La mattina egli la passava presso di lei; seduto sulla sedia dove ella
appoggiava i piedini, scherzando con i gomitoli di lana che le
servivano per il ricamo, parlandole a voce sommessa, mentre la madre
andava e veniva per le stanze. Non arrivavano mai visite, la camera
era silenziosa, piena di luce e di sole; dei fiori erano messi qua e
là in certi grandi vasi di cristallo tersi e puliti; Sofia si degnava
di parlare con quella sua voce gravemente musicale, che aveva qualche
cosa d'intimo e d'affettuoso: Sofia si degnava di sorridere con quel
bel sorriso che correggeva la purezza statuaria dei lineamenti;
Gaetano si sentiva penetrato da una grande pace, da una soddisfatta
tranquillità. Egli godeva di mille piccole cose; le affusolate e
bianche dita di Sofia, adorne di un anellino con turchesi che egli le
aveva donato, volavano sul canevaccio come farfalle bianche; quando la
lana finiva, nell'ago, essa la spezzava con un colpo netto delle
graziose e lucide forbicine; quando un fiore si doveva incominciare,
egli era chiamato a dare il suo parere sulle gradazioni e sulle mezze
tinte; spesso la fanciulla lasciava andare in grembo il lavoro e si
distraeva a discorrere con lui, lentamente, accentuando le parole solo
con lo sguardo. Gli diceva che la sera avanti, sull'imbrunire, era
uscita al balcone, e che aveva visto nella strada tanta gente; subito
aveva pensato a lui, sagrificato in una camera buia, sopra un libro
mastro, in compagnia delle cifre, e lo aveva compatito; gli diceva che
se l'altra domenica fosse uscito un gaie sole, sarebbero andati tutti
e tre a passeggiare nel bosco di Capodimonte; essa gli avrebbe
indicati certi bellissimi viali, certi alberi vecchi vecchi e che
avevano l'aria molto buona; gli diceva che aveva letto il tale libro,
che le era piaciuto, specialmente un certo punto: prendesse il libro,
era sul tavolo, lo aprisse a tale pagina, leggesse ad alta voce, ed
egli obbediva sorridendo; leggeva con enfasi, comprendeva più col
cuore che con la mente; ella lo ascoltava, socchiudendo un poco i
bruni occhi. Poi rimanevano silenziosi, fissandosi a lungo col sorriso
dello sguardo e finendo col sorriso innamorato delle labbra. Non
discutevano mai; si trovavano sempre d'accordo; perchè Sofia era un
po' esclusiva nelle sue opinioni, era inflessibile nelle sue idee; ma
Gaetano, ammirandola ed amandola, s'inchinava a tutto quanto ella
dicesse. Vi era in lei un sentimento così grande, così equo di
probità, un disdegno così completo della facile morale del mondo, che
il giovane si sentiva in sua compagnia diventare più forte, più fermo,
più coraggioso. L'amava come fanciulla, come donna, come amica, come
sorella; gli piaceva, l'ammirava, le voleva bene l'adorava; l'amava,
l'amava, l'amava.
Ma appena uscito da quella porta, le sue ferite cominciavano a
sanguinare. Egli era un mentitore, un traditore, un vigliacco che
ingannava una giovinetta nobile e onesta; era indegno del suo amore,
egli il buffone, egli il Pulcinella. Sinallora la sua mente era
rimasta ottusa, egli aveva amato il suo mestiere, ne aveva compreso il
solo lato buono, gli era parso di non essere da meno degli altri
uomini che lavorano; ma le parole di Sofia gli avevano acuito
l'ingegno, lacerato il velo che gli ottenebrava l'intelletto: suo
padre gli aveva lasciato in eredità il ridicolo, quello che faceva
ogni sera era un mestiere indegno. Quindi nutriva nel cuore un odio
incurabile per quanto prima era stata la sua consolazione: il
palcoscenico stretto, polveroso; le quinte nere, sporche, soffocanti,
piene di ragnateli; l'ambiente di petrolio, di fumo rossiccio, di
respiri graveolenti; i compagni volgari, chiassosi, sboccati; le donne
dipinte, incipriate con la farina, cariche di oro falso, che parlavano
il dialetto, gridavano, si urtavano, litigavano, alcune viziose, altre
semplicemente miserabili; la sua livrea bianca, la maschera nera che
lo deformava, il berrettone obbligatorio; quei caratteri di ghiottone,
di pauroso, di egoista, d'imbroglione, che era costretto di
rappresentare; quelle frasi a doppio senso, quei frizzi taglienti che
addirittura portavano via il pezzo di carne, quell'amore esterno che
doveva fingere--tutto, tutto gli sembrava ignobile. La sua vita della
mattina lo ingentiliva e gli sviluppava tutte le facoltà morali; la
vita di ogni sera lo avviliva, l'opprimeva, l'abbrutiva.
Con uno sforzo disperato aveva cercato liberarsene, aveva voluto
gettare lungi da sè quel fardello tormentoso; ma gli mancava la
capacità di un altro impiego, non sapeva nulla o un poco di tutto, che
vale lo stesso: era un ignorante. Non lo avevano voluto neppure per
copista; si chiedevano informazioni sul suo conto e quando si appurava
che era il Pulcinella del S. Carlino, ognuno si stringeva nelle spalle
con un sorriso: stava al teatro, vi rimanesse. Così soffrì due o tre
rifiuti che gli facevano misurare quale e quanto fosse il ridicolo
della sua posizione; e ritornava ogni sera alla sua catena
addolorandosene, soffrendo, digrignando i denti quando il pubblico lo
applaudiva; odiando sè stesso, il mondo--ed amando Sofia.
A lungo andare non ebbe più pace neppure nelle ore che trascorreva con
lei, non giungeva più a dimenticare la sua personalità, il pensiero
della sua condizione miserrima vinceva anche il balsamo della presenza
di Sofia. Costei spesso gli chiedeva minute notizie della sua vita
d'impiegato, se il lavoro non fosse troppo penoso, se i suoi banchieri
lo trattassero con bontà, se andassero bene gli affari: ed egli ad
ingarbugliarsi, a chiamare in soccorso le sue ristrette cognizioni per
pescarvi qualche cosa di commerciale, ad infilzare bugie sopra bugie.
Le rare volte che suonava il campanello, egli trasaliva, temendo che
entrasse qualche persona da cui fosse conosciuto; qualche volta si
alzava come se volesse fuggire; quando giungeva a Sofia una lettera in
sua presenza, egli tremava che fosse qualche anonima denunzia: se la
ritrovava malinconica, gli si gelava il sangue nelle vene, pensando:
Ha saputo qualche cosa! Le aveva promesso di condurle sua madre, una
buona popolana; ma con mille pretesti non aveva mantenuto la promessa.
Nelle belle mattinate di estate, nei suoi rarissimi giorni di vacanza,
Sofia lo incitava a uscire insieme con lei e con la madre; gli toccava
scegliere le vie remote, guardarsi d'attorno, con sospetto
d'incontrare qualche amico che lo chiamasse per nome.
Ma vi era di più: spesso nei più bei momenti di calma e di serenità,
nei momenti in cui avrebbe voluto inginocchiarsi davanti a Sofia e
adorarla come una Madonna, era assalito da un turbine di pensieri
brutti. Sbuffi di cinismo gli salivano al cervello, ricordi di teatro
gli intorbidavano la mente, egli si sentiva ridiventare volgare,
plateale: chiedeva a sè stesso se quelle bugie, quelle finzioni,
quelle delicatezze non fossero esagerazione, roba inutile con Sofia. I
mariti sono scarsi e, pur di averne uno, le fanciulle chiuderebbero un
occhio ed anche due sulla bellezza e sulla professione dello sposo:
così aveva egli enunciato dal palcoscenico, ottenendo le approvazioni
della platea; così gli accadeva di pensare presso la giovanetta. Con
un volo della sua ammalata fantasia, s'immaginava già che Sofia gli
avesse perdonata la sua menzogna, che fosse sua moglie, che venisse ad
ascoltarlo recitare, che lo applaudisse... perchè no? Dirle tutto
allora... ma Sofia gli alzava in viso gli occhi sereni e casti ed egli
ricadeva nella realtà, più affannato, più crudelmente angosciato di
prima.
Un giorno cadde ammalato di una febbre nervosa, sperò di morire.
Invece dopo tre giorni era guarito ed il suo impresario gli venne a
fare una visita per discorrere di cose importanti, secondo diceva lui.
Era da tempo che il teatro faceva scarsi introiti, mancavano le novità
ed il pubblico si ecclissava; nelle tre sere che Gaetano era stato
assente, la sala era rimasta vuota: occorreva darsi da fare, lavorare,
trovare qualche idea, arrischiare anche qualche spesa, battere la
grancassa, pur di richiamare gente. L'impresario aveva un'idea, anzi
due: si poteva tentare una parodia del _Rigoletto_, che sarebbe venuta
fuori interessante e spiritosa dalla penna di Gaetano, si poteva
_riprendere_ una vecchia commedia di repertorio, non rappresentata da
una trentina d'anni, dopo avervi _praticate_ delle rifazioni. Che ne
diceva il carissimo Gaetano, il sostegno del teatro S. Carlino?
Gaetano rispondeva di sì; avrebbe fatta la parodia, avrebbe
_praticate_ le rifazioni; egli era il sostegno del teatro S. Carlino,
se ne accorgeva, se lo sentiva addosso pesante ed irremovibile. E si
accinse al lavoro; scrisse a Sofia che una importante operazione
finanziaria, una grossa liquidazione gli impediva di andar da lei per
quattro o cinque giorni, che presto sarebbe ritornato, che l'adorava
sempre. Dell'impastare alla meglio quella parodia del _Rigoletto_ egli
provò un amarissimo piacere ritrovandosi nella persona dello
sventurato gobbo, cui unico conforto alla vita di buffone era l'amore
della figlia: egli si compiaceva ferocemente contro sè stesso,
mettendo in caricatura l'amore paterno del buffone e l'innocenza della
figliuola, rilevando la gaia dissolutezza del Duca, di Maddalena.
Egli, Gaetano, avrebbe fatto nella parodia la parte di Gilda, vestito
da donna, cioè arrivando all'ultimo grado dell'avvilimento; giorno per
giorno si configgeva nelle carni quelle spine, sorridendo, come gli
antichi martiri, del suo sangue che se andava.
Già grandi cartelloni rossi e verdi, incollati per le mura della
città, annunziavano al pubblico napoletano la _nuovissima e brillante
parodia del_ Rigoletto, _scritta espressamente dal Pulcinella Gaetano
Starace, in cui egli avrebbe preso parte insieme col buffo Barilotto,
con don Felice Sciosciammocca, il Tartaglia, la caratterista_ ed altri
dieci attori; già i giornali consacravano dieci linee della loro
cronaca teatrale per raccomandare ai loro lettori la prima
rappresentazione: sarebbe stato un _successo clamoroso_, una _serata
allegrissima_, un _brio da risuscitare i morti_; anzi un cronista che
masticava di francese, lo profetizzò addirittura un _succés de fou
rire_; tutti poi prevedevano delle _piene_ straordinarie.
Infatti la domenica della _prima_ il teatro riboccava di gente e
l'impresario gongolava di gioia: Gaetano, con una febbrile attività
andava e veniva per badare al macchinismo. Uscì soltanto alla terza
scena, fa salutato da un applauso fragoroso, come autore e come
attore, ringraziò, pronunziò le prime parole: ma girando attorno lo
sguardo fa assalito da un tremore mortale. Sofia era con sua madre nel
fatale palco numero due di prima fila, vestita di azzurro, immobile,
seria, attenta: anzi a quella voce aveva trasalito.
Allora Gaetano ebbe un disperato coraggio, il coraggio delle anime
buone che si trovano nel più critico, nel più doloroso istante della
vita; glielo ispirava il cieco terrore dì perder quella fanciulla che
per lui era tutto. Ebbe il coraggio di andare avanti cambiando la voce
con un falsetto sgarbato: pel resto era irriconoscibile. Esaltato da
tanti mesi di lotta, dalla febbre patita, dalla presenza di Sofia,
egli dispiegò quella sera tutta la sua versatilità per sedurre gli
spettatori. Vestito da Gilda fa ridicolo sino alla caricatura, forzò
la voce ed il gesto: imitò, esagerandole, tutte le grazie svenevoli
delle attrici di terz'ordine; vestito da uomo prese tutti gli aspetti:
ballò, cantò, suonò il violino, declamò, bastonò, fu bastonato, finse
l'uomo ebbro, riempì il palcoscenico ed il teatro della sua voce,
della sua presenza. Si ubbriacava di azione, guardava Sofia, la
provocava, la sfidava, certissimo di non essere riconosciuto,
inasprito dalla sua sventura, con una esaltazione nervosa spinta al
massimo grado. La fine della rappresentazione si accostava, Gaetano vi
anelava per liberarsi da quell'incubo, per liberarsi da quel
soffocamento che gli montava dal cuore alla gola, per trionfare di
quel pericolo.... Ecco: le ultime battute si compivano, le signore nei
palchi si alzavano, Sofia era già in piedi....
Ma il pubblico, soddisfatto del suo amato Pulcinella lo applaudiva
senza fine; fu mestieri fermarsi un minuto per ringraziare e poi giù
la tela: un sospiro profondo di sollievo. Niente; gli applausi
aumentano, bisogna rialzare il sipario, ringraziare di nuovo: Sofia si
mette sulle spalle lo sciallo bianco, ma ha gli occhi fissi sul
palcoscenico. Ad un tratto una voce dice una parola; due, tre,
cinquanta la ripetono; è un grido solo:
--Maschera, maschera!
Egli era perduto. Il pubblico _voleva_ vedere il suo viso, _voleva_
vedere l'uomo che si nascondeva sotto la maschera di Pulcinella; Sofia
lo guardava con la ciera fredda e disdegnosa della prima sera.
Esitò....
--Maschera!--ruggì il pubblico sovrano.
Allora con un gesto disperato strappò la sua maschera e mostrò il viso
disfatto di un morente: fissò lo sguardo sulla fanciulla; ma sul volto
di lei lesse un dolore così fiero, un disprezzo così intenso che
abbassò la testa, comprendendo la sua condanna.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qui finisce l'idilio di Pulcinella, perchè egli non osò più rivedere
la fanciulla, nè essa cercò mai più di lui. Certo Gaetano Starace non
era un eroe e non ne morì; neppure tentò suicidarsi; invece si consumò
lentamente, recitando ogni sera, facendo prove ogni mattina,
divertendo il popolo, scrivendo parodie, vivendo in quel teatro
stretto, lurido, nero, con i comici volgari e le donne strillone,
buono con tutti, ma sempre un po' distratto. Si consumò giorno per
giorno, senza lagnarsi: ma dopo di lui nessun altro del suo cognome ha
ereditato la maschera del Pulcinella; perchè egli è morto solo, senza
famiglia, senza figli.