Le campane suonavano a distesa e la popolazione si pigiava nel tempio
per assistere alla messa pontificale. Finalmente, anche alla cappella
di santa Dorotea era stata levata la cortina, e tutti potevano
ammirare l'effigie della patrona di Mirlovia, superbamente bella nel
suo nuovo abbigliamento da contessa.
Frattanto, un personaggio secco e barbuto, seguito dal commissario di
Borgoflores e dal visconte Daguilar, saliva per la scaletta del
campanile. Il personaggio secco e barbuto era il medico del paese,
uomo di molta coltura e di retto criterio, già premiato da parecchie
accademie per una dissertazione sulla spinite, considerata ne' suoi
rapporti colla letteratura verista.
Il conte Bradamano era un marito tiranno, un marito bestia, un marito
impossibile; pure, a vederlo là, in quell'angolo di campanile,
rannicchiato, impotente a sollevarsi, assordato dagli squilli,
nessuno, tranne forse sua moglie, avrebbe osato applaudire alla
giustizia del fato.
All'apparire del medico, il disgraziato trovò la forza di sorreggersi
ed esalò dal petto un sospiro di soddisfazione. Il visconte ed il
commissario si trattennero in disparte; il medico si fece innanzi,
dichiarò al conte i suoi titoli e lo scopo della sua visita, e
procedette alla ispezione delle parti compromesse.
--Nulla di allarmante, disse poi al paziente; una settimana di letto,
un cataplasma, e tutto sarà finito. Ciò che seriamente mi preoccupa è
la difficoltà della vostra situazione... In ogni modo, è necessario
che io vi tolga da questo luogo, dove all'altre sofferenze si aggiunge
anche il martirio delle campane... Converrà rassegnarsi, mio caro
signore. La scala della torre è troppo angusta perché due uomini
possano discendere per quella, sostenendovi tra le braccia. Sarà
d'uopo collocarvi in una cesta e calarvi dal campanile a mezzo d'una
fune. A questo, se vi piace, verrà provveduto immediatamente.
--Fate! fate pure! rispose il conte colla massima calma; se più
rimanessi, quelle campane mi ucciderebbero.
Il medico si scostò dal paziente, e fattosi dappresso ai due che lo
avevano seguito: mi pare, disse loro a voce bassa, che le facoltà
mentali di quell'uomo sieno in pieno equilibrio. Ad ogni modo, sarà
utile sottoporlo a qualche prova. Venite... facciamolo parlare...
pulsiamogli i tasti più sensibili... usiamo di tutti i mezzi che la
scienza mette a nostra disposizione, perchè una diagnosi non fallisca.
--Mi riconoscete, signore? chiese il commissario presentandosi al
conte.
--Perfettamente, rispose questi; godo di rivedervi, signor
commissario; non avrei mai pensato di incontrarvi sul campanile della
chiesa di Mirlovia.
--Casi che accadono ogni giorno! esclamò il commissario alquanto
sconcertato; e cedendo il posto al visconte, mormorò nell'orecchio del
medico: eppure io vi dico che è pazzo.
--Mi gode l'animo, cominciò il visconte, di essere stato prescelto
all'incarico di comunicarvi una notìzia che deve riempirvi di gioia.
Mi affretto dunque ad annunziarvi che la vostra degnissima consorte,
la signora contessa di Karolystria, ha nella scorsa notte dato alla
luce un figlio maschio perfettamente conformato, al quale monsignor
vescovo di Guttinga imporrà oggi stesso il vostro riverito nome!...
--La contessa!... un figlio!... il vescovo di Guttinga!... il mio
nome!...
Il conte era ridiventato livido e i suoi occhi gettavano fiamme.
--Calmatevi! disse il medico, osservandolo coll'occhìo penetrante
dello scienziato che afferra un sintomo; la paternità non è scevra di
disturbi, ma a questi porge largo compenso l'amore dei figli.
--Io non riconosco a quella donna il diritto di regalarmi una prole,
gridò il conte serrando i pugni.
Il medico si scostò da lui, e fattosi dappresso agli altri due, disse
a voce bassa:
--Questo accesso di furore mi metterebbe in sospetto, pure non abbiamo
ancora gli estremi coi quali ci sia dato formulare un giudizio
assoluto.
--Pazzo da legare! mormorò il commissario crollando la testa.
Il visconte taceva, e spaziava collo sguardo nella piazza sottostante,
coll'aria di un annoiato che cerca divagarsi.
--Un pazzo, ripigliò il medico, non è altra cosa che un pianoforte
scordato; convien toccargli tutti i tasti per far vibrare la corda che
risponde falso.
--Toccatelo sul tasto della politica, disse il visconte sbadatamente,
mentre i suoi occhi dilatati si affissavano a qualche oggetto lontano
che lo attraeva.
--Sarebbe una soperchieria, rispose il medico solennemente; toccate
sul tasto della politica l'uomo più assennato e più calmo; ne uscirà
una dissonanza così mostruosa da farlo ritenere maniaco.
Il medico non aveva finito di parlare, che un coro di voci umane
rinforzato dallo squillo delle fanfare salì dalla piazza al campanile.
--La processione esce dalla chiesa, disse il visconte; osservate!
ammirate! qual splendida pompa di paramenti e di lumi!
Il commissario si scoperse il capo e piegò il ginocchio...
--Un momento! un momento! gridò il medico; ho bisogno del vostro
braccio. Mi è venuto un pensiero...
E fatto un passo verso il conte, che, a giudicarne dai tratti del
volto, si era alquanto rabbonito:
--Signore, gli disse battendogli paternamente la spalla; affacciandovi
a quel parapetto, voi potrete dare uno sguardo alla processione che
sfila in questo momento sul sagrato. Nulla giova tanto a distrarre le
tetre immagini dallo spirito umano, quanto la vista dì una pompa
religiosa. Venite! noi vi sorreggeremo.
Il conte era divoto. Già il suono delle lontane fanfare (le quali sia
detto fra noi, erano atrocemente stonate) aveva predisposto l'animo di
lui alle emozioni di un soave misticismo. Egli si lasciò trascinare al
parapetto, e appoggiandosi al braccio del medico, si mise in posizione
da poter collo sguardo dominare un gran tratto della piazza.
Al veder quella doppia schiera di popolo e di sacerdoti che muoveva
pel sagrato salmodiando, all'udire le voci paradisiache dei
chierichetti e delle vergini (se ne trova ancora nelle processioni),
respirando il profumo degli incensi e dei ceri sollevato dalla brezza,
un rapimento quasi divino assorbì l'anima del conte. Se non temessi di
commettere un irriverente bisticcio, direi, che dinanzi a quel sublime
spettacolo, a lui parve di obliare la sua terribile posizione di conte
contuso.
Qual dolce risveglio di sentimenti e di ricordi! Egli tornava col
pensiero a quell'epoca beata della fanciullezza, quando le solennità
della chiesa, il presepio, la scarpetta esposta sul terrazzo per
accogliere le strenne dei Magi, una messa servita al cappellano
nell'avito castello, la processione del _Corpus Domini_ e le litanie
delle Rogazioni occupavano tanta parte de' suoi pensieri,
rappresentavano i suoi tripudii più graditi.
Sventurato mille volte colui (mi si permetta questo breve sfogo
dell'anima), sventurato mille volte colui, che nell'ora dei disinganni
e delle amarezze...
Ahimè!... Cos'è stato?... Misericordia!... Il conte ha dato in
ismanie, e in questo nuovo accesso di furore, più violento del primo,
grida a tutta voce:
--Vedetela! Vedetela, quella svergognata!... È dessa... la riconosco
al vestito... la riconosco a quella ciarpa trapunta in oro che si è
gettata sulle spalle come un mantello... Arrestatela, arrestatela,
commissario!
--Calmatevi, signore!
--Io vi dico di arrestare quella pettegola che ha la tolla di farsi
portare in volta sopra una barella...
--Via, signore! è la santa patrona del paese... parlatene con
rispetto.
--La santa! una santa!... quella là! Mia moglie!... E dopo uno
scroscio di risa convulso, svincolatosi dalle braccia che lo
reggevano, il misero conte arretrò dal parapetto e andò a ricadere sul
posto donde era stato tolto poco prima.
Se Dante non avesse creato, or fanno parecchi secoli, lo stupendo
verso: