II.

_La Contagion_, commedia di __E. Augier__. _Héloïse Paranquet_,

commedia di __A. Durantin__. _Henriette Marechal_, dramma di __J.__

ed __E. Goncourt__.

Narrano le antiche cronache che le pere guaste fanno marcire le buone;

e ciò è scritto anche in una moralissima e leggiadra novelletta di

Gaspare Gozzi, la quale abbiamo tutti imparato a scuola. Dumas _fils_

fece di questa novella una commedia, il _Demi-monde_; Augier rifece

questa commedia in un'altra commedia, la _Contagion_. È troppo nota la

famosa parabola delle pesche nella scena IX, atto II, del _Demi-monde_

per ricordarla qui tutta intera: codesta parabola, che non è altro che

una moderna parafrasi del vecchio apologo, è la sintesi della

commedia; l'autore francese non fa che mutare la qualità del frutto:

le pere diventano pesche; la variante sta lì.

Per Adamo il castigo fu una mela, per Gozzi fu una pera, per Dumas fu

una pesca: lettori, guardatevi dalle frutta. _Vous êtes ici dans le

panier de pêches de quinze sous_, dice Olivier a Raymond, e queste

pesche da quindici soldi hanno tutte una macchia nerastra da un lato;

quel segno è il contagio, quel segno è il morbo, quel segno è _las

bubas_, quel segno è l'_infirmitas nefanda_: guardatevi da quel segno.

Il suo contagio è tale, che come appena l'autore del _Demi-monde_

l'ebbe divulgato dal palco scenico, invase tutte le schiere degli

scrittori di commedia; dalle pesche passò ai letterati dopo aver

attraversato il lavoro di Dumas _fils_, e quello fu il primo e il

secondo avataro di tale segno malefico; non rimase a Parigi un solo

autore drammatico immune dal morbo; il sangue di Dumas _fils_

s'infiltrò nelle vene di tutti i suoi colleghi; tutti composero un

_Demi-monde_ alla loro maniera, s'affollarono tutti intorno alle

pesche da quindici soldi, e ne mangiò Sardou, e ne mangiò Barière, e

ne mangiò Plouvier, e ne mangiò Decourcelle, e ne mangiò perfino

Siraudin, l'"auteur-confiseur", il proprietario della ghiottissima

pasticceria in Rue de la Paix.

L'ultimo caso di questo contagio si vede appunto nella nuova commedia

di E. Augier intitolata la _Contagion_.

La _Contagion_ non è altro che il _Demi-monde_, più qualche elemento

della _Question d'argent_, più qualche particolare della _Dame aux

camélias_.

Non arrischieremmo un asserto così duro e così riciso contro un

illustre scrittore come Augier senza tenerci obbligati a dimostrarlo.

Per dimostrarlo incominceremo dai personaggi. Navarette, vedi Suzanne;

d'Estrigaud, vedi Vernouillet; André Lagarde, vedi Raymond de Nanjac;

la marquise Galeotti, vedi madame de Lornan; Aline, Valentine,

Aurélie, vedi le donne della _Dame aux camélias_. Il filo principale

degli avvenimenti del _Demi-monde_ è la lotta d'astuzia che ha luogo

fra la maligna Suzanne e l'avveduto Olivier; il filo principale della

_Contagion_ sta appunto nella stessa lotta d'astuzia che accade fra la

maliziosa Navarette e il furbo d'Estrigaud. _Tous plus malins les uns

que les autres_, dice lo stesso Dumas _fils_ nell'_Ami des femmes_, e

in questa frase è svelata una delle forme drammatiche predilette di

questo autore.

Due personaggi i quali sostengono dal principio alla fine dell'azione

teatrale un duello aperto o nascosto di sottigliezze di spirito, di

raffinamenti d'intrigo, di strategie, di finte, di controfinte, di

mosse, di contromosse, l'uno in nome della verità e della virtù,

l'altro in nome della menzogna e del vizio, oppure tutti e due per

ispeciale egoismo o capriccio, ecco una delle pietre di cantone

dell'edificio drammatico innalzato da quel nuovissimo ingegno di Dumas

_fils_.

Augier imitò spesso questo sistema che sorregge tutta la matassa della

_Contagion_ come tutto l'intreccio del _Demi-monde_. Così nell'una

come nell'altra commedia i due antagonisti di questa specie di duello

appartengono a diverso sesso, ma nel _Demi-monde_ è l'uomo che è più

astuto della donna, nella _Contagion_ è la donna che è più maligna

dell'uomo. Olivier vince Suzanne e Navarette vince d'Estrigaud;

Navarette e Suzanne sono lo stesso personaggio; rappresentano tanto

nella commedia di Dumas come in quella d'Augier la _pesca fradicia_,

il male, la _contagion_.

Esiste in Lituania una spaventosa leggenda, che descrive la peste

sotto la forma d'una donna spettrale, tutta cinta di bianco, con una

corona di fuoco sulla fronte, agitante nell'aria un velo sanguigno,

che esala la morte dovunque s'avvicina: con apparenze meno fantastiche

e meravigliose Suzanne e Navarette rappresentano la stessa allegoria;

salvo che invece d'essere spettri sono belle donne, squisitamente

vestite, seducentissime, come se ne danno spesso nell'allegro paese

della commedia; hanno una vivace maniera di spirito, una parola piena

di grazia e d'onestà; hanno movenze modestissime e tranquille, tanto

che a vederle si direbbero donne ammodo e virtuose; ma sotto questa

apparenza si cela il contagio.

Victorien Sardou dice: _à quoi reconnaît-on les honnêtes femmes? à la

peine qu'elle se donnent pour ne pas le paraître_; Augier ripete

l'osservazione soggiungendo: _tandis que les femmes comm'il faut

s'evertuent à avoir l'air de biches, les biches s'evertuent à avoir

l'air de femmes comm'il faut_; e Dumas rinforza le ricerche osservando

che il paniere di pesche da quindici soldi rassomiglia perfettamente,

salvo la macchia nerastra, al paniere da venti soldi. La più

elementare manovra del vizio è di vestirsi colle forme della virtù;

l'ipocrisia è il principale lineamento della fisionomia morale di

Suzanne e di Navarette. Attorno a Suzanne stanno madame de Vernières e

madame de Santis, attorno a Navarette stanno Aurélie e Valentine,

altre secondarie apostolesse del male.

Navarette rappresenta come Suzanne il male, l'incarnazione femminile

del vizio e della malvagità, l'ultimo limite della menzogna e

dell'audacia.

Quando il peccato s'incarna in Eva è più maligno che quando s'incarna

in Adamo: lady Macbeth è peggiore di Macbeth. D'Estrigaud, il maestro

di Navarette, rappresenta il "male-uomo", se così ci è permesso

d'esprimerci, e benché sia stato egli ad iniziare Navarette alla

scuola del vizio, pure non regge davanti alla sua avversaria e rimane

vinto da lei.

Continuiamo la nostra inquisizione sulle somiglianze strane delle due

commedie. Come nei lazzaretti, il grado di contagio è diverso fra i

vari personaggi del _Demi-monde_ e della _Contagion_. A seconda del

sangue più o meno sano, il morbo s'appiglia più o meno violento, più o

meno medicabile.

Non ogni contagio è mortale; a volte si danno anche delle guarigioni,

dei salvamenti quasi miracolosi. Esempio la scena IX dell'atto IV nel

_Demi-monde_. Accenniamo il concetto di questa scena che è una fra le

potenti inspirazioni di Dumas _fils_. Siamo in casa di Suzanne, entro

la cesta delle pesche fracide; tutte le muffe, tutte le gromme, tutte

le magagne morali sono raccolte sul palco e intente tutte alla loro

parte. Queste pesche da quindici soldi attendono con ansia l'arrivo

d'una pesca da venti soldi, madame de Lornan, donna pura e gentile, la

quale doveva capitare in mezzo a Suzanne, alla Vernières, alla Baronne

d'Ange e compagnia.

Non v'è anelito più cupo che quello del vizio il quale attende la

virtù per bruttarla. A un tratto il domestico entra e annuncia madame

de Lornan; a quel nome, Olivier che è presente alla scena, si slancia

fuori dell'uscio e dopo un minuto ritorna:

=Raymond=: D'où venez-vous, monsieur?

=Olivier=: Je viens de dire à madame de Lornan que je ne voulais pas

qu'elle entrât ici.

Madame de Lornan è salvata.

La Galeotti della _Contagion_ è onesta, pura, gentile, come madame de

Lornan, è vedova com'essa; fra queste due figure non c'è che una sola

differenza. Madame de Lornan non entra in iscena, non pone nemmeno la

punta del suo stivaletto nella casa del contagio, la marquise Galeotti

v'entra; il nome della prima non appare neanche sulla lista dei

personaggi, il nome della seconda vi campeggia come quello d'una

protagonista. Questo è un altro importantissimo segno d'affinità fra

le due commedie.

Augier, dopo aver udito il _Demi-monde_, immaginò madame de Lornan

varcante il limitare del _boudoir_ di Suzanne e stette a indovinare le

conseguenze; così probabilmente si formò nell'idea dell'autore della

_Contagion_ il personaggio della Galeotti. Dumas salvò la sua vedova

colla provvidenza del caso, Augier colla coscienza; il contagio entra

in casa della Galeotti con la persona della Navarette, la Galeotti va

nel tempio stesso del contagio quando entra in casa di d'Estrigaud; ma

appena tocca dal male, guarisce.

Altre due serene immagini d'innocenza rimaste pure, _inter scabiam

tantam_, sono Marcella nel _Demi-monde_ ed Alina nella _Contagion_;

Marcella ed Alina non sentono che il santo e l'ingenuo contagio

dell'amore: Marcella ama Olivier come Alina ama Lucien. Tanto Olivier

quanto Lucien si sono per un istante imbrattati nel vizio. Uno ha

bazzicato in casa di Suzanne, l'altro in casa di Navarette, ma il loro

cuore è giovane ed onesto ed atto al ravvedimento; Olivier finisce per

isposare Marcella e Lucien finisce per isposare Alina.

Raymond de Nanjac, il colonnello che viene dall'Africa e piomba in

mezzo al _Demi-monde_ di Dumas _fils_ come un selvaggio e si lascia

ammaliare dalle moine di Suzanne, è fratello gemello di André Lagarde,

l'ingegnere di Gibraltar, il povero provinciale candido e credenzone,

che si lascia infinocchiare da Valentine, capitato in mezzo alla

_Contagion_ di E. Augier. Così pure d'Estrigaud è fratello di

Vernouillet, personaggio della _Question d'argent_: è l'uomo senza

cuore e senza coscienza, il cinico avido e depravato, colla sola

differenza che d'Estrigaud è più elegante, più sibarita, più

cortigiano, e Vernouillet più volgare. Torniamo al _Demi-monde_.

Il punto di contatto più evidente, più imprudente, più impudente fra

questa commedia e la _Contagion_ è la finta catastrofe dello

scioglimento.

D'Estrigaud finge di morire in duello precisamente come Nanjac, e da

questa astuzia scoperta vien risolto il nodo della commedia. Il caso è

grave; sommiamo a quest'ultima rassomiglianza tutte le rassomiglianze

che abbiamo enumerato fra la commedia d'Augier e quella di Dumas, ed

avremo un risultato di plagio evidente nel concetto, nei tipi,

nell'intreccio; se frughiamo ancora, troveremo non poche analogie

anche nel dialogo. La prima scena dell'atto quarto pare dialogizzata

da Dumas _fils_, e rammenta moltissimo il primo atto della _Dame aux

camélias_. È inconcepibile che un intelletto così nobile, così

originale come quello di Augier si sia lasciato volgarmente trascinare

alla imitazione. Non sappiamo rinvenire più in questa Contagion quel

gran maestro degli _Effrontés_, del _Fils de Giboyer_, del _Gendre de

M. Poirier_. Sono umilianti per l'ingegno umano questi repentini

traviamenti delle grandi intelligenze.

Eppure è così. Un intelletto altissimo, potente, dopo avere per anni

ed anni spaziato fra le più sublimi sfere dell'arte, creando prodigi

d'ispirazione, può smarrire ad un tratto la sua potenza, può crollare

dalla sua altezza come un giuocatore che smarrisce la sorte del

giuoco. Questo fenomeno è tetro e mette capo alle induzioni del

materialismo più crudo.

E perché mai Shakespeare, dopo avere ideate e scritte le mirabili scene

dell'_Arrigo IV_ e dell'_Arrigo V_, diventa triviale e mediocre nella

prima parte dell'_Arrigo VI_, per poi rialzarsi stupendamente nella

seconda e terza parte? Il senso umano si ribella davanti a questi fatti,

la critica generosa e idealizzatrice protesta e proclama che la prima

parte dell'_Arrigo VI_ non è di Shakespeare; sarà di Marlowe, sarà di

Greene, sarà di Nashe, ma di Shakespeare non è. Nei placidi regni

dell'arte l'uomo non vuole né momentanee detronizzazioni, né subitanee

glorificazioni; l'alto e il basso delle instabilità terrene non si

riflette sulle serene uguaglianze del cielo. L'uomo ha decretata

l'infinita impeccabilità del genio; perciò i peccati di Shakespeare

cascano sulle spalle di Greene, salvo a collocare le virtù di Greene

sulla fronte di Shakespeare. Così è, e se così anche non fosse, così

giova che sia. Chi è grande, sarà grande in eterno; chi è mediocre, sarà

in eterno mediocre. Esempio: M. A. Durantin. M. A. Durantin è un

omiciattolo, non sappiam bene se grosso o smilzo, se biondo o bruno, se

grigio o calvo, se lungo o piccino, ma fin d'ora lo qualifichiamo per

omiciattolo e ce lo dipingiamo piuttosto piccino che lungo, piuttosto

calvo che biondo, piuttosto grassotto che magro. Vedete slealtà della

critica! E ciò perché. Perché il signor A. Durantin visse ignorato per

più di quarant'anni a Parigi, perché scrisse romanzi che non furono

letti, perché scrisse drammi che non furono rappresentati, perché

scrisse commedie che furono fischiate, perché da mezzo secolo in qua

ch'egli tiene la penna fra le dita, non seppe fino ad ieri imbattersi in

una pagina di scrittura che facesse chiaro il suo nome; perché infine il

raziocinio umano ha dei pregiudizii che sono profonde verità, ha delle

idee preconcette che sono sapienze, ha delle apparenti ingiustizie che

sono giustizie altissime.

Non si possono dare né genii sconosciuti, né veri genii incompresi;

v'è una legge naturale che s'oppone a ciò, ed è che la folla dei

mortali ha essa maggior bisogno delle grandi anime, che non le grandi

anime della folla. I passeri volano alla quercia, e non la quercia ai

passeri, e nel bosco non v'hanno alti alberi ignorati dai piccioli

augelli. Innoltre, l'organizzazione intellettuale dell'uomo di genio è

per se stessa così smisuratamente superiore alla proporzione delle

intelligenze comuni, che apparisce grande semplicemente per la sola

sovranità della natura sua.

Non solo Goldoni, Molière, Calderon, ma Scribe, ma Ponsard, ma Augier,

appaiono all'occhio dell'osservatore come innalzamenti eccezionali del

livello intellettuale comune; quale più, quale meno, essi sono i

promontorii ideali di questa valle terrena; e le cime, dovunque e

comunque elle sieno, non possono stare ignorate.

Dunque il signor A. Durantin (per dirla qui colla locuzione familiare)

non è una cima.

E ciò sia detto prima anche d'aver udito la sua commedia _Héloïse

Paranquet_, e ciò sia detto pel solo fatto ch'egli stesso ci narra

nella prefazione alla commedia, pel fatto, cioè, d'avere egli scritto

a Parigi per mezzo secolo continuamente senza aver mai potuto

razzolare abbastanza da mettere insieme quattro battimani. Dunque, il

signor Durantin non è una cima; ciò non toglie che l'_Héloïse

Paranquet_ abbia de' pregi non pochi. Eccoci in flagrante

contraddizione, dalla quale però, calmatevi, esciremo subitissimo,

quando diremo che l'autore dell'Héloïse Paranquet è Durantin in tutto

e per tutto, fuorché nel buono e nel bello della sua commedia, perché

qui l'autore diventa ancora A. Dumas _fils_.

V'è a Parigi chi sostiene e chi stampò fin sui giornali che la

_Héloïse Paranquet_ sia materialmente scritta da Dumas _fils_, e che

M. Durantin non c'entri che pel nome; noi non crediamo ciò. Non è

Dumas che diede a Durantin, è piuttosto Durantin che prese a Dumas.

La _Contagion_ è una imitazione del _Demi-monde_, come _Héloïse

Paranquet_ è una imitazione del _Fils naturel_.

_La fille naturelle_ sarebbe il titolo naturale di questa commedia

poco legittima. Durantin non fece altro che mutare i sessi dei

personaggi di Dumas, e poi stette a vedere quello che ne risultava. Il

figlio cinse la sottana e divenne una figlia, la madre buona e amorosa

indossò il panciotto e divenne il padre buono e amoroso, e per

l'opposto il padre malvagio divenne la madre malvagia in cappellino e

gonnella. Se non fosse che tanto nell'una quanto nell'altra commedia

c'è un avvocato, il quale non muta sesso né panni, la sarebbe, questa

_Héloïse Paranquet_, una mascherata completissima del _Fils naturel_.

Ma questo è il caso di dire che la maschera muta un po' la persona e

che l'abito cangia il monaco. Gli elementi drammatici e morali delle

due commedie sono perfettamente uguali, solo che essendovi questo

_chassé-croisé_ di sessi, mutansi i relativi valori dei tre principali

caratteri che rappresentano questi elementi. Ciò che nell'uomo non è

che peccato, nella donna può essere delitto, e infatti il padre

orgoglioso e freddo della commedia di Dumas diventa, nella commedia di

Durantin, la madre infame. _Héloïse Paranquet_ è tal madre.

Il padre della commedia originaria vuol trar vantaggio per la sua

vanagloria dall'ingegno e dai trionfi del figlio. Héloïse Paranquet

vuol far di peggio. Il carattere e le azioni di Héloïse Paranquet sono

così sozze che escono dai temperati limiti della commedia. Perché il

lettore arrivi a comprendere questa Héloïse, per nulla somigliante a

quella di Abelardo, siamo costretti a rimandarlo fino al diciottesimo

canto dell'_Inferno_, là dove Venedico Caccianemico è frustato dalla

scuriada dei demonii di Dante. Héloïse Paranquet vuol far della figlia

sua ciò che il dannato di Malebolge fece della sua sorella, della

_bella Ghisola_. Giuda che vende il suo Dio, Leclerc che vende la sua

patria, non fanno mercato più obbrobrioso e più inumano di quello che

ha in animo di fare l'eroina di questa lugubre commedia.

Noi danniamo certi orrori morali, che non devono essere toccati

dall'arte, non già perché sono orrori, ma perché sono orrori

antiestetici.

Quando la crudeltà o la viltà del carattere non è, per così dire,

idealizzata da qualche lato artistico o pittoresco, quello non è

carattere degno della scena. Il poeta, che per fatalità s'imbatte in

uno di questi tipi, non può fermarvisi davanti più d'un istante.

L'Alighieri non ispende più di nove versi intorno a Taida, ché già il

decimo dice:

E quinci sien le nostre viste sazie.

Tutta una commedia sostenuta da un'eroina così disonesta conduce

naturalmente al ribrezzo, e questo ribrezzo del pubblico non ha in se

stesso nulla di estetico.

Se il valore artistico di questa commedia si potesse discutere, se non

fosse un valore usurpato, se prima del tribunale del critico non ci

fosse una specie di tribunale di giustizia, il quale mette in dubbio,

non il valore letterario di tale commedia, ma la proprietà, potremmo

asserire che il più grave errore, sul quale questo lavoro si fonda, è

appunto l'odioso carattere della sua protagonista. Ma qui non istà la

questione; la questione, ripetiamo, è correzionale, non è artistica.

Come Dumas, Durantin fece il prologo dei _quindici anni prima_, il

prologo così detto della colpa, il romanzo fatale che precede l'azione

drammatica: Dumas mostra al pubblico il figlio in culla, e Durantin fa

vedere la figlia in fasce.

Come Dumas, Durantin pone la lotta legale, il codice, per nodo, per

centro, per cardine dell'azione. Il figlio di Dumas va dalla madre al

padre come una palla gettata dalle racchette del codice civile; la

figlia di Durantin è nell'identico caso. L'avvocato di Dumas fa

l'avvocato di tutte e due le cause, colle leggi alla mano da una

parte, col cuore dall'altra, e l'avvocato di Durantin è lo stesso

avvocato; la buona causa vince tanto nell'una quanto nell'altra

commedia. Il danno dello scioglimento cade di qua sul padre malvagio,

di là sulla malvagia madre. Ora si potrà facilmente comprendere come

il signor Durantin, dopo cinquant'anni d'obblio, abbia potuto arrivare

ad un giorno di trionfo. Nella _Héloïse Paranquet_ ci sono pressoché

tutte le buone posizioni drammatiche del _Fils naturel_.

Il signor Durantin fu un abile raffazzanatore di cose non sue;

fortunato lui se il pubblico non s'avvisò del plagio. Il mezzo secolo

di disdetta letteraria, del quale oggi il signor Durantin par quasi

che si vanti baldanzosamente, ci è così disvelato per il suo giorno di

_gloriola_. Non ne facciamo nessuna meraviglia; così pure non ci

meraviglieremmo punto se un qualunque messere ci dicesse:

"Ho vissuto povero fino al giorno che ho riempiuta la mia borsa col

denaro altrui". Ciò non toglie che profetizziamo al signor A. Durantin

un altro mezzo secolo di vita sana e riposata e di tranquillissimo

obblio.

Non sappiamo se l'_Henriette Maréchal_, dramma in tre atti dei

fratelli Goncourt, valga molto più dell'_Héloïse Paranquet_. Il

soggetto di questo dramma è la tragica storia d'un amore fatale. Un

giovinetto di diciasette anni (dico diciasette) ama perdutamente una

donna già madre d'una fanciulla, e n'è riamato; la fanciulla ama alla

sua volta con affetto innocente ma intenso il giovinetto. La

catastrofe finale è orrenda. Una notte il marito s'avvede della

tresca, e furibondo, fra le tenebre, si arma d'una pistola e va per

uccidere la moglie; la figliuola, che seguiva la terribile scena,

mette il suo petto sotto l'arma del padre e si sacrifica e muore.

Questo scioglimento orribile fa la vece di quella moralità che

evidentemente manca in tutto il resto del lavoro; l'atterrimento di

questo finale è così forte che finisce per parlare alla coscienza ed

all'animo. Quella povera innocente che si immola per la colpa materna

è tale spaventosa punizione della madre e copre di così cupo terrore

le seduzioni del peccato, che arriva a produrre in chi osserva una

specie di bieca edificazione. La moralità è di due sorta: può essere

premio di virtù o castigo di vizio; l'inferno è morale come il

paradiso, anzi per certe coscienze fosche e volgari è più morale

l'inferno. Se lo sanno gli astuti predicatori delle campagne quando

nei loro predicozzi si danno a descrivere con soprannaturali colori di

spavento l'abitazione di Satana.

La morale dell'_Henriette Maréchal_ è la morale della _Diane de Lys_,

delle _Deux Soeurs_, del _Mariage d'Olympe_, una morale che inventò

Dumas _fils_ alcuni anni or sono.

Ed ecco che troviamo ancora una volta questo nome sotto la nostra

penna; potevamo a dirittura inscriverlo a capo del nostro sommario e

farne l'unico argomento della presente rivista. Il cader così spesso

di questo nome sotto l'osservazione del critico non è caso, né

capriccio, ma necessità. Questo nome è lo stemma della commedia

moderna; essa nacque sedici anni fa con tale nome in fronte per

volontà del secolo e per gloria dell'arte.

Chi volesse sapere come andasse questa nascita meravigliosa, stia qui

ad udire.

Viveva nell'anno di grazia 1844 un uomo bizzarro; esso aveva un

profilo di razza diverso dalla nostra, portava nell'animo il pensiero

d'un secolo diverso. La sua testa era da mulatto e la mente da medio

evo. Pareva quasi un rampollo degli antichi romanzatori un discendente

di Roberto di Jersey, di Arnaldo Daniello, di Bernardo Ventadour. Egli

era uno di quegli esseri fantastici e visionari perennemente assorti

in una chimera, dimentichi della realtà della vita, pieni soltanto dei

tumulti delle storie lontane e delle invenzioni del loro cervello.

Questo Re di Navarra dei _boulevards_, questo troviero moderno, questo

vivo nepote dei sepolti _ludiones_ aveva un figlio ch'egli gittò, non

appena ebbe varcati i vent'anni, nella fragorosa vertigine della vita

parigina. Mentre il padre volava col pensiero fra la nebbia

dell'ideale, il figlio camminava sul _macadam_ di Parigi attratto e

sedotto da tutte le forme della realtà. Mentre il padre dormiva e

sognava, il figliuolo vegliava e viveva. Vivere è la prima scuola e la

prima sapienza d'uno scrittor di commedie.

Questo figliuolo in balia di se stesso e delle sue tentazioni visse

tanto che diventò _Dumas fils_.

Suo padre dice sovente: _Mon meillieur ouvrage c'est M. Dumas fils_, e

la frase è più profonda di quello che non appaia. In un certo senso

Alessandro Dumas _fils_ è un elaborato artistico di Alexandre Dumas

_père_; basta penetrare un poco nei rapporti intimi e famigliari di

questi due originalissimi ingegni per convincersi di ciò. Parecchi

fisiologi sostengono, colla dimostrazione degli esempi alla mano, che

nelle famiglie le generazioni si alternano reagendo l'una sull'altra

con passioni o virtù opposte fra loro, per modo che a padre prodigo

succede figlio avaro, a padre avaro figlio prodigo, e così in tutto.

Dumas padre, convinto della verità di questo fatto naturale, aiutò la

reazione educando il figlio ad una vita opposta all'indole paterna.

Egli idealista volle un figlio realista, egli improvvisatore volle un

figlio pensatore, egli poeta volle un figlio filosofo, e lo ebbe. Così

il romanzo generò la commedia. E per produrre un'arte così vera, così

efficace com'è quella di Dumas _fils_, ci voleva una siffatta

educazione. La commedia di Dumas _fils_ divenne, per questi fatti

specialmente, la commedia sociale dei tempi odierni.

Novelle e riviste drammatiche · 第 31 / 46 题