I due cugini, così parlando, camminavano lentamente fra gli oscuri
colonnati del castello. L'uniforme pestio degli sproni d'Estebano
accompagnava lungo i marmi del cortile il fiero racconto d'Elisenda;
tutto intorno era silenzio. Intanto la luna alzatasi splendeva già sui
monti e sui tetti; una piccola stella le vagava d'accanto e pareva una
lagrima di luce.
Estebano mormorò:--La luna piange!--e i due giovanetti s'arrestarono
immobili a guardarla, mentr'essa benignamente li inondava di raggi.
Allora comparve illuminato e purissimo il viso della fanciulla.
A fermare col pensiero la tenuissima gradazione ideale che esisteva
fra le fattezze e le anime di quei due cugini, simigliantisi come due
fratelli, non troviamo altra imagine fuor che questa:
Estebano era un fiore vivace con un profumo gentile;
Elisenda era un fiore gentile con un profumo vivace.
Il gherofano e la viola avevano fra essi scambiato l'olezzo, e per
ridonarselo entrambi era forza che l'uno penetrasse nell'essenza
dell'altra. Ogni armonia ed ogni soavità sembrava assorta in quella
coppia adolescente. Appariva fra essi di vario appena quel tanto che è
indispensabile al simpatico accordo delle cose create. Del resto erano
in tutto l'identica ispirazione di Dio tentata su due sessi diversi,
Estebano la forma virile ed Elisenda la forma femminea dello stesso
divino concetto. Essi si assomigliavano come tutti gli angeli si
assomigliano. Certo nelle loro vene scorreva infuso l'azzurro del
cielo tanto essi apparivano eterei. L'orgogliosa frase castigliana,
sangre azul, colla quale si fregia tuttora l'antichissima nobiltà
spagnuola anteriore alla invasione dei saraceni, realizzavasi
idealmente nei due ultimi germogli dei Sang-Real.
Quel re di Leone che, ferito in battaglia, macchiò di azzurro la
scimitarra del moro nemico, era un antenato dei nostri giovanetti
reali. Le teste d'Elisenda e d'Estebano dovevano esser state create
per portar nimbo o corona; un'aura monarchica e serafica si condensava
attorno le loro fronti come una gloria, e i cieli d'oro di Zurbaran si
abbozzavano vagamente dietro lo spazio in cui respiravano. Immobili,
Estebano ed Elisenda, fissavano sempre la luna.
A far vieppiù tenace la loro contemplazione s'aggiungeva lo sgomento
che provavano entrambi nel sentirsi vicini e l'indicibile terrore del
guardarsi nel viso.
S'amavano già e non s'erano neanche intraveduti, tanto l'oscurità
scendeva fitta prima che la luna s'alzasse.
S'amavano per la memoria che avevano del loro amore da bimbi, perché
quell'amore era stato il primo sogno dei loro cuori infantili e
l'ultimo sogno dell'avo moribondo; s'amavano perché un istinto fatale
e un'occasione violenta li trascinava ad amarsi; s'amavano perché la
farfalla bianca ama il fiorellino bianco e la farfalla celeste il
fiorellino celeste, perché erano biondi e pallidi tutti e due, perché
si sentivano soli sulla terra, soli ed uniti su quelle notturne alture
di paese selvaggio.
Nello stesso modo che sovra il disco lunare l'astronomo contempla il
riverbero diurno d'un altro emisfero, i due giovanetti contemplavano
nella luna il raggio riflesso del loro timido amore.
Elisenda ruppe prima il silenzio dicendo:--Principe, volete seguirmi
nell'oratorio?--e s'incamminò verso una gradinata fosca; Estebano la
seguì.
Salirono nel buio l'uno dietro l'altra senza più dir parola.
Giunti al culmine della torre, Elisenda spinse una porta ferrata e
grave che ricadde dietro i passi d'Estebano.
Eccoli nell'oratorio.
Il cero santo arde per la morte del nonno ed illumina solo il
religioso recinto.
È l'oratorio situato sulla più elevata parte del castello; le pareti
ottangolari tese di velluto viola, fiocamente illuminate, sembrano
quasi nere e i loro angoli vi si confondono tanto da produrre
all'occhio di chi entra l'aspetto d'una costruzione conica. Di fronte
all'ingresso sta l'altare innalzato su tre vasti scaglioni coperti da
molle e prezioso tappeto. Sopra l'altare è appeso un lunghissimo
quadro. Due faccie magre guardano dall'alto della nerissima tela. A
piedi del dipinto si legge in lettere gialle questa scritta:--_el
matrimonio de doña Uraca de Castiglia et Alfonso de Aragon_.--Più
sotto la data 1144. Le figure del quadro sono quasi interamente
sommerse in una caligine che arriva loro alla bocca, né più s'indovina
quale fosse lo sposo e quale fosse la sposa di quell'antico imeneo.
Tutti e due hanno negli occhi lo sguardo esterrefatto dei naufraghi e
par che presentino l'irrevocabile sollevamento del livello di tenebre
che li affoga. Né una mano, né una collana, né l'impugnatura d'un
brando traspare attraverso il sudario nero che li va coprendo. Pure in
mezzo ad essi si stacca dal buio la linea d'un cero alto ben sette
cubiti.
L'ironia del tempo che parla da ogni cosa surta per mano d'uomo,
sembra qui voler paragonare quel lungo cero dipinto all'altro
rimasuglio di torcia che arde nel mezzo della cappella e che non ha
più d'un palmo d'altezza. L'ironia diventa più bieca quando si sappia
che uno è l'immagine intiera dell'altro. I secoli consumarono il cero
ardente come consumarono i due monarchi effigiati nel quadro; l'ombra
salì su questo, la luce calò su quello.
Fra le modanature dell'altare si vedono scolpite le parole _mensa
regia_.
Un messale d'argento massiccio è aperto a sinistra del ciborio. Agli
otto angoli della cappella pendono o giacciono stole, turiboli, spade,
morioni, flabelli, palii, clamidi, rosarii, farraginosamente
accumulati. Su tre ampli cuscini, disposti rasente l'orlo del più alto
gradino della _mensa regia_, riposano due corone e una mitria.
Pochi passi bastano a misurar l'oratorio. Tutto il genio spagnuolo è
compendiato in quelle pareti e in quelle spoglie pompose. Penetrando
in quel ricinto chiuso e opulento come una tomba, ove tante reliquie
reali e papali sono agglomerate, il pensiero porge al pensiero queste
parole: _Angusto et Augusto_.