Adesso lo troviamo--a Sant'Angelo in Vado,
Grossa borgata allora,--posta tra l'Appennmo
Ed i repubblicani--colli di San Marino.
A Sant'Angelo in Vado--non c'è che una prigione.
Nel mille e due (secondo--la vecchia tradizione)
V'abitavano i frati;--era un piccol convento;
Non divenne prigione--che nel mille e trecento.
* * * * *
Mastro Spaghi sedeva--in un umida stanza,
I cui muri, giallognoli--e a macchie, avean sembianza
Di facce d'appiccati.
--Era una notte estiva.
Sui campi la finestra--della stanza s'apriva.
Di fronte alla finestra--c'era una porta, quella
D'un carcere, che un tempo--era stato una cella,
Là stava il condannato--a morire domani
Sulla forca.
Il carnefice--torceva nelle mani
Un superbo lacciuolo.--Splendeva alla sua destra,
Su un tavolo, una lampada.
--La vicina finestra
Tormentava il lucignolo--con buffi violenti,
Di profumi campestri--söavemente olenti.
Mastro Spaghi annasava--le odorose zaffate
Come un fanciul che sogna--le libere giornate
Nella scuola rinchiuso,--e il cui sguardo si perde
Alle cime dei pioppi--che si pingon di verde,
E al cielo azzurro, mentre--il professor di greco
Gli spiega la grammatica.
--Non la più debol eco
Il silenzio turbava.
--S'erano i borghigiani
Coricati assai presto,--per poter l'indomani
Svegliarsi di buon'ora,--e gustar per intero
La festa della forca.
* * * * *
--Dormiva il prigioniero?
Io l'ignoro.
Chi veglia--è mastro Spaghi.
E questi
Faceva a bassa voce--dei monologhi mesti: