--Principe, mi apparite più veloce del sogno e più pronto della
speranza!
--Mi posi in viaggio all'aurora con tre puledri, uno bianco, uno sauro
e uno nero; salii sul bianco a Castiglia, gli altri due mi seguivano.
A Palenza il bianco morì e salii sul sauro; a Salamanca il sauro morì
e salii sul nero, che ora dorme laggiù fuor dello spaldo.
--Cugino Estebano, il sangue dei nostri grand'avi bolle fieramente
nelle nostre vene. I re di Castiglia erano chiamati _aguilas en sus
caballos_.
--E le regine di Leone erano dette _fadas en sus castillos_,
principessa Elisenda, graziosa cugina mia.
L'accento di quest'ultime parole sonò grave e oscillante sulle labbra
del giovanetto, come la cadenza d'un canto.
--In dieci anni che non ci siamo visti è cresciuta in voi la statura
del corpo e la gentilezza della parola. Vi stanno ancora nella memoria
le serenate di Valadolid?
--I due versi che ho cantato poc'anzi ve ne fanno fede. Avevo
sett'anni quando li composi per voi nel parco della defunta
principessa Blanca vostra augustissima madre; e cinque anni avevate
voi quando per la prima volta mi rispondeste cantando come questa
sera.
--Sì; me ne rammento tanto, tanto. Io vi chiamavo _Menestrello_ e voi
mi chiamavate _Reina_. Voi portavate i miei colori, io ripetevo le
vostre canzoni; e mi ricordo d'una volta che vi nascondeste nel bosco
dei leandri per piangere un giorno intero quando scopriste che il
verso _Enamorado en Leon_ era sbagliato; né prima ve n'eravate
accorto, né poi lo sapevate correggere.
--E non l'ho ancora corretto, principessa.
--Spero che non lo correggerete mai.
Dopo queste parole il castello echeggiò alle risate dei due giocondi
cugini.
Indi Estebano ricominciò:
--E Don Sancio, il vostro buon nonno, come morì?
--Povero nonno! morì di vecchiaia, la morte del leone. Egli presentiva
l'ora della sua fine. Tre dì prima di andarsene in paradiso vergò il suo
testamento, quello che leggeste ieri a Castiglia; piegò, suggellò e
v'inviò egli stesso lo scritto. Il giorno dopo, che fu ieri, escì dal
castello coll'archibugio ed uccise tutti i corvi e tutti gli avvoltoi di
queste gole; poi si riposò. Oggi, prima dell'alba, mi prese per mano e
mi condusse sulla cornice d'un burrone, da dove quel forte vegliardo
soleva ogni dì contemplare il crepuscolo. Lì, sull'orlo dell'abisso,
appoggiando la schiena contro la roccia nuda, parlò a me, che lo
guardavo dal ponte, così: "Principessa Elisenda de Sang-Real, figlia di
colui che nacque dal figlio di tutti i re di Leone, sappiate che oggi,
quando il sole comparirà in questa rupe, io sarò morto. Non piangere, ma
ascolta. Quest'aurora è il tramonto mio". (Ed egli mormorava ciò mentre
voi, cugino, sellavate a Castiglia il cavallo bianco). "Ti ricordi",
soggiunse, "a Madrid quel vecchio toro che non sapeva più combattere nel
circo e che penava a morire? Tu eri ancora bambina e ridevi guardandolo
e lo beffavi: io, per moderare il tuo riso, che non s'addiceva a prole
di regnatori, ti dissi:--Donna Elisenda, sul davanti della vostra bocca
ognun vede che manca qualche tenero dente di latte--; allora ti facesti
seria e chiudesti le labbra. Oggi che hai tutti i tuoi denti e che
nessuno ti scorge, puoi sorridere, figliuola mia; il toro decrepito c'è
ancora". E intanto che il vecchio parlava s'udì nell'alvo dell'azzurro
il gorgheggio della prima lodola. Don Sancio levò la testa come per
cercare nell'aria l'augellino canoro e poi sclamò: "Ecco già il grillo
del paradiso! Da queste vette al cielo c'è poca distanza... tu non aver
paura, figliuola, non turberò le tue notti. Per sola esequie accenderai
nell'oratorio, questa sera, l'antica torcia benedetta che fu la face
tutelare della nostra stirpe, da Alfonso VIII fino a te. Abbi gran cura
di quel sacro cero, bada che per ispegnerlo ci vuole l'alito d'una
sposa; ti sarà spiegato poi questo mistero. In quella fiamma è chiuso il
fato della nostra razza. Quel cero fu tratto dall'arnie che popolano le
valli dove nacque Gesù; lo portò da Terra Santa uno de' nostri avi
eccelsi. Il profetico frate che glielo porse gli disse:--Finché questo
cero arderà vivranno i troni di Spagna.--D'allora in poi avemmo sempre
per costume d'accendere quella preziosa reliquia ad ogni nostro funerale
e ad ogni nostro imeneo. Ora non puoi ancora comprendere tutta la
sapienza dell'oracolo avvinto alla vetusta reliquia. Sappi soltanto che
l'alito d'una vergine, su quella vergine cera, estinguerebbe insieme
alla fiamma la grazia divina che veglia sulla nostra progenie, e la
progenie sarebbe spenta con essa. Elisenda, le anime dei tuoi figliuoli
si accenderanno alle faville di quel cero serafico, ma prima di
spegnerlo attendi Estebano tuo. Egli arriverà questa notte, gli ho
scritto; arriverà questa notte, ti sposerai ad Estebano; un vecchio
moribondo è vicino a Dio più del più santo sacerdote, ed io stendo verso
di te la mia mano non ancora tremante e benedico il tuo regio imeneo.
Gli angeli veglieranno sul sacro connubio dei due ultimi dilicati
rampolli di Sang-Real". Poi pronunciò parole così oscure e così profonde
che io non le compresi. "Pensa, Elisenda", soggiunse, "che dal tuo
grembo sorgerà la storia dei secoli venturi; dell'alta quercia
imperiale, che dilatò le sue ombre fin sull'Asturia e sull'Aragona, due
ramoscelli rimangono ancor vivi. Dio unirà questi due ramoscelli che
diventeranno una sola ed eterna radice. Da donna Urraca e da Alfonso _el
Batalador_ nacque la nostra gloria passata; da donna Elisenda e dal
principe Estebano de Sang-Real sorgeranno le nostre glorie future. Bimbi
leggiadri ed augusti, siete fiorellini di re, siete semi di re! e come
da una sol'ape coronata pullula l'intera popolazione degli alveoli
armoniosi, così popola tu, figliuola, gli alti troni del mondo!
Estebano, Elisenda: amate, germinate! Offro a Dio in olocausto questi
lunghi anni di romitaggio e di umiltà, pei quali piacquegli conculcare
temporariamente la mia imperiale famiglia. Ma in premio della mia
perduta potestà chiedo a Dio per le creature delle mie creature una
imperitura dominazione. Ricordati, Elisenda, delle somme virtù che
furono fregio alla tua schiatta possente; riuniscile tutte in te e ciò
sia la tua religione:
Alfonso I era chiamato _il cattolico_;
Alfonso II era detto _il casto_;
Alfonso III era denominato _il grande_:
Sancio II _il forte_;
Alfonso VIII _il nobile_;
Alfonso X _il savio_;
e Pietro I _il crudele_.
Se tu non ispregerai nessuna di queste antiche virtù da monarca, e se
ti comporrai con tutta la salda armatura dell'anima, sarai genitrice
d'eroi, e Ceuta e Tunisi e Melilla e Cuba e Venezuela e San Domingo e
Navarra ritorneranno Spagna. Io vissi umile in faccia ai signori
d'Europa, ma pur volli per asilo alla mia umiltà la più elevata cresta
dell'Estremadura. Tu da umiltà guardati come da peccato; sappi trarre
dal meditato abbassamento mio cagione d'auge ai nepoti. L'umile passa
inosservato sotto gli occhi dell'Altissimo che creò le alte montagne;
l'incenso che sale da loco basso e nascosto offende le nari
dell'Onnipossente. Dio è l'eterno orgoglio che regge la vita
dell'Universo. L'umiltà è la virtù delle turbe. Gesù sta ben ritto
davanti alla plebe prosternata, e chi vuol favellare a Filippo II,
foss'anche un duca di Medina Celi, dee piegare il ginocchio. Nessuno
può essere più alto del re..."
--E intanto il sole saliva dietro la montagna che era di fronte a Don
Sancio, ed irradiava le vette che gli stavano sul capo. Il nonno
misurò collo sguardo e colla mente il corso della luce e sclamò:
"Ancora un'ora di vita!"
--Poi si raccolse nei suoi pensieri.
--Dopo mezz'ora si scosse dicendo: "È tempo ch'io mi confessi". Allora
si fece il segno della croce, si curvò col capo sull'abisso profondo
che si squarciava sotto ai suoi piedi, e, incurvando le mani alla
bocca in forma di portavoce, mugghiò verso il precipizio: "Tu sarai il
mio confessore". La sua parola si perdeva nel burrone, squillante come
la nota d'un corno da caccia. La voragine, co' suoi tortuosi meandri,
pareva un immenso orecchio di tenebra su cui piombavano queste voci:
"Ho tre peccati sull'anima. Eccoli:
"Primo peccato: quando avevo vent'anni, a Zamora salvai dal rogo tre
infedeli, un moro, un ebreo e un luterano.
"Secondo peccato: quando avevo cinquant'anni, salendo a questi dirupi,
allontanai dalla mia solitudine e dalla mia povertà tutti i miei
vecchi servi, tutti i miei santi preti e tutte le mie povere ancelle.
"Terzo peccato: ieri, vigilia della mia morte, ho ucciso un'aquila
reale sul suo nido".
--E si levò come un albero in nave.
--Io allora feci un passo come per varcare il ponte che ci divideva;
Don Sancio me lo vietò, gridando:
"Fermati, non avvicinarti, non toccarmi; mi faresti cader vivo nel
precipizio".
--Il sole continuava a salire ed il suo raggio a discendere sui
macigni del monte, attraversando una rupe spaccata nel mezzo come una
gigantesca merlatura guelfa.
--A un tratto il sole raddoppiò di splendore; c'era la distanza d'un
palmo dalla sua luce ai capelli del nonno. Il nonno pareva assorto in
contemplazione, ritto sui piedi e appoggiato alla roccia; fu un baleno
quando il suo crine canuto al primo tocco della luce diventò
d'argento. Il sole sembrava un arciere appostato dietro la rupe
spaccata come dietro una feritoia; l'arciere appuntava lentamente il
suo arco verso le pupille del nonno; una saettata di luce vibrò sugli
occhi di Don Sancio. Il sole e il vegliardo si fissarono per un attimo
come due rivali. La freccia era scattata; Don Sancio era morto. Il
sole lo aveva fulminato; pure non cadde e stette ritto fino a
meriggio. Mentre voi sellavate a Salamanca il vostro caval sauro, il
vento urtò il povero nonno, che precipitò nell'abisso.
--Pace all'anima di Don Sancio,--rispose Estebano; domani scenderò nel
precipizio, raccoglierò la salma veneranda e la porterò nel chiostro
di Sant'Isidoro, dove dormono tutti i monarchi di Leone.
Elisenda soggiunse:--_Amen_.