CAPITOLO LIX.

_Impero greco salvato. Numero, passaggio de' Crociati, e

avvenimenti della seconda e della terza Crociata. S. Bernardo.

Regno di Saladino nell'Egitto e nella Sorìa. Conquista

Gerusalemme. Crociata marittima. Riccardo I, re d'Inghilterra.

Papa Innocenzo III. Quarta e quinta Crociata. Federico II

Imperatore. Luigi IX di Francia, e due ultime Crociate. I

Franchi o Latini scacciati dai Mamalucchi._

[A. D. 1097-1118]

Se fosse lecito per un istante dimenticare la gravità della Storia,

l'Imperatore Alessio[534] potrebbe essere paragonato a quella fiera

chiamata _Jackal_, che per nudrirsi di quanto avanza al pasto del leone,

accompagna questo animale alla caccia. Sieno pure stati rilevanti i

timori concetti dal ridetto principe, grande l'impaccio in cui trovossi

al passaggio delle prime Crociate, i vantaggi venutigli in appresso

dalle imprese de' Franchi largamente nel compensarono. Già assicurato,

per accortezza e vigilanza, il possedimento di Nicea, prima conquista

de' Crociati, dalla qual Fortezza a proprio talento minacciava i Turchi,

li costrinse così a sgomberare i dintorni di Costantinopoli. Intanto che

i pellegrini guerrieri, trascinati da cieco valore, penetravano nel cuor

dell'Asia, l'astuto Imperator de' Greci colse maestrevolmente l'istante

in cui gli Emiri della costa marittima erano stati richiamati sotto lo

stendardo del Sultano, per discacciare i Turchi dalle Isole di Rodi e di

Chio, e restituire le città di Efeso, Smirne, Sardi, Filadelfia e

Laodicea al Governo dell'Impero esteso per opera di lui dall'Ellesponto

alle rive del Meandro e alle dirupate coste della Panfilia. Tornate le

chiese all'antico loro splendore, rifabbricate e affortificate le città,

questo deserto paese videsi di bel nuovo popolato da colonie di

Cristiani, che di buon grado s'indussero ad abbandonare il soggiorno di

una frontiera, che a costo di tanti pericoli custodivano. Tutte queste

paterne sollecitudini alle quali avea volto l'animo Alessio, possono in

qualche modo scusarlo ai nostri occhi, se la cura della liberazione del

Santo Sepolcro pose da un lato; ma i Latini lo accusarono di diffalta e

perfidia. Se per una parte, questi gli aveano fatto giuramento di

obbedienza e fedeltà, egli erasi per l'altra obbligato a secondare la

loro impresa o colla persona, o almeno co' suoi denari e colle sue

truppe. Col ritirarsi vergognosamente ogni vincolo de' Crociati

disciolse, e le loro spade, fin lì state ad essi strumento di vittorie,

titolo e mallevadori della giusta loro independenza divennero. A quanto

apparisce, non rinnovellò Alessio le sue antiche pretensioni sul regno

di Gerusalemme[535]; ma le frontiere della Cilicia e della Sorìa erano

più recenti acquisti e meglio alle truppe greche accessibili.

Annichilato, o disperso trovavasi il grande esercito de' Crociati.

Boemondo sorpreso e fatto prigioniero avea lasciati gli Stati di

Antiochia privi di un Capo che li governasse; costretto questo Principe

a contrarre un rilevante debito per liberarsi di schiavitù; i Normanni

non assai numerosi per rispingere i continui assalti de' Greci e de'

Turchi. Pervenuto a tale estremità, Boemondo si appigliò al coraggioso

partito di confidare la difesa di Antiochia al proprio congiunto, il

fedele Tancredi, di armare contra l'Impero di Bisanzo tutte le forze

dell'Occidente, in somma di mandar a termine quel disegno che additato

aveangli le lezioni, e l'esempio del genitore Guiscardo. Imbarcatosi

segretamente, attraversò il mare da' suoi nemici occupato, e se vogliam

credere alla novelletta della principessa Anna, una bara entro cui si

collocò, agli occhi di tutti lo nascondeva[536]. Accolto in Francia fra

le acclamazioni e i pubblici applausi, lo stesso Re diedegli la propria

figlia in isposa. Glorioso funne il ritorno nell'Asia, perchè i

guerrieri i più rinomati del secolo condiscesero a far parte della

spedizione sotto di lui. Ripassò il mare Adriatico, condottiero di

cinquemila uomini a cavallo e di quarantamila fanti d'ogni banda

dell'Europa raccolti[537]. Ma la salda resistenza che la Fortezza di

Durazzo opponea, la prudenza di Alessio, la carestia che già faceva

sentirsi, e la vicinanza del verno, deluse avendo le speranze ambiziose

del Capitano, i confederati ne abbandonarono vituperosamente gli

stendardi. Un Trattato di pace[538], diè tregua al terrore de' Greci,

che ben presto la morte dello stesso Boemondo liberò per sempre da un

avversario, cui non opponea freno alcun giuramento, niun pericolo

atterriva, niun prospero successo saziava. I figli di questo nel

principato d'Antiochia gli succedettero; ma, determinati con ogni

circospezione i confini, stipulata con tutta chiarezza la natura del

vassallaggio da prestarsi da essi, le città di Tarso e di Malmistra

tornarono in potere dell'Imperator di Bisanzo, divenuto padrone di tutta

la circonferenza della costa di Natolia, da Trebisonda sino ai confini

della Sorìa. La discendenza di Selgiuk stanziatasi nel regno di

Rum[539], d'ogni lato dal mare e dagli altri Musulmani rimase disgiunta.

Le vittorie de' Franchi, e persino le loro sconfitte crollato aveano il

poter de' Sultani, ritiratisi dopo la perdita di Nicea in Cogni, o

Iconium, picciola città situata nell'intorno del paese e distante più di

trecento miglia da Costantinopoli[540]. Invece di tremare per la propria

capitale, i Principi Comneni faceano guerra offensiva ai Turchi, e

dovettero soltanto alla prima Crociata, se la caduta del vacillante loro

Impero fu differita.

[A. D. 1101]

Nel dodicesimo secolo, tre grandi migrazioni accaddero nell'Occidente,

intese a trasferirsi per terra alla liberazione della Palestina, perchè

l'esempio e i buoni successi della prima Crociata, eccitarono l'ardore

dei Pellegrini e de' soldati lombardi, franchi e alemanni[541].

Quarant'otto anni dopo la liberazione del Santo Sepolcro (A. D. 1147),

l'Imperatore Corrado III, e Luigi VII Re di Francia, impresero la

seconda Crociata, a fine di soccorrere il vacillante Impero (A. D. 1189)

de' Latini della Palestina[542]. Una gran parte dei guerrieri della

terza Crociata, era condotta dall'Imperatore Federico Barbarossa[543],

che non meno dei Re di Francia e d'Inghilterra, scosso erasi alla

notizia della perdita di Gerusalemme, perdita che tutti i Cristiani

feriva. Le tre spedizioni, e nel numero de' Crociati, e nelle lor

traversate per mezzo al greco Impero, e nelle circostanze e negli

avvenimenti de' loro scontri co' Turchi, si rassomigliano. Un

compendioso paralello eviterà le repliche di un monotono e molesto

racconto. Comunque l'immaginazione possa trovarsi allettata dall'idea di

una Storia seguìta delle Crociate, questa però non offre continuamente,

se non se le stesse cagioni e gli stessi effetti; e i moltiplici sforzi

adoperati, ora a difendere, ora a conquistar Terra Santa, ad altrettante

copie imperfette di un medesimo originale, molto avvicinansi.

I. Le numerose bande che seguirono sì da vicino le orme de' Pellegrini

erano condotte da Capi eguali per grado a Goffredo e ai compagni del

medesimo, benchè ad essi inferiori di fama e di merito. A capo delle lor

bandiere vedevansi i Duchi di Borgogna, di Baviera e d'Aquitania; il

primo, discendente da Ugo Capeto; ceppo della casa di Brunswik, il

secondo. L'Arcivescovo di Milano, Principe temporale, si trasportò seco

le ricchezze del suo palagio e della sua Chiesa, delle quali infine

profittarono i Turchi; gli antichi Crociati, Ugo il Grande e Stefano di

Chartres, tornarono in Asia per compire il voto che non aveano per anco

soddisfatto. L'immensa moltitudine che disordinatamente seguivali, si

avanzava in due bande, la prima composta di dugento sessantamila

Pellegrini, la seconda di circa sessantamila uomini a cavallo e

centomila fanti[544]. Gli eserciti della seconda Crociata, avrebbero

potuto aspirare alla intiera conquista dell'Asia; poichè e la Nobiltà

della Francia e dell'Alemagna, vedeasi animata dalla presenza dei suoi

Sovrani, e il merito di Corrado e di Luigi contribuiva, non meno del

loro grado, a rendere luminosa una tale spedizione, e ad infondere nelle

soldatesche, una disciplina che da' Duci subordinati avrebbe potuto

difficilmente aspettarsi. L'Imperatore e il Re di Francia, conduceano

ciascuno, un corpo di cavalleria formidabile, composto di settantamila

uomini, oltre all'ordinario corteggio di questi Sovrani[545]; laonde

senza tener conto delle truppe leggiere, de' contadini, delle donne, de'

fanciulli, de' preti e de' monaci, la totale somma de' Pellegrini a

quattrocentomila persone ascendea. Un movimento universale vedeasi

nell'Occidente, dagli Stati di Roma alla Brettagna. I Re di Boemia e di

Polonia agli ordini di Corrado ubbidirono; dalla testimonianza unanime

de' Greci e de' Latini, veniamo assicurati che i messi dell'Imperatore

di Bisanzo, dopo aver numerati al passaggio di un fiume, o di una gola,

novecentomila uomini, si trovarono inabili a proseguir questo

calcolo[546]. Nella terza Crociata, l'esercito di Federico Barbarossa

apparve men numeroso, perchè gl'Inglesi, e i Francesi preferirono la

navigazione del Mediterraneo. Di quindicimila cavalieri e d'altrettanti

scudieri, andava composto il fiore dell'alemanna cavalleria; onde

l'Imperatore, sulle ungaresi pianure, passò in rassegna sessantamila

uomini a cavallo e centomila fanti, nè noi dopo quanto abbiamo udito

raccontarci nelle prime Crociate, ci stupiremo che la credulità abbia

fatto ascendere a seicentomila Pellegrini, il numero dei partecipanti a

tale ultima migrazione[547]. Questi stravaganti calcoli non mostrano che

la maraviglia de' contemporanei: ma la loro maraviglia medesima fa prova

evidente d'immenso numero, comunque a definirlo non basti. Poteano i

Greci millantare la loro superiorità nell'arte e negli stratagemmi della

guerra; ma non però si stavano dal celebrare il poderoso valore della

cavalleria francese, e della infanteria degli Alemanni[548]; stranieri

che troviamo dipinti come uomini di ferro, di gigantesca statura, che

lanciavano fiamme dagli occhi e versavano sangue a maniera d'acqua.

Corrado avea inoltre al suo seguito, una truppa di donne armate ad

usanza di cavalieri. Gli stivali e gli speroni dorati, della condottiera

di queste amazzoni, le meritarono il soprannome della _Donna dai piedi

d'oro_.

II. Il numero e l'indole de' Crociati erano agli ammolliti Greci un

soggetto di terrore; e quanto è soggetto di terrore agli uomini, della

loro avversione il divien facilmente. Ma lo spavento inspirato dalla

potenza dei Turchi per qualche tempo questo mal umore assopì: e ad onta

delle invettive dai Latini scagliate contro di Alessio, crediamo potere

accertare che questo Imperatore ne dissimulò gli insulti, finse non

accorgersi delle ostilità, regolò l'imprudente loro imperizia, aperse al

coraggio de' medesimi la strada del pellegrinaggio e della conquista. Ma

appena scacciati da Nicea e dalle marittime coste i sultani, allorchè la

vicinanza di questi, ritiratisi in Cogni, non atterriva omai i principi

di Bisanzo, i Greci si abbandonarono con minore riguardo

all'indignazione prodotta in essi dal frequente e libero passaggio de'

Barbari occidentali, che minacciavano la sicurezza dell'Impero e ne

insultavano la maestà. Regnarono Manuele Comneno e Isacco l'Angelo ai

tempi della seconda e terza Crociata. Il primo di questi sovrani a

passioni, sempre impetuose, i sentimenti d'un cuor malevolo, spesse

volte congiunse. Il secondo, esempio di codardia e di perfidia, avea

così immeritamente come spietatamente punito il tiranno, in luogo del

quale erasi posto. Eravi forse un segreto e tacito patto, fra i

dominatori di Costantinopoli e il popolo, di distruggere o certamente

sconfortare i pellegrini con ogni genere d'ingiurie ed angherie; e

questi, per vero, col mancar di prudenza e di disciplina tutti i

momenti, ne somministravano pretesti e occasioni. I Monarchi

dell'Occidente aveano stipulato, che le loro soldatesche avrebbero

trovato negli Stati del greco Imperator e libero passaggio, e

vettovaglie, convenevolmente pagandoli; giuramenti e ostaggi aveano da

entrambe le parti guarentiti simili patti, e il più povero tra i soldati

di Federico, portava con seco tre marchi d'argento statigli per le spese

del cammino assegnati. Ma la ingiustizia e la perfidia violarono ogni

convenzione, e i ripetuti torti di cui ebbero a querelarsi i Latini,

vengono attestati da uno storico greco che all'onore de' suoi

compatrioti antepose la verità[549]. Anzichè ricevere amichevolmente i

Crociati, le città greche dell'Europa e dell'Asia chiudevano ad essi le

porte, e sol dall'alto delle mura calavano ai medesimi canestri di

vettovaglie, sempre al bisogno inferiori. Quand'anche l'esperienza del

passato e il timore dell'avvenire, avessero potuto scusare questa timida

ritrosia per parte dei Greci, come difendeano l'inumanità di mescolare

nel pane somministrato ai Latini e calcina, e droghe mortifere? E se pur

fosse lecito assolvere Manuele dal sospetto di aver partecipato colla

sua tolleranza a pratiche sì abbominevoli, come lavarlo dalla taccia di

aver fatta battere moneta di falsa lega per valersene a trafficare coi

Pellegrini? Questi ad ogni passo venivano arrestati o indiritti sulla

cattiva strada. Mandavansi segreti ordini a' governatori perchè

affortificassero i passi, i ponti atterrassero. I soldati latini che

restavano addietro, venivano spogliati o trucidati barbaramente. Se si

addentravano nelle boscaglie, dardi, da invisibili mani lanciati,

trapassavano i cavalli ed i cavalieri; trovavansi abbruciati ne' loro

letti gli infermi, e lungo le strade, i Greci appiccavano i cadaveri

degli uomini scannati da essi. Tal genere d'ingiurie accese lo sdegno

de' campioni della Croce, che di pazienza evangelica non eran forniti;

laonde i Principi greci per evitare le conseguenze di una nimistà che

eglino stessi avevano provocata, senza trovarsi in forze per poterla

rintuzzare, la partenza e l'imbarco di questi ospiti formidabili

sollecitarono. Giunto presso alla frontiera de' Turchi, Barbarossa

perdonò alla colpevole Filadelfia[550], e largo di compensi ai servigi

che la città di Laodicea gli aveva prestati, deplorò la fatale necessità

che lo costrinse a versare il sangue di alcuni Cristiani. Ne' parlamenti

avutisi dai Principi greci co' sovrani della Francia e dell'Allemagna,

quelli si trovarono esposti a frequenti mortificazioni, e benchè, la

prima volta che Luigi comparve dinanzi a Manuele, non gli fosse stato

assegnato che un basso sgabello in vicinanza del trono[551]; appena il

re francese ebbe condotto il suo esercito di là dal Bosforo, ricusò

venire ad un secondo colloquio a meno che il suo fratello, l'Imperatore,

non acconsentisse ad usar seco lui come con un sovrano eguale ad esso, e

per mare, e sul continente. Maggiori difficoltà ancor si trovarono nel

regolare il cerimoniale tra i Greci principi e gl'Imperatori Corrado e

Federico. Pretendeano questi esser eglino, come Imperatori di Roma, i

veri successori di Costantino[552], e la purezza de' lor diritti e della

lor dignità sostenevano alteramente. Il primo di questi rappresentanti

di Carlomagno, non volle starsi a petto di Manuele che a cavallo, in

mezzo ad una pianura; il secondo, coll'attraversare l'Ellesponto anzi

che il Bosforo, si sottrasse dal passare per Costantinopoli, e dal

vederne il Sovrano. Ad uno di questi Monarchi alemanni, pur coronati

imperatori a Roma, il Principe greco nelle lettere che scrivea, non si

degnava dare altro titolo fuor quello di _Rex_, o principe degli

Alemanni; e il debole, quanto vanaglorioso, Isacco l'Angelo ostentava

d'ignorare il nome del più grand'uomo e del maggiore sovrano del suo

secolo. Intantochè gl'Imperatori greci riguardavano con abborrimento i

Crociati, e siccome ministri ad essi di angosce, manteneano co' Saracini

e co' Turchi segreta corrispondenza. Di fatto, Isacco l'Angelo che aveva

in Costantinopoli fondata una moschea, ove potesse pubblicamente

praticarsi il culto musulmano, doleasi perchè l'amicizia da lui

dimostrata al gran Saladino, coi Franchi in mal accordo il poneva[553].

III. Le numerose catene di Pellegrini che passarono il Reno dopo la

prima Crociata, rimasero distrutte sulle piazze della Natolia dalla

peste, dalla fame e dall'armi de' Turchi; i soli Capi, accompagnati da

poco seguito di cavalleria si sottrassero, e la miseranda loro

peregrinazione compirono. Può giudicarsi del senno di costoro, dal

divisamento che di sottomettere strada facendo la Persia e il Khorasan

avevano concepito, e della loro umanità, dalle carnificine degli

abitanti di una città cristiana, che colle palme e colle croci in mano

venivano ad incontrarli. La spedizione di Corrado e di Luigi fu meno

imprudente e crudele, ma più della precedente Crociata partorì disastro

e rovina alla Cristianità; e Manuele viene accusato fino da' proprj

sudditi di avere traditi i Principi latini, e col far consapevole di

tutti gli atti loro il Sultano, e col munirli di scorte infedeli. Mentre

i Crociati avrebbero dovuto in uno stesso tempo assalire da due diverse

bande il Sultano, l'emulazione affrettò la partenza degli Alemanni, il

sospetto quella de' Francesi tardò. Per lo che, Luigi avea terminato di

passare il Bosforo colle sue truppe, allor quando si scontrò in Corrado

che riconducea gli avanzi di un esercito, del quale avea perduta la

maggior parte sulle rive del Meandro, dopo un'azione gloriosa sì, ma

sfortunata. Allora, tanto più sollecito fu a ritirarsi l'alemanno

Imperatore, che pugnealo il confronto tra il proprio sfregio e la pompa

presente del suo rivale. Ridotto, per la diffalta de' suoi vassalli

independenti, alle truppe de' suoi Stati ereditarj, dovette chiedere ad

imprestito alcuni vascelli dai Greci onde compiere per mare il voto

fatto di peregrinare alla Palestina. Nè alle lezioni dell'esperienza, nè

alla natura di una simile guerra, ponendo mente il re di Francia,

s'innoltrò nel paese stesso, ove Corrado ebbe disastro; nè di questo

ebbe miglior fortuna. L'antiguardo che portava la regal bandiera e

l'oriflamma di S. Dionigi[554] raddoppiò imprudentemente il cammino;

onde il retroguardo, in mezzo al quale il sovrano trovavasi, fu

costretto ad accampare di notte tempo, senza avere potuto raggiugnere la

parte di esercito marciata avanti. Venne circondato e forzato il campo

da una moltitudine di Turchi, i quali nell'arte della guerra più abili

che non fossero i Cristiani del dodicesimo secolo, col favor delle

tenebre, e della confusione degli accampati, questi fugarono o uccisero,

del campo s'impadronirono. In mezzo a quel soqquadro de' suoi, Luigi

salì sopra un albero; e fatto salvo dal proprio valore e

dall'accecamento de' nemici, potè, allo schiarire del giorno, sottrarsi

ai medesimi, e pressochè solo il suo antiguardo raggiugnere. Non osando

più allora continuare la sua peregrinazione per terra, si trovò felice a

bastanza nel poter raccogliere in sicuro gli avanzi dell'esercito entro

l'amico porto di Satalia, d'onde veleggiò ad Antiochia. Ma sì pochi

legni i Greci gli somministrarono, che non gli fu dato il condurre seco

se non se i nobili e i cavalieri. La infanteria perì, miseramente

abbandonata alle falde de' monti della Panfilia. L'imperatore ed il re

si abbracciarono a Gerusalemme, e piansero congiuntamente; poi unite le

forze che lor rimaneano a quelle de' Cristiani della Sorìa, gli ultimi

tentativi della seconda Crociata ebbero sotto le mura di Damasco

infausto successo. Corrado e Luigi s'imbarcarono per l'Europa, dopo

essersi acquistata grande fama di coraggio e pietà. Ma intanto gli

Orientali aveano imparato a disfidare la possanza di due monarchi, il

cui nome e le forze militari da lungo tempo li minacciavano[555]. Forse

avrebbero dovuto paventare assai più Federico I, e l'esperienza che

sotto il suo zio Corrado questo principe aveva acquistata nell'Asia.

Oltrechè, quaranta stagioni campali nell'Alemagna e nell'Italia, lo

aveano istruito nell'arte di comandare; e veramente sotto il regno di

lui, i suoi sudditi, e persino i principi dell'Impero, avvezzati eransi

ad obbedire. Perdute di vista Filadelfia e Laodicea, ultime città

dell'Impero greco, Federico Barbarossa s'innoltrò per mezzo ad un paese

deserto, sterile, impregnato di sali, terra dice lo Storico[556] di

tribolazione e d'orrore. Per venti giorni di penoso e sconfortante

cammino, dovette ad ogni istante difendersi dagli assalti d'innumerabili

bande di Turcomanni[557] che parea continuamente risorgessero, e più

furibondi, dalle sofferte sconfitte. Ma non si stancò di combattere e di

sofferir l'Alemanno; e tanto era ridotto, quando pervenne sotto le mura

d'Iconium, che appena mille de' suoi cavalieri aveano quanta forza

bastasse loro a tenersi in arcione. Pure, mercè un impeto violento, e al

quale i Musulmani mai non aspettavansi, li sconfisse, prese la città

d'assalto, costrinse il Sultano ad implorare pace e clemenza dal

vincitore[558], e fatto per tal guisa libero il cammino, Federico portò

l'armi sue trionfanti nella Cilicia, fatal limite delle sue vittorie,

perchè ivi travolto da un torrente annegò[559]. Le infermità e le

diserzioni, il rimanente degli Alemanni distrussero, o spersero, e lo

stesso figlio dell'Imperatore morì all'assedio di Acri, avendo egual

sorte la maggior parte degli Svevi suoi vassalli che colà il

seguitarono. Fra tutti gli eroi latini, Goffredo di Buglione e Federico

Barbarossa sono i soli che pervennero ad attraversare l'Asia Minore. Ma

il loro ardimento, e per fino i buoni successi ottenuti dai medesimi,

servirono di lezione e cautela, a quelli che vennero dopo; onde ne'

secoli più illuminati dalle successive Crociate, tutte le nazioni alle

molestie e ai pericoli della via di terra quelli del mare

anteposero[560].

L'entusiasmo che animò la prima Crociata, è avvenimento semplice e

naturale. Recentissima la speranza concetta, ignoti i rischi, conformità

dell'impresa col genio dominante del secolo; ma ben sono giusto

argomento di sorpresa e di commiserazione ad un tempo, e la ostinata

perseveranza dell'Europa, a vincere la quale fu senza frutto

l'esperienza delle sciagure de' predecessori; e il reiterarsi di queste

sciagure, fattosi quasi fomite alla fiducia di chi le affrontava di

nuovo; e sei successive generazioni che a capo chino si precipitavano

nell'abisso innanzi ad esse dischiuso; e gli uomini d'ogni stato e

condizione, che rischiavano esistenza e averi, coll'unico fine di

acquistare o conservare un sepolcro di pietra[561], posto duemila miglia

lontano dalla lor patria. Per un volgere di due secoli, dopo il Concilio

di Clermont, ciascuna primavera, ciascuna state partoriva una nuova

migrazione di Pellegrini, armati per la difesa di Terra Santa; ma i

sette grandi armamenti, ossia le sette Crociate, ebbero per motivo o una

recente calamità, o un incalzante pericolo; e a queste spedizioni

trascinati vennero i popoli e dall'autorità de' Pontefici, e

dall'esempio dei Re. Alla voce dei Santi Oratori, il comune zelo

infiammavasi, la nazione ammutiva, e fra questi Oratori la prima sede

vuol essere assegnata al monaco Bernardo (A. D. 1091-1153), collocato

indi fra i Santi della Chiesa romana[562]. Nato di una famiglia nobile

della Borgogna, otto anni all'incirca dopo la prima conquista di

Gerusalemme, avea ventitre anni, quando andò a segregarsi dai profani,

nel monastero di Citaux di recente instituito, e che col vigore delle

nuove fondazioni fioriva. Dopo due anni, come Capo della terza colonia

del ridetto Ordine, si trasferì a Chiaravalle nella Sciampagna[563],

contentatosi poi, finchè visse, dell'umile titolo di Abate di questa

Comunità. I filosofi del nostro secolo; senza curarsi assai di

distinguere, hanno versato su tali eroi spirituali, la derisione e il

disprezzo. Diversi anche de' men rinomati fra essi, per una certa forza

d'animo si segnalarono; e maggiori almeno de' lor seguaci e discepoli,

in quella età di superstizione, ad una meta aggiugneano che molta mano

di emoli lor contendea. La solerzia, l'eloquenza, l'ingegno di scrivere,

grande preminenza sopra i rivali, e sopra i contemporanei, a S. Bernardo

acquistarono; e veramente le Opere di lui nè di arguzia, nè di calore

vanno sfornite; e mostrano aver egli prese a norma la ragione e

l'umanità fin quanto il suo carattere di Santo gliel permetteva[564]. Se

fosse rimasto al secolo, avrebbe posseduta la settima parte di un

mediocre retaggio; coi pronunziati voti di penitenza e di povertà[565],

col rifiuto di ogni dignità ecclesiastica, coll'assoluta non curanza

delle vanità mondane, l'Abate di Chiaravalle divenne l'oracolo

dell'Europa e il fondatore di centosessanta monasterj. La libertà delle

appostoliche censure ch'ei profferiva, facea tremare i Papi e i Sovrani.

In uno scisma della Chiesa, la Francia, l'Inghilterra, Milano lo

consultarono, e stettero al giudizio ch'ei pronunciò, Innocenzo II, non

dimenticò di aver dovuta all'Abate di Chiaravalle la tiara; e di questo

Abate era stato amico e discepolo Eugenio III, successor d'Innocenzo. Ma

la pubblicazione della seconda Crociata, fu per S. Bernardo l'istante di

splendere qual missionario profeta, chiamando le nazioni alla difesa del

Santo Sepolcro[566]. Nel parlamento di Vezelai aringò il Re; e Luigi

VII, e i vassalli di questo Sovrano ricevettero dalle mani di S.

Bernardo la Croce. L'Abate di Chiaravalle si prese indi il meno facile

assunto di trarre al proprio partito l'Imperatore Corrado, e colla forza

de' gesti, della voce della sua patetica veemenza, giunse ad infiammare

gli animi di un popolo melenso e ignorante, e che inoltre la lingua

dell'Oratore non intendea. Tutta la strada che ei trascorse da Costanza

a Colonia, il trionfo del suo zelo e della sua eloquenza contrassegnò.

S. Bernardo si congratula con sè medesimo di essere pervenuto a

spopolare l'Europa, affermando che le città e le castella, prive

trovavansi d'abitanti, e facendo il conto che vi rimaneva appena un

uomo, per consolar sette vedove[567]. Gli accecati fanatici, vinti dalla

possanza del suo dire voleano sceglierlo per generale; ma S. Bernardo,

che avea dinanzi agli occhi l'esempio di Piero l'Eremita, si contentò di

assicurare il celeste favore ai Crociati, ed ebbe l'accorgimento di

ricusare il comando di una militare impresa, della quale e i disastri, e

i buoni successi del pari la rinomanza delle virtù evangeliche del Santo

poteano offuscare[568]. Non quindi evitò dopo il cattivo esito della

Crociata le imputazioni di falso Profeta e di autore delle pubbliche

calamità. I nemici di lui trionfarono, confusi rimasero i suoi

partigiani, e tardi solamente, offerse al Pubblico una apologia della

propria condotta, apologia a dir vero, poco soddisfacente. Cita in essa

l'obbedienza che ai comandi del Papa ei doveva, si diffonde sulle vie

misteriose della Providenza accagiona de' mali dei Cristiani le colpe

degli stessi Cristiani, e lascia modestamente trapelare che la sua

missione era stata da visioni e miracoli confermata[569]; argomento cui

non v'era replica, se fosse stata certa la cosa. Ma di venti, o trenta

prodigi che i discepoli di S. Bernardo affermano operati da lui, in un

sol giorno, nel mezzo delle pubbliche assemblee della Francia e

dell'Inghilterra, ch'essi chiamano in testimonianza[570], non ve n'è

forse un solo, il quale fuor del ricinto di Chiaravalle, ai nostri dì

sia creduto; oltre di che, in tutto quanto riguarda le guarigioni

soprannaturali di infermi, di storpj, di ciechi che vennero condotti al

cospetto dell'uomo di Dio, non è più possibile in oggi il discernere

qual parte debba attribuirsi al caso, quale alla immaginazione degli

uomini, quale alla impostura e alle finzioni dell'operator del

miracolo[571][572].

La stessa divina onnipotenza diviene scopo alle querele de' mortali, fra

loro opposti ne' desiderj. La liberazione di Gerusalemme, considerata in

Europa come una beneficenza del cielo, fu deplorata, e forse anche, qual

calamità pubblica, riguardata nell'Asia. Dopo la presa di questa città,

i fuggiaschi della Sorìa portarono fino ai remoti paesi la costernazione

che gl'invase. I cittadini di Bagdad piansero prostrati nella polvere;

Zeineddino, cadì di Damasco, si strappò alla presenza del Califfo la

barba; tutto il Divano versò calde lagrime su la dolente avventura[573].

Ma non altro che lagrime potevano offerire i Comandanti de' Credenti,

schiavi eglino stessi fra le mani de' Turchi; e benchè, nell'ultimo

secolo degli Abbassidi, la possanza temporale de' Califfi si fosse alcun

poco rimessa, questa però alla città di Bagdad e alle province de'

dintorni si limitava. I tiranni de' Califfi, i discendenti di Selgiuk,

al pari dell'altre asiatiche dinastie, le vicissitudini del valore,

della possanza, della discordia, dell'invilimento, della caduta aveano

sopportate; nè le forze loro, o il loro coraggio bastavano alla difesa

della religione. Sangiar, ultimo eroe di loro stirpe, ritirato agli

estremi confini della Persia non era conosciuto, nemmen di nome, ai

Cristiani dell'Oriente[574]. Intanto che i deboli Sultani languivano nei

lor serragli, da catene seriche avvinti[575] il pio assunto di salvare

l'Islamismo si presero i loro schiavi, gli Atabek[576], il nome turco

de' quali come quello dei patrizj di Bisanzo ammette essere tradotto

colla espressione _padri del principe._ Il valoroso Turco, Ascanzar, già

favorito di Malek-Sà, dal quale aveva ottenuto il privilegio di starsi

alla destra del trono, nelle guerre civili che alla morte dello stesso

principe succedettero, perdè il suo governo di Aleppo e la vita. I

fedeli Emiri che gli erano stati soggetti, persistettero nel portare

amore al figlio di Ascanzar, Zenghi, segnalatosi guerreggiando i

Franchi, nella giornata di Antiochia funesta ai Musulmani. Trenta

stagioni campali che, servendo il Califfo e i Sultani, contava Zenghi,

la fama militare di cui godeva, gli assicuravano, e ottenne il comando

di Mosul, siccome il solo campione che potesse vendicare e difendere la

causa del Profeta. Nè Zenghi la speranza di sua nazione deluse; perchè,

dopo un assedio di venticinque giorni, e prese Edessa d'assalto, e i

Franchi da tutte le terre vinte oltre l'Eufrate scacciò[577]. Questo

independente sovrano di Mosul e di Aleppo, le guerriere tribù del

Curdistan sottomise, e i soldati di lui s'avvezzarono a riguardare il

campo come lor patria, lasciando alla liberalità del principe il

pensiere di compensare le fatiche de' suoi difensori, e di proteggerne

le famiglie ch'eglino abbandonavan per lui. Condottiero di tai veterani,

Noraddino, figliuolo di Zenghi, riunì a poco a poco sotto di sè i

possedimenti maomettani (A. D. 1145-1174); il regno di Damasco a quel di

Aleppo congiunse; e fece con buon successo una lunga guerra ai Cristiani

della Sorìa. Dilatato il suo vasto Impero dalle sponde del Tigri a

quelle del Nilo, gli Abbassidi ogni titolo e prerogativa regale al loro

servo fedel concedettero. I Latini medesimi si videro costretti ad

ammirare la saggezza, il valore, e persino la giustizia e la pietà di

questo implacabile loro nemico[578]. Negli atti e della vita privata, e

del suo governo, il pio guerriero rianimò lo zelo, e ricondusse la

semplicità de' primi Califfi; sbanditi l'oro e la seta dal suo palagio,

proibito negli Stati di lui l'uso del vino, scrupolosamente le rendite

pubbliche al servigio dei popoli adoperò, nè mai alle frugali spese

della sua casa si prevalse d'altre ricchezze fuor delle rendite de'

fondi da lui comprati, colla parte legittima che gli spettava sulle

prede fatte ai nemici (A. D. 1163-1169). La sultana favorita avendogli

mostrato ardente desiderio di possedere certa ricca suppellettile di

femminile lusso, ei le rispose. «Come volete ch'io faccia! Temo Dio, e

non sono che il cassiere de' Musulmani: le loro ricchezze non mi

appartengono. Però possedo tuttavia tre botteghe nella città di Hems,

servitevene, ma non ho altra cosa da poter dare». La Corte di giustizia

di Noraddino era il terror de' Grandi, l'asilo de' poveri. Alcuni anni

dopo la morte di questo sultano un cittadino che lagnavasi di

oppressione per parte del successore corse per la strada esclamando, «o

Noraddino! Noraddino! che cosa sei tu divenuto? abbi pietà del tuo

popolo e vieni a soccorrerlo.» Si paventò di un tumulto, e il tiranno

seduto sul proprio trono, arrossì e tremò, al nome di un monarca che più

non era.

Per l'armi de' Franchi e de' Turchi, i Fatimiti aveano perduto l'intera

Sorìa, e benchè si mantenessero nell'Egitto, l'invilimento cui declinò

la loro possanza, portò conseguenze ancor più disastrose a questi

discendenti o successori di Maometto. Nondimeno, rispettati fino allora,

siccome tali, viveano rinchiusi nel proprio palagio del Cairo, e sacre

le lor persone, di rado al profano sguardo o de' sudditi, o degli

stranieri si offersero. Gli ambasciatori latini[579] hanno descritto il

cerimoniale della loro ammissione dinanzi al Califfo, e come introdotti

venissero attraversando una sequela di anditi oscuri e di portici

illuminati. Ravvivavano una tale scena il mormorare degli augelli e il

susurrare delle fontane: non vedeano d'ogni banda che animali di specie

rara, e preziose suppellettili. Fu anche mostrata ad essi una porzione

del tesoro: la rimanente parte supposero. Dopo avere oltrepassato un

gran numero di porte custodite da Negri e da eunuchi, pervennero al

Santuario, ossia alla stanza entro cui stavasi il Sovrano dietro una

cortina velato. Il Visir che conduceva gli ambasciatori, deposta la

scimitarra, per tre volte sul pavimento prostrossi. Sollevata venne

alfin la cortina, e poterono contemplare il Comandante de' credenti, che

dava ordini al suo primo schiavo, in sostanza padrone: i Visir, o i

Sultani usurpata aveano la suprema amministrazion dell'Egitto; e

decidendosi coll'armi le gare degli aspiranti a tal carica, il nome del

più meritevole, ossia del più forte nella patente reale del comando

veniva registrato. Le fazioni di Dargam e di Saver si scacciavano a

vicenda dalla capitale e dal regno, e quella di esse che soggiaceva,

implorava la pericolosa protezione del Sultano di Damasco, o del re di

Gerusalemme, mortali nemici della setta, e della Monarchia de' Fatimiti.

Più formidabili, per potere e professata religione, erano i Turchi: ma i

Franchi aveano sopra Noraddino il vantaggio di non trovare ostacoli nel

trasferirsi per linea retta da Gaza al fiume Nilo. Per la situazione

degli Stati di Noraddino, le truppe di lui vedeansi costrette ad un giro

molesto e pien di pericoli intorno all'Arabia, onde si trovavano esposte

alla sete, ai disagi e al malefico influsso de' venti infocati del

Deserto. Zelo unito ad ambizione, facea bramoso il Principe turco di

regnare sotto il nome degli Abbassidi in Egitto: l'impresa di restituire

la perduta dignità a Saver che aveva implorata la protezione di

Noraddino, gli offerse un motivo specioso alla prima spedizione, che

egli confidò all'Emiro Siracù, generale rinomato per sua esperienza e

valore. Dargam perdè la battaglia e la vita; ma il felice rivale di

questo Visir, parte per ingratitudine, parte per timori e sospetti non

privi di fondamento, sollecitò i soccorsi di Gerusalemme onde liberare

l'Egitto dalla prevalenza de' suoi superbi benefattori. Trovatosi il

generale di Noraddino nell'impossibilità di resistere alle forze

congiunte de' due nemici, abbandonò le recenti conquiste, e fe' sgombra

Belbeis, o Peluso, a patto di ottenere una libera ritirata; nel tempo

della quale, mentre i Turchi marciavano alla sfilata dinanzi al nemico,

e chiudea l'ordine della battaglia il lor generale armato della sua azza

da guerra, attento a tutto ciò che accadea, un Franco osò domandargli,

se non temeva di essere assalito. «Certamente non appartiene che a voi,

rispose l'intrepido Emiro, il cominciare l'assalto, ma abbiatevi per

sicurissima cosa, che un solo de' miei soldati non andrà in paradiso,

senza avere mandato prima un infedele all'inferno.» Ricomparso il

generale alla presenza del suo Sovrano, le ricchezze del paese, la

mollezza degli abitanti, le discordie lor gli narrò, le quali cose la

speranza riaccesero in Noraddino. Ai pietosi divisamenti di questo, il

Califfo di Bagdad fece plauso, e Siracù condottiero di dodicimila Turchi

e di undicimila Arabi, si mostrò per la seconda volta in Egitto.

Nondimeno, queste forze erano ben inferiori alle forze degli eserciti

confederati de' Franchi e de' Saracini; onde a me sembra che il

passaggio del Nilo operato dal generale di Noraddino, la ritirata nella

Tebaide, le fazioni della giornata di Babain, la sorpresa di

Alessandria, le spedizioni e le controspedizioni, nelle pianure e nelle

valli di Egitto, dal Tropico al mare, palesino, nell'uomo che divisò

tali imprese, un nuovo e straordinario grado d'intelligenza militare.

L'abilità di lui secondarono le valorose sue soldatesche, e un

Mammalucco, il giorno prima di un'azione campale esclamava:[580] «Se non

possiamo liberare l'Egitto da questi cani di Cristiani, perchè non

rinunciamo agli onori e ai premj che ne ha promessi il Sultano? Perchè

non andiamo coi villani a coltivare la terra? o colle donne a filare

entro un _harem_? Cionnullameno, a malgrado di tanti sforzi[581], e

comunque l'eloquenza di Saladino sì nobilmente si adoperasse in

Alessandria[582] per difendere la condotta militare tenuta dal suo zio

Siracù, questi terminò la seconda sua spedizione con una ritirata

preceduta da un'onorevole capitolazione; e Noraddino aspettò con

impazienza l'occasione di tentare con miglior successo una terza

impresa; occasione ben tosto offertagli da Amalrico, o Amauri, Re di

Gerusalemme, imbevutosi della perniciosa massima, che non dee serbarsi

fede agl'inimici di Dio. Un guerriero religioso, il gran Mastro

dell'Ordine degli Ospitalieri, lo incoraggiò ne' disegni concetti;

l'Imperatore di Costantinopoli diede, o promise una flotta per secondare

gli eserciti della Sorìa; e il perfido Cristiano, non sazio del fatto

bottino, e de' sussidj che gli venivano dall'Egitto, a conquistare

questo paese si accinse. In tale estremità, i Musulmani al Sultano di

Damasco volser gli sguardi; e il Visir Saver, che d'ogni banda

attorniavan pericoli, cedè ai desiderj unanimi della nazione. Noraddino

parve contento di un'offertagli terza parte sulle rendite dell'Egitto.

Già i Franchi erano alle porte del Cairo; ma al loro avvicinarsi, fu

appiccato il fuoco ai sobborghi della vecchia città; un negoziato

insidioso li trasse in inganno; i lor vascelli non poterono entrare nel

Nilo. Schivata prudentemente una battaglia co' Turchi, in mezzo ad un

paese nemico, Amauri tornò nella Palestina, carico della vergogna e del

rimprovero, compagni sempre dell'ingiustizia dal buon successo non

coronata. Partiti i Franchi, Siracù, qual liberatore dell'Egitto, di una

veste d'onore fu ornato; ma la contaminò ben tosto coll'ordinare la

morte dell'infelice Saver. La carica di Visir per qualche tempo gli

Emiri turchi si degnarono assumere: ma la conquista degli stranieri,

affrettò la caduta de' Fatimiti; grande cambiamento politico, eseguitosi

tranquillamente e per l'effetto d'un ordine e d'una parola. Già i

Califfi, e per la propria debolezza, e per la tirannide de' Visiri, si

erano nell'opinione pubblica disonorati. Fremuto aveano i loro sudditi

in veggendo il discendente e il successore del Profeta, porgere la sua

mano ignuda ad essere toccata dalla callosa mano di un ambasciatore

latino; e piansero allora quando il Califfo d'Egitto, i capelli delle

proprie donne, come segnale di ultimo stremo e cordoglio, al Sultano di

Damasco inviò (A. D. 1171). Per ordine di Noraddino, e per sentenza de'

Dottori, vennero solennemente ribenedetti i nomi sacri di Abubeker, di

Omar e di Otmano; Mostadi, Califfo di Bagdad, nelle pubbliche preghiere

venne solennemente riconosciuto siccome il vero Comandante de' Credenti;

alla divisa nera degli Abbassidi fece luogo la verde de' figli di Alì;

l'ultimo di questa schiatta, il Califfo Aded, dieci giorni dopo, morì,

nella felice ignoranza del proprio destino. Le ricchezze di lui

assicurarono l'obbedienza de' soldati, e il tumultuar de' Settarj

sedarono; nè accadde in appresso, per qualsivoglia cambiamento

politico[583], che dalla tradizione ortodossa de' Musulmani i popoli

dell'Egitto si allontanassero.

[A. D. 1171-1195]

Le colline di là dal Tigri abitate sono dai Curdi, tribù di ardimentosi

pastori[584], vigorosi, selvaggi, indocili, dediti al ladroneccio, e

ostinatamente affezionati al governo di Capi che hanno comune con essi

la patria e l'origine. La somiglianza di nome, di situazione e di

costumanze, ne danno fondamenti a crederli i Carduchiani de' Greci[585];

e difendono tuttavia contro i tentativi della Porta ottomana

quell'antica libertà che, a malgrado de' successori di Ciro, mantennero.

L'indigenza e l'ambizione li trassero ad abbracciare il mestiere di

soldati mercenarj. Fecero strada al regno del gran Saladino i servigi

del padre di lui, e dello zio[586]; e il figlio di Giob, o Aìub,

semplice Curdo, era a bastanza grande di per sè stesso per ridersi

dell'adulazione di chi ne volea derivata sin dai Califfi arabi la

genealogia[587]. Noraddino prevedea sì poco la rovina prossima ed

imminente alla propria famiglia, che costrinse Saladino a seguire in

Egitto il suo zio Siracù. Questo giovine assicurò la sua rinomanza

militare nella difesa di Alessandria, e se potessimo prestar fede ai

Latini, sollecitò ed ottenne dal generale cristiano gli onori _profani_

della cavalleria[588]. Morto Siracù, Saladino, il più giovine e il meno

possente fra gli Emiri, per questa considerazione appunto ottenne la

carica, divenuta, come dicemmo, men rilevante di gran Visir; ma

giovatosi de' consigli del padre, la cui venuta al Cairo egli aveva

affrettata, bentosto per suo ingegno acquistò preminenza sopra gli

eguali, e seppe rendere affezionato a sè e ai proprj interessi

l'esercito. Sin tanto che Noraddino visse, questi ambiziosi Curdi, i più

sommessi fra gli schiavi del medesimo si dimostrarono; e il sagace Aiub

impose silenzio alle querele dell'irrequieto Divano, protestando che, se

tal fosse la volontà del padrone, egli medesimo avrebbe condotto a piè

del trono il figlio carico di catene. «Mi è convenuto, ei dicea, in

particolare a Saladino usare siffatto linguaggio in una assemblea

composta di vostri rivali: ma sappiatelo; oggidì ci troviamo in tale

stato da non dovere nè paventare, nè obbedire; e tutte le minacce di

Noraddino non otteranno da noi il tributo di una canna di zucchero». La

morte del Sultano giunse in tempo di salvar padre e figlio dai pericoli,

e dai rimproveri che a tal pensamento andavan congiunti. Il figlio del

morto Sultano d'anni undici, rimase per qualche tempo fra le mani degli

Emiri di Damasco, intanto che il nuovo Signore dell'Egitto veniva

insignito dal Califfo di tutti que' titoli[589], che giustificar ne

poteano agli occhi del popolo la usurpazione; ma non andò guari che

sembrando a Saladino non bastante possedimento l'Egitto, da Gerusalemme

i Cristiani, da Damasco, da Aleppo, dal Diarbekir gli Atahek discacciò.

Avendolo riconosciuto per protettor temporale la Mecca e Medina, il

fratello di lui conquistò l'Yemen ossia l'Arabia Felice; e crebbe tanto

in dominazione che questa, negli ultimi giorni di Saladino, da Tripoli

d'Affrica sino al Tigri, dall'Oceano Indiano fino alle montagne

dell'Armenia estendevasi. Giusta le massime di buon ordine e di fedeltà

di suddito diffuse fra noi, difficilmente può sembrarne immune da

rimprovero di ingratitudine e di perfidia, il contegno tenutosi da

Saladino; ma l'ambizione di lui può trovar qualche scusa nelle

rivoluzioni dell'Asia[590], ove persin l'idea di successione legittima

era perduta, nel recente esempio che gli stessi Atabek aveano dato, ne'

riguardi che Saladino usò mai sempre al figlio del suo benefattore,

nella condotta generosa ed umana che verso i rami collaterali della

caduta dinastia conservò, nel proprio merito e nella loro inettezza,

nell'approvazione del Califfo, fonte unica della legitima autorità, per

ultimo nel voto e negl'interessi de' popoli, alla felicità de' quali

sono per prima cosa instituiti i governi. Fu ammirato in Saladino, come

nel suo predecessore, il felice, quanto raro, accoppiamento delle virtù

di un santo e delle virtù di un eroe; poichè Saladino e Noraddino nel

novero de' Santi Maomettani l'uno e l'altro son collocati. Costantemente

avvezzatisi a meditar guerre sante, parve, che insieme a tal

consuetudine, acquistassero quell'indole prudente e moderata, della

quale in tutti gli atti di loro vita scorgiamo le tracce. Saladino, in

sua gioventù, era stato dedito al vino e alle donne[591]; ma l'ambizione

fece ben presto, che rinunziando ai diletti de' sensi, le più dignitose

follìe del potere, e dell'amore della rinomanza, a questi sostituisse.

Vestiva un rozzo abito di lana; bevea solamente acqua; mostratosi non

men sobrio, e di gran lunga più casto del Profeta degli Arabi, e nella

sua fede e in tutte le sue azioni diede continuamente a divedere il

rigido Musulmano. Finchè visse, manifestò il suo rincrescimento che le

cure necessarie alla difesa della religione, non gli permettessero

adempire il dovere del pellegrinaggio alla Mecca; ma alle ore prefisse,

e cinque volte al giorno, orava in compagnia de' fratelli; e

accadendogli di avere involontariamente tralasciato alcuno de' digiuni

dal Profeta prescritti, col massimo scrupolo l'omissione sua riparava.

Può essere citata siccome prova (che per vero dire di ostentazione

sentiva) del coraggio e della divozione di Saladino, il costume che egli

avea, di leggere prima di dar battaglia il Corano standosi a cavallo,

camminando a capo delle sue soldatesche, e posto in mezzo ai due

eserciti che in procinto erano di assalirsi[592]. Schifo d'ogni studio

che alla dottrina superstiziosa della Setta di Safei non si riferisse,

tutti gli altri depresse: ebbe a vile i poeti, e questa circostanza fece

la lor sicurezza; perchè tanto abborriva tutte le scienze profane, che

un filosofo, il quale avea diffuse alcune sue scoperte speculative,

venne preso, e, per ordine del pietoso Sultano, strozzato. Il più oscuro

fra' sudditi poteva implorare la giustizia del Divano contra il

Principe, o contra il ministro del Principe; e solamente, allor che un

regno era prezzo dell'ingiustizia, Saladino non sentiva ritrosìa nel

commetterla. Mentre i discendenti di Selgiuk e di Zenghi gli teneano la

staffa, e davano ordine ai suoi vestimenti, gl'infimi servi della sua

casa riceveano prove della dolcezza e dell'affabilità del loro Signore;

si contraddistinse per eccesso di liberalità all'assedio di Acri colla

distribuzione gratuita di dodicimila cavalli, e quando morì non furono

trovate nel suo erario che quarantasette dramme d'argento, e una sola

piastra d'oro. Durante un regno, quasi tutto speso nelle guerre, i

tributi diminuì, e i cittadini godettero pacificamente de' frutti di

loro industria. Nell'Egitto, nella Sorìa e nell'Arabia, moschee,

collegi, ospitali e una ben munita Fortezza nel Cairo edificò: ma tutte

le fondazioni di Saladino avendo per mira il ben pubblico[593], fra

queste non ebbevi un palagio, un giardino al lusso personale del Sultano

serbati. In un secolo di fanatismo le naturali virtù di un fanatico eroe

gli stessi Cristiani a stima e ad ammirazione costrinsero: dell'amicizia

di Saladino l'Imperatore di Alemagna gloriavasi[594]; quel di Bisanzo,

suo confederato, il chiedeva[595]. La conquista di Gerusalemme per tutto

Oriente ed Occidente diffuse, e, fors'anche oltre al vero, ampliò la

rinomanza di questo Sultano.

Il regno di Gerusalemme fu di breve durata, e se più presto anche non

cadde[596], alle discordie de' Turchi e de' Saracini il dovette. I

Califfi Fatimiti, e i Sultani di Damasco, abbagliati da alcuni vantaggi

presenti e personali, sagrificarono la causa generale della loro

religione. Ma poichè le forze dell'Egitto, della Sorìa, e dell'Arabia,

riunite furono sotto l'Impero di un eroe, che natura e fortuna

sembravano avere armato contra i Cristiani, tutte le cose all'interno di

Gerusalemme presero minaccevole aspetto, e tutt'altro che apparenze

lusinghiere, lo stato interno di esse offeriva. Dopo la morte de' due

Baldovini, uno fratello, l'altro cugino di Goffredo di Buglione, lo

scettro passò nelle mani di Melisinda, figlia del secondo Baldovino, e

nel marito della medesima, Folco, Conte di Angiò, stato per un

precedente maritaggio il ceppo de' nostri Plantageneti dell'Inghilterra.

I due figli di Melisinda e di Folco, Baldovino III ed Amauri sostennero

con qualche buon successo una guerra vivissima contro gl'Infedeli. Ma la

lebbra, frutto delle Crociate, privò Baldovino IV, figlio di Amauri,

delle facoltà del corpo e della mente. E ne era la naturale erede

Sibilla sorella del defunto e madre di Baldovino V, la quale, dopo la

morte, non assai provata naturale, del proprio figlio, coronò un secondo

marito, Guido di Lusignano, principe di bell'aspetto, ma sì poco

meritevole di rinomanza che lo stesso Goffredo, fratello del medesimo,

fu udito esclamare: «Se hanno fatto di lui un Re perchè non far di me un

Dio?» in somma una tale scelta il biasimo generale incontrò. Raimondo,

Conte di Tripoli, il più potente fra i vassalli che dalla successione e

dalla reggenza trovavansi esclusi, concepì odio sì invelenito contra il

nuovo Sovrano, che per disbramarlo vendè il proprio onore e la propria

coscienza al Sultano. Tali furono, a mano, a mano, i guardiani della

Santa Città, un lebbroso, un fanciullo, una donna, un codardo e un

traditore. Pur ne fu tardata, per altri dodici anni, la caduta mercè

alcuni soccorsi giunti d'Europa, e pel valore de' monaci guerrieri, e

per le brighe che al potentissimo avversario de' Cristiani occorsero, or

nelle parti interne del suo vasto impero, or a' confini remotissimi da

Gerusalemme. Finalmente, questo Stato, giunto al pendìo di sua rovina,

vedeasi circondato e stretto da nemici per ogni banda, allorchè i

Franchi sconsigliatamente violarono la tregua che la precaria esistenza

loro protraeva. Rinaldo di Castiglione, soldato di ventura, avendo

sorpreso una Fortezza in vicinanza del Deserto, da questo campo

spogliava le carovane, insultava la religion del Profeta, alle città di

Medina e della Mecca le sue minacce estendea. Saladino si degnò

querelarsene, e chiedere una soddisfazione cui desiderava di non

ottenere; negatagli questa, immediatamente, condottiero di un esercito

di ottantamila uomini, la Terra Santa assalì: e fu prima impresa di lui

l'assedio di Tiberiade, suggeritogli dal Conte di Tripoli al quale la

stessa città appartenea. Il Re di Gerusalemme cadde nella rete di

estenuare le guernigioni delle proprie Fortezze, e di mettere in armi il

suo popolo per munire di soccorsi un Forte rilevante qual Tiberiade si

era[597]. Il traditor Raimondo, dopo avere additato ai nemici il modo di

sorprendere i Cristiani in un campo mancante d'acqua, all'istante della

battaglia, si diede alla fuga, da suoi e dai nemici egualmente

esecrato[598]. Sconfitto e preso Lusignano in un combattimento, che gli

costò la perdita di trentamila uomini, la vera Croce, il che fu massimo

avvilimento per li Cristiani, cadde nelle mani degl'Infedeli. Venne

condotto nella tenda di Saladino il Re prigioniero, quasi moriente di

sete e paura. Il vincitor generoso lo presentò di una tazza di sorbetto;

ma non permise a Rinaldo di Castiglione il partecipare di tale atto di

clemenza e di ospitalità. «La persona e la dignità di un Re, dicea

Saladino a Lusignano, son sacre; ma quest'empio masnadiero renderà tosto

omaggio al Profeta ch'egli ha bestemmiato, o perirà della morte che per

tante riprese ha meritata». Fosse orgoglio, o comando della sua

coscienza, il guerriero cristiano ricusò il primo patto, e, percosso sul

capo dalla scimitarra del Sultano, le guardie del medesimo terminarono

di dargli morte[599]. Venne condotto a Damasco, e rinchiuso entro

onorevole prigione il tremante Sultano di Gerusalemme, al quale un

pronto riscatto dovea fra breve restituire la libertà. Ma la vittoria di

Saladino fu macchiata dalla sentenza di morte eseguita sopra

dugentotrenta Ospitalieri, intrepidi campioni e martiri della lor fede.

Il Regno rimase privo di Capo, e de' gran mastri de' due Ordini

militari, un di loro ucciso, l'altro condotto prigioniere. Convenute

erano a questa fatale battaglia le guernigioni della capitale e di tutte

le città della costa marittima, e dell'interno del paese. Tiro e Tripoli

le sole furono che alla rapida invasione di Saladino resistessero, onde,

tre mesi dopo la giornata di Tiberiade, il Sultano con numerosa oste si

mostrò alle porte di Gerusalemme[600].

[A. D. 1187]

Potea Saladino temere che l'assedio di una città, il cui destino tenea

l'Europa e l'Asia perplesse, ridestasse le ultime scintille

dell'entusiasmo ne' Cristiani, e che fra i sessantamila di essi, i quali

tuttavia rimanevano in Gerusalemme, ciascuno sarebbe stato soldato, e

ciascun soldato un eroe avido del martirio. Ma la regina Sibilla per sè

medesima e pel marito prigioniero tremava; quelli fra i baroni e

cavalieri che aveano potuto sottrarsi alla morte e alle catene,

conservavano, in quegli estremi, lo stesso spirito di fazione, le

medesime passioni di personale interesse. Composta di Cristiani

orientali la massima parte degli abitanti di Gerusalemme, gli avea

l'esperienza ammaestrati a preferire al governo de' Latini il giogo

maomettano[601]; nè il Santo Sepolcro conducea a quelle regioni se non

se ciurme di miserabili prive d'armi, come di valore, che colle carità

de' pellegrini guerrieri vivevano. Ciò nullameno vennero affrettatamente

fatti alcuni apparecchi di difesa; ma l'esercito vittorioso rispinse le

sortite degli assediati, e collocate le sue macchine con buon successo,

e aperta una larga breccia, nel giorno decimoquarto, dodici stendardi di

Maometto e del Sultano sulle mura di Gerusalemme fè sventolare. Invano

la Regina, le donne[602] e i frati co' piè scalzi e processionalmente,

si portarono a supplicare il figliuol di Dio, perchè volesse salvar la

sua tomba dalle mani sacrileghe degl'Infedeli. Fece mestieri il

ricorrere alla clemenza del vincitore, che la prima deputazione

severamente ricusò, facendo noto il suo giuramento di vendicare le

lunghe angosce con tanta pazienza sofferte dai Musulmani; essere

trascorsa l'ora del perdono, giunto il momento di espiare il sangue

innocente versato per opera di Goffredo e de' Crociati. Ma spinti a tal

disperazione i Cristiani, con un coraggioso sforzo fecero comprendere al

Sultano, ch'ei non era per anche sicuro affatto della vittoria, e la

loro appellazione al padrone comune di tutti gli uomini, fu ascoltata

con rispetto dall'Aiubita. Un sentimento di umanità ammollì il rigore

del fanatismo e della conquista; accettata la sommessione della città,

condiscese Saladino a risparmiare il sangue degli abitanti; i Cristiani

greci e orientali ottennero permissione di vivere sotto il governo del

vincitore; non così i Franchi e Latini, pei quali fu decretato, che

entro quaranta giorni sgombrassero Gerusalemme, con promessa di essere

condotti sani e salvi ne' porti dell'Egitto e della Sorìa. I riscatti

vennero poi così regolati; dieci piastre d'oro per ogni uomo, cinque per

ogni donna, una per ciascun fanciullo; chi non aveva modo di pagare un

tale riscatto in perpetua cattività rimanea. Alcuni Storici, con

malignità, anzichè no, sonosi compiaciuti nel raffrontare la clemenza di

Saladino e la strage della prima Crociata: differenza che sarebbe da

attribuirsi unicamente al carattere personale del conquistatore: nè per

altra parte dobbiamo dimenticarci l'offerta di capitolare fatta dai

Cristiani, l'ostinatezza de' Maomettani nel sostenere l'assedio insino

all'ultimo, la presa della città seguìta per assalto. Fa d'uopo, per

vero dire, dar merito all'esattezza onde il Sultano le condizioni del

Trattato adempì, e al guardo di compassione ch'ei volse sulla sventura

de' vinti. In vece di pretendere a tutto rigore il pagamento del

riscatto, liberò settemila indigenti, contentandosi della somma di

trentamila bisantini, e altri due o tremila, immuni da qualunque sborso.

Il numero degli schiavi rimasti, si ridusse ad undici o al più

quattordicimila persone. Nell'abboccamento che ebbe colla Regina,

Saladino cercò raddolcirne l'afflizione co' discorsi e persin colle

lagrime. Distribuì con larga mano elemosine alle vedove e agli orfani

che a tale stato avea ridotti la guerra, e mentre gli Ospitalieri

combatteano tuttavia contro di lui, l'umano vincitore permetteva ad

alcuni loro fratelli, che mossi da più vorace pietà al servigio

degl'infermi adoperavano le proprie cure, il continuare un intero anno

in sì caritatevole ufizio. Cotali atti di clemenza e di virtù, l'amore e

l'ammirazione degli uomini gli han meritati. Nè vi era cosa che

costringesse a fingere Saladino; poichè anzi, il fanatismo in lui

eccessivo, dovea indurlo piuttosto a dissimulare che ostentare verso i

nemici del Corano una colpevole compassione. Quando Gerusalemme fu

libera dalla presenza degli stranieri, il Sultano al suono di una musica

guerriera, e cogli stendardi spiegati dinanzi a sè, vi fece il suo

ingresso trionfale. La grande moschea di Omar, che in una chiesa aveano

convertita i Cristiani, fu di nuovo consacrata a un solo Dio, e al

Profeta di lui Maometto. Con acqua di rosa ne vennero purificati i

pavimenti e le mura, e collocata nel Santuario una cattedra fatta dalle

stesse mani di Noraddino. Ma allorchè fu veduta atterrata e trascinata

per le strade la Croce d'oro che splendea sulla cupola, i Cristiani di

tutte Sette misero un lamentevole gemito, cui risposero le acclamazioni

di giubilo de' Musulmani. Il Patriarca aveva in quattro cofani d'avorio

raccolto le Croci; le immagini, i vasellami, e le reliquie della Santa

Città. Di questi s'impadronì il Sultano che avea divisato, siccome

trofei della cristiana idolatria[603], portarli in dono al Califfo. Ma

poi si piegò a confidarli nelle mani del Patriarca e del Principe

d'Antiochia, sacrati pegni, che di poi a prezzo di cinquantaduemila

bisantini d'oro Riccardo d'Inghilterra ricuperò[604].

[A. D. 1188]

Eravi luogo a temere, o sperare, giusta gl'interessi diversi delle

nazioni che, fra brevissimo tempo, i Cristiani da tutta quanta la Sorìa

verrebber cacciati. La cosa nondimeno non si avverò, che un secolo dopo

la morte di Saladino[605]; la resistenza opposta dalla città di Tiro, in

mezzo al corso delle vittorie, il fermò. Erano state imprudentemente

condotte in questo porto tutte le truppe delle guernigioni che aveano

capitolato, le quali trovandosi in numero forte a bastanza per difendere

quella piazza, riacquistarono fiducia e coraggio per l'arrivo di Corrado

di Monferrato, che fra quelle mal disciplinate torme l'ordine restituì.

Il padre del ridetto Corrado, venerabile pellegrino, era caduto, nella

battaglia di Tiberiade, prigioniero: ma il disastro di tale giornata

tuttavia in Grecia e in Italia ignoravasi, allorchè l'ambizione e la

pietà condussero questo nuovo Crociato a visitare gli Stati del proprio

nipote, il giovine Baldovino. La vista degli stendardi di Maometto

avendolo avvertito di evitare le coste di Giaffa, venne unanimamente

accolto, qual Principe e difensore di Tiro che già Saladino assediava.

Fermezza di zelo, e forse fiducia nella generosità del nemico,

gl'inspiravano l'ardimento di affrontarne le minacce, e di protestare

che, quand'anche avesse veduto il vecchio padre suo in pericolo sulla

breccia, avrebbe egli lanciato il primo dardo, e procacciata a sè

medesimo la gloria d'essere figlio di un martire[606]. Apertosi il porto

di Tiro alla flotta degli Egiziani, fu d'improvviso tesa di nuovo la

catena che lo chiudeva, onde cinque galee maomettane rimasero prese, o

mandate a fondo; in una sortita di Cristiani perirono mille Turchi; e

tal si fu la difesa, che Saladino, dopo avere arse le sue macchine,

tornò a Damasco, compiendo con una vergognosa ritirata una serie di

azioni campali che gli partorirono tanta gloria. Nè andò guari ch'ei

dovette sostenere una più formidabil procella. Narrazioni patetiche, ed

anche tele effigiate, che in commovente modo offrivano allo sguardo la

schiavitù di Gerusalemme e la profanazione del tempio, ridestarono lo

assopito zelo dell'Europa; l'Imperatore Federico Barbarossa e i Re di

Francia e d'Inghilterra preser la Croce; ma la lentezza degl'immensi

apparecchi di queste grandi Potenze i deboli Stati marittimi e

dell'Oceano e del Mediterraneo provennero. Gl'Italiani più abili ed

antiveggenti, sopra legni pisani, genovesi, veneti, primi di tutti

veleggiarono a Tiro: li seguirono indi i pellegrini più zelanti della

Francia, della Normandia e delle isole dell'Occidente. Un navilio circa

di cento legni portò a quelle spiagge i poderosi soccorsi mandati dalla

Fiandra, dalla Frisia e dalla Danimarca; e i nortici guerrieri si

faceano in mezzo agli spianati discernere, per l'alta statura, e per le

pesanti loro azze da guerra[607]; nè la voce stessa di Corrado tener

lontana, nè poterono le mura di Tiro capire più a lungo tanta

moltitudine di guerrieri ogni giorno crescente. Deploravano la sventura,

e riverivano le dignità di Lusignano che i Turchi aveano lasciato in

libertà, forse mossi dalla speranza di mettere fra gli eserciti latini

discordia. Avendo questi proposto l'assedio di Tolomaide, ossia Acri,

che situata ad ostro di Tiro, trenta miglia ne era distante, videsi

immantinente circondata la piazza da trentamila fanti, e da duemila

uomini a cavallo, de' quali venne a quanto sembra, affidato allo stesso

Lusignano il comando. Non mi diffonderò intorno alla storia di questo

memorabile assedio (A. D. 1189-1191) che, durato circa due anni, entro

angusto spazio di terreno, tante forze di Europa e di Asia stremò. Non

mai il fuoco dell'entusiasmo erasi manifestato con impeto più violento e

struggitore; e i Fedeli (entrambe le parti di questo nome gloriavansi)

nell'onorare i lor martiri, non poteano negare un tributo di lodi allo

sfrenato zelo e al valore de' loro avversarj. Al primo squillare della

sacra tromba, i Musulmani dell'Egitto, dell'Arabia, della Sorìa, e di

tutte le province dell'Oriente sotto le bandiere del servo di Maometto

si raunarono[608]. Il campo di lui, o avanzasse, o indietreggiasse,

poche miglia sempre si discostava da Acri, tanto il pungea notte e

giorno la brama di liberare i proprj fratelli, e di portare ultimo

sterminio ai Cristiani. Nove battaglie, che ben tutte di battaglie

meritavano il nome, si diedero nelle vicinanze del monte Carmelo; e tai

furono le vicissitudini della fortuna, che il Sultano si aperse una

volta la via persino alla città; altra volta i Cristiani si spinsero

entro la tenda di Saladino. Col ministero di palombai e di colombi, il

Sultano teneasi in continua corrispondenza cogli assediati, e profittava

d'ogni istante in cui fosse libero il mare, per dar rinforzo di nuovi

soldati a quell'estenuato presidio. Intanto la fame, le pugne, i mali

influssi di un clima straniero, ogni dì il latino esercito diminuivano;

ma ogni dì le tende de' morti bastavano appena agli uomini sopraggiunti,

che esageravano il numero e la sollecitudine degli ausiliari postisi

sulle lor tracce. Il volgo stupefatto giunse perfino a credere che il

Pontefice, Capo di un esercito numeroso, fosse nelle vicinanze di

Costantinopoli pervenuto. Più giusti soggetti di ansietà all'Oriente la

venuta dell'alemanno Imperatore somministrava; e la politica di Saladino

nel moltiplicargli ostacoli nell'Asia, e probabilmente ancor nella

Grecia, soprattutto si contraddistinguea; laonde la gioia inspiratagli

dalla notizia della morte di Barbarossa, pareggiò la stima che il

Musulmano avea concepita di un tanto guerriero. Più sconforto che

fiducia trassero i Cristiani dall'arrivo del Duca di Svevia, e di

cinquemila Alemanni, avanzo dell'esercito imperiale, ridotto a stremo

dal lungo cammino. Finalmente nella primavera del successivo anno, le

flotte di Francia e d'Inghilterra gettarono l'ancora nella baia di

Tolomaide; e l'emulazione de' due giovani re Filippo Augusto e Riccardo

Plantageneto, le fazioni dell'assedio rinvigorì. Dopo avere tentata

indarno ogni via di salvezza, e privi già d'ogni speranza, i difensori

di Acri, sottomettendosi per ultimo al proprio destino, una

capitolazione, ma a patti durissimi, ottennero[609]. Dugentomila piastre

d'oro furono il prezzo posto alla loro vita e alla lor libertà; e

dovettero promettere di far liberi cento prigionieri della classe nobile

e millecinquecento d'ordine inferiore, e di restituire il legno della

vera Croce. Alcuni dubbj in ordine alla convenzione, alcuni indugi

nell'adempirla, avendo ridestata la furibonda rabbia de' Franchi, il

truce Riccardo fe' decollare quasi a veggente del Sultano tremila

Musulmani. Certamente la conquista di Acri mise in poter de' Latini una

ragguardevole Fortezza e un ottimo porto; ma a caro prezzo un tal

vantaggio scontarono. Lo Storico, ministro di Saladino, fondandosi sulle

asserzioni stesse degli avversarj, calcola a cinque, o seicentomila

uomini il numero de' Cristiani successivamente approdati, e a centomila

quello de' morti coll'armi alla mano. Molto maggior numero ne tolser di

vita i naufragi e le infermità; e d'un esercito sì sterminato, una

piccolissima parte potè, immune da disastri, rivedere la patria[610].

[A. D. 1191-1192]

Filippo Augusto e Riccardo I, sono i due soli Re di Francia e

d'Inghilterra, che abbiano sotto le stesse bandiere militato; ma

scambievole gelosia di nazione pregiudicava alla santa guerra che

avevano intrapresa; e le due fazioni, ciascuna delle quali riconosceva

per suo proteggitore nella Palestina uno di questi Principi, più

accanite al reciproco danno, che a quello del comune inimico,

mostravansi. Gli Orientali riguardavano il Re di Francia come superiore

in dignità e possanza all'Inglese, e in mancanza dell'Imperatore, i

Latini, siccome lor Capo lo riverivano[611]. Molto minori della sua fama

le imprese ne furono; perchè comunque di valor non mancasse, le qualità

d'uom di Stato nell'indole del medesimo prevalevano. Stancatosi

tostamente di sagrificare la salute e i proprj interessi sopra una

sterile spiaggia, la presa d'Acri fu per lui segnale di ritirata. Ben

lasciò per la difesa di Terra Santa, diecimila fanti e cinquecento

uomini a cavallo, sotto il comando del Duca di Borgogna: ma non quindi

il disonore di tal partenza perdonato gli venne. Il Re d'Inghilterra,

benchè inferiore per dignità, superava in ricchezze e militar rinomanza

il rivale[612]; e se un brutale e feroce valore bastasse all'essenza

dell'eroismo, Riccardo Plantageneto avrebbe diritto a comparire fra i

primarj eroi del suo secolo. Per lungo tempo, cara e gloriosa

agl'Inglesi fu la ricordanza di Cuor-di-Leone; e sessant'anni dopo la

sua morte, i pronipoti de' Turchi e de' Saracini da lui soggiogati, fin

ne' proverbj loro lo rammentarono con onore. Le madri della Sorìa si

giovavano di un tal nome per fare star zitti i loro fanciulli; se un

cavallo aombravasi, il cavaliere soleva, rampognando l'animale

esclamare: «Credi forse che il re Riccardo[613] si aggiri per queste

boscaglie?» La crudeltà ch'ei verso i Musulmani adoprò, era effetto di

zelo e di violenza della sua indole; ma penoso mi è il persuadermi che

un guerriero sì abile e prode nel giovarsi della sua lancia, siasi

avvilito a ricorrere al ministero del pugnale contra il proprio collega,

il valoroso Corrado di Monferrato, morto ad Acri per tradimento d'ignota

mano[614]. Dopo la presa d'Acri e la partenza di Filippo, Riccardo,

fattosi condottiero de' Crociati alla conquista della costa marittima,

le città di Giaffa e di Cesarea aggiunse agli avanzi del regno di

Lusignano; e un cammino di cento miglia che Ascalon da Acri divide, fu

per undici giorni l'aringo di un grande e continuo combattimento; e

fuvvi un punto che scoraggiate le truppe turche, Saladino si trovò sul

campo di battaglia da sole diciassette delle sue guardie accompagnato;

pur vi rimase senza calar le bandiere, nè permettere che sol per poco

cessasse lo squillo delle sue trombe. Ben pervenne a riordinare i

soldati, e a ricondurli contro il nemico: ben i suoi predicanti e i suoi

araldi esortarono con incalzante tuono gli unitarj a oppor fermo petto

agl'idolatri cristiani; ma all'impeto di questi _idolatri_ non poteva

allora resistere, e sol collo spianare le mura e le fortificazioni di

Ascalon, giunse ad impedire ai Cristiani l'occupazione di così munita

Fortezza, situata ai confini dell'Egitto. Durante un rigido verno,

inoperose stettero l'armi; ma al ricomparire della primavera, i Franchi,

sempre guidati dal medesimo condottiero, s'innoltrarono tanto che d'una

sola giornata da Gerusalemme distavano. Ivi il solerte re Riccardo

impadronitosi d'una carovana di settemila cammelli, costrinse

Saladino[615] a rinchiudersi nella Città Santa, divenuta per maggior

disastro del Principe musulmano, soggiorno di costernazione e discordie.

Questi orò, fece digiuni e prediche, offerse di partecipare egli

medesimo ai pericoli dell'assedio; ma fosse principio d'affetto, e di

animo alle sedizioni propenso, i suoi Mammalucchi, ingombra ancora la

fantasia del disastro sofferto in Acri dai lor compagni, con preghiere

che di clamori sentivano, supplicarono il Sultano volesse conservare la

propria persona e il valore de' suoi soldati a miglior uopo, per la

difesa del culto del Profeta e dell'Impero[616]. La ritirata de'

Cristiani tanto improvvisa, che miracolo la credettero gli assediati, a

tali angustie sottrasseli[617]. Riccardo vide i proprj allori appassire

o per la prudenza, o per l'invidia de' suoi compagni. Sopra un monte,

d'onde Gerusalemme scoprivasi, l'eroe il volto velossi con voce

d'indignazione esclamando. «Coloro che rifiutano liberare il Santo

Sepolcro di Gesù Cristo, sono immeritevoli di contemplarlo». Appena

giunto ad Acri gli fu nunziato che il Sultano avea stretta d'assedio la

città di Giaffa. Pronto Riccardo nell'imbarcare sè e le sue truppe sopra

alcuni legni mercantili in quel porto ancorati, e primo a lanciarsi

sulla riva, rianimò lo spento coraggio de' difensori della rocca; onde

sessantamila Turchi, o Saracini, al solo avviso dell'arrivo di

Cuor-di-Leone si diedero a fuga. Saputa indi la debolezza del drappello

che l'Inglese avea guidato con sè, ricomparvero alla domane, e il

trovarono, come se non vi fosse stato alcun pericolo da temere,

accampato dinanzi alla porta di Giaffa colla sola scorta di diciassette

uomini a cavallo e di trecento arcieri. Non prendendosi pensiero del

numero degli assalitori, la presenza loro sostenne con tanta

intrepidezza, che, a confessione degli stessi nemici, colla lancia in

resta trascorse galoppando da destra a sinistra, dinanzi a tutto il

fronte de' Saracini, nè vi fu fra questi un solo che ardisse

fermarlo[618]. Si narrano forse in questo luogo le storie di Amadigi o

di Orlando?

Nel durare delle ostilità i Franchi e i Musulmani incominciarono,

interruppero, riassunsero per più riprese, lente e languide

negoziazioni[619]. Alcuni atti di scambievole cortesia fra i due Re,

qualche donativo di frutta e di neve, diversi cambj di falchi di

Norvegia con cavalli arabi, l'acerbità di una guerra di religione

addolcirono. Forse le alternative de' successi indussero i due monarchi

a sospettare che il cielo non si prendesse poi tanto pensiero dei loro

litigi, e troppo ben si conosceano l'un l'altro gagliardi, perchè niun

d'essi una concludente vittoria sperasse[620]. Intanto declinavano la

salute di Riccardo e di Saladino: pativano entrambi tutti i mali alle

discordie civili e alle lontane guerre congiunti. Plantageneto ardea

della brama di punire un perfido rivale che profittando della lontananza

di lui aveva invasa la Normandia, intanto che l'instancabile Sultano

resisteva a fatica ai clamori de' soldati, strumenti del suo zelo

guerriero, e a quelli del popolo che ne era la vittima. Il Re

d'Inghilterra chiese primieramente la restituzione di Gerusalemme, della

Palestina, e della vera Croce, protestando con fermezza che egli e i

pellegrini tutta la loro vita alla santa impresa sagrificherebbero,

anzichè rivedere, carichi di rimorsi e di ignominia, l'Europa; ma

rifuggiva la coscienza di Saladino ad acconsentire, senza un condegno

compenso, che i Cristiani riavessero i loro idoli, o a favoreggiare in

alcun modo la loro idolatria[621]. Con uguale fermezza i suoi diritti

temporali e religiosi sulle sovranità della Palestina difese, e

riguardando egli pure, siccome santa, Gerusalemme, e il possedimento di

essa rilevante cosa pei Maomettani, ricusò calare ad alcun patto di

parteggiamento colle nazioni latine. Fra i patti proposti da Riccardo

fuvvi pur quello di concedere la propria sorella in moglie al fratello

di Saladino; ma la disparità di religione non permise che un tal

parentado si conchiudesse: nè l'inglese Principessa potea concepir senza

orrore la sola idea di vedersi fra le braccia di un Turco, nè sì di

leggeri Adel, o Safadino (nomi di questo fratello) avrebbe rinunziato

alla pluralità delle mogli. Negò il Sultano di venire a parlamento con

Riccardo, adducendone a motivo la disparità del linguaggio che avrebbe

loro impedito a vicenda l'intendersi. Artifiziosamente tirata in lungo

per via di messi e d'interpreti una tale negoziazione, il Trattato

definitivo offese lo zelo di entrambe le parti, e il Pontefice di Roma e

il Califfo di Bagdad parimente sen dolsero. Venne stipulato col medesimo

che Gerusalemme e il Santo Sepolcro rimarrebbero aperti alla divozione

de' Cristiani e de' pellegrini d'Europa, senza che questi fossero

costretti a tributo, o soffrissero vessazioni; che rimanendo nello stato

suo di assoluta rovina Ascalon, i Cristiani conserverebbero tutta la

costa marittima da Giaffa a Tiro, comprendendo queste due città ne' loro

possedimenti; che al Conte di Tripoli e al Principe di Antiochia si

estenderebbe la tregua; che per tre anni e tre mesi, niuna ostilità, nè

da una parte, nè dall'altra, sarebbe lecita. I principali Capi de' due

eserciti giurarono di mantenere la convenzione; ma i due Monarchi ebbero

per bastanti mallevadori la propria parola e l'atto di porgersi la

destra; e la regal maestà venne dispensata dal giuramento, come se

questo includesse implicitamente il sospetto della perfidia. Riccardo

corse a cercare in Europa lunga cattività, e morte immatura; trascorsi

pochi mesi la gloria e la vita di Saladino videro il termine (A. D.

1193). Vien celebrato dagli Orientali il modo edificante cui questo

guerriero finì i suoi giorni in Damasco; nè a quanto sembra pervennero

ad essi le bizzarre notizie delle elemosine egualmente distribuite ai

settarj di tre religioni diverse, nè del panno funebre sostituito allo

stendardo di Maometto, per avvertire l'Oriente della instabilità delle

umane grandezze[622]. Colla morte di Saladino l'unità dell'Impero fu

sciolta; oppressi i figli di lui dal poderoso braccio del loro zio

Safadino, le dissensioni fra i Sultani d'Egitto, di Damasco e di Aleppo

si rinovarono[623]; circostanze tutte per le quali i Franchi poterono

respirare in pace nelle Fortezze lor rimaste sulle coste della Sorìa, e

alle speranze tuttavia abbandonarsi.

[A. D. 1198-1216]

La decima, conosciuta sotto il nome di _decima di Saladino_, tributo a

cui il popolo e il Clero della Chiesa latina si erano assoggettati per

le spese necessarie a guerreggiar Saladino, è il più splendido monumento

della rinomanza di questo guerriero, e del terrore che aveva inspirato.

Una tal costumanza portava troppo vantaggio ad alcune persone, perchè

cessar dovesse col cessar de' motivi dai quali ebbe origine. Da questo

tributo derivano le ricognizioni e le decime su i beni della Chiesa,

ricognizioni e decime che il Pontefice talora concedeva ai Sovrani,

talora per gli usi particolari della Santa Sede si riserbava[624]; e

certamente questo tributo pecuniario[625] dovette aumentare il fervore

che per la liberazione di Terra Santa dimostravano i Papi. Dopo la morte

di Saladino, continuarono essi, e per lettere, e col ministerio di

missionari e Legati a predicar le Crociate; e lo zelo e l'ingegno

d'Innocenzo III al buon esito della pietosa impresa erano favorevoli

augurj[626]. Per opera di questo giovine ed ambizioso Pontefice, i

successori di S. Pietro al massimo grado di lor grandezza pervennero; e

durante il suo regno di diciotto anni, dominò con dispotica autorità

sugli Imperatori e sui Re, che egli creava, a talento suo rimovea, e

sulle nazioni che per le colpe dei loro governanti puniva, privandole,

interi mesi ed anni, d'ogni esercizio del religioso lor culto. Fu

soprattutto nel Concilio di Laterano che Innocenzo si comportò qual

sovrano spirituale, e quasi padrone temporale dell'Oriente e

dell'Occidente. Ai piedi del Legato d'Innocenzo, Giovanni d'Inghilterra

rassegnò la propria corona; e questo Pontefice potè vantarsi de' due più

segnalati trionfi che sul buon senso e sull'umanità sieno stati

riportati giammai, la Transustanziazione posta in dogma[627], e le prime

fondamenta della Inquisizione da esso gettate. Alla voce di lui (A. D.

1203), due Crociate vennero intraprese, la quarta e la quinta; ma

eccetto il re d'Ungheria, queste non ebbero che Principi di secondo

ordine per comandanti, e trovatesi le forze inferiori all'ampiezza della

impresa, i successi alle speranze del Papa e de' popoli non

corrisposero. I pellegrini della quarta Crociata (A. D. 1218)

dimenticarono la Sorìa per Costantinopoli, la conquista della qual

capitale operata per l'armi Latine, ne somministrerà l'argomento del

seguente Capitolo. Nella quinta Crociata[628], dugentomila Franchi

sbarcarono alla foce orientale del Nilo: persuasi con assai di ragione

che il miglior modo per liberare la Palestina, fosse vincere il Sultano

in Egitto, luogo di sua residenza ed emporio di quella dominazione. E

veramente, dopo un assedio di sedici mesi, i Musulmani dovettero

deplorare la perdita di Damieta. Ma l'esercito cristiano andò perduto

per l'orgoglio e la tracotanza del Legato Pelagio, che a nome del

Pontefice, impadronito erasi del comando. I Franchi, estenuati dai morbi

epidemici, rinserrati fra l'acque del Nilo e tutte le forze d'Oriente

armatesi contro di loro, abbandonarono Damieta, per ottenere la

franchigia della ritirata, alcuni concedimenti a favore de' pellegrini,

e la tarda restituzione del legno della vera Croce, monumento, che molta

parte di sua autenticità avea perduta. L'infausto esito delle Crociate

vuole in parte essere attribuito alla moltiplicità e all'abuso di queste

pie spedizioni, che nel tempo medesimo e contra i Pagani della Livonia,

e contra i Mori di Spagna e gli Albigesi di Francia, e contra i Re

siciliani della famiglia imperiale venivan bandite[629]. Nelle imprese

meritorie del secondo genere poteano gli avventurieri senza uscir

dell'Europa ottenere le stesse indulgenze, oltre a ricompense temporali

più certe e più ragguardevoli. Laonde i Papi, dal santo loro zelo contro

i nemici domestici si lasciarono trasportar sì, che le sciagure de'

Cristiani della Sorìa ponevano in dimenticanza. L'ultimo secolo delle

Crociate, mise per un certo tempo all'arbitrio de' Papi un esercito e

una rendita considerabile, onde diversi profondi ragionatori si

portarono a sospettare che sin dal tempo del primo Sinodo di Piacenza,

tutte le ridette spedizioni la politica di Roma avesse condotte. Ma nè

sulla realtà, nè sulla verisimiglianza, un tal sospetto è fondato. Le

apparenze dimostrarono che i successori di S. Pietro secondarono,

anzichè regolare l'impulso de' costumi e delle pregiudicate opinioni di

quelle età. Senza aver preveduta la stagione delle messi, senza essersi

prese le cure del coltivare, colsero a lor tempo i frutti naturali della

superstizione, ricolta che di pericoli e di fatiche per loro fu scevra.

Nel Concilio di Laterano, Innocenzo annunziò in termini ambigui il

disegno di animare col proprio esempio i Crociati; ma il nocchiero della

Santa nave non potea abbandonarne il governale, nè alcun Pontefice

romano consacrò colla sua santa presenza le spedizioni della

Palestina[630].

[A. D. 1228]

Assuntisi i Papi la protezione immediata delle persone, delle famiglie,

delle sostanze de' pellegrini, quegli spirituali tutori si arrogarono

ben tosto il diritto di regolarne le azioni, e di costringerli a

mantenere i carichi che si erano addossati. Federico II[631], pronipote

di Barbarossa, fu successivamente il pupillo[632], il nemico e la

vittima della Chiesa. In età di ventun anni, prese la Croce per non

contravvenire ai voleri del suo tutore, Innocenzo III, che alle singole

coronazioni, come Re e come Imperatore, lo costrinse a rinovare questa

obbligazione; oltrechè il maritaggio da lui contratto colla erede del Re

di Gerusalemme, gli imponea per sempre il dovere di assicurar questo

regno al proprio figlio Corrado; ma avanzando Federico negli anni, e più

ferma vedendo la sua autorità, degli obblighi contratti imprudentemente

in giovinezza gli increbbe; e le acquistate cognizioni e l'esperienza

instruito aveanlo a disprezzare le illusioni del fanatismo, e le corone

dell'Asia. Fattosi minore il rispetto di lui verso i successori

d'Innocenzo, il solo disegno di restaurare la Monarchia italiana, dalla

Sicilia all'Alpi, l'animo suo ambizioso occupava. Ma il buon successo di

tale impresa, ricondotti avrebbe alla semplicità primitiva i Pontefici;

i quali tenuti a bada con indugi e scuse per dodici anni, non

risparmiarono sollecitazioni e minacce; tanto che indussero il Monarca

dell'Alemagna a prefiggere il giorno della sua partenza ai lidi della

Palestina. Egli fece allestire ne' porti della Sicilia e della Puglia

una flotta di cento galee e di cento vascelli, costrutti in modo che

potessero trasportare e sbarcare facilmente duemila cinquecento

cavalieri coi loro cavalli e il loro seguito. Dai vassalli imperiali di

Napoli e di Alemagna, levò un poderoso esercito, e la fama portò sino a

sessantamila il numero de' pellegrini dell'Inghilterra: ma gl'indugi

volontarj, o inevitabilmente congiunti a sì immensi apparecchi,

estenuarono le vettovaglie e le forze dei più poveri fra i pellegrini;

le infermità e le diserzioni l'esercito diradarono, e la state ardente

della Calabria anticipò i disastri che a quelle truppe si preparavano

nei campi della Sorìa. Finalmente l'Imperatore salpò da Brindisi con una

flotta e un esercito di quarantamila uomini. Ma non tenne il mare più di

tre giorni, e una precipitosa ritirata, che gli amici di lui a grave

infermità attribuirono, venne dai suoi avversarj riguardata, come una

volontaria e ostinata inobbedienza ai voleri del Sommo Pontefice. Per

avere infranto il suo voto, Federico videsi scomunicato da Gregorio IX,

che lo scomunicò una seconda volta nel successivo anno per avere ardito

adempire lo stesso voto[633]; e intanto ch'egli conduceva la Crociata in

Palestina, una Crociata bandivasi in Italia contro di lui, e ritornando

venne costretto a chieder perdono di ingiurie che unicamente avea

ricevute. Gli Ordini militari e il Clero di Palestina, erano stati

anticipatamente avvertiti di disobbedirgli, e non farsi lecito il menomo

consorzio con un uomo scomunicato. Per ultimo aggravio, l'Imperatore si

trovò in mezzo al suo campo, e, ne' proprj Stati di Palestina, costretto

a tollerare che i comandi venissero dati in nome di Dio e della

Repubblica cristiana, che del suo nome non fosse fatta menzione.

Trionfale fu l'ingresso di Federico in Gerusalemme; e colle proprie

mani, perchè niun ecclesiastico a tale ufizio volle prestarsi, prese la

corona posta sull'altare del Santo Sepolcro. Ma il Patriarca lanciò

anatema sulla Chiesa, che la presenza di questo Principe avea profanata;

e i Templarj e gli Ospitalieri, eglino stessi fecero avvertire il

Sultano del momento opportuno a sorprendere ed uccidere Federico in riva

al Giordano, ove questi con debole scorta si trasferiva. Circondato in

tal guisa da fanatici e da faziosi, non che impossibile cosa l'aspirare

a vittorie, gli era persin difficile il provvedere alla propria

sicurezza. Ma le discordie de' Maomettani, e la stima che Federico aveva

a questi inspirata, gli fruttarono un Trattato vantaggioso di pace con

essi. L'uom percosso dagli anatemi della Chiesa, venne tosto accusato di

avere mantenuto coi miscredenti pratiche disdicevoli ad un Cristiano,

sprezzata la sterilità del suolo di Palestina, d'essersi lasciati

sfuggir dal labbro questi empj detti: «che se Jeova avesse conosciuto il

regno di Napoli, non avrebbe scelta la Palestina a retaggio del suo

popolo eletto». Pur questo Federico aveva ottenuta dal Sultano la

restituzione di Gerusalemme, di Betlemme, di Nazaret, di Tiro e di

Sidone; per esso i Latini divenuti liberi di abitare e fortificare la

Città Santa. Fra gli accordi patuiti dal Principe alemanno, eravi una

mutua libertà civile e religiosa così pei discepoli di Gesù, come per

quelli di Maometto, in conseguenza di che i primi avrebbero ufiziato

nella chiesa del Santo Sepolcro; poteano i secondi orare e predicare

nella moschea del tempio[634], d'onde credevano che il loro Profeta

fosse partito di notte tempo pel viaggio suo verso il Cielo. Contro

d'una sì scandalosa tolleranza il Clero si scatenò; i Musulmani,

trovandosi ivi i più deboli, vennero in modo quasi insensibile

discacciati; e quanto uom ragionevole potea prefiggersi a scopo nelle

spedizioni delle Crociate, tutto erasi, senza l'uopo di sparger sangue,

ottenuto. Le chiese restaurate, riempiuti di Monaci i conventi; in meno

di quindici anni Gerusalemme noverava seimila Latini fra i suoi

abitanti. L'invasione de' selvaggi Carizmj pose fine a questo pacifico e

prospero stato[635], di cui i Latini non avean saputo nè grado, nè

grazia a chi lo avea lor procurato. Abbandonate le rive del mar Caspio,

d'onde i Mongui li scacciarono, i pastori Carizmj innondarono la Sorìa,

nè la lega de' Franchi coi Sultani di Aleppo, di Hems e Damasco a

rintuzzare l'impeto di costoro bastò. Divenne inutile ogni resistenza, e

la morte, o la cattività unicamente ne erano prezzo. Una sola battaglia,

pressochè affatto, i militari ordini esterminò. Saccheggiata la città,

profanato il Santo Sepolcro, i Franchi dovettero, e confessarlo di

propria bocca, augurarsi la disciplina e l'umanità de' Turchi e dei

Saracini.

La sesta o settima Crociata imprese vennero da Luigi IX, Re di Francia,

che la libertà in Egitto, in Affrica perdè la vita. Ventott'anni dopo la

sua morte, Roma lo collocò fra i proprj Santi, e nel medesimo tempo

comparvero sessantacinque miracoli, che solennemente attestati,

sembrarono valevole giustificazione agli onori tributati alla memoria di

questo Monarca[636]. Più onorevole testimonianza alle virtù di lui rende

lo Storico, presentandoci, in Luigi IX, congiunti i pregi dell'uomo, del

Re e dell'eroe; amor di giustizia in esso l'impeto del valor

temperò, e mostrossi padre de' sudditi, amico de' vicini, terrore

degl'Infedeli[637]. Solo il funesto influsso della superstizione[638],

talvolta le belle prerogative del suo ingegno e del suo cuore oscurò.

Divoto ammiratore de' frati mendicanti di S. Francesco e di S. Domenico,

imitarli non disdegnava; e fattosi con cieco zelo e crudele, persecutore

de' nemici della Fede, il migliore fra i Re, per sostenere la parte di

Cavaliere errante, due volte dal proprio trono discese. Se un frate ne

avesse scritta la storia, certamente gli avrebbe largheggiato d'encomj

per quella parte della sua vita che piuttosto rimproveri meritò; ma il

prode e leale Joinville[639], che possedè l'amicizia del suo Monarca, e

gli fu nella cattività confratello, ne ha offerta con ingenua

imparzialità la pittura così delle virtù, come de' difetti di questo

Principe. Tale storia scritta da un cortigiano, che le segrete mire del

proprio Re ben conoscea, ne trae a sospettare che i disegni politici di

Luigi IX intendessero ad indebolire la potestà de' grandi vassalli,

disegni politici di cui frequentemente è stata apposta la taccia a tutti

i Sovrani, che le Crociate hanno promosse. Luigi IX fu uno tra i

Principi del medio evo che con miglior successo si adoperarono a

richiamare tutte le sue prerogative alla Corona: ma nel proprio regno, e

non nell'Oriente, a sè medesimo e alla sua discendenza siffatti vantaggi

cercò. Il voto che lo trasse in pellegrinaggio ebbe origine da una

infermità e dal suo entusiasmo. Autore di questa pietosa follìa[640] ne

fu pur anche la vittima; per correre ad invader l'Egitto, delle sue

truppe e dei suoi tesori la Francia stremò; coperse di mille e ottocento

vele il mar di Cipro; e i calcoli più moderati fanno ascendere a

cinquantamila uomini il suo esercito. Se noi vogliamo aver fede alla

testimonianza medesima di questo Re, testimonianza che la vanità

orientale si fece sollecita di divulgare, egli sbarcò novemila

cinquecento uomini a cavallo, e centotrentamila fantaccini, che sotto la

protezione di esso peregrinarono[641].

[A. D. 1249]

Luigi, armato di tutto punto e preceduto dall'oriflamma, fu primo a

lanciarsi sulla riva, e corso a Damieta, gli atterriti Musulmani, al

primo assalto dei Franchi abbandonarono quella città che avea sostenuto

un assedio di dodici mesi contra i predecessori di Luigi. Ma fu Damieta

la prima, e l'ultima conquista del regal pellegrino; e nella sesta

Crociata, cagioni eguali, e pressochè sul campo medesimo, rinnovellarono

le calamità che aveano mandato a vuoto la prima[642]. Dopo un indugio

funesto che introdusse nel campo i germi di un morbo epidemico, i

Franchi dalla costa marittima ver la Capitale dell'Egitto innoltratisi,

s'accinsero a superare lo straripamento del Nilo che opponevasi ai loro

progressi. Innanzi agli occhi dell'intrepido Monarca, que' baroni e

cavalieri diedero alte prove dell'invitto valore che li

contraddistingueva, e ad un tempo di quell'indomabile avversione, ad

ogni sorta di disciplina, per cui parimente erano noti. Il conte

d'Artois, per un tratto di mal avvisata prodezza, prese d'assalto la

città di Massura, e nell'istante medesimo i colombi addestrati

all'ufizio di messaggieri, portarono agli abitanti del Cairo l'annunzio

che tutto era perduto. Un soldato, fattosi indi usurpatore del trono

d'Egitto, i fuggiaschi affrettatamente raccolse e riordinò. Intanto il

conte d'Artois, essendosi troppo scostato dal corpo dell'esercito, le

sue truppe rimasero sconfitte, privo egli di vita. Mentre i Musulmani

non cessavano di rinversare pioggia di fuoco greco sui Franchi, le galee

egiziane difendevano il Nilo, gli Arabi tenean la pianura e impedivano

ogni arrivo di vettovaglie al nemico: ogni giorno i mali della fame e

delle contagioni si rendeano più gravi: finalmente quando inevitabile

parve la ritirata, non era più possibile l'eseguirla. Gli Scrittori

orientali affermano che S. Luigi avrebbe potuto fuggire, purchè non gli

fosse incresciuto di abbandonare i proprj sudditi. Fatto prigioniero,

egli e la maggior parte de' suoi Nobili, tutte le persone inabili a

servire, o a procurarsi riscatto, vennero senza pietà trucidate, nel

qual momento una fila di teste cristiane (A. D. 1250) il ricinto delle

mura del Gran Cairo adornò[643]. Lo stesso Re Luigi venne caricato di

catene: ma il generoso vincitore, pronipote del fratello di Saladino,

inviò all'augusto prigioniero una veste d'onore. Quattrocentomila

piastre d'oro e la restituzione di Damieta ottennero la libertà del Re

di Francia e de' soldati che gli rimanevano[644]. Gli effeminati

discendenti de' compagni d'armi di Saladino; ammolliti dal lusso e dal

clima, non sarebbero già stati di per sè stessi abili a resistere al

fiore della cavalleria dell'Europa; e dovettero la vittoria al valore

dei loro schiavi o Mammalucchi, robusti figli del Deserto, compri al

mercato della Sorìa, e sin dai primi anni allevati in mezzo ai campi e

nel palagio del Sultano. Ma non andò guari che l'Egitto offerse un nuovo

esempio dei pericoli da temersi da pretoriane coorti, e che la rabbia di

queste feroci belve, lanciate dianzi contra i Franchi, si volse allo

strazio del proprio loro benefattore. Inorgogliti della vittoria, i

Mammalucchi trucidarono Turan-Saw, ultimo rampollo della sua dinastia;

indi i più audaci di questi assassini, brandendo la scimitarra, tuttavia

grondante del sangue del lor Sultano, nella stanza penetrarono del

franco re prigioniero. La fermezza opposta da Luigi costrinse al

rispetto costoro[645], e l'avarizia al fanatismo e alla crudeltà impose

silenzio. I patti del Trattato vennero adempiuti, e il re di Francia

cogli avanzi del proprio esercito, ottenne la libertà di veleggiare ai

lidi di Palestina. Quattro anni nella città di Acri ei trascorse, ma

senza mai potersi aprire strada per arrivare a Gerusalemme, e sempre

ricusando di ritornare privo di gloria alla patria.

[A. D. 1270]

Dopo sedici anni di un regno saggio e pacifico, la ricordanza

dell'antica sconfitta, eccitò S. Luigi ad imprendere la settima ed

ultima Crociata. Tornate in istato fiorente erano le sue rendite; gli

Stati suoi aumentati, e risorta in questo intervallo una nuova

generazione di guerrieri. Rinnovellatasi parimente in lui la fiducia di

migliori successi, posesi in mare, condottiero di seimila uomini a

cavallo, e di trentamila fanti. La perdita di Antiochia che fatta aveano

i Cristiani, davasi per motivo di una tale spedizione; la bizzarra

speranza di amministrare il sacramento del Battesimo al re di Tunisi,

indusse il Monarca francese a veleggiare primieramente verso le coste

dell'Affrica. La fama sparsa degli immensi tesori che colà

racchiudevansi, confortò i Crociati sul ritardo che alla lor

peregrinazione opponeasi. Ma in vece di un proselito, il santo esercito

trovò in quelle rive un assedio da imprendere. I Francesi nella loro

espettazione delusi, in mezzo a quelle arse arene perivano; la morte

colpì S. Luigi entro la sua tenda e immediatamente l'erede del trono

diede il segno della ritirata[646]. In cotal guisa, così un ingegnoso

scrittore si esprime, un Re cristiano presso le rovine di Cartagine

incontrò la morte facendo guerra ai Musulmani in un paese, ove Didone

avea introdotte le divinità della Sorìa[647].

[A. D. 1250-1517]

Non è lecito l'immaginarsi una costituzione più assurda e tirannica di

quella che condanna in perpetuo una nazione a vivere schiava sotto il

governo arbitrario di schiavi stranieri. Tale, nondimeno, è stata da

oltre cinque secoli la condizione dell'Egitto; in guisa che i più

illustri Sultani della dinastia Baarite e Borgite[648], derivavano

eglino stessi da tartare o circasse tribù, e i ventiquattro Beì, o Capi

militari dell'Egitto, hanno sempre avuti per successori, non già i

proprj figli, ma i loro servi. Fondano costoro i proprj diritti sul

Trattato che Selim I conchiuse con questa repubblica militare, Trattato

che riguardano come la _Grande Carta_ di lor libertà[649]: laonde

gl'Imperatori ottomani continuarono d'allora in poi a riscotere

unicamente dall'Egitto un lieve tributo, siccome pegno del vassallaggio

di questa contrada. La storia delle accennate due dinastie, eccetto

brevi intervalli d'ordine e di tranquillità, non presenta che una

continua serie di assassinj e misfatti[650]; ma il trono delle medesime,

comunque crollante per sì forti scotimenti, sulla salda base della

disciplina e del valor si reggea; laonde governavano e l'Egitto, e

l'Arabia, e la Nubia, e la Sorìa; e i Mammalucchi, composti in origine

di ottocento uomini di cavalleria moltiplicaronsi fino al numero di

venticinquemila: obbedivano in oltre a questi Capi dell'Egitto

centosettemila uomini di milizia provinciale, e all'uopo poteano sul

soccorso di sessantaseimila Arabi calcolare[651]. Cosa naturale ella

era, che Principi così coraggiosi e di sì considerabili forze invigoriti

non avrebbero lungo tempo tollerata tanta prossimità di una nazione

independente e nemica, e se l'espulsione assoluta de' Franchi, di

quaranta anni in circa, venne tardata, di questo mezzo secolo

d'esistenza ebbero l'obbligazione agl'impacci in cui trovossi la nuova

dominazione egiziana ancora mal salda, all'invasione de' Mongu, ai

soccorsi che da alcuni pellegrini guerrieri agli stessi Crociati venner

condotti. Nel novero di tali soccorritori, il leggitore inglese fermerà

il guardo sul nome di Eduardo I, che durante la vita del padre suo

Enrico, prese la Croce. Capitano di mille soldati, il futuro

conquistatore del paese di Galles e della Scozia, costrinse gl'Infedeli

a levare l'assedio di Acri, e innoltratosi fino a Nazaret con novemila

uomini, emulò la gloria del suo zio Cuor-Di-Leone; con ardite imprese ad

una tregua di dieci anni il nemico forzò; e ricco di questi allori,

rivide l'Europa a malgrado di un fanatico traditore che pericolosamente

il ferì[652]. Bondocdar, o Bibars, Sultano dell'Egitto e della Sorìa,

sorprese e quasi per intero distrusse la città di Antiochia[653],

trovatasi fino allora, per sua giacitura, meno esposta alle calamità

della Santa Guerra. Tal si fu il termine di questo principato; e la

prima città conquistata dai Cristiani, videsi spopolata dalla strage di

settemila, e dalla cattività di centomila de' suoi abitanti. Le città

marittime di Laodicea, Gabala, Tripoli, Berite, Sidone, Tiro, Giaffa, e

le Fortezze degli Ospitalieri e de' Templarj, si arrendettero

successivamente. Il solo possedimento che i Franchi serbassero, si

stette nella città e colonia di S. Giovanni d'Acri, da alcuni scrittori

indicata sotto il nome più classico di Tolomaide.

Dopo la perdita di Gerusalemme, Acri[654], lontana circa settanta miglia

dalla prima città, divenne la metropoli de' Latini orientali: di vasti e

saldi edifizj la ornarono, di doppio muro la cinsero, un porto

artifiziale ivi costrussero. E fuggiaschi, e nuovi pellegrini ne

aumentarono la popolazione, mentre il favor della tregua e il sito suo

vantaggioso, tutto il commercio dell'Oriente e dell'Occidente vi

conduceano. Trovavansi ne' mercati di Acri le produzioni di ogni clima;

gl'interpreti d'ogni lingua vi convenivano; ma un tal miscuglio di tutte

le nazioni, tutti i vizj ancora addusse colà, e propagò. Fra quanti

eranvi discepoli di Cristo e di Maometto, gli abitatori di Acri

d'entrambi i sessi, tutti gli altri in fama di corruttela e dissolutezza

passavano, nè le leggi erano a bastanza forti per frenar quivi gli abusi

della religione. Parecchi sovrani contava questa città, governo nessuno.

I Re di Gerusalemme e di Cipro appartenenti alla Casa di Lusignano, i

principi di Antiochia, i conti di Tripoli e di Sidone, i Gran Mastri

degli Ordini, ospitaliero, templario e teutonico, le repubbliche di

Venezia, di Genova, di Pisa, il Legato del Papa, i Re di Francia e

d'Inghilterra, tutti con autorità independente volean dominarvi.

Diciassette tribunali giudicavano con diritto di assolvere e sentenziare

a morte; laonde i colpevoli d'un rione si rifuggivano ad un altro, ove

non accadea mai che protezione non ottenessero. La gelosia delle diverse

nazioni, e violenze, e sanguinosi casi partoria di frequente. Alcuni

venturieri disonorando la Croce che difendeano, si trassero per

correggere il ritardo de' loro stipendj a saccheggiare diversi villaggi

maomettani. Diciannove mercatanti della Sorìa, che riposandosi nella

fede pubblica, faceano tranquillamente il loro traffico, vennero

spogliati ed appiccati per opera de' Cristiani; il Governo de' quali,

negando la giusta soddisfazione chiesta per tale misfatto dal Sultano

Kalil, le ostilità di questo principe giustificò. Ei mosse ver la città

con sessantamila uomini di cavalleria, e cenquarantamila d'infanteria.

Il suo traino di artiglieria, se mi è lecito valermi di questa

espressione, era formidabile e numeroso. Vi vollero cento carri per

trasportare i pezzi di legno, de' quali una sola macchina andava

composta. Lo storico Abulfeda, che militava nelle truppe di Hamà, fu

egli medesimo spettatore di questa santa guerra. Comunque grandi fossero

le sregolatezze de' Franchi, l'entusiasmo e la disperazione animaronli

di novello coraggio; ma dilacerati per le discordie de' diciassette lor

Capi, si trovarono da tre bande oppressi dal peso delle forze che

conduceva il Sultano. Dopo un assedio di trentatre giorni (A. D. 1291),

i Musulmani forzarono il doppio muro. Le macchine distrussero la

primaria fra le torri d'Acri; e datosi assalto generale dai Mammalucchi,

la città venne presa, e sessantamila Cristiani perirono, o divennero

schiavi. Il Convento, o a meglio dire la Fortezza dei Templarj, per tre

giorni ancor resistè; ma trapassato da una freccia il Gran Mastro perì,

e di cinquecento cavalieri che difendevano quelle mura, soli dieci

rimasero in vita; più sfortunati però di coloro che caddero vittime

della pugna, poichè il destino più tardi serbavali a patire su feral

talamo le conseguenze dell'ingiusto e crudel bando che tutto il loro

Ordine fulminava. Il re di Gerusalemme, il Patriarca, e il Gran Mastro

dell'Ordine degli Ospitalieri, operarono la loro ritirata verso la riva;

ma tempestosa era l'onda, nè il numero delle navi bastante ad

accoglierli. Molta mano di fuggitivi annegò prima di aggiugnere l'isola

di Cipro, ove Lusignano della perduta Palestina potea consolarsi.

Vennero per ordine del Sultano spianate le chiese e le fortificazioni

delle latine città; un motivo di timore o di avarizia persuase lasciar

libero alla pietà cristiana l'accesso del Santo Sepolcro, libertà di cui

alcuni devoti pellegrini d'indi in poi profittarono. Su quel lido, che

sì lungo tempo avea rintronato delle querele del Mondo, un lugubre e

solitario silenzio regnò[655].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11 · 第 18 / 22 题