Il sipario era venuto giù in un attimo come in tutti i piccoli teatri
dove si manovra con due cordicelle scorrevoli negli anelletti di
ferro; dopo pochi applausi l'intervallo cominciava.--Si era in aprile
e nel teatro senza apertura si appesantiva un'aria calda e greve; i
lumi a petrolio fumigavano un poco; per l'atmosfera della sala lunga e
stretta si diffondeva una leggiera nebbiolina; i monelli del lubbione
avevano tolta la giacca ed erano rimasti democraticamente in maniche
di camicia; la platea si vuotava e nei corridoi angusti girava
l'acquaiolo, annunziato dalla monotona voce e dall'acuto odore di
anici. Nei palchi grande movimento di ventagli in mano alle signore--e
per signore intendo donne, perchè non vi era alcuna stella del
firmamento aristocratico. La popolazione dei palchi era per quella
sera formata da tre o quattro famiglie della grossa borghesia,
inanellate e vestite della rumorosa seta domenicale; di un impiegato
municipale con la relativa arca di Noè; delle figlie piccole di un
giornalista che era andato al San Carlo con la moglie; delle sorelle
dell'impresario, serotine e gratuite frequentatrici del teatro; di una
frotta d'inglesi, vestiti di tela bianca e col velo verde al cappello,
ed infine di un giovanotto abbastanza misterioso, solo in un palco,
che ascoltava la rappresentazione voltando le spalle al palcoscenico,
sbadigliando dietro la mano inguantata: una consegna, era evidente.
Nessun occhialino: sarebbe stato ridicolo a tre metri di distanza. Il
maestro di orchestra, un disgraziato pagato ad un franco e cinquanta
per sera, squadernava sul piccolo leggio la vetusta _mazurka_,
volgendo una occhiata pietosa agli otto _professori_ suoi colleghi,
che si godevano una paga giornaliera variabile da settantacinque
centesimi ad un franco.
Nel palcoscenico un momento di riposo. Là il caldo era soffocante; non
veniva un soffio di aria da nessuna parte; la caratterista, che
fingeva una vecchiona ricca e benefica, si era levata dal capo una
parrucca a riccioloni maestosi, con suvvi appuntata una cuffia di
merletto adorna di nastri e fiori, ed era rimasta con una treccia
tonda e brizzolata, perchè la buona donna camminava direttamente sui
cinquanta. Donna Carmela, l'amorosa, passeggiava su e giù, facendosi
vento col grembiale di seta nera; il suo ventesimo fidanzato--essa
aveva combinati e rotti diciannove matrimoni--era corso a prenderle un
bicchiere d'acqua gelata con sciroppo di amarena. Pulcinella, seduto
sopra alcune vecchie quinte, aveva sollevata la grossa maschera
d'incerata nera per respirare un poco meglio e si soffiava sul volto
col berrettone di lana grigio-lattea. Pulcinella pensava: nessuno se
ne meravigli, era molto giovane.
Non si poteva vedere se fosse o no un bel giovane. Pulcinella porta
sui capelli, sotto il berrettone, una stretta calotta di lana nera,
più grande di quella dei monaci, che gli nasconde tutta la testa; sul
viso, sino alla bocca, la maschera nera dal naso magistrale; il corpo
è nascosto dal camiciotto di mussola bianca a pieghe amplissime, dalle
maniche larghe che giungono sulle dita, dai calzoni bianchi e larghi
che ricadono sulle scarpe di tela grigia, simile al berretto. Di lui
si vede solo un po' di mento, il collo e le mani: impossibile di
riconoscerlo. Ma il pubblico che ama Pulcinella come una gloria
paesana, non ricerca quasi mai la fisonomia nascosta sotto la
maschera: per lui, Pulcinella non è un uomo, non è una personalità
simile ad un'altra, ma è un tipo, un carattere, una manifestazione--è
lo spirito popolare, sarcastico, ribelle, filosofico, che
scoppietta--è la maschera che personifica ed incarna il temperamento
meridionale pieno di fuoco e d'indolenza--è l'aspetto proteiforme di
un popolo--è tutto fuorchè un individuo. Se ne sa il nome, è vero; ma
pochi ne sanno il viso.
Però posso assicurarvi che Gaetano Starace, senza essere un modello di
bellezza, era molto simpatico coi suoi capelli neri e lievemente
ricciuti, cogli occhi vividi e la pelle bianca come quella di una
donna. Non era un essere eroico, non era un uomo di grandi sentimenti,
ma aveva un cuore di oro e conservava fedelmente l'eredità del
blasone; da tre generazioni nella sua famiglia si diventava Pulcinella
per inclinazione, per abitudine, per trasmissione nel sangue, come le
malattie ereditarie. Quando un fanciullo veniva su, non si pensava ad
avviarlo per nessuna carriera, per alcun impiego; il suo mestiere era
bell'e trovato, il suo còmpito era quello d'indossare l'abito e di
rallegrare seralmente la gente. Era un lavoro faticoso, esclusivo,
opprimente, un lavoro inglorioso e poco fruttifero, ma nella mente
ristretta e buona degli Starace non entrava l'idea della ribellione
alle ingiustizie sociali; erano uomini umili, cortesi, allegri, senza
pretese, fedelissimi al teatro dove quasi erano nati e dove morivano,
devoti ed ossequenti al loro pubblico, incapaci d'irritarsi contro i
suoi capricci, sempre pronti a carezzarlo, a sollazzarlo, a
sacrificare per esso ogni cosa. Il bambino andava a scuola, imparava a
leggere ed a scrivere, s'infarinava leggermente di tante altre
cognizioni; ma la sera la passava nelle quinte a vedere ed a sentir
recitare suo padre; ai sedici anni faceva qualche particina da
Pulcinellino, ai venti suppliva il padre quando era ammalato; alla
morte di lui diventava Pulcinella. E questo regolarmente, senza
esitazioni, senza dubbi, come un obbligo, come un dovere, come una
fatalità.
Così di Gaetano Starace; si aggiunga che, per un po' di naturale
ingegno, egli si rendeva utile riducendo commedie italiane in
dialetto, raffazzonandone delle nuove su tele vecchie, scrivendo
parodie di opere serie--e qua e là non mancava dello spirito. Non roba
molto fine, è sottinteso, ma pei frequentatori del teatrino bastava ed
era soverchio: come attore, Gaetano era svelto, pieno di vita, aveva
una voce gradevole e conosceva l'arte di modularla. Il padre gli morì
presto ed esso, che era figlio unico, gli subentrò come nei regni
costituzionali; recitava bene, era allegro per natura, era giovane;
piacque, divenne il beniamino del pubblico. Il suo mestiere non gli
dispiaceva, anzi e' lo faceva con un certo trasporto: nel suo cervello
non nascevano le idee dell'arte, la sua missione, la vocazione, la
fibra artistica, l'interpretazione, la scuola vecchia, la nuova e
simili formole che affliggono gli altri artisti drammatici--niente di
tutto questo. Sibbene, così alla grossa, egli comprendeva che quegli
spettatori della platea e del lubbione erano popolo, quel popolo che
soffre, che lavora, che stenta e che quando può disporre di pochi
soldi, va al teatro per dimenticare nel riso i guai della vita--e nel
suo cuore di popolano, si consolava di dover essere lui ad alleviare,
a sollevare, a rallegrare il suo prossimo. Quando si metteva la
maschera e stringeva la vagina del suo camiciotto, si sentiva il cuore
leggero, diventava gaio per la gaiezza che avrebbe data altrui; quando
una intiera platea scoppiava in una risata omerica, egli gongolava dal
contento, come chi abbia fatto una buona azione.
Per lo più, prima che cominciasse la rappresentazione, usava di metter
l'occhio al buco del sipario ad osservare attentamente il suo
pubblico; notava tutti i volti gravi, i tristi e se ne ritornava fra
le quinte, fregandosi le mani, sorridendo e mormorando fra sè:
«Vedremo, vedremo, se ci potrete resistere.» Quando aveva ottenuto
l'intento e si vedeva davanti una folla di volti ridenti, si
congratulava con sè stesso come di una grande vittoria. Talvolta
qualche spettatore isolato s'incaponiva a rimaner serio, non sorrideva
neppure ai più graziosi frizzi; allora Pulcinella si ostinava da parte
sua, s'infiammava, si moltiplicava, recitava per quel solo spettatore,
fino a che lo avesse vinto e domato, sino a che lo avesse visto
contrarre la bocca in una convulsione di riso represso. Chiamava
questi spettatori con una parola pittoresca ed energica: _scogli_.
Quella sera appunto aveva trovato uno _scoglio_ ed anche durissimo;
quello lì non voleva ridere, proprio non voleva. Gaetano aveva
lavorato bene e molto, aveva variato la trita commedia che si
rappresentava, infiorandola d'improvvisazioni spiritose; ma lo
spettatore non se n'era dato per inteso, era rimasto immobile ed
indifferente; Pulcinella ci perdeva, lo spettatore era più forte di
lui.
Veramente si trattava di una spettatrice: era una giovinetta che stava
nel palco numero 2 di prima fila, seduta di fronte alla scena e quindi
vicinissima. Una giovinetta dal volto pallido e lunghetto, un po'
magro; sulle linee esili del collo ricadevano due grosse treccie nere
che erano appuntate, con semplice ed elegante ornamento, da certe
stelle di tartaruga bionda; vestiva un abito di lana grigia, terminato
alla radice del collo da una arricciatura di merletto bianco, chiuso a
quel punto da una stella più grande di tartaruga; oscuri i guanti.
Aveva ascoltato con molta attenzione, ma la serietà del viso non si
era diradata; anzi una certa fierezza trapelava dalla fronte stretta e
bianca, dalla linea decisa del mento: non era bella, ma aveva una di
quelle fisonomie spiccate, perfettamente individuali, che non si
possono più dimenticare. Con lei stava una signora matura, vestita
onestamente di nero, con un volto molto somigliante alla giovinetta,
ma le cui linee erano più dolci, quasi ammollite dai capelli bianchi e
da un benevolo sorriso: sua madre, forse.
Ma Gaetano non si curava di tutti questi particolari, era preoccupato
dalla gravità della fanciulla. Non era malinconia, non era dolore, non
era neppure indifferenza: il sentimento che si leggeva sul viso di
lei, era un'aria di serietà superiore, quasi inconsciente, certo
naturale. Egli si chiedeva perchè una giovinetta, neanche vestita di
nero, nell'età del riso, nel teatro dove si andava per ridere, si
niegasse alla gioia. Ora ella parlava lentamente con la sua compagna,
senza gestire, con uno sguardo intelligente, muovendo appena le
labbra: che diceva? Quale strana apparenza era la sua! Tutti ridevano,
ella no; tutti si divertivano, essa non si annoiava; che faceva, che
pensava dunque? Rivolgendo in sè queste idee, Gaetano rimaneva col
viso incollato alla sudicia tela del sipario, con l'occhio fisso sulla
figura pallida della fanciulla, perduto nelle sue supposizioni,
tormentato un poco da quel problema ventenne che stava nel palco di
prima fila.
--Fuori scena!--gridò il buttafuori.
Suo malgrado Gaetano dovette rientrare nelle quinte; giunto là gli
parve di aver avuto un'idea luminosa, un'idea che gli fece piacere e
dispiacere nel medesimo tempo: sicuramente la fanciulla doveva essere
innamorata.
--Allora ci penso io a farla stare allegra,--mormorò fra sè;--giusto
nel terzo atto vi è una scena di amore.
Diede una spinta sino all'esiguo camerinetto dove Donna Carmela,
l'amorosa, allo scarso lume d'una fumosa candela di sego, davanti ad
uno specchietto di quaranta centesimi, si acconciava al collo un
fazzoletto di seta rossa; aveva le guance grossolanamente cariche di
bianco e di rosso.
--Mi raccomando, Donna Carmela,--le disse:--un pò' di anima nella
nostra scena.
--Vi pare! Con voi non c'è bisogno di raccomandazione,--ribattè lei,
scoccandogli uno sguardo lusinghiero; tanto il ventesimo fidanzato non
c'era! Ma Gaetano parve non ci badasse.
Infatti la scena di amore, che era anche la culminante, cioè l'ultima,
fa recitata a meraviglia: Carmela vi mise dell'_impegno_, parve quasi
che sapesse la parte; i suoi occhi ingranditi dal bistro brillavano,
la voce rauca aveva quasi delle intonazioni d'intelligenza. Gaetano si
superò; fu felice in ogni frase, fu spiritoso, fu ridicolo, fu
barocco: la platea, anzi tutto il teatro andava in convulsioni pel
ridere, egli stesso si sentiva in ammirazione davanti alla sua
bravura--e quando, all'ultimo, un applauso fragoroso coronò l'opera,
egli rivolse un'occhiata alla giovinetta del palco, sicuro di averle
fatta impressione, sicuro di averla commossa al riso. No; il volto di
lei non aveva cangiato espressione, solo l'occhio fiero avvolgeva
Carmela e Gaetano in un freddo sguardo e la bocca gentile si piegava
ad una curva dura ed energica di disprezzo.
Egli rimase freddo, immobile, istupidito. Perchè il disprezzo?
Fu così che Gaetano Starace, Pulcinella del popolare teatro di S.
Carlino, s'innamorò di una sconosciuta.