_Noël, noël! liesse, liesse!_
Sopra: una stanzetta quieta e silenziosa, dall'ambiente dolcemente
caldo. Una lampada piove la sua luce eguale e tranquilla sovra le
pagine di un libro simpatico; qui e là un sorriso di amicizia o di
amore--le ore che trascorrono lente e placide, come belle persone
languenti. Giù: la strada bagnata, infangata, sdrucciolevole per la
melma, calpestata da migliaia di piedi; una nebbia fitta che è fumo,
umidità, scirocco, fiato di gente; l'oscurità rotta con violenza dal
gas, dal petrolio fumigante, dalla luce rossastra delle fiaccole, dai
vividi colori dei _bengala_; l'andare, il venire, l'incontro, l'urto
di una folla spessa, continua, sempre rinnovantesi, che parla, ride,
grida, schiamazza, canta, urla;--quindi un vocio che percorre tutta la
gamma, dai toni più alti ai più bassi, coi salti più bizzarri,
diventando ora un clamore acutissimo, ora un grave rombo di tuono.
Malgrado le imposte chiuse, malgrado le pareti doppie e foderate,
l'eco di quel chiasso si fa un cammino sino a colui che legge; egli si
distrae, presta l'orecchio e sorride. Invano d'attorno la temperatura
è piacevole, invano il tappeto è morbido, invano la luce è quieta,
invano il libro dispiega l'attrazione della sua carta giallina, dei
suoi caratterini affusolati, dei suoi fregi capricciosi e dei suoi
versi _idem_: la gran voce della moltitudine è insistente, sale come
un appello, risuona come una vigorosa chiamata. Allora colui che legge
è preso dalla nostalgìa della strada, della nebbia, dell'agitazione;
prova un desiderio aspro di mettersi in quel tumulto, di godere quello
spettacolo, di portarvi la sua parte, di sentirsi piccolo, annullato,
assorbito: egli non lotta più, cede; e con un soffio gigantesco, la
strada vince la cameretta.
*
* *
Sulle piazze, nelle vie, gittate, profuse tutte le ricchezze vegetali
ed animali. Qui è il trionfo della carne: sono le file dei polli
sospesi per le gambe, dalla pelle gialletta, soda, leggermente
punteggiata di bruno, venata di un azzurro pallido: sono i tacchini
dalle forme grasse e rotonde, dondolantisi gravemente al venticello
caldo, con la serietà di quando erano vivi. La luce incerta delle
fiaccole profila stranamente le masse enormi della carne di vitello,
carne rossa, sanguinolenta, dalla fibra lunga e piena di forza,
dall'osso levigato, lucido, senza una macchia; ed illumina in pieno i
porcellini bianchi, dalle linee quasi eleganti, tenero, succoso e
prediletto pasto delle signore e dei preti. Si cammina sempre e non si
vede che carne--ed allora quell'odore di macello fresco, quel sangue
rosso-bruno che gocciola, quei colpi di coltello netti, decisi, vi
cagionano la malinconia, il disgusto: il trionfo della materia piena,
grassa, pesante, sfacciata, sorridente della sua morte che è una
novella vita, provocante e nauseante, finisce per ischiacciarvi.
Pensate a quel lusso, a quel ribocco, a quella esuberanza, a
quell'enormezza con un senso di paura--e ricercate con ansietà
impressioni più miti.
Allora entrano in campo gli erbaggi, le verdure, i frutti, la fauna
vegetale, il tributo della campagna, l'offerta delle pianure e dei
boschi. I monticelli dei broccoli verdi, il cui fiore sembra un
merletto rilevato, guardano con disprezzo l'umile e piccola cicoria,
raccolta in gruppetti, su cui brillano le gocce dell'acqua; i cavoli
bianchi, grossi e serrati, pare che vogliano scoppiare dal loro
involucro di foglie verde-chiaro, mentre quelli neri si confondono
coll'oscurità, quasi desiderosi di solitudine. L'ondulazione dei lumi,
il passaggio delle persone e dei carri, il getto improvviso di un
razzo, l'ombra che sovraggiunge, danno a questo spettacolo qualche
cosa di fantastico: le proporzioni s'ingrandiscono, il senso della
realtà si perde e vi sembra di camminare in mezzo ai prati di
maggiorana e di trifoglio, fra due siepi di verdura, mentre in fondo,
come orizzonte, si accende la fiamma gialla di una piramide di aranci,
ricordo dei tramonti siciliani. Vi giunge al cervello il profumo acuto
delle mele, capace di ubbriacare; quello più dolce, quasi più vecchio,
delle pere serbate per l'inverno, e l'effluvio sottile, leggiero ed
esilarante dei mandarini; quando un odore più forte, più sano, li
scaccia tutti per prenderne il posto e regnare solo.
Si entra nella dominazione del mare; nei cestellini frangiati di
alighe, che somigliano ai capelli disciolti di una bella naiade morta,
fremono, si contorcono, si annodano le anguille dai dorsi bruni, dalle
pance smorte, mentre le ragoste, animali calmi e rassegnati, agitano
lentamente le lunghe ed aguzze zampe. Le triglie rosee fanno un
piccolo moto con le pinne per respirare, le ostriche schiudono un
pochino la casuccia, ed i _cannolicchi_ (soleni) scivolano fuori dal
loro lungo astuccio, quasi vaghi di libertà. I merluzzi sono morti in
una posizione disperata, mezzo contorti, con la coda sollevata, quasi
avessero avuta una dolorosa agonia; altri pesci più dignitosi rimasero
immobili e fieri, persuasi della loro sorte. Ed è un continuo
spruzzare di acqua salata, un gridare di voci robuste, uscite da petti
che hanno combattuto la tempesta; sono pescatori nervosi e bruni dalle
gambe e dalle braccia denudate, che vi offrono allegramente la loro
mercanzia: è il mare, il buon vecchio mare, il burbero benefico,
l'eterno brontolone prodigo, che si è disfatto di un po' del suo
tesoro molto volentieri, ed ha mandato il suo biglietto di visita
grandioso in questa mostra colossale.--Andiamo, un sorriso ed un
ricordo ai giocondi bagni estivi, alla freschezza delle onde, agli
scogli coronati di spuma!
Ma la luce vivida del gas che si rinfrange nei lucidi e faccettati
cristalli, nei fregi dorati, nelle pagliuzze d'argento, nei rasi
vividi, vi attira lo sguardo sopra una vetrina, sopra due, tre
vetrine. Sono i dolci con loro forme brevi, leggiadre, aggraziate, che
sembrano fiori, frutta, cuori, farfalle; coi loro colori delicati,
molli: il cristallino-roseo, il verde-opalino, il bianco-grigio, il
violetto pallido, che si fondono, si armonizzano in una tavolozza di
tinte sfumate e gradevoli all'occhio. Sono le spume morbide e fioccose
che pare si debbano dileguare ad un soffio, le creme tremule, candide,
giallette, i frutti gelati coperti di una trasparente pellicola
argentina; le lucide cascate dei canditi, le gravi pesantezze dei
mandorlati, il bruno cioccolatte sotto tutte le forme e tutti gli
aspetti, le paste leggere, sgranate, che si liquefanno sotto il dente;
i datteri imbottiti di pistacchio, unione nobilissima come quella del
latte col miele: insomma la riunione di quanto vi è di più gentile, di
più fine, di più elegante; le carezze della vista, del gusto e
dell'odorato; il raffinato e lo squisito nella più completa loro
manifestazione, il punto culminante di ogni più strano desiderio e la
poesia più alta e più pura delle sensazioni, la fantasia diventata
vita, l'ideale artistico realizzato, anzi il _summum_ dell'arte.
È in questo sublime volo lirico, che finisce lo splendido inno
dedicato dai napoletani alla decima musa: Gasterea!
_Natale, 78_.