III.

Il Boito novelliere è, dunque, sconosciuto a tutti: di lui come tale

non ho trovato che un solo giudizio, in un vecchio scritto del

Molmenti: "Se le follie della immaginazione non turbassero la serenità

dell'arte, _L'alfier nero_ e _Il trapezio_ sarebbero due gioielli",

giudizio che non mi par rispondente a verità. Le "follie della

immaginazione", più che nelle due ricordate dal Molmenti, sono

manifeste nella novella ch'egli tace, _Iberia_, e forse si riducono

tutte all'accentuato esotismo, che è carattere comune a tutte tre;

dell'_Alfier nero_ e dell'_Iberia_ altro carattere è il prendere che

fanno l'ispirazione da fatti e questioni che, quando furono scritte,

occupavano e preoccupavano il pubblico di tutto il mondo: la prima è

ispirata dalla questione della schiavitù dei negri d'America e si

svolge tra un negro e un anglo-americano in un grande albergo della

Svizzera; la seconda prende chiaramente occasione dalle vicende

politiche della Spagna nel 1867-68 per sintetizzare il carattere e la

storia di quel paese nella tragedia di due giovanissimi rampolli di

schiatte reali, e si svolge nella cappella di un solitario castello

delle montagne d'Estremadura in un'epoca volutamente non precisata.

_Il Trapezio_ è, almeno nella parte che fu scritta, fuori di ogni

preoccupazione storica, politica, sociale, filosofica, ed è il

racconto che un vecchio geometra cinese fa a un suo discepolo per

spiegargli le cause profonde, che a un certo momento gli hanno causato

la perdita della favella, portandoci dalla Cina, attraverso il

Pacifico, a Lima nel Perù tra gente d'ogni paese e d'ogni colore. La

situazione del protagonista è, press'a poco, quella del protagonista

delle _Confessioni di un ottuagenario_ del Nievo, ed è mirabile come

il Boito abbia saputo rappresentare simultaneamente lo stesso uomo

giovane e vecchio, questo analizzatore e giudice di quello, dando vita

a una figura quale solo un vero artista poteva pensare e plasmare; è

la più complessa ch'egli abbia mai immaginato e nella quale sia più

profondamente e minutamente discesa la sua analisi, nello stesso tempo

ch'è la più compiutamente da lui disegnata, non essendo a petto di

essa tutte l'altre sue, del _Re Orso_, dei libretti e delle novelle,

che abbozzi più o meno vigorosi. Il che non vuol dire che tutto ci sia

esplicitamente e inesteticamente detto di quell'anima: a un certo

punto egli immagina che il protagonista narratore creda di coprire con

la ghiottoneria un tutt'altro peccato e si senta invece indovinato dal

discepolo devoto: con maggiore semplicità e con maggiore verità non

potrebbe farci sentire la delusione di una mente assetata di chiarezza

e desiderosa di tutto spiegarsi razionalmente, né con maggiore

evidenza porci inanzi quello che di misterioso si cela in ogni anima

umana e agisce inavvertito e potente. Questo sentimento di una

ineluttabile forza misteriosa che è in noi e anche fuori di noi, è

specialmente manifesto e intenso nell'_Alfier nero_, dove la partita a

scacchi che n'è argomento, assorge, direi quasi, a terribilità epica,

perché raccoglie e incentra tutta la passione cosciente e incosciente

dei giocatori: la passione prima è del negro, preparata e introdotta

con un movimento d'insieme che ben rivela l'uomo di teatro ch'era nel

Boito, e poi si trasmette al bianco; si concentra nell'alfier nero del

giuoco, che, caduto di mano al negro rompendosi, l'uomo bianco aveva

accomodato con un po' di ceralacca della quale gli era rimasta una

striscia intorno al collo, diventa così, senza sforzo, il simbolo di

una razza perseguitata e ribelle, e porta a una catastrofe impensata,

ma terribilmente logica. Invece in _Iberia_, la men felice delle tre

novelle, quanto più l'autore accumula e fa grandi le immagini, tanto

meno riesce a darci, per esempio, il senso della morte nella

descrizione delle ultime ore di don Sancio, in cui è anzi una intima

freddezza che ci lascia indifferenti, né anche stupiti del fraseggiare

e dell'immaginare. Così nei discorsi e negli atti dei due protagonisti

vediamo un giuoco di bambini in contrasto stridente col solenne

significato simbolico che l'autore pretende di dar loro; ma quando

egli stesso li qualifica di "bimbi assorti in un magico tripudio",

quando dice: "i due fanciulli si guardavano, e così vestiti si

sembravano più belli", allora egli ha trovato l'intonazione giusta:

non più di due bambini che giocano egli ci rappresenta, e possiamo

interessarci ad essi e al loro giuoco e alla tragedia nella quale esso

si muta. Del resto, che questa novella non estrinsecasse compiutamente

il suo concetto, dovette sentire l'autore stesso, tanto è vero che

provò, direi, il bisogno di commentarla con l'ultimo capitoletto, il

quale poi non commenta e non spiega nulla, anzi intorbida e confonde

la visione.

La ragione di ciò va cercata, a mio parere, nell'aver voluto

sintetizzare la storia e il carattere della Spagna nell'amore e nella

morte di due giovanissimi discendenti di schiatte reali, che quando

sono consci, per modo di dire, di questo loro ufficio, non

c'interessano, e quando c'interessano non sono che due bimbi

qualunque; ma probabilmente è questa la necessaria conseguenza del non

aver saputo o potuto rifarsi che dalla più frusta convenzione

romantica: questa del Boito è una Spagna victorhughiana,

victorhughiani sono i personaggi e victorhughiana, nello spirito,

l'azione,--noto di passaggio che secondo il Galletti il Boito avrebbe

derivato dal poeta francese solo la materia della _Gioconda_--, come

victorhughiani sono lo sfarzo, meglio diremmo lo sforzo, delle

immagini e il fraseggiare breve e rotto, che vuol essere incisivo e

non copre il vuoto che gli sta sotto, rendendo la prosa di questa

novella singolare tra tutte le altre di lui. Probabilmente il

sentimento umanitario e democratico del Boito non trovò dove

appoggiarsi nelle torbide vicende politiche della Spagna di quegli

anni e, scosso da esse soltanto superficialmente, si accostò a quel

paese e a quel popolo con la mente di un letterato e di un ideologo

anzi che con l'anima e la fantasia di un artista. Invece non due forze

astratte contrastanti e perciò non due simboli, ma due uomini egli

seppe cercare e vedere nel negro e nel bianco dell'_Alfier nero_, e il

simbolo mise tra loro, ma fuori di loro, sì che poté far

liberissimamente giuocare le loro passioni umane, e dare alla

rappresentazione un carattere di immediatezza efficacissima, in cui

l'esotismo non ha nulla di ricercato o di forzato. Così nessuno sforzo

nell'esotismo del _Trapezio_, in cui il racconto, lungo e lento ma non

prolisso e noioso, che non solo l'interesse è sempre sostenuto, ma

quando sembra deva venir meno, proprio allora è avvivato da qualche

felicissima battuta, è semplice e di una chiarezza luminosissima: io

non so dire donde al Boito sia venuta tanta conoscenza della Cina e

dei cinesi, e non di essi solo, né so quanto sia esatta questa

conoscenza; ma so che tutto è vivo in questa novella, e se è vivo di

una vita che non risponde alla realtà cinese o a qualsivoglia altra

realtà, ciò nei rispetti dell'arte non importa niente. Importa nei

rispetti della cultura del Boito, e può essere per i suoi biografi

argomento interessante di indagine l'origine e l'estensione delle sue

conoscenze cinesi. Io, che su questo punto speciale non sono in grado

di fermarmi, faccio notare che altra caratteristica comune delle tre

novelle, comune anche alle _Riviste drammatiche_, è lo spaziare che

l'autore fa per i vasti campi dell'erudizione storica e letteraria,

penetrando anche in quelli delle scienze fisiche e naturali, e che la

sua non è dottrina improvvisata e superficiale, ma preparata di lunga

mano, larga e soda, meditata, direi, quasi accarezzata, richiamata

secondo il bisogno, e solo qualche volta senza che il bisogno

veramente lo richieda, sì da dare una lieve impressione

d'ostentazione: ciò nell'_Alfier nero_ e, più, nell'_Iberia_, ma nel

_Trapezio_, per quanto io posso giudicare e ai fini dell'arte,

l'assimilazione è mirabilmente perfetta, anzi la scienza è il

fondamento se non la sostanza stessa del racconto.

Finalmente un'ultima caratteristica comune alle tre novelle è la

pochissima parte che vi è data all'amore: dall'_Alfier nero_ è del

tutto assente; nel _Trapezio_ non possiamo dire quale partito ne

volesse trarre l'autore, perché il racconto si tronca quando appena si

comincia a disegnare il romanzo amoroso; però già ce ne appaiono gli

elementi costitutivi nella sensualità ingenua e inconscia, semplice

forza elementare della natura, di Ambra e Ramàr, e in quella

dissimulata e torbida di Yao: il contrasto sapientemente impostato e

rappresentato è tra le più belle testimonianze dei meriti del Boito

novelliere. L'amore pare l'elemento preponderante in _Iberia_, ma

oltre ad essere, nei caratteri estrinseci, il solito amore romantico,

esso, in verità, non viene dal profondo delle anime e non vi muove

nulla; è soltanto una pennellata di colore raccolto nel magazzino dei

luoghi comuni e buttato nel quadro per compier la figurazione di

quella Spagna di maniera, il che non vuol dire vi manchi del tutto

qualche tratto gentile e indovinato.

Novelle e riviste drammatiche · 第 14 / 46 题