LA STORIA DI MARIO.

Non è vero forse che nell'ammirazione provata per un'artista

s'infiltra sempre un sentimento di compianto? Non è vero forse che

l'artista istesso, nel metter mano all'opera sua, si sente compreso da

un'angoscia indefinita e si volge indietro pauroso, quasi a

scongiurare un pericolo ignoto? Non è vero forse che egli ha bisogno

di essere amato più degli altri uomini? Perchè nel gaio epicureismo

dei novellatori trecentisti, nel superbo materialismo di Rabelais, nel

dolce ed arguto sorriso di Lorenzo Sterne, nello scherzo blando di

Béranger, perchè in tutto l'umorismo moderno, vi è qualche cosa di

malinconico che vi colpisce? Perchè tutti questi uomini che dovrebbero

avere la serenità olimpica, sono agitati, convulsi, infelici? Perchè

anche nelle splendide aureole che circondano i nomi di Wolfango

Goëthe, di Giacomo Leopardi, di Vittor Hugo, vi è un punto nero e

doloroso? Non so: e l'occhio ansioso che ha scoperto in alto le

miserie dei grandi, non osa chinarsi per misurare quella dei piccoli.

Così gli umili gregari passano ignorati, sofferenti e confusi nella

folla.

Questo ho pensato, quando ho risaputa la storia di Mario, un piccolo.

Il quale cominciò per essere molto felice, perchè era stupido; a

diciott'anni conosceva poco o nulla--e la madre se ne doleva molto,

avendo molto sperato in quell'unico figliuolo. Mario non voleva

studiare, non amava per nulla il lavoro; amava solo sua madre. Pure

venne il suo giorno, quel giorno che giunge per tutti, il perno

dell'esistenza, il punto culminante della vita: non so come, capitò

nelle mani del giovanetto un grosso volume illustrato: erano le opere

di Shakespeare. Mario a cui non piaceva la lettura, ebbe vaghezza di

vederne le illustrazioni; s'interessò alle scene principali che

rappresentavano; poi le ricercò nell'azione, alla loro pagina; poi

lesse tutto, tutto. Dal mattino all'imbrunire, nel tramonto, nella

sera, nella notte, pallido, curvo sul libro, con gli occhi ardenti, le

mani tremanti nel rivoltarne le pagine, egli fece suo il mondo del

grande inglese. La pietà amorosa di Cordelia, la sfrenata ambizione di

Margherita, la fedeltà severa d'Imogene, l'ingenuo amore di Miranda e

di Desdemona, la passione di Giulietta, il dubbio del pallido

sognatore di Danimarca, il grasso riso di Falstaff, la grandiosa

ferocia di Riccardo, il sogghigno crudele di Shylock, i due Macbeth

corrosi dai rimorsi; la paura, l'odio, il dolore, la gelosia,

l'ironia, i romani, i veneziani, i mori, gl'inglesi; l'umanità, la

vita, la creazione, passarono dagli occhi alla mente ed al cuore di

Mario. Parve che quelle oscurità venissero dileguate dalla folgore

divina, parve che una mano energica avesse bussato a quella mente ed a

quel cuore, comandando loro di schiudersi. Quanto potette leggere e

studiare, egli studiò e lesse; non seppe più nulla di tempo o di

stagioni, dimenticò la sua gioventù, dimenticò l'amore, dimenticò

l'amicizia. Lesse fino al capogiro, fino allo stordimento, fino

all'ubbriachezza; la testa gli dondolava, quasi troppo pesante;

davanti agli occhi abbagliati si formavano immagini lucide, le labbra

secche ed aride balbettavano parole confuse. La madre sorrideva e

piangeva talvolta di spavento, talvolta di consolazione: sorridere e

piangere è il compito delle madri.

Poi volle scrivere. Si sentiva la fantasia troppo piena, mille

immagini chiedevano di uscire, per andare a danzare giocondamente nel

mondo, il cuore scoppiava di affetto, tutta l'anima traboccava

all'esterno. Nella febbrile attività del suo ingegno, in quel succhio

giovanile che irrompeva dalla corteccia, scrisse molto e di tutto:

furono bozzetti piccoli, graziosi, affettuosi; furono filze di

paradossi, difesi splendidamente, simili allo scoppiettìo del fuoco di

artifizio; furono novelle ora gaie, ora meste, dove apparivano tante

belle figurine, profilate, fuggevoli, sorridenti, innamorate

teneramente o freddamente crudeli, sempre originali; furono critiche

teatrali dove erano posti da banda i dommatismi, i preconcetti, i

subbiettivismi, dove si scorgeva una fede profonda nell'avvenire

dell'arte, un sentimento di equità rarissimo; poi dialoghi, schizzi,

polemiche letterarie, articoli, bibliografie; una produzione continua,

gittata qua e là sui giornali politici, sulle riviste, nelle strenne,

dappertutto. Egli fu applaudito e lodato, i lettori lo amarono, ebbe

qualcuna di quelle solite lettere che i sommi si degnano di scrivere

per incoraggiamento ai neofiti, gli amici dissero: _Mario diventerà,

diventerà..._ i giornali gli rivolsero quell'atroce insulto, espresso

con le volgari parole: _vi è della stoffa...._

In casa sua, invece, vi era la miseria. Vivevano magramente con una

pensione della madre, pensione che se raggiungeva, non superava certo

le cento lire. Intanto per vestirsi, per saziare la fame dopo sì lungo

lavoro, per acquistar libri, giornali e riviste, per avere una

cameretta da studio, per avere un paio di guanti, per dare un abito di

lana nera ogni anno alla madre, ci volevano danari: appunto, di danari

ce ne erano pochissimi. Spesso accadeva al giovine di dover scrivere

coi nervi esaltati da un pranzo troppo frugale; spesso, nelle gelide

notti d'inverno, le mani e la fantasia si gelavano nella camera senza

fuoco; talvolta mancavano i soldi per comprare il petrolio, talvolta

non vi era carta nel tiretto o si doveva versar l'acqua nel calamaio

inaridito. Cercò di guadagnare qualche cosa, vergognandosi di aver

ventiquattro anni e di essere inutile; quante umiliazioni, quanti

rossori, quanti disinganni gli toccò subire, prima di strappare una

cartina di cinque lire! E dovette consacrarsi esclusivamente alla

letteratura spicciola, agli articoli leggeri, brevi, divertenti, alle

novelline in due numeri, ai lavoretti minuti, alla chincaglieria che

il pubblico preferisce alla coltura: se no, niente. I lettori non

vogliono romanzi lunghi, non vogliono piagnistei, non vogliono

seccaggini, non vogliono filosofia, fisiologia, analisi, vogliono

essere divertiti:--gli dicevano i suoi direttori. I giornali e gli

amici andavano ripetendo: _Sarebbe tempo che Mario si occupasse di

un'opera seria; noi l'attendiamo dal suo ingegno, egli ne ha contratto

l'obbligo...._

Mario, a sentire o a leggere queste parole, impallidiva, sorrideva un

poco e non rispondeva verbo, Continuava a lavorare per giornate

intiere, arso da una interna febbre, buttando giù senza correggere,

passando da un genere all'altro senza intervallo, rubando i quarti

d'ora per rinfrancarsi nella lettura, permettendosi di passeggiare

solo quando ricercava l'ispirazione, proibendosi qualunque

distrazione. Seguitò a prodigarsi nelle gazzette, nelle riviste dove

lo chiamavano, dove gli corrispondevano una ricompensa, non rifiutando

mai il lavoro, senza tregua, senza riposo. Era una meraviglia la

versatilità del suo ingegno, la potenza di assimilazione, la luce che

gittava sui soggetti più aridi, la forza di volontà che gli faceva

affrontare tutte le quistioni, il coraggio con cui si slanciava in

tutte le lotte. Pure in quello che scriveva, si scorgeva una furia,

una fretta di giungere alla fine per respirare, per mutar lato come

l'inferma di Dante; quasi quasi si comprendeva che egli aveva l'ansia

d'intascare quei pochi soldi che gli rendeva l'articolo. Ora il

pubblico, sebbene positivo, e perchè positivo, vuole che i suoi

scrittori vivano d'aria, che siano superiori ai bisogni della vita,

che non pecchino mai di miseria o d'altro simile peccato. Perciò

s'incominciò a susurrare di lui: Mario si vuota, egli non scriverà mai

nulla di duraturo; forse non ne è capace.

Dio santo! non era vero, non era vero! Portava nella parte più segreta

dell'anima sua la concezione di un grande romanzo, di un libro

completo e stupendo. Era la sua creazione nascosta, il suo tesoro

inesauribile, il fiore delicato del suo cuore, il gruppo dei più soavi

sentimenti; quanto vi era di meglio in lui come spirito, come

osservazione, come passione. La cara fanciulla che ne era la figura

primissima, egli l'aveva tratta dal nulla, l'aveva fatta nascere

bella, eterea, senza macchia, immortale;--era la sua divina amante,

quella che lo amava unicamente, quella che gli sorrideva sempre, la

compagna delle sue ore di solitudine. Il suo bruno eroe, quel cuore

leale, integro, nobilissimo, era il suo unico amico, suo fratello, un

altro sè stesso, quello che lo confortava negli scoraggiamenti, che lo

sosteneva nelle sue debolezze. Il piano del libro era preciso, chiaro,

esatto; tutti i fili si annodavano e si distaccavano liberamente, le

scene erano pronte: Mario, se chiudeva gli occhi lo vedeva vivo,

intiero. Quanti sogni intorno ad esso: che voluttà profonda nello

scriverne ogni parola, che acuto piacere nel precisarne i dettagli,

che commozione nel tracciarne le parti principali! Il libro è fatto,

stampato, venduto, letto da tutti; il pubblico, come Mario, adora la

bionda eroina ed il bruno eroe, il pubblico s'impadronisce di quegli

affetti e li sente e li condivide--e l'animo dello scrittore si

unisce, si confonde con migliaia di anime!

Eppure questo libro non poteva scriverlo. Avrebbe avuto bisogno di sei

mesi di quiete, per dedicarsi ad esso solo, per lavorarvi con tutte le

forze, senza occuparsi d'altro, senza pensiero del domani. Ed in

questi sei mesi come si sarebbe vissuti? Morendo? Il padrone di casa

doveva essere pagato, si doveva pranzare la mattina e cenare la sera;

la madre spesso avea bisogno di medicine, di buon vino, di una serva

che le togliesse dalle spalle il grosso delle faccende domestiche.

Forse in quei sei mesi il pubblico avrebbe dimenticato il giovane

autore, forse egli non avrebbe più trovato un editore, forse il libro

non avrebbe trovato neppure un tipografo: come scrivere con la

prospettiva della miseria, del freddo e della fame? Si ha un bel dire

che le difficoltà spronano il sangue, che il granaio è bello a venti

anni; sì, ma non quando con voi soffre la vecchia madre, non quando si

arrossisce di uscire, non avendo un abito decente. Per questo Mario

non poteva scrivere il suo libro; per questo si sottometteva ad un

lavoro improbo, sciupatore, inutile, inglorioso. Invano egli

fantasticava sul suo romanzo, invano egli accumulava idee sopra idee,

invano si crucciava dietro al suo ideale: veniva il pensiero aspro del

domani e con esso si dileguavano tutte le sue speranze.

Così il suo ingegno decadde lentamente. In quella battaglia continua

il suo spirito s'inasprì, svanì la bella fede giovanile, il giudizio

si velò d'ingiustizia, Fu acre, bilioso, capriccioso, dubitò di sè,

dubitò dell'arte, dubitò di tutto. Fece del _mestiere_, stanco,

spossato, esaurito, senza entusiasmo, senza fede, chiudendo gli occhi

per non guardar l'avvenire, sorridendo di scherno a chi ancora lo

incoraggiava. Come odiava quel lavoro che faceva, come lo odiava! Come

gli sembravano grette e meschine quelle ideucce che doveva allargare,

ingrandire, gonfiare, ricamare con tutti i lenocinii della

penna--mentre aveva nel cervello la vastissima tela del suo libro!

Come erano infedeli, piccole, pallide, incomplete le figure delle sue

novelle, di fronte alla eroina del suo romanzo: che aveva egli di

comune con quelle figure? Non le aveva amate, non lo amavano, non gli

appartenevano--gli avevano procurato dieci lire con cui aveva

comperato un paio di scarpe: ecco tutto, Allora il pubblico,

presentendo la fine di quell'ingegno, lo abbandonò; era un limone

spremuto da una mano gigantesca, era un cervello distrutto, cellula

per cellula, in uno spaventoso ingranaggio. Che poteva importare al

pubblico di Mario? Non vi erano forse altri limoni da spremere, altri

cervelli da esaurire? La sua opera non fu più ricercata, i giornali

rifiutarono i suoi articoli; egli si era suicidato giorno per giorno,

ora per ora; non trovava più concetti, non trovava più parole, si

ripeteva orribilmente, scendeva alle frasi comuni, l'originalità era

morta. Provava qualche volta la sensazione di avere nella testa un

grosso pezzo di sughero. Si rassegnò, non trovando più in sè stesso

alcuna rivolta, nè una scintilla in quel mucchio di ceneri: discese

sino a fare il _reporter_, pure di guadagnare qualche cosa. Andava

dalla Questura alla Prefettura, di là agli ospedali, interrogava i

registri, prendeva delle note sul taccuino, e scriveva quelle graziose

cose che incominciano: _siamo lieti di annunciare_; oppure:

_informazioni pervenuteci da fonte attendibile...._

Passarono vari anni in quella vita macchinale, quasi senza che egli se

ne accorgesse. Aveva tanto amato la sua bionda sconosciuta ed il suo

incognito amico; ed anche questi due si erano allontanati,

allontanati, erano scomparsi. Quando li evocava, non accorrevano più.

Aveva tanto amato sua madre, l'unica donna che lo chiamasse per nome e

che lo avesse baciato: ed essa morì, distrutta dalle privazioni e dai

dolori. Allora si pose a voler bene a quei lavori che erano l'eco

della sua gioventù; aveva legati in pacco quei giornali, ogni giorno

li classificava, li rileggeva, li riponeva accanto al suo meschino

letto. Avrebbe voluto riunirli in un volume per dire con esso a quei

del mondo: Vedete, io ho lavorato la mia parte, io vi ho commossi; io

vi ho dato il mio tesoro; voi siete stati ingiusti con me. Ma gli

editori si rifiutarono di ristampargli nulla, dicendo che l'interesse

era sfruttato: una sera, un fiammifero cadde sui giornali; questi

abbruciarono facendo una bella fiammata. Così sparve anche l'unica

prova del suo ingegno: dopo otto mesi sparve anche lui, non ricordato

da alcuno, povero, solo.

Una storia troppo semplice, tanto semplice che non avrà interessato

nessuno. Eppure era scritta per tutti: per quelli che hanno

perseguitato una vita intiera il loro inarrivabile ideale, e per

quelli che, raggiungendolo, vi infusero il soffio creatore; era

scritta per quelli che cercando la loro donna, novelli e tragici Don

Giovanni, infransero mille cuori senza ritrovarla e dettero

coraggiosamente la mano al commendatore di pietra, o per i fortunati

che si quietarono nella pace di un solo amore; per quelli che nella

drammatica lotta del pensiero con la forma, vinsero o per quelli che

avendo l'universo nel cervello, passarono, silenziosi analfabeti; per

i pochi che hanno dominata la folla o per i molti che ne furono

soggiogati. Giacchè per tutti questi, per i vittoriosi come per i

caduti, l'arte è la divina fanciulla di Arrigo Heine, che mentre bacia

loro soavemente le labbra, con l'unghia rosea ne dilania il cuore.

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