaia

commedia, ma nella vita diventava per lui un dramma doloroso; il primo

giorno della sua felicità, egli era tanto, tanto infelice!

Dal vero · 第 56 / 67 题