Le tre riviste drammatiche che ho potuto raccogliere, furono tutte
pubblicate nel _Politecnico_ tra il 1866 e il 67, e studiano parecchie
opere del teatro di prosa, quasi tutte francesi, d'italiane non
esaminando che la _Marianna_ di Paolo Ferrari e un dramma storico, _Il
ministro Prina_, di Giovanni Biffi, oggi dimenticatissimo insieme col
nome del suo autore, nonostante le lodi prodigategli dal nostro
critico. Esse, come è facile capire, non erano scritte subito dopo la
rappresentazione, ma più tardi, di modo che spesso, se non sempre,
correggono e compiono le impressioni di questa con la lettura
ponderata dell'opera giudicata; tuttavia sembrano scritte molto in
fretta, come appare anche dalle incertezze e incongruenze della grafia
e da qualche distrazione curiosa, quale quella per cui il personaggio
dumasiano di Suzanne d'Ange si sdoppia in Suzanne e nella _baronne_
d'Ange e quella per cui il Porta prende il posto del Grossi come
autore della _Prineide_; di più, qui e nelle novelle, le citazioni e i
richiami non sono sempre esatti, e ben si sente che l'autore attinse
dalla sua memoria, non, volta per volta, da libri e manuali, ottima
prova, a mio parere, che la sua dottrina non era d'accatto e
posticcia.
Questa sua larghissima cultura gli permette di cogliere tutte le
discendenze e le parentele letterarie, ed eccolo infatti presentare A.
Dumas _fils_ come il padre di tutta una abbondante fioritura di
commedie, non sempre bene odorante, e ridurre sotto il suo
denominatore le opere teatrali di cui va parlando. D'altra parte la
sua estesa e larga conoscenza del teatro francese contemporaneo non
gli impedisce di tener d'occhio i grandi modelli del passato, e
principalmente lo Shakespeare, e non solo lo Shakespeare dei quattro o
cinque capolavori più celebrati e più noti, al quale quasi di continuo
si richiama: si può dire che il drammaturgo inglese è il poeta ch'egli
ha più di tutti famigliare, quasi quanto ha famigliare Dante, del
quale ad ogni momento gli cadono senza sforzo sotto la penna parole,
frasi, versi interi, ricordi svariati. Ma, fosse la fretta, fosse
naturale deficienza del suo spirito, i suoi criteri generali non
appariscono chiari, mentre mostra un sentimento profondo e vivace,
sebbene pur esso confuso, del grande e del bello; si direbbe che le
grandi questioni fondamentali, ma in verità non sono che
pseudo-questioni, ad esempio quella delle relazioni tra storia e arte
drammatica, a proposito della quale si noti col richiamo al Nerone di
Svetonio l'accenno alla pretesa imparzialità del poeta, egli senta da
artista e non riesca a fissare e dominare da filosofo. Del resto al
suo fervido temperamento di artista più che alla sua ragione di
critico gli avviene qualche volta di abbandonarsi con manifesto
compiacimento e senza nessun rispetto all'economia generale della sua
_rivista_, e allora egli scrive quelle bellissime pagine, tutte
spirito e brio, in cui ritrae i due Dumas o descrive la prima
rappresentazione a Parigi dei _Nos bons villageoies_, pigliando di
fronte i magni pontefici della critica parigina e rivelando i segreti
moventi dei loro giudizi. Di queste sue pagine né anche l'eco
probabilmente giunse a Parigi, e fosse giunta, quei bravi signori né
anche se ne sarebbero dati per intesi; ma a noi giova particolarmente
notarle, ché sono preziose per la conoscenza dell'uomo oltre che per
quella del critico e dell'artista. Naturalmente l'incertezza e
l'imprecisione delle idee generali si riflettono nei giudizi
particolari, quantunque la fretta vi abbia la sua parte di colpa e nel
complesso egli sappia cogliere acutamente e rilevare meriti e difetti,
e di ciò possiam trovare una bella prova dove accusa la _Marianna_ del
suo amico Ferrari, alla quale è assai severo ma non quanto sarebbe
potuto essere, di svolgere nella tela semplicissima soltanto "gli
avvenimenti elementari e naturalmente dettati dal soggetto". Se così
fosse, _Marianna_ sarebbe un capolavoro. Che cosa voleva dunque dire?
Nella stessa _rivista_ è notevole il giudizio severissimo, e meglio
sarebbe dire asprissimo, sulla Ristori, alla quale, scendendo a minuti
particolari, rimprovera tra l'altro di accentuare un certo "_ci_"; io
non posso dire per esperienza diretta se quell'appunto fosse giusto,
ma la lettura della scena incriminata mi persuase che giustamente
l'attrice doveva accentuare quel "_ci_", raccogliendo su esso il tono
carezzevole della madre che vuol fare confessare alla figlia un
affetto al quale essa dá il suo tenero consenso. Ma la Ristori
probabilmente esagerava e lo squisito sentimento artistico del Boito,
per il quale forse idee e sentimenti dovevano riuscire chiari allo
spettatore dalla semplice parola, se ne sentiva offeso come da grave
stonatura.
In ogni modo, quali siano i difetti di esse, queste riviste non
possono per nessun modo essere trascurate, perché, oltre a rivelarci,
con le novelle, il Boito prosatore, interessante quanto e forse più
del poeta, ci dicono quale serio studioso egli fosse, con quale
preparazione, quali principii, quali intenti egli si accingesse alle
sue grandi opere: chi non studia queste prose non potrà dire
d'intendere appieno l'anima e la mente dell'uomo e dell'artista.
=Gioachino Brognoligo=