Estebano ed Elisenda, a capo chino davanti l'altare, pregavano; sulle
loro labbra vagava un alito sottile, un ronzio dolce come di brezza o
di zanzara. Elisenda finì le sue preci prima di Estebano, e poiché
vide ch'esso continuava devoto, si pose a contemplarlo. Com'era bello
il profilo del principe, col mento converso sul petto e sulle mani
giunte, in atto d'alta mansuetudine!
L'estasi scendeva già nell'anima della fanciulla.
Quand'ei si scosse, ella, turbata, fece sembianza di rimettersi a
pregare.
Allora fu egli che la guardò. Com'era bella, alla luce del cero,
Elisenda, in vesti bianche!
I suoi capelli parevano ambra pura, e le sue mani avevano il morbido
contorno dell'agata lavorata; poi, strana cosa, eppur leggiadra, le
sue labbra non erano porporine né rosee, ma quasi bianche, e, assai
divise nel mezzo, parevano composte con quattro foglie di tuberosa.
L'adorazione d'Estebano s'era volta da Dio ad Elisenda.
Il silenzio era così grave che opprimeva l'orecchio. A un tratto
Estebano esclamò quasi supplichevolmente:
--Oh! principessa, è lunga la vostra orazione!
Elisenda rispose:--Ho finito.--E si guardarono negli occhi, stupefatti
di non ispaventarsi.
Lo sguardo d'Estebano penetrava nelle pupille di Elisenda profondo,
lucido, sicuro, come una lama nella sua guaina.
--Chi c'è nel castello?--chies'egli.
Essa rispose:--Non un'anima viva.
Appena finite queste parole s'udì un colpo formidabile dietro
l'altare, come d'un gigante che bussasse dietro a una porta, e dopo
quel prim'urto un secondo, e un terzo, e un quarto; al dodicesimo
s'arrestò.
--Chi è là? Chi è là? Chi è là?--grida Estebano, e si slancia verso
Elisenda e l'afferra pel corpo col braccio sinistro, e col destro la
copre come per difenderla dall'ignoto nemico.
Poi ripiglia, mugghiando più che sclamando:--Avanti, se sei un prode!
se sei un vile, indietro! o il mio pugno levato risponderà sul tuo
cranio dodici percosse non meno tremende delle tue, malvagio turbator
di preghiere. Avanti! Avanti, ciclope od orso o diavolo, uomo,
fantasma...--Ma qui s'interruppe e, tutto stretto ad Elisenda,
mormorò:
--Ahimè! pace all'anima di Don Sancio.--E fu come un leopardo che
diventasse un agnello.
La fanciulla tremava, ma non di paura, e come Estebano la vide così
tremebonda, la raccolse tutta sul petto e la baciò sulla fronte.
Ella allora sclamò:--Grazie, don Sancio!--con accento d'infantile
beatitudine; poi continuò sorridente:--Cugino mio, fiero e robusto,
pace anche a te! Ciò che hai udito vien dalla cripta che sta sotto
all'oratorio ed è l'orologio del vescovo Olivarez. Devi sapere che
quando morì quel santo vescovo (il solo prete e il solo uomo che abitò
con noi questo castello), il nonno lo seppellì in un bel cofano di
rame ricoperto d'ebano, e lo collocò sotto l'orologio della torre, da
dove aveva fatto estrar la campana perché il martello, cadendo ad
ogn'ora sulla bara del morto, ricordasse perennemente la caducità
delle esistenze umane. Quei dodici colpi ci avvertono ch'è
mezzanotte.--Poi soggiunse con voce più bassa, come chi profferisce
cosa che non comprende:--È tempo che ci sposiamo.--E fissò in volto lo
sposo. Estebano la teneva ancora stretta col braccio.
Lo spavento aveva congiunte, più presto che non avrebbe fatto l'amore,
quelle due creature innamorate, le quali non sapevano più separarsi,
né più cessar dal tremare. Così avvinti, vacillanti, i due giovanetti
s'avviarono, mossi da un solo pensiero, verso un angolo dall'oratorio.
Là, Elisenda, raccolto da terra un palio di drappo d'oro, lo pose
sulle spalle ad Estebano; poscia ambidue si volsero ad un altro angolo
ove Estebano staccò dal muro una clamide di porpora e d'argento colla
quale rivestì Elisenda sua; poi brancolarono lungamente sulle sparse
reliquie degli avi e si adornarono di cinture moresche, di collane
gotiche; il giovanetto indossò anche una preziosa stola di bisso e la
fanciulla colse un rosario e un anello; poi s'inginocchiarono sul
primo gradino dell'altare, Estebano a destra, Elisenda a sinistra; si
curvarono religiosamente, sollevarono dai cuscini, ov'erano deposte,
le due corone imperiali e se le posero in capo, muti, gravi, compunti,
come due bimbi assorti in un magico tripudio. I loro corpi flettevano
sotto il peso degli splendidi manti, e le loro chiome si torturavano
entro i cerchi massicci delle corone d'oro.
La corona d'Estebano, imperiale e chiusa, colla croce sul colmo,
somigliava a quella di Carlo Magno, tranne che in giro apparivano
cesellate le tre parole colle quali i romani battezzarono la provincia
di Leone: _Legio septima gemina_.
Sul manto d'Elisenda s'ammirava ricamato in argento il superbo _leones
rampando_, e topazi e rubini e diamanti erano sparsi a centinaia sulle
vesti dei giovanetti reali. Ma la polvere aveva appannate quelle gemme
e quegli ori, e il tarlo aveva róso quelle porpore.
Un'antitesi tragica sorgeva da quelle due bionde figure adolescenti,
schiacciate sotto una così polverosa catasta di ornamenti da trono. La
stola d'Estebano gli si acuminava dietro il collo con una piega acuta
sotto la nuca, e dura e tondeggiante sugli omeri. Una ragna cinerea
gli cadeva da una punta della corona fin lungo l'orecchio e gli si
perdea fra i capegli. Quei sacri arredi coprivano di maestà e di
scherno, incoronavano e vituperavano ad un tempo chi li portava.
Le membra dei teneri sposi avevano smarrita la loro eleganza natia
sotto la goffa pompa di quei drappeggiamenti.
Ma i due fanciulli si guardavano, e così vestiti si sembravano più
belli.
Allora incominciarono una bizzarra cerimonia.
Sempre inginocchiati, si presero per mano e recitarono il rosario:
Elisenda sospirava _Kirie Eleison_, Estebano rispondeva _Christe
Eleison_, e le grane delle avemarie scorrevano lievi lievi fra le dita
tiepidamente intralciate. Quand'ebbero finito, Estebano intuonò:
Veni de Libano, sponsa mea, veni,
e nel suo canto s'udivano le vibrazioni dei sorrisi e delle lagrime.
Elisenda rispondeva:
Manibus date lilia plenis.
Poi Estebano:
Fulcite me floribus;
poi, chinando la fronte davanti ad Elisenda:
Salve, Regina,
mormorò soavemente, e le baciò il manto come ad una madonna. Indi
ambidue si posero a cantare con voce alta e fiera l'inno delle nozze
reali
Te Deum laudamus, te, Domine, confitemur.
Le loro voci unisone salivano e scendevano sul liturgico salmo. La
grave melodia faceva risonar l'oratorio; i turiboli appesi, allo
scoppio delle forti note, oscillavano, come per accompagnarle colle
loro danze.
Così, sempre cantando, Elisenda aveva messo in dito ad Estebano un
anello d'onice, e, sempre cantando, Estebano s'era levato e avea steso
il pugno nell'ombra dietro l'altare e l'avea ritratto armato da una
immensa spada. Poi che si tacquero, egli, ritto in piedi, col braccio
alzato, colla punta della spada tesa sul messale aperto, pronunciò
questo giuramento:
--Io, Don Estebano, principe di Castiglia, duca di Salamanca e di
Zamora, giuro sulla sacrata croce vera di Cristo, sull'evangelio e su
questa lama d'Alfonso VIII d'Aragona, giuro d'essere sposo in terra ed
in cielo alla principessa Donna Elisenda di Leon, marchesa di
Valadolid, contessa d'Asturia, mia eccelsa cugina. Giuro di
riconquistare per noi e pei nostri figliuoli il trono perduto di
Spagna, di riconquistarlo colla virtù o colla forza, col genio o colla
spada, colla pace o colla guerra, col bene o col male, colla clemenza
o colla ferocia, sorretto pur sempre dalla sacrosanta religione
cattolica. Così sia.
L'orologio di legno battè un'ora. La punta della spada agitata dai
fremiti del principe aveva squarciato la pagina del messale sovra cui
s'appoggiava.
Estebano si toglieva a stento da quell'atto sovrano e dalla solennità
di quel gesto; ma, di repente, come disciolto in un ineffabile bisogno
d'umiltà, si gettò per terra colla testa sui cuscini dell'altare,
sclamando:
--_Adhaesit pavimento anima mea._
Allora Elisenda gli si pose d'accosto, chinò la guancia verso le sue
labbra: una lunga perla pendeva dall'orecchio della fanciulla;
Estebano baciò quella perla, poi disse:
--Sei bella, o mia regina!
Essa rispose:
--Sei bello, mio re!
E l'amore incominciò le sue note.
L'odore della cera liquefatta saliva nelle nari dei giovanetti;
quell'odore era dolce e tedioso e caldo. Ma essi non rimuovevano già
più gli occhi l'uno dall'altro.
--Mia soave Elisenda,--la chiamava Estebano, mentre il suo cuore
batteva convulso come l'ali d'una farfalla trafitta da uno spillo; poi
continuava:
--Posa, posa la tua bianca mano sulla mia fronte e penserò dei
poemi!--ed Elisenda posava la mano sulla fronte d'Estebano. Dopo un
lungo silenzio egli riprendeva a parlare con questo sogno:
--Elisenda, odi; vorrei che tu fossi una caleide ed io un altro vago e
tenue insetto, e che avessimo per padiglione il calice d'un giglio, e
lì vivere la corta vita nostra, al blando lume d'un'aurora mitigata
dalle nivee pareti del nostro talamo, e poi morire tutti e due in quel
giglio odoroso e chiuso.
--Ma non vedi, Estebano, com'è tutto chiuso e non senti com'è tutto
odoroso anche questo asilo di pace?
Ciò che dicevano quei due fanciulli erano parole e parevano canti.
Elisenda ripigliava:--Ho dei sogni così gonfi e delle chimere così
turbolente nel cuore che, per farnele uscire, mi bisognerebbe
infrangerlo. Ciò che nasce nel cuore non può escir che dal cuore!
feriscimi un poco qui, Estebano mio, al costato sinistro... tanto che
con qualche goccia di sangue possa sprigionarsi anche qualche
pensiero. Le labbra umane non sanno la via di queste cose profonde.
Allora Estebano soggiungeva:--No; nel linguaggio che mi hanno
insegnato non esiste il nome di ciò ch'io sento per te.
Elisenda chiedeva:--M'ami?
Ed Estebano rispondeva con voce bassa e tranquilla:--Sì,--e i volti
avvicinavansi ed allungavansi le labbra; poi baciavansi col bacio
religioso e casto che si dá agli amuleti. E continuavano:--Amiamoci
più delle rondini e più dei cigni e più dei puledri d'Asturia che
vanne a due a due per le ville castigliane avvinti alle carrozze dei
re.
L'orologio del vescovo Olivarez batté due tocchi. Ogni volta che
quell'orologio scoccava, Estebano trasaliva.--Quell'orologio è
lugubre,--pensò;--pare il dito d'uno spettro che bussi là fuori per
incitarmi a qualche oscuro mistero,--e rimase turbato.
--Estebano mio, permetti ch'io mi tolga un minuto da te? Oggi ho
scordato di dare il pane al mio povero cigno. Tu, intanto, va dal tuo
cavallo con un pugno d'avena, perché non muoia di fame.
--Questi, cugina mia, non sono uffici da principi,--rispose
Estebano;--lascia che il cigno provveda egli stesso al suo pane e il
cavallo alla sua avena. Non istaccarti da me: il tempo fugge, l'ora
batte alla porta. Guai a chi esce dal cerchio che gli segnò la
fortuna! Poni mente al giorno più lieto de' tuoi anni, perché in quel
giorno morrai. Mi ricordo sempre queste parole che udii una volta,
predicate sul pergamo nella chiesa di Sant'Ignazio a Madrid da un
vecchio gesuita. Questo è il giorno più lieto de' miei anni; temo che
se noi esciamo di qui, la morte ci colga.--Poi susurrò, posando il
capo sul seno d'Elisenda:--È così dolce la vita!
La fanciulla rispose:--Sia fatta la tua volontà,--e si coricarono
entrambi sui gradini dell'altare colle teste appoggiate sullo stesso
cuscino. I loro profili sfioravansi; si guardavano l'anima attraverso
le pupille degli occhi. Quelle d'Elisenda si dilatavano
prodigiosamente e si rinserravano convulse ad ogni battito de' polsi.
Dopo un mite silenzio essa chiese ad Estebano:--Dimmi, ti par più
bello l'amore o la gloria?
Estebano meditò; poi disse:--Sorella, la gloria non e altro che un
grande amore diffuso su molti popoli e su molti secoli; ma l'amore è
una soave gloria condensata in un cuore solo e in un'ora sola. È più
bello l'amore:
Mejor es penar
Sufriendo dolores
Que estar sin amores.
Le sue parole s'estinsero in questo mormorio cadenzato; poscia egli
s'avvinse ad Elisenda e la baciò sulla bocca, e l'abbracciamento fu
stretto e il bacio fu lungo; ma la loro posa rimaneva innocente come
quella della cuna ed immobile come quella della tomba.
La pupilla d'Elisenda s'alzava lenta, cerulea, simile a un'alba di
luna.
Sulla testa dei due giovanetti pendeva, appesa a quattro catenelle
d'oro, una lampada di quelle che i primi cristiani chiamavano
_coronaephorae_; era spenta e di bronzo e tempestata di pietre
preziose, sulle quali si rifrangeva la luce del cero con tutti i
riverberi del prisma.
Estebano ed Elisenda levavano in su gli occhi e il mento; la nascente
lanugine delle guancie d'Estebano toccava la guancia d'Elisenda come
l'ermellino ducale tocca il velluto principesco. Gli sguardi dei due
giovanetti adagiati erano fissi sulle faccette d'un grosso diamante,
che folgorava più d'ogni altra gemma. Le loro labbra si confidavano
così gl'incanti dell'iride che li affascinava:
--Estebano,--mormorava Elisenda,--vedo un paese azzurro come una notte
serena e come il canto della tua voce; poi vedo uno sciame di farfalle
volanti in mezzo a un fumo di mirra!
--Elisenda, vedo un paese verde come un liquido prato o come un oceano
tranquillo, e poi degli angioli che si baciano e nuotano coll'ali come
delfini celesti!
--Estebano, vedo un paese viola come i colli remoti d'Andalusia, e
come il manto della Vergine, e come il solco soave che sempre più si
sprofonda sotto le tue palpebre.
Poscia, come l'idea sale dall'effetto alla causa, gli sguardi dei due
giovanetti passarono dal diamante della lampada alla fiamma del cero.
Il cero non misurava già più di tre pollici di lunghezza, per modo che
il suo dileguarsi era rapidissimo in proporzione della sua
circonferenza. Certo quella cera doveva essere amalgamata con qualche
materia più adusta. Le goccie scorrevano veloci dal vertice alla base
della candela e s'arrestavano per un attimo sugli orli del candelabro;
poi, scivolando lentamente e mano mano appannandosi, conformavano una
agglomerazione di stalattiti glutinose e verdastre che si perdevano
nell'ombra. Il candelabro, alto come una gamba, era d'argento
massiccio arrugginito, ed aveva per piedistallo la figura d'un serpe
avvoltolato che si mordeva la coda.
Quella santa reliquia emanava una segreta aura di veleno. Quel cero,
stillante la sua bava d'ossido su quella ruggine malsana e su quel
serpe attortigliato, appariva bieco.
Nell'oratorio si diffondeva sempre più un profumo: era la mollezza
dell'oppio, l'acredine della canfora, la limpidezza dell'aloe, mista
ad un altro inesprimibile olezzo. Tutti gli aromi d'un gineceo
d'Oriente e tutte le esalazioni d'un sotterraneo d'alchimia si
condensavano in quell'aura letargica e letale.
La fiamma del cero si circondava di quando in quando con quell'alone
di nebbia che si vede intorno la luna durante le insalubri notti
autunnali. Il suo lucignolo allungato e curvo portava in cima un
carboncello che aveva la forma d'una viola stillante una pioggia di
faville incandescenti.
Estebano ed Elisenda scoprivano in quella rugiada di foco l'immagine
d'un nuovo paradiso. Fissavano ammaliati il cero sorridendo alla luce,
muti, pallidi.
Elisenda riandava colla memoria le ultime parole di Don Sancio, e
tentava invano afferrarne il recondito senso; e pensando favellava
come in sogno:
_--Le anime de' tuoi figliuoli si accenderanno alle faville di quel
serafico cero..._
_--Finché quel cero sarà, vivranno i troni di Spagna..._
_--Per ispegnerlo ci vuole l'alito di una sposa...._ e qui s'arrestava
conturbata.
_--Prima di spegnerlo attendi Estebano tuo..._
_--Dal tuo grembo sorgerà la storia dei secoli venturi..._
_--Amate! Germinate!_
E piangeva.
Intanto la fiamma calava rapidissima; Estebano la fissava sempre più
intensamente; a un tratto s'accorse d'una sigla miniata in carmino
sulla estremità del cero. Quella sigla scritta orizzontalmente formava
queste tre lettere disposte così:
H
I
S
antichissimo monogramma delle parole _Have. Iesus._
Estebano s'erge in piedi, corre verso il cero, afferra il candelabro
pesante, lo innalza vigorosamente, lo capovolge; poi, segnando
coll'indice sinistro la sigla rovesciata così:
S
I
H
grida volto verso Elisenda:--_Stephanus Imperator Hispaniae_!
Elisenda lo guardava atterrita, eppur beata, tanto era sublime quel
fiero garzone in quell'atteggiamento di trionfo. Ma intanto la fiamma
sconvolta divorava il cero e mordeva il dito d'Estebano.
Quando il pesante candelabro fu ricollocato sul suo piedistallo, della
torcia non rimaneva più che un mezzo pollice appena; le lettere H e I
della sigla erano dileguate.
Elisenda sclamò:--Guai a me se si spegne!
Il giovanetto s'accorse allora che tutto intorno all'estremo del cero
girava una grossa lista di pergamena. La distaccò per prolungare così
d'un minuto la vita alla fiamma.
La pergamena era piena di simboli sacri, di formule cattoliche che
s'insertavano bizzarramente a molti caratteri orientali. Nel mezzo
della lista apparivano queste parole miniate in rosso: