l'Asia, e rispingere i Turchi dalle vicinanze del Bosforo e
dell'Ellesponto; recentissima viveva ancora la rimembranza delle fertili
province che da Nicea ad Antiochia, erano state tolte al Principe greco,
il quale in sè trasfusi sentiva gli antichi diritti, che il romano
Impero sulla Siria e sull'Egitto avea conquistati. Compreso da questo
entusiasmo Alessio si abbandonò, o finse abbandonarsi all'ambiziosa
speranza di vedere rovesciati i troni dell'Asia, dai suoi novelli
confederati; ma dopo alcune meditazioni, la ragione in parte, in parte
la sua indole al sospettare propensa, il distolsero dal confidare la
sicurezza della sua persona nelle mani di Barbari sconosciuti, o che
freno di disciplina non rispettavano. Si limitò quindi ad esigere, fosse
per prudenza o per orgoglio, dai pellegrini Franchi un vano omaggio, o
giuramento di fedeltà, e la promessa di restituirgli quanto nell'Asia
conquisterebbero, oppure di protestarsi, in ciò che a tali possedimenti
spettavasi, umili e fedeli vassalli del greco Impero. L'alterezza de'
Crociati si mostrò sulle prime irritata dalla proposta di una volontaria
servitù; ma ai seducenti artifizj dell'adulazione e della liberalità a
grado a grado cedettero, e quei primi che ad umiliazione soggiacquero ad
insinuarla ai proprj compagni cooperarono. L'orgoglio di Ugo di
Vermandois, fu men forte nell'animo suo degli onori che durante la
cattività ricevette, e l'esempio d'un fratello del re di Francia, tutti
gli altri a sommessione eccitò. Quanto a Goffredo, tutte le
considerazioni semplicemente umane, a quella che ei credeva gloria
divina, e al buon successo dell'armi sue posponeva, laonde costantemente
respinse le sollecitazioni di Raimondo e di Boemondo, che con ardore gli
consigliavano il tentare la conquista di Costantinopoli. Da siffatta
virtù il greco Imperatore commosso, nominò, e giustamente, Goffredo il
campion dell'Impero, e nobilitonne il titolo di vassallo coll'altro di
figlio adottivo, che con tutte le solenni cerimonie gli conferì[455].
Boemondo contro cui da prima tutto l'odio di Alessio si rivolgea, venne
accolto come un antico e fedele confederato da questo Principe, il
quale, se gli ricordò le antiche ostilità, il fece soltanto per
encomiare il valore e la gloria, che nelle pianure di Durazzo e di
Larissa, questo figlio di Guiscardo si procacciò. Venne quindi Boemondo
alloggiato, mantenuto e servito con reale magnificenza; ma un dì, mentre
questi attraversava una loggia del palagio, una porta, come a caso
rimastane aperta, gli lasciò vedere un cumulo d'oro e d'argento, di
suppellettili e arredi preziosi, ammucchiati con apparente disordine e
d'un'altezza, che tenea lo spazio frapposto tra il pavimento e la
soffitta. «Quai conquiste, meditò fra sè stesso l'avaro ambizioso,
potrebbero farsi col soccorso di questo tesoro! — È vostro, si affrettò
a dire un Greco che gli leggea negli occhi, i sentimenti dell'animo:»
Boemondo, dopo avere titubato un istante, si degnò accettare un così
magnifico donativo; e gli si fece inoltre sperare un principato
independente: ma Alessio senza profferire un assoluto rifiuto, evitò di
rispondere all'inchiesta audace, fattasi dal Normanno per divenire Gran
Domestico, ossia Generale dell'Oriente. Anche i due Roberti, uno figlio
del re d'Inghilterra, l'altro parente di tre Regine, inchinarono a lor
volta il trono d'Alessio[456]. Una lettera di Stefano di Chartres
attesta i sentimenti d'ammirazione, che questo Principe studiavasi di
manifestare all'Imperator greco, da lui chiamato il migliore e il più
liberale degli uomini; e si persuadeva esserne il favorito, tanto più
per la promessa ottenutane, di vedere innalzato, e presentato di
possedimenti, il più giovine de' proprj figli. Il Conte di S. Gille e di
Tolosa, che nella sua provincia meridionale, quasi straniero di lingua e
nazione al re di Francia, di questo riconosceva appena la supremazia,
annunziò superbamente alla presenza de' suoi centomila uomini, di non
voler essere che servitore e soldato di Cristo, e che il Principe greco
potea ben contentarsi d'un negoziato di amicizia e di lega, come fra
Principi eguali si usa; colla quale ostinata resistenza rendè maggiore,
agli occhi almeno de' Greci, il merito della sommessione, a cui in
appresso si uniformò. «Ei splendea fra i Barbari, dice la principessa
Comnena, come il Sole fra le stelle del Firmamento». L'Imperatore si
disacerbò col suo fedele Raimondo, narrandogli l'avversione che nel suo
animo aveano destata, la fama e l'audacia dei guerrieri francesi, e i
sospetti che sui disegni di Boemondo avea concepiti. Istrutto per lunga
esperienza ne' politici accorgimenti, il conte di Tolosa non durò fatica
ad accorgersi, che menzognera esser potea l'amicizia di Alessio, ma che
costui nell'odiare almeno era sincero[457]. Lo spirito di cavalleria
nella persona di Tancredi, fu l'ultimo a cedere, nè eravi chi potesse
arrossire nel seguir gli esempj d'un cavaliere sì valoroso. Sdegnati
parimente l'oro e gli encomj del Principe greco, castigò alla presenza
di lui la tracotanza di un patrizio; indi sotto le spoglie di semplice
soldato fuggì nell'Asia, cedendo, comunque il sagrifizio fosse penoso al
suo orgoglio, alla autorità di Boemondo e all'interesse della causa
comune. La ragion migliore e più concludente di tanta sommessione de'
Crociati, si era che non poteano attraversare lo stretto, nè compiere
quindi il lor voto senza la permissione e le navi di Alessio. Ma in
segreto speravano che giunti sul continente dell'Asia, i loro acciari
cancellerebbero tanta vergogna, e romperebbero una obbligazione, della
quale potea sperarsi che lo stesso Principe di Bisanzo, non avrebbe
troppo religiosamente serbati i patti. Intanto la formalità del prestato
omaggio fe' prestigio agli occhi di un popolo, presso il quale da lungo
tempo tenea vece di possanza l'orgoglio. Sedutosi sull'alto suo trono
l'Imperatore, rimase muto ed immobile intanto che i Principi latini lo
adoravano, e si sottomettevano a baciargli i piedi o le ginocchia. Gli
stessi storici de' Crociati, vergognando di confessare tanta viltà, non
ardiscono però di negarla[458].
L'interesse pubblico, o particolare, rattenea i Duchi e i Conti da
clamorose querele; ma fuvvi un Barone francese, Roberto di Parigi, a
quanto viene supposto[459], il quale ardì salire sul trono, e mettersi a
fianco di Alessio. Sul quale atto avendolo prudentemente rimproverato
Baldovino, costui si fece con impeto a rispondere nel suo barbaro
idioma: «chi è egli finalmente questo screanzato che si prende la
libertà di star seduto sul proprio scanno, mentre tanti valorosi
capitani rimangono in piedi dintorno a lui?» Tacque l'Imperatore, e
dissimulò la sua indignazione, chiedendo soltanto all'interprete la
spiegazione di que' detti di Roberto, benchè ai gesti e al contegno,
onde furono pronunziati, avesse potuto indovinarli egli stesso. Prima
che i Crociati partissero, Alessio mostrò curiosità di sapere chi fosse
questo ardimentoso Barone. Egli medesimo gliel rispose: «Io sono Franco,
e vanto nobiltà purissima, antichissima del mio paese. Posso dirvi che
nelle mie vicinanze è posto un oratorio[460], ove si trasferiscono
quelli che bramano provare in particolar combattimento il proprio
valore; colà volgono le lor preci a Dio e ai Santi suoi, sintanto che
vedano comparire un nemico. Ci sono stato più d'una volta, e non ho per
anche ritrovato un avversario che ardisca accettare una mia disfida».
Alessio congedò questo prode, dandogli alcuni saggi consigli sulla
condotta da tenersi nel far la guerra co' Turchi; e gli storici francesi
narrarono con compiacenza un tal singolare esempio de' costumi del loro
secolo e del lor paese.
[A. D. 1097]
Alessandro intraprese e ridusse a termine la conquista dell'Asia con
trentacinquemila Greci o Macedoni[461], fondando soprattutto la propria
fiducia sul valore e sulla disciplina della sua falange d'infanteria. Il
precipuo nerbo de' Crociati si stava nella loro cavalleria, onde allor
quando negli spianati di Bitinia, vennero passati in rassegna, i
cavalieri e i sergenti a cavallo di seguito, sommavano a centomila
combattenti compiutamente armati d'elmo e di giaco. Una tal sorte di
soldati ben meritava ne fosse fatta una enumerazione scrupolosa ed
autentica; nè per vero è cosa da maravigliarne che in un primo sforzo il
fiore della cavalleria di tutta l'Europa abbia potuto somministrare
questa formidabile unione di armati a cavallo. Avvi luogo a credere che
i fanti venissero serbati alle fazioni degli arcieri, de' guastatori,
degli esploratori. Ma il disordinamento che fra coteste turbe regnava,
non permise alcuna certa congettura sul numero di coloro che le
formavano, nè a determinarlo abbiamo altra guida che l'opinione, o la
fantasia di un cappellano del conte Baldovino[462], la cui testimonianza
nè sopra un esame oculare, nè sopra avverate nozioni si fonda: ei conta
seicentomila pellegrini atti a portar l'armi, non comprendendo fra
questi i preti, i frati, le donne, e i fanciulli che il campo de' Latini
seguivano. Senza dubbio griderà all'esagerazione il lettore; ma prima
che egli si riabbia dalla sua sorpresa, stimo opportuno l'aggiugnere,
seguendo sempre la medesima autorità, che, se tutti coloro i quali
ricevettero la divisa della Croce, il proprio voto avessero adempiuto,
più di sei milioni d'Europei per la spedizione d'Asia sarebber partiti.
Sopraffatto io medesimo da quanto il narratore dianzi citato mi vorrebbe
far credere, trovo qualche conforto dal parere profferito a tale
proposito da uno Storico più giudizioso e assennato[463], il quale
convenendo in quella parte di calcolo che si riferisce alla cavalleria,
quanto al rimanente taccia di credula dabbenaggine il prete di Chartres,
dubitando per fino se le contrade _cisalpine_ (così dee chiamarle un
Francese) possano somministrar uomini che a sì sterminate migrazioni col
loro numero corrispondano. Lo storico scettico, più tranquillo ancora
nelle sue meditazioni, rammenterà che molta mano di questi pietosi
volontarj, nè anco videro Nicea, o Costantinopoli. Capriccioso e di
breve durata è il predominio dell'entusiasmo: laonde una parte di que'
pellegrini, la ponderazione, o la paura, la debolezza o la indigenza
rattennero: altri tornarono addietro spaventati dagli ostacoli del
cammino, tanto meno superabili, che que' fanatici ignoranti non gli
aveano preveduti. Le ossa di una gran parte di costoro copersero i paesi
inospiti dell'Ungheria e della Bulgaria. Il loro antiguardo dal Sultano
de' Turchi fu fatto in pezzi; e già la perdita della prima spedizione è
stata calcolata di trecentomila uomini uccisi, o morti di stento, e per
l'influenza del clima. Ciò nullameno ne rimaneva ancora, e giugnevano di
continuo truppe sì numerose, che lo stupor de' Greci parimente
eccitarono. La faconda energia della greca lingua sembra non bastare
allo studio postosi dalla principessa Comnena nell'amplificare il numero
di queste genti[464]. «Tutti gli sciami delle locuste, tutte le foglie e
tutti i fiori della terra, le arene del mare, e le stelle del cielo» non
sono che imperfette immagini di quanto ella ha veduto o inteso dire.
Talchè finalmente esclama che «l'Europa smossa dalle sue fondamenta è
precipitata contro dell'Asia». Regna tuttavia la stessa incertezza sul
numero a cui gli antichi eserciti di Dario e di Serse sommavano;
nondimeno propendo a credere che fino allora, entro il recinto di un
solo campo, non si fossero mai trovate raccolte tante soldatesche,
quante se ne adunarono all'assedio di Nicea, prima azione campale de'
Principi latini. Sono or noti i motivi che li spinsero, l'indole loro,
il genere d'armi che da questi si adoperava. La più grossa parte di loro
truppe andava composta di Franchi: poderosi rinforzi aveano ricevuti
dalla Puglia e dalle rive del Reno: bande di venturieri dalla Spagna,
dalla Lombardia e dall'Inghilterra[465] erano accorse: oltre ad alcuni
selvaggi fanatici, pressochè ignudi, feroci nelle case loro,
nell'esterne guerre paurosi, che dalle montagne della Scozia e dalle
paludi dell'Irlanda sbucarono[466]. Se la superstizione non avesse
riguardata come sacrilega un'antiveggenza per cui sarebbero stati privi
del merito del pellegrinaggio i deboli e gl'indigenti, la folla di
coloro che consumavano le vettovaglie senza guadagnarsele col proprio
valore, avrebbe potuto fermarsi negli Stati del greco Imperatore,
sintantochè i lor compagni più atti a tale spedizione, le avessero
aperto e assicurato il cammino del Santo Sepolcro. Ma venne permesso di
affrettarsi a visitarlo, chè non era ancora liberato, a quante ciurme, o
valorose, o non valorose passarono il Bosforo. Avvezze ai climi
settentrionali, le esalazioni e i cocenti raggi del sole, ne' deserti
della Sorìa non poterono sopportare. Con insensata prodigalità
consumarono gli adunamenti d'acque e di viveri; per la copia loro le
interne parti del paese estenuavano affatto; già lontano avevano il
mare, e i Greci mal contenti de' Cristiani di tutte le Sette, dal
ladroneccio e dalla voracità de' latini confratelli lungi fuggivano.
Pervenuti a sì orribile necessità, la fame per fin li costrinse a
cibarsi delle carni de' lor prigionieri, e adulti, e fanciulli; con che
procacciatisi il nome e la riputazione di cannibali, si accrebbe ne'
Saracini l'orrore che contra gli europei idolatri nudrivano[467]. A
certi esploratori introdottisi nella cucina di Boemondo vennero mostrati
alcuni corpi umani posti allo spiedo, e i Normanni credettero atto
accorto l'accreditare una vociferazione che, se maggior terrore incutea
negli Infedeli, il loro odio parimente contra i Cristiani
aumentava[468].
[A. D. 1097]
Volentieri io mi son diffuso nel narrare i primi atti de' Crociati, che
dipingono parimente i costumi e l'indole degli Europei di que' giorni.
Ma restringerò il molesto e uniforme racconto di tante oscure imprese
che la forza eseguì, e l'ignoranza descrisse. Dal loro primo campo
situato ne' dintorni di Nicomedia, innoltratisi per più riprese, e
uscendo fuori degli angusti limiti del greco Impero, si apersero per
mezzo alle montagne una strada, e la pietosa lor guerra contra il
Sultano de' Turchi incominciarono, assediandone la capitale.
Dall'Ellesponto sino alle frontiere della Sorìa, gli Stati di Rum, reame
del ridetto Principe, si estendevano, vietando così ai pellegrini la
strada di Gerusalemme. Ivi regnava Kilidge-Arslan, o Solimano[469], come
dicemmo, uscito della schiatta di Selgiuk, e figlio del primo
conquistatore. Nel difendere un paese, che i Turchi riguardavano come
loro legittima proprietà, Solimano meritò gli encomj de' suoi nemici
medesimi, che soli ai posteri lo hanno dato a conoscere. Cedendo al
primo impeto di quel torrente, la sua famiglia, i tesori entro Nicea
pose in salvo, ritirandosi nelle montagne, ove cinquantamila uomini a
cavallo il seguirono; e due volte ne scese per affrontar gli assedianti,
il campo de' quali offeriva un cerchio imperfetto di sei miglia
all'incirca. Alte e saldissime mura, fiancheggiate da trecentosettanta
torri, e da profonda fossa difese, la città di Nicea circondavano; e le
facea presidio il fiore de' Musulmani che guardavano i confini, per cui
gli Stati turchi dalla Cristianità eran disgiunti; gente valorosa, ben
addestrata alla guerra, e del culto suo zelantissima. Innanzi alla
indicata città i Principi Franchi accamparonsi; ma le loro fazioni, nè
si comunicavano scambievolmente, nè ad una massima generale
sottomettevano. L'emulazione animava il valor de' medesimi; poi questo
valore contaminavano le crudeltà, e l'emulazione tralignava in invidia e
in discordie. I Latini adoperarono, all'assedio di Nicea, tutte le
macchine da guerra dall'Antichità conosciute. Mine, arieti, testuggini,
torri sulle ruote, (_belfredi_), baliste, fuochi artifiziali, catapulte,
fionde, e balestre che pietre e dardi lanciavano[470]. Durante cinque
settimane di fatiche e di pugne, molto sangue fu sparso; e gli
assedianti, sopra tutti il conte Raimondo, fecero alcuni progressi; ma i
Turchi durar potevano nel resistere e assicurarsi la ritirata,
fintantochè dominavano il lago Ascanio[471], che al ponente di Nicea per
parecchie miglia si estende. La prudenza e l'industria di Alessio, un
tale ostacolo superarono; sua mercè, vennero trasportati dal mare in sul
lago, molti battelli carichi di abili arcieri, che alla fuga della
Sultana si opposero. Già Nicea era stretta da tutte le bande, quando un
messo dell'Imperator greco, avvertì gli abitanti di sottrarsi, finchè ne
erano in tempo, al furore de' Selvaggi d'Europa, accettando la
protezione del suo Signore. Laonde nel momento della vittoria, o
certamente allorchè vi era ogni ragion di sperarla, i Crociati, avidi di
sangue e di strage, furono costretti fermarsi alla vista dello stendardo
imperiale, che sventolava sulle mura della rocca; ed una sì importante
conquista, Alessio con grande cura a sè medesimo riserbò. La voce
dell'onore e dell'interesse, al bisbigliar dei Capi impose silenzio.
Dopo un riposo di nove giorni, s'incamminarono verso la Frigia, condotti
da un Generale greco, che inteso però sospettavano col Sultano. La
Sultana e i primarj servi di Solimano, ottennero senza riscatto la loro
libertà: e questa generosità dall'Imperatore usata ai miscredenti[472],
per una prova di perfidia ebbesi dai Latini.
[A. D. 1097]
Più irritato che avvilito si mostrò Solimano della perdita della sua
capitale. Fatta nota con manifesti ai suoi sudditi e confederati, la
straordinaria invasione de' Barbari di Occidente, gli Emiri turchi alla
voce del Principe e della religione obbedirono. Molte bande di
Turcomanni alle bandiere del Sultano si affrettarono; onde le forze
congiunte del medesimo, con un calcolo vago, si fecero dai Cristiani
ascendere a dugento ed anche trecento sessantamila uomini di cavalleria.
Ciò nullameno Solimano aspettò con pazienza, che i Cristiani si fossero
allontanati dal mare, e dalle frontiere della Grecia, e volteggiando ai
lor fianchi, li seguitò. Pieni questi d'una imprudente fiducia,
marciarono in due corpi separati, e posti fuor d'abilità di vedersi l'un
l'altro; onde poche miglia di qua da Dorilea nella Frigia, il corpo di
sinistra, il men numeroso, fu sorpreso da Solimano che lo assalì, e
quasi sconfisse[473]. Il caldo della stagione, il nembo di frecce, le
grida degli Ottomani avendo sparso per ogni dove il terrore e la
confusione, i Crociati, perduta ogni speranza, si sbaragliarono, e se la
inegual pugna si resse, fu dovuto anzi che all'abilità, al valor
personale di Boemondo, di Tancredi e di Roberto di Normandia. La vista
delle bandiere di Goffredo, che col Conte di Vermandois e con
sessantamila uomini di cavalleria, in soccorso de' suoi accorreva,
rianimò lo stremato coraggio delle soldatesche. Raimondo di Tolosa, e il
Vescovo di Puy, ben tosto arrivarono col rimanente dell'esercito, e
senza riposarsi un istante, si schierarono in ordine di battaglia, e la
pugna rincominciò. Intrepidi la sostennero gli Ottomani, ed uno sprezzo
eguale, con cui venivano riguardati i popoli della Grecia e dell'Asia,
fece confessare ad entrambe le parti, che i soli Turchi ed i Franchi il
nome di soldati si meritavano[474]. Variati furono gli assalti, e li
contrabbilanciò la differenza delle armi e della disciplina; da una
banda si faceva impeto immediato, rapidi moti dall'altra operavansi; con
lancia inclinata i Cristiani affrontavano, opponeano i Turchi le lor
chiaverine; oltre alle differenze della pesante e larga spada de' primi,
della ricurva sciabola che gli altri portavano, delle vesti leggiere e
ondeggianti e della greve armadura, dell'arco de' Tartari e della
balestra; sino a quei giorni sconosciuta agli Orientali[475]. Sintanto
che i cavalli mantennero il loro vigore, e ne' maomettani turcassi
frecce rimasero, Solimano sempre superiore, a quattromila Cristiani fe'
morder la polvere; ma sull'imbrunir della sera all'agilità prevalse la
forza: d'ambo le parti eguale era il numero; o almeno trovavansi in ogni
luogo tante aste, quante lo spazio ne potea contenere, e i Generali far
movere; ma gli ultimi manipoli de' Provenzali di Raimondo, girando
attorno alle colline, e senza forse averlo divisato, presero alle spalle
il nemico già stanco, e così decisero d'un esito per sì lungo tempo
sospeso: oltre alla moltitudine de' morti di minor conto che niuno si
degnò numerare, tremila cavalieri pagani, quali nella battaglia, quali
inseguiti perirono. Saccheggiato il campo di Solimano, oltre al prezioso
bottino, offerse anche pascolo alla curiosità de' Latini, che
contemplarono da presso tutte quell'armi e quegli attrezzi stranieri, e
i cammelli e i dromedarj, affatto nuovi per essi. Quanto fosse
importante quella vittoria, lo provò la precipitosa fuga del Sultano; il
quale seguìto da diecimila guardie, avanzi del suo esercito, sgombrò il
territorio di Rum, correndo ad implorare i soccorsi, e a riaccendere
l'astio de' suoi compatriotti dell'Oriente. In un cammino di cinquecento
miglia, i Crociati trascorsero le devastate campagne, e le deserte città
dell'Asia Minore, senza scontrarsi nè in amici, nè in avversarj. Il
Geografo[476] può delineare i siti di Dorilea, di Antiochia, di Pisidia,
di Iconium, di Archelaide, di Germanicia, confrontando queste antiche
denominazioni, co' moderni nomi di Eskishehr (_la Vecchia Città_),
Akshehr (_la Città Bianca_), Cogni, Erekli e Marash. I pellegrini
attraversarono un deserto, ove un bicchier d'acqua a prezzo d'argento
vendeasi; e al tormento d'una intollerabile sete, ne succedè un
maggiore, allorchè il primo ruscello scopersero; tanto furono ad essi
fatali e l'impazienza di estinguer la sete, e l'intemperanza nello
sbramarla. Con paura, e a stento, superarono le discoscese e
sdrucciolevoli pendici del monte Tauro; nel qual varco un grande numero
di soldati, per minorare i pericoli della salita, si spacciò delle
proprie armi, onde se il terrore non avesse preceduto il loro
antiguardo, bastava una mano di nemici risoluti, a gettare nel profondo
di orridi precipizj, quelle torme da spavento comprese. I due più
rispettabili Capi de' Crociati, il Duca di Lorena e il Conte di Tolosa,
venivano portati entro lettighe. Raimondo era salvo, diceasi, per
miracolo, da una malattia pericolosa, che non lasciava luogo a speranza;
Goffredo aveva sofferto grave strazio da un orso, che ci stava nelle
montagne di Pisidia cacciando.
[A. D. 1097-1151]
Perchè nulla mancasse alla generale costernazione, il cugino di Boemondo
e il fratello di Goffredo, disuniti eransi dall'esercito, ciascuno co'
suoi squadroni, composti di sei o settecento uomini a cavallo. Dopo
avere attraversate rapidamente le montagne e le coste marittime della
Cilicia, da Cogni sino alle frontiere della Sorìa, il Normanno piantò
per il primo i suoi stendardi sopra le mura di Tarso e di Malmistra; ma
l'orgoglio ingiusto di Baldovino stancata avendo la pazienza del
generoso Italiano, in singolare certame la lor disputa definirono. Solo
motivo delle azioni di Tancredi era l'onore, nè ad altra ricompensa
fuorchè alla gloria aspirava; ma le imprese men generose del suo rivale
la fortuna favoreggiò. Un tiranno greco od armeno, al quale i Turchi
permetteano dominare sopra i Cristiani di Edessa[477], chiamò Baldovino
in soccorso, dandogli il titolo di suo figlio e campione, che l'altro
non ricusò: ma appena introdotto nella città, eccitò il popolo a
trucidar questo padre, s'impadronì dei tesori e del trono, ed estendendo
le sue conquiste nelle montagne dell'Armenia, e nelle pianure della
Mesopotamia, fondò al di là dell'Eufrate la prima sovranità de' Franchi,
o Latini, sovranità che cinquantaquattro anni durò[478].
[A. D. 1097-1098]
Trascorsero affatto la state e l'autunno, prima che i Franchi
penetrassero nella Sorìa. Se dovesse imprendersi tosto l'assedio di
Antiochia, o ripartire qua e là l'esercito per lasciarlo in riposo,
durante il verno fu argomento di forti discussioni ne' lor consigli.
L'ardor di combattere e la brama di liberare il Santo Sepolcro, vinsero
il partito, risoluzione forse anche consentanea alla prudenza, essendo
cosa certissima che ogni istante d'indugio scema il vigore di
un'invasione, e il terrore che ne deriva; migliora la condizione di chi
si difende. La capitale della Sorìa difendevano l'Oronte e il ponte _di
Ferro_, ponte di nove archi che questo nome traea dalle sue porte
massicce, e da due torri costrutte a ciascuna delle estremità del
medesimo. Ma queste al valore del Duca di Normandia non avendo potuto
resistere, la vittoria di lui aperse a trecentomila Crociati il cammino;
il qual calcolo, ammettendo anche molte perdite e diserzioni, dimostra
evidentemente esagerato l'altro della rassegna di Nicea. Per chi si
accigne a descrivere la città di Antiochia[479], non è sì agevole cosa
il trovare un termine medio, fra l'antica magnificenza per cui sotto i
successori di Alessandro e di Augusto splendea, e l'aspetto sotto il
quale mostrasi oggidì nello stato d'invilimento, cui l'hanno ridotta i
Turchi. La Tetrapoli o le quattro città, se pure il loro nome e sito
serbavano, doveano lasciare grandi vuoti in un circuito di dodici
miglia, la quale estensione, guernita di quattrocento torri, non collima
gran che colle cinque porte che si vedono citate sì di frequente nella
storia di quell'assedio. Ciò nullameno, ogni apparenza dimostra, che
Antiochia fosse tuttavia e vasta, e popolosa, e fiorente. Baghisiano,
vecchio generale, difendeva a capo degli Emiri la piazza, comandando un
presidio d'uomini a cavallo, fra i sei e i settemila, e di fanti fra i
quindici e i ventimila. Si pretende che vi perirono sotto i colpi delle
spade centomila Musulmani, e giusta i verisimili calcoli, il numero di
questi era inferiore a quel de' Greci, degli Armeni, di que' di Sorìa,
soggiogati, non erano più di quattordici anni, dai Selgiucidi.
Ricigneano questa città alte e salde mura che, giudicandone dai loro
avanzi, s'innalzavano sessanta piedi sopra le valli. E le parti di
questo ricinto, ove era stato adoperato men d'arte e fatica a munirle,
venian supposte difese a bastanza dalle montagne, dalla palude e dal
fiume. A malgrado però delle sue fortificazioni, la città è stata presa
successivamente dai Persiani, dagli Arabi, da' Greci e dai Turchi;
perchè era difficile che una sì vasta circonferenza, qualche punto
debole non offerisse. Nell'assedio che, a mezzo ottobre, i Cristiani ne
impresero, il solo vigore posto nell'eseguirlo, potea scusar l'ardimento
di averlo tentato. Quanti prodigi possono aspettarsi dalla forza e dal
valore, per parte dei campioni della Croce si videro. Costretti sì di
frequente a battersi, or dalle sortite degli assediati, or dalla
necessità di foraggiare, or da quella di difendere le proprie
vettovaglie, e di assalire quelle dell'inimico, ottennero spesse
vittorie, e sol dobbiamo lamentarci dall'esagerazione di chi,
raccontando le prodezze de' Franchi, ogni probabilità oltrepassò. Col
fendente della sua spada[480], Goffredo spaccò in due parti dalla spalla
all'anca un Turco, del cui cadavere cadde una metà, l'altra il corridore
del Franco fino alle porte di Antiochia si trasportò. Roberto di
Normandia, galoppando allo scontro dell'avversario, _pietosamente_
esclamò: «consacro la tua testa ai demonj dell'inferno», e col primo
colpo di sciabola gli fendè il capo insino al petto: ma la realtà o la
fama di tali gigantesche avventure[481], avrà certamente persuasi i
Musulmani, a trincerarsi entro le loro mura, e contro mura di mattoni e
di terra, sono armi impossenti la lancia e la spada. L'ignoranza e la
negligenza de' Crociati, li rendea mal atti a regolare le lunghe e
successive fazioni di un assedio; oltrechè, mancavano e d'intelligenza
per inventare le macchine che le possono agevolare, e di danaro per
provvederle, e d'industria per prevalersene. Nella conquista di Nicea,
eransi maravigliosamente giovati dell'erario e del sapere
dell'Imperatore Alessio, e di questo possente soccorso mal teneano luogo
nel secondo assedio, alcuni legni pisani e genovesi, che il commercio, o
la religione traevano sulle coste della Sorìa. Penuriavasi di
vettovaglie, incerti i modi di provvederle, difficili e pericolose le
comunicazioni. Fosse trascuratezza, o impotenza, i Cristiani non aveano
stretta per ogni lato la città, e due porte di essa, rimaste libere,
assicuravano continuamente nuovi rinforzi e viveri alla guernigione. In
sette mesi d'assedio, i Crociati videro pressochè distrutta la loro
cavalleria, oltre ad uno sterminato numero di soldati, che le fatiche,
la fame e le diffalte lor tolsero; nè intanto alcun considerabile
progresso avevano fatto. E forse più lungo tempo incerto sarebbe stato
l'esito di loro impresa, se lo scaltrito e ambizioso Boemondo, l'Ulisse
de' Latini, le armi dell'inganno e del tradimento non avesse operate.
Antiochia racchiudeva molta mano di malcontenti Cristiani: fra quali
Firuz, rinnegato della Sorìa, godendo il favor dell'Emiro aveva il
comando di tre torri. Costui col farsi merito di un nuovo pentimento,
nascose forse ai Latini, e a sè medesimo, l'obbrobrio della propria
perfidia. Ragione di mutuo interesse avendo pertanto posti in segreta
corrispondenza Firuz e il Principe di Taranto, Boemondo manifestò ai
Duci assembrati in consiglio, come dipendesse da lui il farli entrare
nella città, ma per prezzo del servigio, richiese la sovranità di
Antiochia. Erano quelli a sì dure estremità che dovettero accettare un
partito, da cui sulle prime per gelosia rifuggirono. I Principi francesi
e normanni mandarono ad effetto questa sorpresa, salendo eglino stessi
le scale di corda che venivano lor gettate fuor delle mura. Il contrito
proselito de' Cristiani, colle mani ancora grondanti del sangue d'un suo
fratello, che avea, agli occhi di lui, troppi scrupoli, abbracciò i
servi di Dio e nella città gl'introdusse. Apertesi all'esercito le
porte, i Musulmani sperimentarono che, se era inutile il sottomettersi,
il resistere diveniva impossibile; ma le Fortezze avendo ricusato di
arrendersi, i vincitori si trovarono ben tosto circondati e assediati
dall'esercito innumerevole di Kerboga, Principe di Mosul, che,
accompagnato da vent'otto Emiri, in soccorso d'Antiochia accorreva. Per
venticinque giorni, i Cristiani rimasero in tale stato che speranza di
salvamento non offeriva, e già l'orgoglioso luogotenente del Califfo,
sola alternativa per la morte o la schiavitù, ad essi lasciava[482].
[A. D. 1098]
A tale eccesso di sciagure condotti, raccolsero quante forze lor
rimanevano, e usciti della città, con una vittoria delle più memorande,
distrassero e spersero in un sol giorno tanta copia di Turchi e d'Arabi,
che i vincitori poterono, senza tema di essere contradetti, calcolare a
seicentomila uomini[483] il numero. Porterò fra poco le mie indagini su
quella parte di tal vittoria che al soccorso di confederati
soprannaturali venne attribuita; ma l'intrepida disperazione de' Franchi
fu la cagione naturale della vittoria di Antiochia, e aggiungasi ancora,
la sorpresa, la discordia, e forse gli abbagli degl'ignoranti e
presuntuosi loro avversarj. La confusione di quella giornata si è
frammessa ne' racconti di chi l'ha descritta: non passeremo nullameno
sotto silenzio quanto vi si narra intorno alla tenda di Kerboga, vasto
palagio ambulante, ricco di tutto il fasto dell'Asia, ed atto a
contenere oltre duemila persone. Dalle stesse descrizioni udiamo ancora
che le guardie di Kerboga, in numero di tremila, andavano, non meno de'
lor cavalli, tutte coperte di un'armadura di acciaio.
Finchè durarono l'assedio e la difesa di Antiochia, i Crociati, or
mostraronsi inorgogliti per la vittoria, ora oppressi dalla
disperazione, or notavano nell'abbondanza, or la fame e gli stenti
stremavanli. Un filosofo contemplativo avrebbe ragione d'immaginarsi che
la fede de' Crociati grandemente sugli atti loro operasse, e che i
soldati del vessillo della Redenzione, i liberatori del Santo Sepolcro,
con una vita sobria e virtuosa, si apparecchiassero alla palma del
martirio, ognor presente ai lor guardi. Ma la pia illusione vien
dissipata dalla esperienza: onde rade volte la storia delle guerre
profane offre scene di dissolutezza e di prostituzione da paragonarsi
con quelle che sotto le mura di Antiochia avvenivano. Il boschetto di
Dafne non era più, ma, tuttavia infetto delle antiche corruttele l'aere
della Sorìa, i Cristiani non resistettero nè alle tentazioni inspirate
dalla natura, nè a quelle che la natura respinge[484]; sprezzando essi
l'autorità de' lor Capi, e sermoni ed editti nulla poteano contra
disordini che alla disciplina militare, e alla purezza evangelica
parimente opponeansi. Così ne' primi giorni dell'assedio, come ne' primi
di Antiochia occupata, i Franchi dissiparono con tutta la prodigalità
della spensieratezza quelle vettovaglie, che una frugale economia
avrebbe fatto durare per molte settimane e per molti mesi; que'
devastati dintorni non poteano più somministrar loro alcuna cosa, nè
andò guari che l'esercito de' Turchi dal quale erano circondati, li
privò d'ogni comunicazione coll'interno del paese. Le infermità,
compagne inseparabili della fame, acquistarono maggiori gradi di
malignità dalle piogge del verno, dai calori della state, dal mal sano
nudrimento, dall'affollamento stesso della moltitudine. Le schifose
pitture della peste e della fame essendo sempre le medesime, la nostra
immaginazione può facilmente additarci, quai fossero i patimenti di
questi sciagurati, quali le misere provvisioni per cui si studiavano di
alleviarli. Quanto rimanea de' tesori e delle prede veniva da essi con
larga mano adoperato a procacciarsi i più vili alimenti. Quali saranno
state le angosce del povero, se il conte di Fiandra e Goffredo, dopo
avere pagato quindici marchi d'argento per una capra, e altri quindici
per un cammello etico,[485] si videro costretti l'uno a mendicare un
pranzo, l'altro a cercare in prestito un cavallo! Sessantamila cavalli
passati dianzi in rassegna nel campo, trovavansi prima del terminar
dell'assedio, ridotti a soli duemila. L'infiacchimento del corpo, e i
terrori dell'immaginazione, avendo ammorzato l'entusiasmo de'
pellegrini, l'amor della vita[486] divenne più forte de' sentimenti
dell'onore e della religione. Fra que' Capi nullameno possono
annoverarsi tre eroi, da tema e demerito serbatisi immuni. Goffredo di
Buglione che la sua pietà magnanima sostenea; Boemondo per impulso
d'ambizione e di personale interesse; e Tancredi, il quale, siccome
verace Cavaliere, protestò che sintantochè gli sarebbero rimasti
quaranta compagni per seguirlo, non avrebbe abbandonata la spedizione
della Palestina. Ma il conte di Tolosa e di Provenza infermò, e finta ne
fu sospettata la malattia; le censure della Chiesa richiamarono dalle
coste marittime il Duca di Normandia. Ugo il Grande, benchè comandasse
l'antiguardo dell'esercito, si valse di un pretesto equivoco per
ritornarsene in Francia: Stefano di Chartres abbandonò obbrobriosamente
lo stendardo nelle sue mani affidato e il Consiglio cui presedeva; i
soldati ogni coraggio perdettero in veggendo partire Guglielmo Visconte
di Melun, che i colpi vigorosi della sua azza da guerra avean fatto
soprannomare il _Carradore_; i devoti rimasero scandalezzati della
caduta di Piero l'Eremita, che dopo avere armata tutta l'Europa contro
dell'Asia, alle molestie d'un forzato digiuno tentò sottrarsi. I nomi di
tant'altri guerrieri che mancarono di coraggio, vennero cancellati, come
si esprime uno storico, dal libro di vita; e coll'epiteto ignominioso di
ballerini da corda furono qualificati que' tanti che, per fuggire da
Antiochia, ne scalarono di notte tempo le mura. L'Imperatore Alessio che
pareva movesse in soccorso de' Latini[487], atterrì in udendo come ad
estremo caso fosser ridotti. Tutti in preda ad una tetra disperazione,
quasi aspettavano omai con tranquillità il loro destino. Vane tornarono
le prove de' giuramenti e delle punizioni, talchè per costringerli i
soldati a difender le mura, fu di mestieri metter fuoco alle case ove
stanziavano.
Eppure quello stesso fanatismo, che a quasi inevitabile distruzione gli
aveva condotti, li fece uscire vittoriosi di un tal pericolo. In una
tale spedizione, in mezzo ad un esercito di simil natura, frequenti e
famigliari esser doveano le visioni, le profezie ed i miracoli. Questi,
nel durare de' patimenti che i Cristiani soffersero in Antiochia, si
ripeterono con maggior forza e con istraordinario buon successo. Ora
sant'Ambrogio aveva assicurato un pio Ecclesiastico che il momento della
grazia e della liberazione esser dovea preceduto da due anni di prova.
Or narravasi di alcuni disertori arrestati da Cristo comparso in persona
per rampognarli; i morti si erano obbligati ad uscire fuor dalle tombe
per combattere a fianco de' proprj fratelli. La Vergine aveva ottenuto
ai Franchi il perdono de' lor peccati, e la confidenza di ognuno fu
invigorita dalla fausta e luminosa scoperta della _Santa Lancia_[488].
In tali estremità, molto lodata venne la politica di que' duci, e
certamente almeno meritevole era di scusa. Ma di rado, una pia frode in
mezzo ad un numeroso consiglio può concertarsi; bensì un impostore
volontario avea di che fondarsi sull'appoggio degli uomini istrutti e
sulla credulità popolare. Un prete, nomato Pietro Bartolommeo, della
diocesi di Marsiglia, fornito di un ingegno rozzamente artificioso, e
de' cui costumi era sospetta la fama, si mostrò alla sala del Consiglio
per rivelare ivi, come Sant'Andrea gli fosse apparso per tre volte
durante il sonno, e dopo minacciategli terribili punizioni, se ai
comandi del Cielo osava resistere, così gli avesse parlato: «In
Antiochia, nella chiesa di mio fratello, San Pietro, vicino all'Altar
Maggiore, si troverà, scavando sotterra, il ferro che percosse il
costato del nostro Redentore. Fra tre giorni, questo strumento
dell'eterna salute verrà manifestato ai suoi discepoli, e la liberazione
de' medesimi opererà. Cercate, e troverete. Sollevate questo mistico
ferro in mezzo all'esercito, e andrà a ferire fino nell'anima i
miscredenti». Il vescovo di Puy, Legato del Papa, mostrò di ascoltare,
con indifferenza e poca fiducia, la rivelazione del prete marsigliese;
ma avidamente l'accolse il Conte Raimondo, che questo suo fedele suddito
aveva prescelto, a nome dell'appostolo, per essere guardiano della Santa
Lancia. Deliberatosi di tentare l'esperimento, nel terzo giorno indicato
dalla profezia, il messo di S. Andrea, dopo essersi, com'era
convenevole, a ciò preparato col digiuno e colla preghiera, introdusse
nel tempio dodici spettatori di sua confidenza, nel cui novero il Conte
Raimondo e il Cappellano di lui computavansi; sbarrate vennero le porte
per evitare l'affoltamento delle turbe impazienti di verificare il
prodigio. Si cominciò lo scavamento nel luogo che era stato accennato;
ma gli operai che si davano la muta, dopo essere scesi co' loro ordigni
fino alla profondità di dodici piedi, non quindi rinvenivano quanto
cercavasi. Solamente la sera, allorchè il Conte si fu ritirato alle sue
stanze, e quando gli spettatori, stanchi incominciavano a bisbigliare,
Bartolommeo in camicia, e dopo essersi levate le scarpe, si calò
coraggiosamente entro la fossa. L'oscurità dell'ora e del luogo, gli
agevolò l'artifizio di celare in quella cavità il ferro di una lancia
che a qualche Saracino avea appartenuto. Al primo suono, al primo
scricchiolar dell'acciaro, venne salutato fra acclamazioni di divozione
e di gioia. Toltala quindi dal luogo ov'era stata nascosta, la Santa
Lancia venne avvolta in un velo di seta ricamato, ed esposta alla
venerazione de' Crociati. Da quel momento le angosce loro in grida di
giubilo e di entusiasmo si convertirono, e il rinato entusiasmo restituì
alle scoraggiate truppe l'antico valore. Qualunque sia stata la parte
che a tale avvenimento ebbero i Capi, e che che si pensassero della
cosa, certamente un sì felice cambiamento, per tutte le vie suggerite
dalla disciplina e dalla Religione, protessero. Rimandati vennero ai
loro alloggiamenti i soldati, raccomandatosi ai medesimi di
affortificare il corpo e l'anima per essere in tutto apparecchiati al
prossimo combattimento; consumassero senza tema le ultime vettovaglie e
i foraggi, aspettando allo schiarire del nuovo giorno il segnale della
vittoria. Ricorrendo alla domane la festa de' SS. Pietro e Paolo, le
porte di Antiochia si apersero, ed una processione di preti e monaci
uscì cantando il salmo di guerra.
La battaglia fu ordinata in dodici corpi ad onore de' dodici Appostoli;
il cappellano di Raimondo ebbe, a nome e vece del suo Signore,
l'incarico di portare la Santa Lancia. La possa di questa reliquia, o
trofeo, si fece sentir fortemente non solo ai servi di Cristo, ma forse
anche a quelli che nemici ne erano[489]. E ad invigorirla contribuì il
caso, o uno stratagemma, o la voce sparsasi di un nuovo miracolo. Tre
cavalieri vestiti di bianco e di splendenti armadure coperti, furono
veduti uscire delle montagne. Ademaro, Legato pontifizio esclamò essere
eglino i martiri San Giorgio, San Teodoro e San Maurizio. Il tumulto
delle pugne non avendo lasciato il tempo nè di dubitare, nè di avverare
le cose, favorevole si fu la creduta apparizione ad abbagliare gli occhi
e la fantasia, di un esercito di fanatici. Così ne' momenti del
pericolo, come ne' primi della vittoria, non vi fu chi sulla veracità
della rivelazione di Bartolommeo Marsigliese mostrasse dubbio; ma in
mezzo alla calma che venne dopo, gli onori e le copiose elemosine che la
dignità di guardiano della Santa Lancia al Conte di Tolosa produsse, nel
moverli ad invidia, risvegliarono la ragione nelle menti de' suoi
rivali. Un Cherco normanno osò esaminare con occhio filosofico le
credibilità della leggenda, le circostanze della scoperta, la
riputazione del Profeta: per lo che il pio Boemondo meramente ai meriti
e all'intercessione di Gesù Cristo attribuì la liberazione dei Crociati.
I clamori e l'armi de' Provenzali, per qualche tempo, questo Palladio di
lor nazione difesero; e nuove visioni annunziavano la morte e la
dannazione degli empj che con scettica esitanza si facessero solamente
lecito di movere indagini sul merito, o sulla realtà della scoperta. Ma
l'incredulità prevalse, e costrinse Bartolommeo ad assoggettare ad un
Giudizio di Dio la verità delle cose che avea rivelate e la propria
vita. Innalzatasi in mezzo al campo una catasta di fascine secche, alta
quattro piedi e lunga quattordici, e mentre l'impeto delle fiamme a
quattordici cubiti le sollevava, il prete marsigliese venne obbligato ad
attraversare un sentiero non più largo d'un piede che in mezzo alla
fornace lasciato erasi aperto. A malgrado di sua destrezza ed agilità,
lo sciagurato ne riportò il ventre e le coscie arrostite, onde in
termine di ventiquattro ore spirò, sempre protestandosi e veritiero, e
innocente, le quali proteste saranno forse di qualche peso appo le
menti, a credere molto inclinate. Indarno i Provenzali si adoperarono a
sostituire una croce, o un anello, o un tabernacolo alla Santa Lancia,
la cui sola ricordanza fatta erasi argomento a dileggio[490]. Pur chi il
crederebbe? Gli storici de' secoli successivi hanno con gravità
attestata la rivelazione di Antiochia, e tali progressi può fare la
credulità, che miracoli de' quali fu dubitato ne' tempi, e nelle
contrade ove nacquero, dalle età più lontane, e in luoghi da queste
contrade remoti, con implicita fede vengono accolti.
La prudenza o la buona sorte de' Franchi fatto avea che differissero la
loro spedizione sino al momento che l'Impero de' Turchi declinava[491].
Sotto il vigoroso governo de' tre primi sultani la pace e la giustizia
tenea i reami dell'Asia congiunti. Gli innumerabili eserciti che quei
principi conduceano in persona, pareggiavano in valore quelli de'
Barbari dell'Occidente, in disciplina li superavano; ma ne' giorni delle
Crociate, quattro figli di Malek-Sà, se ne disputavano scambievolmente
il retaggio. Intesi affatto alle cure di personale ambizione, poco il
rischio pubblico li commovea: e la variabilità de' successi di questi
pretendenti, rendea incerti, e non curanti i principi lor vassalli sulla
parte cui serbar dovevano fedeltà. I vent'otto Emiri che sotto gli
stendardi di Kerboga pugnarono, o suoi rivali erano, o suoi nemici.
Quell'esercito vedeasi composto di soldatesche raunate affrettatamente
nelle città, e nelle tende della Sorìa e della Mesopotamia, intanto che
le vecchie bande interteneansi di là dal Tigri in civili guerre
struggendosi. Tal momento di debolezza e discordia sembrò opportuno al
Califfo d'Egitto per ricuperare gli antichi possedimenti. Il suo sultano
Afdal, dopo avere assediate Tiro e Gerusalemme, scacciati i figli di
Ortok, restaurò nella Palestina l'autorità civile ed ecclesiastica de'
Fatimiti[492]. Intesero con sorpresa come numerosi eserciti di Cristiani
fossero passati d'Europa in Asia, e si allegrarono di assedj e
combattimenti, atti a distruggere la possanza de' Turchi, persecutori
della lor setta, avversi alla lor monarchia: ma questi Cristiani
medesimi erano nemici giurati del Profeta, e dopo avere conquistata
Nicea ed Antiochia, doveano per lo scopo di loro impresa, i cui motivi
già cominciavano ad essere palesi, trasferirsi sulle rive del Giordano,
e su quelle forse del Nilo. La Corte del Gran Cairo entrò co' Latini in
corrispondenza di lettere e messaggi, il cui stile, giusta le variate
vicende della guerra mansueto, o superbo mostravasi, e lo scambievole
orgoglio di questi negoziatori, dall'ignoranza e dall'entusiasmo degli
uni e degli altri, prendeva origine. I ministri del sultano d'Egitto, or
con tuono imperioso chiarivano, or con più cortesi modi rimostravano,
che il lor monarca, vero e legittimo comandante de' Credenti, avea dalla
tirannide de' Turchi liberata Gerusalemme, e poter liberamente i
pellegrini visitare il Sepolcro di Gesù Cristo, ove con modi oltre ogni
dire amichevoli verrebbero accolti, purchè disarmati, e in successivi
drappelli, vi sì trasportassero. Vi fu un istante, che il Califfo
Mostali, credendoli inevitabilmente perduti, ne sprezzò l'armi, e fece
imprigionare i loro messaggieri; ma la conquista e la vittoria di
Antiochia la costui alterigia repressero, onde reputò espediente cosa il
procurare di affezionarsi questi formidabili campioni, presentandoli di
cavalli, di vesti di seta, di vasellami, e di borse d'oro e d'argento.
Giusta l'idea che il ridetto Califfo erasi fatta del merito e della
autorità de' medesimi, Boemondo teneva la prima sede, Goffredo la
seconda. Non cambiando cuore per varietà di vicissitudini, i Crociati
stettero fermi in rispondere, che alieni dall'esaminare i diritti
particolari di ciascun settario di Maometto, l'usurpatore di
Gerusalemme, qualunque ne fosse il nome, o il paese, aveano per nemico;
quindi lo consigliavano, che invece di additar loro i modi, o i patti
del pellegrinaggio, si attenesse al più prudente partito di consegnare,
come lor sacro e legittimo retaggio, ai Crociati la città e la
provincia: e aggiungevano non aver egli altra via per serbarseli amici,
e sottrarsi alla rovina che lo minacciava[493].
Ciò nulla meno, mentre questa meta gloriosa della loro impresa vedean sì
vicina, che toccarla quasi pareano, non assalirono la città di
Gerusalemme, che dieci mesi dopo sconfitto Kerboga. Nel momento della
vittoria si affievolirono lo zelo e l'ardor de' Crociati, i quali,
anzichè profittare, col maggiormente innoltrarsi, del terrore che aveano
per ogni dove diffuso, solleciti apparvero di sbandarsi per godere
meglio le molli delizie della Sorìa. Forse un sì inconcepibile indugio,
non meno a mancanza di subordinazione, che ad estenuata forza, vuol
essere attribuito. Nelle penose e variate fazioni dell'assedio di
Antiochia, avean perduta tutta la loro cavalleria, e migliaia di
guerrieri d'ogni grado, o disertori, o rimasti vittime della penuria e
delle infermità. L'abuso stesso che fecero dell'abbondanza, una terza
carestia generò; onde l'avvicendarsi della fame e degli effetti della
dissolutezza, portò nel campo un morbo pestilenziale, cui cinquantamila
pellegrini soggiacquero. Pochi in istato di comandare, tutti ricusavano
d'obbedire. Le private querele, in mezzo al comune rischio sopite, con
maggior impeto, o certamente colla stessa acerbità di astio,
rinnovellaronsi: i buoni successi di Baldovino e di Boemondo, la gelosia
de' lor colleghi aizzavano: i più valenti cavalieri arrolavansi per
correre in difesa de' nuovi acquisti: il conte Raimondo, inteso ad una
spedizione inutile nelle parti interne della Sorìa, le sue genti e i
suoi tesori stremava. Così il verno tra le discordie e la confusione
trascorse: alcune scintille d'onore e di religione si ridestarono in
primavera, perchè i semplici soldati meno scossi dalle passioni
dell'ambizione e della invidia, mandando grida d'indignazione, scossero
i duci dall'indolenza in cui si giacevano. Nel mese di Maggio (A. D.
1099), gli avanzi di questo esercito poderoso, ridotti a quarantamila
uomini (e fra questi, sol ventimila di fanteria, e mille cinquecento a
cavallo, in istato erano di servire) s'innoltrarono da Antiochia a
Laodicea, senza incontrare ostacoli nel cammino, che tennero tra la
costa marittima e il monte Libano. Abbondantemente li fornirono di
vettovaglie i legni di commercio genovesi e pisani che, lungo il mare,
li secondavano, oltre alle forti contribuzioni che ritrassero dagli
Emiri di Tripoli, Tiro, Sidone, Acri e Cesarea, da' quali ottennero il
passaggio e la promessa di uniformarsi al destino che avrebbe corso
Gerusalemme. Da Cesarea si portarono fino in mezzo al paese, ove i
cherci riconobbero le tracce della geografia sacra di Lidda, Ramla,
Emaus, e Betlemme; ma non sì tosto scoperta ebbero la Santa Città, i
Crociati, tutt'altra cura dimenticando, pensarono a chiedere la
ricompensa delle loro fatiche[494].
[A. D. 1099]
Dal numero e dalla difficoltà de' suoi memorabili assedj, Gerusalemme un
qualche lustro ha ottenuto. Sol dopo lunghi e sanguinosi combattimenti,
Babilonia e Roma trionfarono un giorno dell'ostinatezza del popolo, e
degli ostacoli che opponea loro un terreno sì discosceso, da rendere
inutile ogni altra fortificazione; e aggiungasi che le mura erano munite
di torri, valide a difendere la più accessibil pianura[495]. Però nel
secolo delle Crociate, una parte di questi ostacoli non incontravasi. La
rovina assoluta di quei baloardi, mal emendarono le nuove restaurazioni.
Certamente, la dominazione de' Giudei, e del loro culto, era sbandita da
Gerusalemme per sempre, ma la natura non cambia cogli uomini, e il sito
di quella città, benchè spianati alquanto ne fossero gli ingressi, potea
tuttavia dar lungo indugio agli sforzi di un assalitore. La esperienza
di un assedio recente, e tre anni di possedimento, aveano fatti accorti
i Saracini d'Egitto sui difetti di una Fortezza, che l'onore e la
religione, vietavano ad essi di abbandonare, e sui modi più giovevoli ad
assicurarsela. Aladino, o Istikar luogotenente del Califfo, comandante
di Gerusalemme, adoperavasi a tenere in freno i Cristiani, che entro
quelle mura abitavano, col minacciare distruzione ad essi e al Santo
Sepolcro; il valore de' Musulmani eccitava colla speranza della
ricompensa che in questo, e in un miglior Mondo, aspettavanli. Viene
assicurato, che la guernigione era composta di quarantamila Turchi, o
Arabi, e se fosse vero che il comandante potè armare inoltre più di
ventimila abitanti, certamente l'esercito degli assediati avrebbe
superato in numero quello degli assalitori[496]. Supposto ancora che i
Latini fossero stati tanti, da potere circondare la città, che avea
quattromila verghe (circa due miglia inglesi e mezzo) di
circonferenza[497], a qual pro sarebbero essi discesi nella valle di
Ben-Himmon, e verso il torrente di Cedron[498]? A qual pro guardare i
precipizj di ostro e di levante, d'onde non aveano cosa da temere o
sperare? Si attennero al partito di fare scopo principale d'assedio, le
parti settentrionali e occidentali della città. Goffredo collocò il suo
stendardo sulla prima eminenza del monte Calvario. Verso sinistra, e
sino alla porta di S. Stefano, la linea degli assalitori prolungavano i
due Roberti e Tancredi: nell'intervallo posto fra la rocca e il monte
Sion, non più parte interna della città, il Conte Raimondo accampò. Nel
quinto giorno i Franchi diedero assalto generale, mossi dalla fanatica
speranza di rovesciare le mura, senza il ministerio di macchine, e di
scalarle, privi di scale. L'impeto degli operati sforzi li fe' padroni
del primo steccato, ma poi respinti vennero con perdita fino al loro
campo. Il troppo frequente abuso de' pii stratagemmi avendo distrutta la
possanza delle visioni e delle profezie, ognun si persuase che il
valore, le fatiche e la perseveranza, erano le sole vie per conseguir la
vittoria. L'assedio non durò più di quaranta giorni, ma furono quaranta
giorni di stenti e di calamità. Per vero dire l'appetito vorace ed
improvvido dei Latini, avrà avuta parte nelle lamentanze di penuria,
così spesso rinnovellate; ma gli è anche certo che il suolo sassoso di
Gerusalemme non somministra acqua, pressochè di sorta alcuna, e le tenui
sorgenti e i rivi che vi sono, l'ardor della state avea disseccati: nè
poteano a questo inconveniente rimediar gli assedianti con acquidotti o
cisterne, vantaggio di cui godeano gli assediati. Que' dintorni
mancavano parimente d'alberi per ripararsi dal Sole, o fabbricare
capanne; i Crociati, nondimeno, scopersero in una caverna alcuni pezzi
di legno di una considerabile dimensione. Venne inoltre tagliato presso
a Sichem, un bosco che è la foresta incantata del Tasso[499]. Tancredi,
continuo nel dar prove di coraggio e di abilità, giunse a far
trasportare nel campo, i materiali opportuni; e artefici genovesi,
trovatisi per ventura nel porto di Giaffa, costrussero le macchine per
condurre a fine l'assedio. Il Duca di Lorena e il Conte di Tolosa,
fecero innalzare a proprie spese, e ne' loro campi, due torri sulle
ruote, che condotte furono, non ai luoghi i più accessibili delle
fortificazioni, ma verso quelli che erano i più trascurati. Il fuoco
degli assediati incenerì la torre di Raimondo; ma il collega di lui fu
ad un tempo più vigilante e felice. Giunti i suoi arcieri a fare sgombri
di nemici i baloardi, i Latini abbassarono il ponte levatoio, e in un
venerdì, a tre ore pomeridiane, giorno e tempo della morte del
Redentore, Goffredo Buglione, si mostrò vincitore sulle mura di
Gerusalemme. Da ogni banda i Crociati cui si facea sprone il valore del
duce, l'esempio di lui imitarono, e quattrocento sessant'anni dopo la
conquista di Omar, i Cristiani tolsero al maomettano giogo la Santa
Città. Patteggiato aveano gli assedianti, che nel saccheggio della città
e delle ricchezze di privati, avrebbero rispettato il diritto di
possesso del primo occupante; e le spoglie della grande Moschea,
settanta lampade, e molta copia de' vasellami d'oro e d'argento,
divenute compenso alle gloriose fatiche di Tancredi, diedero campo di
segnalarsi alla generosità dell'eroe. I servi del Dio de' Cristiani,
essendosi nel loro accecamento avvisati, che sanguinosi sagrifizj gli
sarebbero accetti, il loro furore implacabile e dalla resistenza
irritato, non perdonò a debolezza, di sesso e di età. Durata per tre
giorni la strage[500], l'infezione de' cadaveri un morbo epidemico
generò. Dopo avere passati a fil di spada settantamila Musulmani, e arsi
vivi nelle lor sinagoghe gli Ebrei, i Cristiani conservarono ancora un
grande numero di prigionieri, che l'avarizia o la stanchezza di tanto
macello, persuase loro di risparmiare. Fra questi feroci eroi della
Croce, Tancredi fu il solo che desse a divedere alcun sentimento di
compassione: benchè non possiamo negare qualche encomio alla interessata
clemenza di Raimondo, che concedè una capitolazione e un salvocondotto,
alla guernigion della rocca[501]. Così liberato finalmente il Santo
Sepolcro, i vincitori, tinti ancora di sangue, a sciogliere il voto si
prepararono. Con capo e piedi ignudi, col cuor contrito e in umil
postura, ascesero il Calvario in mezzo alle antifone, intonate ad alta
voce dal Clero; nè potendo staccare le labbra dalla pietra che avea
coperto il Salvatore del Mondo, questo monumento della lor redenzione,
di lagrime di gioia e di penitenza innondarono. Due filosofi hanno
riguardato sotto aspetti diversi, questa stravagante mescolanza di
passioni, le più feroci e le più tenere; l'un d'essi, facile e naturale
la trova[502], l'altro assurda e incredibile[503], e ciò forse dipende
dall'averla questo secondo, attribuita ai medesimi individui, nè
distinti i momenti. La pietà del virtuoso Goffredo, destò quella de'
suoi compagni, che purificando i corpi, le proprie anime ancora
purificarono; ma duro fatica a credere, che quelli fra essi più feroci
nell'ora del saccheggio e della strage, si mostrassero poi i più
esemplari nella processione al Santo Sepolcro.
[A. D. 1099]
Otto giorni dopo questo memorabile avvenimento, cui andò innanzi la
notizia della morte di Papa Urbano, i duci Latini procedettero
all'elezione di un Re, che difendesse e governasse le conquiste della
Palestina. Ugo il Grande e Stefano di Chartres, per la loro ritirata
molto scapitarono di rinomanza, e vi volle in appresso una seconda
Crociata, e la illustre morte alla quale soggiacquero, perchè la lor
gloria riguadagnassero. Baldovino avea posta in Edessa, Boemondo in
Antiochia la sua residenza; i due Roberti, il Duca di Normandia e il
Conte di Fiandra[504], ad incerte pretensioni e a troni mal saldi, i
loro Stati ereditarj dell'Occidente anteposero. Per sua ambizione e
gelosia fu biasimato dai compagni Raimondo; per lo che l'esercito, con
una scelta libera, giusta e necessaria acclamò Goffredo di Buglione, il
primo e il più degno campione della Cristianità. L'eroe accettò un
deposito, cui pericoli non minori della gloria si univano; ma in una
città, ove il Salvatore dell'uman genere, era stato coronato di spine,
ricusò il titolo e gli onori della monarchia; e fondatore di un regno,
si contentò del modesto nome di difensore e barone del Santo Sepolcro.
Il regno del medesimo che per mala ventura de' sudditi suoi, non durò
oltre un anno[505], corse gravi pericoli, quindici giorni dopo fondato,
per l'avvicinarsi del Visir o Sultano d'Egitto, che, non avendo potuto
giugnere in tempo per impedire la caduta di Gerusalemme, affrettavasi
coll'ansietà di trarne vendetta. Ma nella giornata di Ascalon (A. D.
1099), egli ebbe tal rotta, che fe' più salda la dominazione de' Latini
nella Sorìa, e apportò nuovo lustro al valore de' duci Franchi, i quali,
dopo questa azione campale, per lungo tempo dalla Palestina e dalle
sante guerre si congedarono. Nella battaglia di Ascalon, poterono i
Crociati gloriarsi parimente della sterminata sproporzione di numero,
che fra le due parti combattenti osservavasi. Nè mi arresterò a noverare
le migliaia di soldati, così di cavalleria come di fanteria, che
formavano l'esercito de' Fatimiti; perchè, eccetto tremila Etiopi, o
Negri armati di staffili di ferro, i Barbari meridionali, dopo il primo
impeto, datisi alla fuga, dimostrarono quanto immensa differenza vi
fosse, fra l'intrepido valore de' Turchi, e l'effeminata viltà de'
nativi Egiziani. Dopo avere appesa dinanzi al Santo Sepolcro, la
bandiera e la spada del Sultano, il nuovo Re (o almeno l'eroe ben
meritevole di questo titolo), abbracciò per l'ultima volta i compagni
delle sue fatiche, e il solo d'essi ch'ei potè serbarsi appresso per
difendere la Palestina, fu il prode Tancredi con trecento uomini a
cavallo, e duemila fanti. Ma si vide ben tosto assalito da quel solo
nemico, contro il quale mancasse di coraggio, Goffredo. Morto per
l'ultima peste di Antiochia Ademaro, uomo rilevantissimo nelle azioni e
nei consigli, gli altri Ecclesiastici non serbarono della propria indole
che l'avarizia e l'orgoglio, talchè per via di sediziosi clamori, avean
fatto valere le lor pretensioni, affinchè prima d'un Re un vescovo si
eleggesse. Avendo il Clero latino usurpate le rendite e la giurisdizione
del Patriarca, le accuse di eresia e di scisma mosse a danno de' Greci,
e degli abitanti della Sorìa, valsero ad escludere questi dal
concorso[506]; per lo che, oppressi dal ferreo giogo de' loro
liberatori, i Cristiani orientali la tolleranza de' Califfi arabi si
augurarono. Damberto, Arcivescovo di Pisa, da lungo tempo iniziato ne'
segreti della romana politica, avendo condotta in soccorso de' Crociati
una flotta di suoi concittadini, fu nominato, senza trovare opposizione,
Capo temporale e spirituale della Chiesa[507]. Cotesto nuovo Patriarca
non tardò ad impadronirsi dello scettro, che era prezzo del sangue e
delle fatiche de' pellegrini guerrieri; e Goffredo, e Boemondo, si
sommisero a ricevere dalle mani di costui l'investitura dei loro
possedimenti. Questo omaggio ancora sembrò poco a Damberto, che la
proprietà immediata di Giaffa e di Gerusalemme voleva per sè. Invece di
opporre all'ingiusta pretensione un franco e assoluto rifiuto, il
guerriero negoziò col Sacerdote; la Chiesa ottenne una quarta parte
delle due città, il modesto Prelato, riserbò a sè il diritto
contingibile sul rimanente, ogni qual volta o Goffredo morisse privo di
figli, o la conquista del Cairo o di Damasco un nuovo regno gli
assicurasse.
Che se il Pisano non usavagli almeno la condiscendenza di lasciargli
questo precario usufrutto, il conquistatore vedeasi spogliato quasi per
intero del nascente suo regno, che Gerusalemme e Giaffa, e una ventina
di piccole città e villaggi di que' dintorni sol racchiudea[508]. Si
arroge che, in uno spazio sì poco esteso, i Maomettani possedevano
diverse inespugnabili Fortezze; onde e agricoltori, e mercadanti, e
pellegrini vedeansi continuamente ad ostilità avventurati. Gli sforzi di
Goffredo, de' due Baldovini, che succedettero al trono, maggior
tranquillità procacciarono appresso ai Latini; gli Stati de' quali
finalmente, mercè molte fatiche e pugne, trovaronsi adeguati, in
estensione però, non nel numero degli abitanti, agli antichi regni
d'Israele e di Giuda[509]. Dopo che le città marittime di Laodicea,
Tripoli, Tiro e Ascalon[510] a suggezione furon ridotte, e molto in ciò
operarono le flotte di Venezia, di Pisa, di Genova, e pur di Fiandra e
di Norvegia[511], i pellegrini di Occidente da Scanderoon sino alle
frontiere dell'Egitto tutta quella costa marittima possedettero. Il
principe di Antiochia non volle riconoscere la supremazia del re di
Gerusalemme, ma vassalli a questo si protestarono i conti di Edessa e di
Tripoli. Così esteso avendo i Latini il loro regno oltre l'Eufrate, i
Musulmani, delle conquiste fatte in Sorìa[512], non conservarono che le
sole quattro città; Hems, Hamah, Aleppo e Damasco. Le leggi, la lingua,
i costumi e i titoli della nazione francese e della Chiesa latina
vennero in queste colonie di oltremare adottati. Giusta le norme della
giurisprudenza feudale, i principali Stati e le baronie a questi
soggette, passavano agli eredi, così in linea maschile come
femminina[513]; ma il lusso e il clima dell'Asia la discendenza
mescolata e tralignata de' primi conquistatori distrussero[514]; e
l'arrivo di nuovi Crociati dall'Europa era un avvenimento incerto, sul
quale non potea farsi conto. Il numero de' vassalli obbligati al
militare servigio a seicentosessantasei cavalieri ascendea[515], che
poteano sperare un soccorso d'altri dugento capitanati dal conte di
Tripoli. Ciascun cavaliere marciava armato alla pugna, e quattro
scudieri, o arcieri a cavallo il seguivano[516]; le chiese e le città
somministravano cinquemila settantacinque _sergenti_, probabilmente
soldati di fanteria; laonde, calcolata ogni cosa, le forze regolari di
questo reame non oltrepassavano di numero gli undicimila uomini,
meschina difesa contra le innumerevoli truppe di Turchi e di
Saracini[517]. Ma d'altra sicurezza la città di Gerusalemme godea, e
fondavasi su i Cavalieri[518] dell'Ospitale di S. Giovanni, e del Tempio
di Salomone[519]; stravagante collegamento delle vite, monastica e
militare, che, suggerito, non v'ha dubbio, dal fanatismo, la politica
dovette approvare. Il fiore della Nobiltà europea aspirava a portar la
Croce e a profferire i voti di questi ragguardevoli Ordini, che quanto a
disciplina e valore in veruna occasione non si dismentirono. La
donazione di ventottomila Signorie, di cui si videro ben tosto
arricchiti[520], diede ad essi abilità di mantenere truppe regolari di
cavalleria e fanteria che difendessero la Palestina. Ma presto fra
l'armi l'austerità monastica si dileguò; e per avarizia, orgoglio,
corruttela di costumi, questi frati guerrieri tutto il Mondo cattolico
scandalezzarono, armando pretensioni di immunità e giurisdizione:
turbato venne per essi il buon accordo della Chiesa e dello Stato, e le
loro gare mosse da scambievole gelosia, minacciavano ad ogn'istante la
pubblica tranquillità. Pure sino allorquando più forti erano le costoro
sregolatezze, i Cavalieri ospitalieri e templarj serbarono il lor
carattere di fanatismo e d'intrepidezza; trascurando di vivere sotto le
leggi di Gesù Cristo, pronti in ciascun'ora mostravansi a morire in
difesa delle sue bandiere; e fu questa Instituzione, che dal Santo
Sepolcro all'isola di Malta trasportò quello spirito di cavalleria da
cui le Crociate ebbero origine, e che le Crociate mantennero[521].
[A. D. 1369]
Lo spirito di libertà che in mezzo alle istituzioni feudali trapela,
parlava con tutta la sua forza ai campioni volontarj della Croce, che
fra tanti Capi, elessero per comandar loro il più degno: onde un modello
di politica libertà si stanziò fra gli schiavi dell'Asia, incapaci di
apprezzarlo, o di seguirne l'esempio. Le leggi di questo reame francese
dalle sorgenti le più pure della giustizia e della eguaglianza derivano.
La prima, e più indispensabile condizione delle medesime, è il consenso
di coloro dai quali obbedienza pretendono, e per la cui felicità sono
fatte. Non appena Goffredo di Buglione ebbe accettata la suprema carica
del Governo, si mostrò e pubblicamente, e privatamente sollecito di
consultare quelli fra i pellegrini, che delle leggi e delle costumanze
d'Europa meglio erano istrutti. Col soccorso di tali nozioni, e munito
de' consigli e dell'approvazione del Patriarca e de' Baroni, del Clero e
del Popolo, Goffredo compose le _Assise_ di Gerusalemme[522], prezioso
monumento di feudale giurisprudenza. Questo nuovo codice contrassegnato
dal sigillo del Re, del Patriarca, e del Visconte di Gerusalemme, venne
deposto nel Santo Sepolcro, perfezionato a mano a mano, e
rispettosamente consultato, ogni qualvolta nasceano casi dubbiosi ne'
tribunali della Palestina. Comunque i Franchi di Palestina, allorchè
perdettero la città, ed il Regno, _tutto perdessero_[523]; una gelosa
tradizione serbò i fragmenti della Legge Scritta[524], e una incerta
pratica di quegli Statuti fino alla metà del secolo decimoterzo.
Giovanni d'Ibelin, Conte di Giaffa, uno de' principali feudatarj,
scrisse di bel nuovo il Codice[525], e nell'anno 1369, ebbe terminato di
rivederlo ad uso del reame latino di Cipro[526].
Due tribunali d'impari dignità, instituiti da Goffredo di Buglione dopo
la conquista di Gerusalemme, manteneano la giustizia e la libertà della
Costituzione. Il Re presedeva in persona la Corte suprema o Consiglio
de' Baroni, i quattro primarj de' quali erano: il Principe di Galilea,
il Signore di Sidone e di Cesarea, i Conti di Giaffa e di Tripoli, e a
questi s'aggiugnea forse il Contestabile o il Maresciallo[527], tutti
pari e giudici gli uni degli altri. I Nobili che ricevevano
immediatemente l'investitura delle proprie terre dalla Corona, aveano
potere ed obbligo di sedersi alla Corte del Re, e di giurisdizione,
simile alla regia, usavano nell'assemblea dei feudatarj che ad essi
erano subordinati. La dependenza del vassallo verso il suo signore, per
volontaria ed onorevole aveasi: l'uno dovea rispetto al suo protettore:
l'altro protezione al suo inferiore, e mutuamente impegnavano la lor
fede, talchè, da entrambi i lati, l'obbligazione potea rimanere sospesa
per incuria, per oltraggio annullata. Il clero erasi arrogata la
giurisdizione su i matrimonj ed i testamenti, siccome cosa che alla
Religion pertenea; ma la Corte suprema giudicava ella sola tutti gli
affari civili e criminali de' Nobili, i diritti di successione, le
trasmissioni de' Feudi. Ciascun individuo di essa era giudice e custode
del diritto pubblico, e avea l'obbligo di servire, colla voce e colla
spada, il suo supremo signore; ma ogni qualvolta un ingiusto feudatario
attentava alla libertà, o alle proprietà del vassallo, i pari di questo
doveano sostenerne colle rimostranze e coll'armi i diritti; e divulgando
coraggiosamente l'innocenza dell'oppresso e le ingiurie che aveva
sofferte, chiedeano gli fossero restituiti i beni e la libertà; in caso
di negata giustizia, il servigio lor ricusavano, liberavano dal carcere
il proprio fratello; infine, per difenderlo, adoperavano tutte le vie di
forza, che però in diretto modo non offendessero la persona del signore
immediato, sempre sacro ai medesimi[528]. Gli avvocati della Corte
pompeggiavano di destrezza e facondia nelle aringhe, o comparissero
siccome attori, o si difendessero; ma l'uso del duello giudiziario, il
più delle volte, veniva in luogo di argomenti e di prove. In molte
occasioni le _Assise_ di Gerusalemme ammetteano questa barbara
costumanza, che sol lentamente le leggi e le nuove consuetudini
dell'Europa hanno abolita.
Al combattimento giudiziario si facea luogo in tutte quelle cause
criminali, ove della perdita della vita, di un membro, o dell'onore
decider doveasi, e in tutte quelle pretensioni civili allor quando la
cosa contrastata pareggiava, o oltrepassava il valore di un marco
d'argento. Sembra che nelle cause criminali l'inchiesta del
combattimento appartenesse all'accusatore; il quale, tranne le accuse
per delitti di Stato, vendicava egli stesso o l'ingiuria personale di
cui querelavasi, o la morte della persona da esso rappresentata. Però in
tutte quelle accuse che prova ammettevano, gli era d'uopo offerire
testimonj di fatto. Nelle cause civili non si concedea il combattimento,
come, prova che giustificasse i diritti di chi il richiedeva, ammenochè
prima non desse testimonj, i quali avessero conoscenza del fatto, o
affermassero averla. Allora il combattimento diveniva privilegio del
difensore, che accusava i testimoni di spergiuro profferito a suo danno,
e trovavasi quindi nella stessa circostanza di chi chiedea per cause
criminali la pugna. In tal circostanza, il combattimento non provava nè
per l'affermativa, nè per la negativa come il Montesquieu lo ha
supposto[529]. Ma il diritto di presentarlo fondavasi sulla facoltà di
ottenere coll'armi il risarcimento di un affronto; tal che la pugna
giudiziaria non riconosceva origine diversa da quella per cui oggidì
accadono i nostri duelli. Il campione non concedeasi che alle donne, e
agli uomini privi di qualche membro, o l'età de' quali oltrepassasse i
sessant'anni. La sconfitta decidea della morte o dell'accusato, o
dell'accusatore, ovvero del campione, o testimonio che questo erasi
assunto. Nelle cause civili però chi chiedeva il duello, rimanendo
vinto, non veniva punito che coll'infamia e colla perdita della causa;
bensì il suo campione, o testimonio, ad obbrobriosa morte andava
soggetto. In molti casi, il diritto di permettere, o proibire la pugna
riserbavasi ai giudici; ma in due circostanze diveniva conseguenza
inevitabile della disfida. Erano queste, se un fedele vassallo avesse
data mentita a un de' suoi pari sopra qualche ingiusta pretensione da
questo armatasi sopra una parte de' dominj del comune Signore; o se un
litigante, mal contento della sentenza ardiva tacciare l'onore e
l'equità de' giudici della Corte. Gli era lecito il farlo, ma sotto la
clausola severa, quanto pericolosa, di battersi nel medesimo giorno con
tutti i Membri del tribunale, e sin con quelli che trovati eransi
assenti all'atto della condanna, bastando che ei fosse vinto da un solo
per soggiacere alla morte, e alla infamia. Ella è cosa probabile assai
che niuno si avvisasse di tentare un tale esperimento, ove niuna
speranza vedeasi di vittoria. Il Conte di Giaffa merita encomj per
l'accortezza, con cui nelle _Assise_ di Gerusalemme, anzichè cercare di
agevolarli, s'adoperò a tor di mezzo i combattimenti giudiziarj. Ei li
riguardava piuttosto fondati sui principj dell'onore che su quelli della
superstizione[530].
L'instituzione de' Corpi civili e delle Comunità municipali, fu una
delle precipue cagioni per cui i plebei alla feudale tirannide si
sottrassero; e se la fondazione di tali corporazioni nella Palestina ha
per epoca la prima Crociata, possono riguardarsi come le più antiche del
Mondo latino. Grande era il numero degli uomini postisi in
pellegrinaggio a solo fine di procacciarsi sotto le bandiere della Croce
un rifugio contra gli immediati loro signori; la politica indusse i
principi Francesi, come espediente di impedire tal migrazione, ad
assicurar loro i diritti e i privilegi de' liberi cittadini. _L'Assisa_
di Gerusalemme ne dà in aperti termini a divedere, come Goffredo, dopo
avere instituita pei Cavalieri e Baroni, una Corte di Pari, alla quale
egli medesimo presedeva, creasse un secondo tribunale, ove il Visconte
dello stesso Goffredo ne teneva le veci. Su di tutta la cittadinanza del
regno la giurisdizione di cotesta Corte estendeasi: ed era composta di
un numero di cittadini, scelti fra i più ragguardevoli ed assennati, i
quali si obbligavano con giuramento a giudicare secondo le leggi tutti
gli affari che si riferivano alle azioni, o alle sostanze de' loro
eguali[531]. I re, e i loro grandi vassalli fermandosi a mano a mano di
residenza nei luoghi nuovamente conquistati seguirono l'esempio di
Gerusalemme, onde prima della perdita di Terra Santa, più di trenta
delle ridette corporazioni vi si trovarono. Le cure del Governo si
estesero sopra un'altra classe di sudditi, i Cristiani della Sorìa, o
orientali[532] che sotto la tirannide del Clero gemeano. Avendo questi
domandato di essere giudicati giusta le loro leggi nazionali, Goffredo
ben accolse l'istanza; e a favor d'essi, venne instituita una terza
Corte, la cui giurisdizione agli scambievoli affari di questi ricorrenti
si limitava. Doveano i giudici scelti a tal uopo, essere nati in Sorìa,
parlarne la lingua, e professarne la religione. Ma il Visconte della
città vi adempia talvolta gli ufizj di presidente (_Rais_ in lingua
araba). Le _Assise_ di Gerusalemme si presero ancora qualche pensiero
degli uomini posti ad una incommensurabile distanza dai Nobili, degli
stranieri, de' villici, e degli schiavi o di gleba, o fatti in guerra,
che indistintamente venivano riguardati siccome altrettante proprietà.
La cura di sollevare, o proteggere questi infelici, quasi men degna di
un legislatore venia reputata; però nel menzionato codice si tratta dei
modi di assicurare il ritorno de' fuggiaschi, senza pronunziar
contr'essi pene afflittive. Coloro che gli aveano perduti, potevano fare
istanza per riaverli, come se stati fossero cani o falconi. Di fatto il
valore d'uno schiavo e d'un falcone era il medesimo: ma si chiedeano tre
schiavi, o dodici buoi per compensare un cavallo di battaglia: e nel
suolo della cavalleria, il prezzo di questo animale, tanto agli altri
due superiore venne valutato trecento piastre d'oro[533].