Egli non era un filosofo, eppure un giorno, passandosi la mano sulla
fronte pensierosa, esclamò: Quanto diverso l'amore della commedia da
quello della vita! E la testa gli si curvò sotto il peso di
quest'amara verità.
Ogni sera l'aveva recitato, l'amore della commedia: quell'amore
espressivo, esterno, parolaio, pieno di fiamma, ruvido, carezzevole,
passionato del popolo napoletano, egli lo aveva espresso ogni sera a
Donna Carmela, l'amorosa, e a Donna Checchina, la così detta ingenua;
ogni sera l'una o l'altra di quelle due donne lo aveva amato, gli
aveva rivolte parole d'affetto. Egli era stato volta a volta amante
felice, geloso, traditore, sfrontato, tradito, non corrisposto; ma in
fondo, al terzo atto della commediola, le cose si erano aggiustate, il
matrimonio si compiva, e si ballava la tarantella alla luce dei fuochi
artificiali. Sempre il suo amore era stato allegro, chiassone,
grossolano, volgare, aperto a tutti senza che mai un palpito interno
corrispondesse a tutto quel lusso di esteriorità; ma nella vita, quale
e quanta differenza!
Dopo quella sera egli era stato una settimana inquieto ed agitato: lo
assalivano mille dubbi, mille sospetti; un turbine di pensieri gli
girava pel capo: non si sapeva spiegare il contegno della giovinetta.
Non se lo spiegava; eppure dovunque si voltasse, a qualunque
occupazione si desse, egli rivedeva la freddezza di quegli occhi ed il
disdegno di quelle labbra; insieme il volto pallido e simpatico, le
treccie nere e le stelle bionde di tartaruga: dappertutto la stessa
immagine. Nel teatro era peggio: fissava sempre il suo sguardo sul
secondo palco di prima fila, quasi attendesse a vederla ricomparire,
irritandosi contro gli altri che venivano ad occuparlo; se veniva al
buco del sipario, si ricordava di lei; se donna Carmela gli parlava,
si ricordava di lei; se recitava la commedia della prima sera, gli
pareva di soffrire le stesse ansie e la medesima disillusione di
allora. Infine la sua vita era profondamente turbata.
Un segreto istinto lo spingeva a non ricercare la fanciulla
sconosciuta; pure la rivide, seppe di lei, della sua famiglia, della
sua condizione: vi era una vecchia e solita storia di famiglia nobile,
impoverita per cattiva amministrazione e per infelici liti, una madre
ed una figliuola che erano rimaste con una piccola rendita,
sufficiente a farle vivere una vita molto ristretta e molto borghese.
Pure nelle vene della fanciulla, Sofia Cantelmi, scorreva un sangue
purissimo ed azzurro, onde la severità scultoria della figura,
l'incesso un po' altero, le estremità lunghe e fini, e quell'aria
signorile che si ha, ma che non si acquista mai. Gaetano seppe tutto
questo, prese cinquanta volte al giorno la risoluzione di fuggire
Sofia, di non rivederla più, di non pensarvi, di dedicarsi intiero
alla sua umile vita di Pulcinella, ma il povero giovane non vi riuscì:
non era stato mai innamorato, non giungeva a vincersi.
Passava le mattinate a passeggiare nella piazza Cavour, sotto le
acacie degli _squares_, a guardare i balconi di un secondo piano che
si aprivano raramente pel suo desiderio; Sofia vi compariva solo nelle
belle giornate e vi rimaneva poco, non lo vedeva mai, o, vedendolo,
non lo curava. La domenica ella si recava a sentir messa nella antica
chiesa di S. Maria di Costantinopoli con sua madre, ed egli, pio come
tutti quelli che amano, entrava nella chiesa e pregava; poi le due
signore andavano a fare una passeggiata, ed egli dietro, a dieci passi
di distanza, fingendo l'indifferente, ma seguendole come un cane
fedele. Pel resto della giornata doveva occuparsi alle prove, correre
a casa a prendere un boccone, ritornare al teatro per la
rappresentazione di giorno e non uscirne che a mezzanotte: pure a
mezzanotte, prima di ritirarsi in casa, stracco morto dalla fatica,
oppresso dal caldo, faceva una scorsa sino a piazza Cavour per
rivedere un balcone illuminato e qualche volta un'ombra alta e svelta
passare dietro le tendine. Questo per settimane intiere, senza
variazioni; ma la sua pazienza, quella specie d'innata bontà, quella
umiltà rassegnata che si contentava di vedere Sofia senza sperare
altro, quella voce interna che lo consigliava a smettere, si
stancarono. Era giovane, non aveva mai amato, il sangue gli bolliva
nelle vene e gli sconvolgeva il cervello; quell'attesa,
quell'immobilità gli divennero insoffribili; aveva bisogno di
decidersi a qualche cosa, di agire, di muoversi, di sapere che ne
doveva essere del suo cuore e di sè. Le scrisse una, due, cinque
lettere.
Erano male scritte, è vero: qualche espressione, qualche frase,
qualche periodo era preso dalle commedie di repertorio; qualche errore
di ortografia vi incappava ogni tanto; pure vi spirava un amore così
profondo, così sincero, vi si manifestava un desiderio così vivo di
una sola parola, di un sol sorriso, che l'altera fanciulla ne dovette
essere scossa. Era da tempo che essa, sotto la bruna frangia delle
palpebre, osservava la fedeltà di Gaetano a presentarsi ogni mattina;
era da tempo che essa aveva l'abitudine di vederlo immancabile alla
chiesa, alla passeggiata, sempre modesto, sempre un po' triste; e
lentamente, nel suo cuore freddo e solitario, comparve l'immagine del
giovane innamorato. Sofia era uno di quei caratteri intieri, tutti di
un pezzo, incapaci di cedere ad una debolezza, ma incapaci di mentire
agli altri od a sè stessi; era altiera, ma per questa medesima
alterigia non soffriva mezzi termini; non amava o amando, doveva
andare sino in fondo. Poi le sventure sofferte da bambina le avevano
data una severa lezione, le avevano insegnato che la nobile nascita
non vale nulla in tempi nei quali non conta che il danaro: che oltre
la nobiltà del blasone vi è pur quella del lavoro, anch'essa
egualmente bella ed onesta. Il giovane aveva una professione, lavorava
di certo in quelle ore che non lo si vedeva apparire; forse per
soverchia umiltà aveva firmato le sue lettere col solo nome di
battesimo, temendo che la nudità del suo cognome borghese non dovesse
offendere la fanciulla. Sofia sentì di stimarlo per la sua condotta
passata, per quella presente; la madre, desiderosa come tutte le madri
di vedere collocata la figliuola, la incoraggiava dolcemente; ella
rispose poche parole, con serietà, ma senza freddezza. Lo stimava,
voleva conoscerlo; forse lo avrebbe amato.
Egli andò per la prima volta in quella casa tremante di emozione, dominato
da una strana ansietà; avrebbe voluto essere perfettamente contento e
credeva di esserlo; ma ogni tanto, come per una nuvola nera, la sua gioia
s'intorbidava ed egli si spaventava per un ignoto pericolo. Dopo si dava
del matto, del presuntuoso, dell'incontentabile; chiamava in aiuto il suo
amore, la sua franchezza, la lealtà del suo cuore e delle sue intenzioni;
pensava che un mese, una settimana prima non avrebbe neppure sognato una
simile fortuna--e si rassicurava. Pure al cospetto delle due donne fu
timido ed impacciato, non osava guardare Sofia, non sapeva se darle del
_lei_ alla toscana o del _voi_ alla napolitana; le parole cascavano lente,
un invincibile dubbio lo arrestava. La fanciulla lo comprese e vide che era
mestieri aiutarlo, restituirgli un po'del suo coraggio; gli parlò lei, con
bontà, cercando di raddolcire l'espressione del suo volto, giungendo sino a
sorridere; egli si animò, divenne più franco, superò completamente il suo
imbarazzo. Le cose si mettevano assai bene, quando la signora Cantelmi uscì
fuori con questa domanda:
--E dove ci avete conosciute?
--Al teatro...--rispose egli, preso da una nuova esitanza.
--Al teatro?--riprese Sofia.--Noi vi andiamo molto di rado.
--Nell'aprile, al San Carlino--rispose egli senza aggiungere altro,
--Ora ricordo; quando Maria Desanctis ci mandò quel palco, mamma. Una
cattiva serata quella....
--Perchè?--domandò Gaetano, senza osare di chiedere altro.
--Non amo quel teatro; vi si ride troppo e non vi s'impara nulla.
Tutto quello che vi si dice è così triviale, così volgare, così basso,
che mi ripugna; quelle risate della platea hanno qualche cosa di
selvaggio. E quel Pulcinella, quel grossolano buffone, che carezza con
la parola e con l'intenzione tutti gli istinti brutti del popolo, mi è
insoffribile: io mi chieggo come un uomo si possa rassegnare a quel
mestiere....
--Sei severa, Sofia,--interruppe la madre, mitigando l'osservazione
con un mite sorriso.
--No, mamma. Forse che mancano vie oneste per guadagnarsi il pane?
Meglio un lavoro manuale che quel mestiere ridicolo ed indecoroso. Ma
infine che importa a noi tutto questo? Io non vi vidi quella sera.
--Non potevate vedermi,--rispose Gaetano pallidissimo.
--Andate spesso al teatro?--chiese la madre.--Non siete occupato alla
sera?
--Sì, ogni sera--riprese lui con uno sforzo penoso--ogni sera vado a
lavorare.
--È un lavoro faticoso?--domandò Sofia con bontà.
--No... non molto; ed anche mi ci sono abituato.
--In commercio forse?
Che cosa doveva risponderle? Gettarle la verità in volto e fuggire?
L'amava, l'amava passionatamente, l'amava per le sue stesse parole di
disprezzo. L'amava, mentì.
--Sì, in commercio in una casa bancaria. Ci vado alle quattro e ne
esco ogni sera alla mezzanotte.
Ed aggiunse il suo nome ed il cognome di sua madre: Rosati. Così
l'inganno era completo. Dopo si congedò, andò a casa abbattuto,
pallido, ferito al cuore. Sul teatro l'amore era sempre una gaia
commedia, ma nella vita diventava per lui un dramma doloroso; il primo
giorno della sua felicità, egli era tanto, tanto infelice!