CAPITOLO LVIII.

_Origine della prima Crociata e numero de' Crociati. Indole de'

Principi latini. Loro spedizione a Costantinopoli. Politica

dell'Imperatore greco Alessio. Nicea, Antiochia e Gerusalemme

conquistate dai Franchi. Liberazione del Santo Sepolcro.

Goffredo di Buglione primo Re di Gerusalemme. Istituzione del

regno franco o latino._

[A. D. 1095-1099]

Circa vent'anni dopo che i Turchi si erano impadroniti di Gerusalemme,

un Eremita per nome Piero, nativo di Amiens in Picardia,[384] visitò il

Santo Sepolcro. Quanto ei vide sofferire ai Cristiani, quanto sofferse

egli stesso, destò in lui commozione e risentimento; e mescolando le sue

lagrime a quelle del Patriarca, lo supplicò additargli se vi fosse

qualche speranza di soccorso per parte degl'Imperatori d'Oriente. Al

qual proposito il Patriarca i vizj e la fiacchezza de' successori di

Costantino gli dipingea. «Io armerò per voi, sclamò Piero, le nazioni

guerriere di tutta Europa». (Chi avrebbe in quell'istante creduto che

tutta l'Europa sarebbe stata docile alle voci dell'Eremita?) Attonito di

una tal fidanza il Patriarca, rimise a Piero, mentre partivasi, lettere

credenziali, ove i mali de' Cristiani si descrivevano. Toccato appena il

lido di Bari, l'Eremita senza perdere istanti, corse a gittarsi ai piedi

del romano Pontefice. La statura piccola di Piero, e il suo portamento

ignobile anzichè no, non pareano, per vero dire, atti a dar peso

all'impresa che ei consigliava; ma vivace era ed acuto il suo sguardo, e

possedea quella veemenza di dire, cui quasi sempre la persuasione va

unita[385]. Uscito di una famiglia di gentiluomini (perchè ne giova ora

del più moderno stile valerci), avea militato da prima sotto i Conti di

Bologna marittima, feudatarj del suo vicinato, ed eroi della prima

Crociata; ma ben tosto e l'armi, e il Mondo ebbe a schifo. E se egli è

vero quanto raccontasi che la moglie di lui, quanto nobile, altrettanto

era vecchia e difforme, non si stenta a comprendere, come senza molta

ripugnanza la abbandonasse per ripararsi in un convento, e poco dopo in

un romitaggio. L'austera penitenza, alla quale in questa solitudine si

assoggettò, ne infiacchì il corpo, ma l'immaginazione gli accese.

Avvezzatosi a credere quanto egli bramava, i suoi sogni, per lui

rivelazioni, gli confermavano la realtà di quanto ei credea. Piero

l'Eremita tornò da Gerusalemme più fanatico ancora che dianzi: ma

poichè, per un eccesso di follìa venuta in rinomanza a que' giorni,

attraea sopra di sè i pubblici sguardi, Papa Urbano II, siccome un

Profeta lo accolse, ne applaudì il glorioso divisamento, promise

sostenerlo in un generale Concilio, lo incoraggiò a divenir banditore

della liberazione di Terra Santa. Fatto forte dall'approvazione del

Pontefice, lo zelante missionario attraversò le province dell'Italia e

della Francia con tal buon successo, che alla celerità della sua corsa,

poteva soltanto paragonarsi. Rigidissimo nell'austerità de' suoi

digiuni, assorto in lunghe e frequenti preghiere, distribuiva d'una mano

le elemosine che riceveva coll'altra. Colla testa calva scoperta, e co'

piedi ignudi, avvolto in ruvida veste il magro suo corpo, tenea fra le

mani un pesante crocifisso, che non si stancava di offrire agli sguardi

de' passeggieri: le turbe affollatesi ad ascoltarlo, rispettavano

persino il giumento cavalcato dall'Eremita, riguardando in questo

animale il servo dell'uom di Dio. Non cessava Piero dall'aringare le

ciurme nelle chiese, nei trivj, e nelle strade maestre, mostrandosi con

egual successo ne' palagi de' Grandi, e nelle capanne. La veemenza della

sua voce traeva a suo grado gli animi della plebe, e tutti in quel

momento plebe divennero. Piero all'armi e a penitenza fervorosamente

eccitavali: e allorchè dipignea i patimenti degli abitanti e de'

pellegrini della Palestina, la compassione impadronivasi di tutti i

cuori, trasformandosi poscia in ira, quand'egli intimava ai guerrieri

del secolo il dovere di difendere i fratelli, e di liberare il lor

Salvatore. Compensando tutto ciò che, quanto ad arte o ad eloquenza,

mancavagli, con sospiri, lagrime e slanci di santo entusiasmo, ei

suppliva parimente alla debolezza de' suoi argomenti con enfatiche e

frequenti appellazioni a Cristo, alla Vergine madre di Cristo, ai Santi

e a tutti gli Angeli del Paradiso, co' quali erasi trovato in famigliari

colloqui. I più famosi oratori della Grecia, avrebbero potuto

invidiargli i buoni successi della sua eloquenza: onde non è maraviglia,

se il rozzo entusiasmo che lo animava, passò rapidamente in altrui, e se

gl'impazienti voti della Cristianità, non anelavano più altra cosa se

non se il Concilio, e i decreti che il sommo Pontefice stava per

promulgarvi.

Armar l'Europa contro l'Asia, era disegno già meditato dall'ardimentoso

Pontefice Gregorio VII, e le lettere di lui attestano tuttavia l'ardore

dello zelo e dell'ambizione che lo agitavano; che anzi pervenuto era ad

arrolare sotto i vessilli di S. Pietro[386], all'una e all'altra falda

dell'Alpi, cinquantamila Cattolici, ardente egli stesso della brama di

farsi lor condottiero, contra gli empj settarj di Maometto, segreto che

il successore di Gregorio svelò. Ma la gloria, o il rimprovero di

mandare a termine la santa impresa erano serbati ad Urbano II[387], il

più fedele fra i discepoli di Gregorio; benchè però la Crociata il nuovo

Pontefice non comandasse in persona. Urbano alla conquista dell'Oriente

accigneasi, intanto che Giberto di Ravenna impadronitosi della maggior

porzione di Roma, cui già stava fortificando, il titolo di Papa, e gli

onori del pontificato gli contendea. E a far più arduo lo stato di

Urbano, ei doveva riunire le Potenze occidentali in un tempo che i

Principi, dalla Chiesa, i popoli, dai lor Principi erano disgiunti, a

motivo delle scomuniche che i predecessori di lui, ed egli medesimo,

contra il Re di Francia e l'Imperatore aveano fulminate. Il primo di

questi, Filippo I, sopportava pazientemente anatemi, che collo scandalo

di sua condotta, e con adultere nozze si procacciò. Enrico IV di

Alemagna, fermo stavasi nel sostenere il diritto delle investiture, la

prerogativa di confermare col pastorale e coll'anello le elezioni de'

Vescovi. Intanto nell'Italia, la fazione imperiale opprimea l'armi de'

Normanni e della Contessa Matilde; lunga lotta, allora invelenita dalla

ribellione di Corrado, figlio di Enrico, e dalla ignominia della moglie

di questo Principe[388], la quale ne' Concilj di Costanza, e di

Piacenza, rivelò le numerose prostituzioni, cui l'avea commessa uno

sposo, poco sollecito dell'onor della moglie, come del proprio[389]. Ma

l'opinione generale tanto ad Urbano dimostravasi favorevole, e tanto si

era la prevalenza di questo Pontefice, che il Concilio da lui assembrato

in Piacenza, si vide composto di dugento Vescovi Italiani, Francesi,

Borgognoni, Svevi, Bavaresi[390]. Quattromila ecclesiastici e trentamila

laici, si trasferirono a questa importante assemblea: nè essendovi

cattedrale tanto ampia che capir la potesse, le adunanze, durate sette

giorni, in uno spianato vicino a Piacenza si tennero. Ivi gli

Ambasciatori di Alessio Comneno, Imperator greco, mostraronsi, narrando

le sciagure del loro Sovrano, e i pericoli imminenti a Costantinopoli,

non più disgiunta che per un angusto braccio di mare dai Turchi, nemici

implacabili di tutto quanto portava il nome cristiano. Destramente

adulando colla loro supplica la vanità de' Principi latini, mostravano

ad essi, come la prudenza e la Religione del pari, li consigliassero a

respingere i Barbari sui confini dell'Asia, innanzi che costoro

penetrassero nel cuor dell'Europa. Al racconto della trista e perigliosa

condizione de' Cristiani dell'Oriente, tutta l'assemblea pianse a

cald'occhi: i più zelanti della medesima si protestarono pronti a porsi

in cammino, onde gli inviati d'Alessio portaron seco in partendo, la

sicurezza di un sollecito e poderoso soccorso. Il disegno di liberare

Costantinopoli non era che una parte di altro disegno più vasto, per la

liberazione di Gerusalemme concetto; ma l'accorto Urbano protrasse le

finali deliberazioni ad un secondo Sinodo di cui propose l'adunata in

una città della Francia, durante l'autunno del medesimo anno: breve

dilazione intesa ad accrescere il pubblico entusiasmo, oltrechè il

Pontefice fondava le sue più salde speranze, sopra una nazione di

guerrieri[391], superba della preminenza del proprio nome, ed ambiziosa

d'imitare il suo eroe Carlomagno[392], al quale il romanzo popolare di

Turpino[393] attribuite avea le conquiste di Gerusalemme e di Terra

Santa. Forse anche riguardi di patrio affetto, o fors'anche di vanità

ebbero parte in questo avviso di Urbano. Anticamente monaco di Cluny,

nato a Castiglione in riva alla Marna, città della Sciampagna, primo de'

Francesi che avesse occupato il trono pontificale, orgoglioso del lustro

con ciò arrecato alla propria famiglia e alla patria, ei sentiva forse

con ardore il diletto che da pochi diletti vien superato; quello di

ricomparire in tutto lo splendore di altissima dignità, su quel teatro,

ove nella oscurità e fra ignorate fatiche, la giovinezza è stata

trascorsa.

[A. D. 1095]

Taluno potrebbe sulle prime stupire alla vista di un Pontefice Romano

che si avvisò di erigere nel cuor medesimo della Francia un tribunale,

d'onde lanciare i suoi anatemi contra il Sovrano di quella contrada: ma

la maraviglia sparisce affatto agli occhi di chi si faccia una giusta

idea di un Re di Francia dell'undicesimo secolo[394]. Filippo I,

pronipote di Ugo Capeto, e fondatore della famiglia regnante, che in

mezzo allo scadimento della posterità di Carlomagno, avea instituiti in

reame i suoi dominj ereditarj di Parigi e di Orleans, ben possedea in

proprietà la giurisdizione e la rendita di questo picciolo Stato; ma

quanto al rimanente della Francia, nè Ugo, nè i primi suoi discendenti,

altra cosa erano che gli alti feudatarj di circa sessanta Ducati, o

contee ereditarie o independenti[395], i Capi de' quali paesi, sdegnando

le legali assemblee, poco obbedivano, così alle leggi come al Monarca; e

il sol modo che questi avesse tal volta per vendicarsi della loro

tracotanza, nella indocilità de' Nobili di minor conto era posta. A

Clermont dunque, e in tutta la signoria del conte di Alvernia[396], il

Papa potea disfidare impunemente la collera di Filippo, onde il Concilio

adunatovi da Urbano, nè in numero, nè in ragguardevolezza, a quello di

Piacenza cedè[397]. Oltre alla sua Corte, e al collegio de' Cardinali

Romani, il Pontefice vedeasi ivi fiancheggiato da tredici arcivescovi,

da dugentoventicinque vescovi, e da quattrocento prelati di mitra

insigniti. Le persone più rinomate per santità e dottrina in quel secolo

vennero a rischiarare co' lumi della loro scienza, e a soccorrere co'

proprj consigli, i Padri della Chiesa: intanto che immenso stuolo di

possenti signori e di valorosi cavalieri accorrea da tutti i vicini

reami al Concilio, e ne aspettava con impazienza i decreti[398]. Tanto

era il fervore inspirato da zelo e curiosità ad un tempo, che migliaia

di stranieri, non trovando più alloggio nella città, accampavano nella

pianura, senza badare che già innoltrato era il novembre. Otto giorni di

questa adunata partorirono per vero dire alcuni canoni edificanti, o

giovevoli alla riforma de' costumi. Portate severissime censure contra

la licenza delle guerre fra particolari, venne confermata la tregua di

Dio,[399] ossia la sospensione di ogni ostilità per quattro giorni della

settimana. La Chiesa si chiarì proteggitrice de' sacerdoti e del sesso

femminile da essa presi sotto la sua salvaguardia; la qual tutela,

durante tre anni fu estesa ai coltivatori e ai mercatanti, impotenti

vittime della vessazion militare: ma comunque una legge sia

rispettabile, l'autorità dalla quale deriva non perviene in un subito a

cambiare l'indole di una generazione; e sappiamo men grado ad Urbano

degli sforzi da esso fatti per sedare i litigi de' privati, allorchè

allo scopo di queste sue provvisioni consideriamo. Ei non pensava che ad

agevolare a sè stesso le vie di dilatare l'incendio della guerra dalle

rive dall'Atlantico, alle sponde dell'Eufrate. Dopo la convocazione del

sinodo di Piacenza, la fama di un sì grande disegno sparsa erasi appo i

diversi popoli. Gli ecclesiastici che da un paese e dall'altro

tornavano, aveano già predicato in tutte le diocesi il merito e la

gloria alla liberazione di Terra Santa congiunti: pel quale motivo, il

Pontefice dall'alto della cattedra che nel mercato di Clermont gli era

stata innalzata, non durò molta fatica a persuadere uditori, così ben

preparati, e propensi avidamente a credere ad ogni suo detto. Chiari ne

sembravano gli argomenti, veementi erano le sue esortazioni, e il buon

successo non poteva mancare. Migliaia di voci, che in una sola si

confondevano, interruppero l'oratore esclamando strepitosamente nel

rozzo linguaggio di que' tempi: _Deus lo volt, Deus lo volt._[400] «Dio

vuole così certamente; il pietoso Pontefice replicò. Che questo accento

memorabile Deus vult, dettato senza dubbio dallo Spirito Santo, sia

d'ora in poi il vostro grido eccitatore della battaglia; esso animerà lo

zelo e il coraggio de' difensori di Gesù Cristo. La sua Croce è il

simbolo della vostra salute. Portatene una rossa di color di sangue sul

vostro petto, o sulle vostre spalle, e sia dessa il segno esteriore

della irrevocabile obbligazione che avete assunta». Giubilando ognuno

obbedì, e molta mano di ecclesiastici e di laici attaccarono sulle lor

vesti il segnal de' Crociati[401], supplicando Urbano a farsi lor

condottiero. Il prudente successor di Gregorio ricusò quest'onore

pericoloso, adducendo a scusa del suo rifiuto lo scisma della Chiesa e i

doveri del Pontificato. Arringati poscia que' fedeli, il cui zelo di

partecipare alla santa impresa venia ritardato o dal sesso, o dalla lor

professione, o dagli anni, o dalle infermità, raccomandò loro

secondassero colle preghiere e colle elemosine il coraggio di coloro che

aveano la bella sorte di potere militare in persona, conferì il titolo e

la podestà di Legato appostolico ad Ademaro; vescovo di Puy, nel Velay,

primo a ricever la Croce dalle mani del sommo Pontefice. Raimondo, conte

di Tolosa, il più fervente fra i condottieri laici, assente trovavasi

dal Concilio; ma gli ambasciatori di lui ne fecero la scusa, e pel loro

padrone obbligaronsi. Tutti i ridotti campioni si confessarono, e

ricevettero l'assoluzione, unitamente ad una esortazione, divenuta

superflua, di sollecitare i loro compatrioti ed amici a seguirli. La

partenza per Terra Santa venne deliberata pel giorno solenne

dell'Assunzione, ossia quindicesimo di agosto del successivo anno[402].

Gli atti violenti sono tanto famigliari agli uomini, che connaturali ai

medesimi potrebbero quasi supporsi. Il più lieve pretesto, il più

incerto fra i diritti ne sembrano bastanti motivi per armare una nazione

contro d'un'altra. Ma il nome e l'indole d'una guerra santa vogliono un

esame più rigoroso, nè dobbiamo credere sì alla presta che i servi di un

Principe di pace abbiano sguainata la spada di distruzione senza motivi

rispettabili, senza le apparenze di un diritto legittimo e di una

indispensabile necessità. Alle tarde lezioni dell'esperienza per lo più

è riserbato l'illuminare gli uomini sulla politica o buona, o cattiva di

una qualunque impresa dai medesimi sostenuta; ma prima che a questa si

accingano, gli è d'uopo almeno che la coscienza loro il motivo e lo

scopo ne approvi. Nel secolo delle Crociate, i Cristiani dell'Oriente e

dell'Occidente, erano con vero convincimento persuasi della giustizia e

del merito della loro spedizione; e comunque gli argomenti che eglino

adoperavano, si trovino il più delle volte annebbiati da un continuo

abuso della Scrittura, e delle figure rettoriche; trapela però che

particolarmente fondavansi sul diritto naturale e sacro di difendere la

propria religione, sui titoli speciali che essi reputavano avere al

possedimento di Terra Santa, sull'empietà de' loro nemici o Maomettani,

o Pagani che fossero[403].

I. Il diritto di una giusta difesa comprende, non v'ha dubbio, anche

quella de' nostri collegati o spirituali, o civili; e si appoggia

sull'esistenza reale del pericolo, più o meno incalzante a proporzione

dell'odio e del poter de' nemici. È stata imputata a dogma maomettano

una massima perniciosa, il dovere cioè di estirpare tutte le altre

religioni coll'armi: accusa portata contro essa dall'odio, o dalla

ignoranza, e confutata abbondantemente dal Corano, dalla storia de'

conquistatori Musulmani, dalla tolleranza pubblica e legale al culto de'

Cristiani conceduta dall'Islamismo. Non può per altro negarsi che i

Musulmani, sotto un ferreo giogo, assoggettano le chiese dell'Oriente;

che così in pace come in guerra si attribuiscono, come per diritto

divino e incontestabile, l'Impero dell'Universo: che le conseguenze

necessarie della loro condotta minacciano ad ogni istante le nazioni, da

essi nomate infedeli, di perdere la loro religione, o la loro libertà,

doppia perdita, che appunto nell'undicesimo secolo, le vittorie de'

Turchi faceano a ragione temere. Essi aveano sottomessi in men di

trent'anni tutti i reami dell'Asia fino a Gerusalemme e all'Ellesponto,

e l'Impero greco già inclinar sembrava alla sua totale rovina. Oltre ad

un sentimento naturale d'affetto pe' loro fratelli, i Latini avevano un

interesse proprio nel difendere Costantinopoli, il baluardo il più saldo

dell'Occidente; nè può contrastarsi che il privilegio della difesa,

tanto al prevenire quanto al respingere una invasione, legittimamente si

estende. Però al buon successo di tale impresa così numerosi soccorsi

non si voleano, nè la ragione umana potrà approvare giammai le

spaventose migrazioni che, spopolando l'Europa, apersero inutilmente

alle genti migrate una tomba nell'Asia.

II. L'acquisto della Palestina non avrebbe, in verun caso, contribuito

alla possanza, o alla maggior sicurezza de' Latini; onde il fanatismo

soltanto ha potuto accignersi a difendere questa impresa contra un

picciolo paese tanto rimoto. Ma i Cristiani armavano i loro diritti

sopra una terra, promessa ad essi in virtù d'un patto inalienabile,

suggellato col Sangue di Gesù Cristo. Il lor dovere gli obbligava,

dicevano, a scacciare dalla santa eredità che lor pertenea, una banda di

ingiusti possessori che, profanando il sepolcro dell'Uomo Dio, la

devozione de' Pellegrini insultavano. — Come rispondere ad essi che la

preminenza di Gerusalemme, e la santità della Palestina, colla legge di

Mosè erano sparite? che il Dio de' Cristiani non è una divinità locale:

che il possedimento di Betlemme o del Calvario, l'acquisto della tomba,

o della culla del Redentore non renderanno mai scusabile agli occhi di

lui l'infrazione de' precetti morali dell'Evangelio? Questi argomenti

perderanno sempre ogni forza contra le pesanti armi della superstizione,

nè è cosa sì agevole che anime timorate, spontaneamente i loro creduti

diritti sulla Terra Sacra de' misteri e de' prodigi abbandonino.

III. Ma le guerre _sante_ che hanno insanguinati tutti i climi del

globo, dall'Egitto alla Livonia, dal Perù all'Indostan, ebbero d'uopo di

cercare la loro legittimità, in massime più generali e più pieghevoli a

cotal uopo. Si è soventi volte, e per più riprese, supposto e affermato

che la differenza delle dottrine religiose, basta a giustificare

qualsivoglia ostilità; che i campioni della Croce possono soggiogar

santamente, od anche piamente immolare, tutti gl'increduli ostinati, e

che la Grazia è l'unica origine, del potere sulla terra, della felicità

nel regno de' Cieli. Più di quattro secoli innanzi la prima Crociata, i

Barbari dell'Arabia e della Germania, quasi nello stesso tempo, e nel

modo medesimo, avevano invase le province orientali e occidentali

dell'Impero romano. Il tempo, i negoziati, la conversione de' Franchi al

cristianesimo, le conquiste di questi aveano autenticate; ma i principi

maomettani comparivano tuttavia, così agli occhi de' sudditi, come a

quelli de' vicini, quai tirannici usurpatori, nè scorgeasi alcuna

ingiustizia nel privarli, o per via di guerre, o per via di sommosse, di

un illegittimo possedimento[404].

Col corrompersi de' costumi de' Cristiani, più severo divenne il loro

codice di penitenza[405], e la moltitudine de' peccati, partorì la

moltiplicità dei rimedj. Ne' tempi della Chiesa primitiva, i peccatori,

con una pubblica e volontaria confessione, all'espiazione delle colpe si

apparecchiavano. Nel medio evo, i vescovi e i preti, facendosi eglino

stessi ad interrogare il colpevole, lo costrigneano a rendere un severo

conto de' suoi pensieri, delle sue parole e delle sue azioni,

prescrivendogli indi, sotto quai patti dovea meritarsi la divina

misericordia: ma poichè la tirannide e l'indulgenza, aveano un campo per

abusare a vicenda di questo arbitrario potere, venne composta una regola

di disciplina, che d'istruzione e di guida ai giudici spirituali

servisse. Primi inventori di siffatta legislazione furono i Greci; la

Chiesa latina, i lor precetti penitenziali[406] tradusse, o imitò: e ne'

giorni di Carlomagno, il clero di ciascuna diocesi aveva un codice, che

veniva prudentemente nascosto agli occhi del volgo. In sì dilicata

valutazione delle offese e de' gastighi, l'acume e l'esperienza de'

frati, tutti i casi, e tutte le distinzioni andavano prevedendo.

Trovavansi nella lor lista peccati che parea non avesse potuto

sospettare la stessa malizia, altri cui la ragione non sapea prestar

fede. Le colpe più comuni di fornicazione, di adulterio, di spergiuro e

di sacrilegio, di rapina e omicidio, venivano espiate con una penitenza,

che, giusta le circostanze, dai quaranta giorni ai sette anni si

prolungava. Durante questo corso di salutari mortificazioni, una pratica

metodica di preghiere e digiuni ridonava la salute all'anima del

peccatore, e l'assoluzione delle sue colpe ottenevagli. Il disordine

delle sue vesti ne annunziava i rimorsi e la contrizione; astener

doveasi da ogni affare, e sociale diletto. Ma il rigoroso adempimento di

tali prescrizioni, avrebbe di leggieri convertiti in deserti i palagi, i

campi e le intere città; i Barbari dell'Occidente non mancavano, per dir

vero, di fiducia e di docilità al sacerdozio; ma la natura umana contra

le massime si ribellava, e spesse volte le magistrature indarno

adopravansi a far forte l'ecclesiastica giurisdizione; oltrechè,

diveniva cosa impossibile l'eseguire esattamente una gran parte di

penitenze. Il peccato di adulterio, per un giornaliero reiterarsi delle

fralezze degli uomini, moltiplicavasi, e quello dell'omicidio talvolta

comprendea la strage di una intera popolazione; ogni atto peccaminoso

producea un conto a parte; onde in quella età di anarchia[407] e di

corruzione, non era difficile che un peccatore, anche fra i meno

colpevoli, contraesse in penitenze un debito di trecent'anni. A questa

sua impotenza di pagamento suppliva una commutazione, o indulgenza:

ventisei solidi[408] d'argento, quattro lire sterline all'incirca,

pagavano la penitenza di un anno per l'uomo ricco, tre solidi, o nove

scellini, all'indigente egual servigio prestavano. Cotali elemosine

vennero bentosto adoperate agli usi della Chiesa, che nella remission

de' peccati una sorgente inesausta di ricchezze e di potenza

rinvenne[409]. Un debito di tre secoli (mille dugento lire sterline

all'incirca) potea arrecar sommo danno ad uno splendidissimo patrimonio:

la mancanza d'oro e d'argento fu ammendata colla alienazione delle

terre; e Pipino, e Carlomagno, formalmente protestarono che le immense

loro donazioni aveano per iscopo la guarigione delle proprie anime. Ella

è massima delle leggi civili, che chiunque non può pagare con danaro,

sconti col proprio corpo, onde i Monaci ammisero la pratica della

flagellazione, doloroso ma economico supplimento[410]. Dopo una stima

arbitraria, un anno di penitenza fu valutato tremila colpi di

disciplina[411], e tali erano la robustezza e la pazienza del famoso

eremita S. Domenico l'Incuoiato[412], che in sei giorni con una

flagellazione di trecentomila battiture, il debito di un secolo intero

pagava. Un grande numero di penitenti d'entrambi i sessi, cotesto

esempio imitò. E poichè era permesso il trasportare in un altro il

merito della sopportata flagellazione, un campion vigoroso potea sulle

proprie spalle espiare i peccati di tutti i suoi benefattori[413]. Sì

fatti compensi pecuniarj e personali introdussero, nell'undicesimo

secolo, un genere di più onorevole soddisfazione. I predecessori di

Urbano II, aveano concedute indulgenze a coloro che, contro i Saracini

dell'Affrica e della Spagna, brandivano l'armi; estendendo l'esempio

ricevuto da essi, questo Pontefice, nel Concilio di Clermont, compartì

indulgenza plenaria a tutti quelli che sotto i vessilli della Croce si

arrolerebbero: la quale indulgenza era posta nell'assoluzione di tutti i

loro peccati, e nella remission generale di tutto il debito che in

penitenze canoniche ai medesimi rimaneva[414]. La fredda filosofia del

nostro secolo, durerà forse fatica a comprendere la viva impressione,

che sopra anime colpevoli e fanatiche questa promessa operò. Alla voce

del lor Pastore, i masnadieri, gli omicidi, gli incendiarj a migliaia

accorrevano, impazienti di riscattare le proprie anime, col trasportare

in mezzo agl'Infedeli il furore onde si erano fatti esecrabili nella lor

patria. I peccatori di ogni grado e di ogni specie, questo nuovo metodo

di espiazione avidamente abbracciarono. Niuno credeasi a bastanza puro,

niuno esente da colpa e dal dovere di far penitenza; e quelli ancora che

aveano minor motivo di paventare la giustizia di Dio e della Chiesa, si

confortavano nell'idea di acquistare tanto maggiori diritti ad una

ricompensa del lor pietoso coraggio, così in questo Mondo, come

nell'altro. Il Clero latino non esitò a promettere la corona del

martirio[415] a chiunque fosse in così santa spedizione soggiaciuto; e

chi alla conquista di Terra Santa sopravvivea, poteva aspettarsi con

sicurezza un premio, che cogli anni della vita sua accumulavasi in

Cielo. Di fatto, tutti questi Crociati offerivano il proprio sangue al

figlio di Dio, che immolato erasi per la lor redenzione; prendeano la

Croce; entravano con fiducia nella via del Signore; la Providenza di lui

dovea vegliare sovr'essi, e forse anche la sua onnipotenza, con modi

visibili e miracolosi, toglier di mezzo gli ostacoli che l'impresa loro

impacciassero. La nube e la colonna di Jehova non erano marciate dinanzi

agli Israeliti guidandoli fin nella Terra Promessa? a miglior diritto i

Cristiani non poteano sperare che i fiumi si aprirebbero per dare ad

essi passaggio, che le mura delle più forti città cadrebbero al suono

delle loro trombe, che il sole arresterebbe il suo corso, per lasciare a

questi campioni il tempo necessario a distruggere gli Infedeli?

Fra i condottieri e i soldati che al Santo Sepolcro affrettavansi,

oserei assicurare non essersene trovato un solo che lo spirito di

entusiasmo, la fiducia nel merito dell'impresa, la speranza del

guiderdone e del patrocinio celeste, non animassero. Ma mi persuado

parimente che, per la maggior parte di essi, tali motivi non fossero i

soli; e che per alcuni anzi, non formassero il principal fomite di tanto

fervore. La preponderanza, o l'abuso, della religione, difficilmente

arrestano il torrente de' costumi dei popoli, bensì quando voglion

affrettarne il corso, l'impulso loro non trova più resistenza. I Papi e

i Sinodi indarno tuonavano contro le guerre de' privati, i sanguinosi

tornei, gli amori licenziosi, i duelli giudiziarj. Più agevolmente

riuscivano ad eccitare disputazioni metafisiche fra i Greci, a trar ne'

chiostri le vittime del dispotismo e dell'anarchia, a santificare la

pazienza de' vili e degli schiavi, o in appresso, a farsi merito

dell'umanità e della benevolenza che fra i moderni Cristiani ravvisansi.

Gli esercizj della persona, e la guerra, erano le passioni favorite de'

Franchi e de' Latini; veniva lor comandato di abbandonarsi alle medesime

per ispirito di penitenza, di trasportarsi in lontani paesi, e sguainare

le loro spade contra le nazioni dell'Oriente; il buon successo, o

solamente l'aver cercato di meritarlo, bastavano a fare immortali i nomi

degli eroi della Croce; anche una pietà la più pura da una sì luminosa

prospettiva di gloria militare allettata esser poteva. Nelle picciole

lor guerre europee, questi campioni versavano il sangue de' loro amici,

o compatriotti, per l'acquisto forse unicamente di un villaggio, o di un

castello: quale esser doveva la loro esultanza nel correre ad affrontare

stranieri nemici, vittime al ferro lor consacrate! già colla loro

immaginazione afferravano le corone ricche dell'Asia; e i trofei

riportati dai Normanni nella Puglia, e nella Sicilia, parean mallevadori

d'un trono al più oscuro fra i venturieri. Le contrade abitate dai

Cristiani in quel secolo di barbarie, e per clima, e per coltivazione al

suolo de' Maomettani cedevano: oltrechè, i vantaggi, di cui natura ed

arte largheggiavano all'Asia, erano stati fuor di misura esagerati dallo

zelo, o dall'entusiasmo de' pellegrini, e dalle idee che avea concepita

l'Europa in veggendo i frutti di un commercio ancor nell'infanzia; il

volgo di tutte le classi bevea con avidità i racconti delle maraviglie,

che presentava una contrada innaffiata da fonti di mele, e da ruscelli

di latte, abbondante di miniere d'oro e di diamanti, coperta di palagi

di marmo e di diaspro, adombrata da boschetti olezzanti di cinnamomo e

d'incenso. Ciascun Capo di guerrieri si ripromettea dalla sua spada un

ricco ed onorevole possedimento, cui assegnava per solo confine

l'ampiezza de' proprj desiderj in questo paradiso terrestre[416]. I

vassalli, i soldati poneano la propria fortuna nelle mani di Dio e del

loro Signore. Le spoglie di un Emiro turco, bastar doveano ad arricchire

l'infimo tra i fantaccini: la squisitezza de' vini della Grecia,

l'avvenenza delle donne di quel paese, nella immaginazione di que'

campioni della Croce, destavano commozioni più conformi alla natura

umana, che alla lor professione[417]. Nel medesimo tempo, l'amore della

libertà accendea gli animi di tutti coloro che della tirannide feudale

ed ecclesiastica erano vittime. Col divenire Crociati, i borghigiani, e

i contadini, soggetti alla servitù della gleba, sottrar si poteano al

giogo di un superbo padrone, e trapiantarsi colle loro famiglie in una

terra di libertà. Il frate vedeva un modo di sciogliersi dalla rigida

disciplina del suo convento; il debitore di sospendere gl'interessi

dell'usura e le persecuzioni de' creditori; gli assassini, e i

malfattori d'ogni genere, di sfuggire la punizione de' loro delitti, e

di disfidare impunemente le leggi[418].

Potenti e numerosi erano questi motivi; ma dopo avere calcolata la forza

de' medesimi sopra ciascun individuo particolare, gli è d'uopo

aggiugnere ancora la autorità indefinita, e sempre crescente,

dell'esempio, e di ciò che chiamasi moda. I primi proseliti, divenuti i

più zelanti e i più utili missionarj della Croce, predicavano ai loro

amici e compatriotti, l'obbligazione, il merito, la ricompensa della

santa impresa, e gli uditori, anche a ciò meno propensi, trovavansi, a

mano, a mano, trascinati dal turbine della autorità o della persuasione.

Quella gioventù guerriera al menomo rimproccio, o sospetto di viltà di

cui si credesse scopo, infiammavasi; tale occasione di poter visitare

protetti da un formidabile esercito, il Santo Sepolcro, seducea vecchi

ed infermi, donne e fanciulli, che il fervore non le forze lor

consultavano: e se taluno eravi che, il dì innanzi, avesse accusati di

poco senno i compagni, il dì appresso della follia loro ardentemente

partecipava. Quella medesima ignoranza che i vantaggi dell'impresa

ingrandiva, ne facea parer minori i pericoli. Per la conquista de'

Turchi, essendo stati una serie d'anni interrotti i pellegrinaggi, gli

stessi condottieri non aveano che nozioni imperfette su la lunghezza del

cammino e lo stato di forze degl'inimici. Tale era anzi la stupidezza

degli uomini del volgo, che alla prima città, alla prima rocca oltre i

limiti conosciuti, in cui si scontravano, stavan per chiedere se quella

fosse Gerusalemme, la meta del loro viaggio e lo scopo delle intraprese

fatiche. Ciò nulla ostante i più prudenti fra i Crociati, non a bastanza

sicuri di essere nudriti lungo la via da una pioggia di quaglie o di

manna celeste[419], pensarono a provvedersi di que' preziosi metalli

che, per consenso d'ogni paese, sono il simbolo degli agi di nostra

vita. Laonde per aver di che sostenere, giusta il loro grado, le spese

del viaggio, i Principi diedero in pegno i proprj allodj, ed anche le

loro province, i Nobili vendettero terre e castella, i contadini il

bestiame e gli strumenti d'agricoltura. Il numero e la fretta de'

venditori, inviliva il prezzo delle proprietà, intanto che i bisogni e

l'ampiezza dei compratori faceano salire ad esorbitante valore l'armi e

i cavalli. In questo mezzo, quelli che rimasero alle case loro, e

possedeano qualche danaro e l'accorgimento necessario a farlo fruttare,

nell'epidemia generale arricchirono[420]. I Sovrani acquistarono a buon

patto i dominj de' lor vassalli, e i compratori ecclesiastici, mettendo

a conto di pagamento la promessa di lor preghiere, minor danaro

sborsavano[421]. Alcuni zelanti Crociati, valendosi di un ferro caldo, o

di un liquor corrosivo che ne rendesse l'impronta indelebile, stampavano

sul proprio corpo la Croce che gli altri di portar sull'abito si

contentavano; e fuvvi uno scaltro frate, il quale, dando a credere che

un miracolo divino gli avesse impresso il santo marchio sul petto, la

venerazione dei popoli e i più ricchi benefizj della Palestina con

questa frode si procacciò[422].

[A. D. 1096]

Il Concilio di Clermont, come dicemmo, avea posto pel giorno della

partenza de' Crociati il 15 di Agosto; ma costrinse ad anticiparla il

numero e la straordinaria impazienza di pezzenti plebei a questa

spedizione raccoltisi. Racconterò brevemente e quanto costoro

soffersero, e quanto di malvagio operarono, prima d'incominciare il

racconto dell'impresa più rilevante e più felice de' lor condottieri. Al

comparire di primavera, oltre sessantamila persone di entrambi i sessi e

della feccia del popolo, dai confini della Francia e della Lorena sen

vennero, tutti accerchiando il primo missionario della Crociata, e

sollecitandolo con grida, e con ogni modo di importunità, perchè presto

al Santo Sepolcro li conducesse. Piero, trovatosi Generale, senza averne

o il sapere, o l'autorità, guidò, o piuttosto seguì i suoi ardenti

proseliti lungo le rive del Reno e del Danubio. Il numero e il bisogno

li costrinsero ben tosto a sbandarsi. Gualtieri _Senza Sostanze_,

luogotenente dell'Eremita, e soldato coraggioso, comunque oppresso

dall'indigenza, comandava l'antiguardo de' Crociati. Ci formeremo

facilmente un'idea di questo esercito di ciurmaglia osservando che per

ogni quindicimila pedoni vi si contavano appena otto uomini a cavallo.

Godescallo, altro frate fanatico, le cui prediche aveano arrolati

quindici o ventimila contadini de' villaggi dell'Alemagna, l'esempio e

le traccie di Piero eremita d'appresso seguì; e a tutti costoro ancora

si unirono dugentomila mascalzoni, la feccia più ributtante della

plebaglia di tutti i paesi, che delle pratiche di pietà, del

ladroneccio, dell'ubbriachezza, e d'ogni ribalderia, un orrendo

miscuglio faceano. Alcuni Conti o gentiluomini, condottieri di tremila

soldati a cavallo, trovarono espediente l'adattarsi alle costoro voglie

per partecipar con essi alle prede. Ma i veri comandanti, almeno da

questa bruzzaglia riconosciuti per tali (chi crederà oggimai ad un

eccesso tal di demenza?) erano un'oca e una capra, che costoro si

teneano a capo di tutte le squadre, e alle quali bestie questi

spettabili Cristiani attribuivano una ispirazione divina[423]. Contra

gli Ebrei, carnefici di Gesù Cristo, vennero adoperate le prime e men

difficili imprese di codeste bande fanatiche, e di quelli che le

secondavano. Le ricche e numerose colonie di tal nazione, stanziatesi

nelle città mercantili del Reno e della Mosella, ivi sotto la protezione

dell'Imperatore e de' Vescovi, di un libero esercizio del loro culto

godeano[424]. A Verdun, a Treveri, a Magonza, a Spira, a Worms più

migliaia di questi infelici furono spogliati e trucidati[425], nè dopo

la persecuzione di Adriano, altra più sanguinolenta ne aveano sofferta.

Ben la fermezza de' Vescovi salvò alcuni di essi che momentaneamente

finsero di abbracciare il Cristianesimo; ma gli Ebrei più ostinati,

fanatismo opposero a fanatismo, e sbarrate le proprie case, e

lanciandosi entro il fiume, o in mezzo alle fiamme, colle proprie

famiglie e co' proprj tesori la rabbia, o almen l'avarizia, de'

furibondi lor nemici delusero.

[A. D. 1096]

Tra i confini dell'Austria e la capitale dell'Impero d'Oriente i

Crociati dovettero attraversare, per un intervallo di seicento miglia, i

selvaggi deserti della Ungheria e della Bulgaria[426]. Fertile oggidì, e

frastagliato da fiumi è quel suolo; ma in quella età non vi si

incontravano che paludi, e quelle vastità di foreste, la cui estensione

non conosce più limiti, allorchè l'uomo è schifo di assoggettare alla

propria solerzia la terra. Avendo entrambe le nazioni ricevuti i

principj del Cristianesimo, gli Ungari obbedivano ad un principe nato

fra essi; un luogotenente del greco Imperatore i Bulgari governava. Ma

la feroce indole di queste genti, al più lieve pretesto di scontento,

destavasi, nè lievi pretesti i ladronecci de' Crociati ad essi

fornirono. Queste ignoranti popolazioni, presso le quali, come si è

veduto, l'agricoltura mal regolata languìa, abbandonavano nella state le

lor città, fabbricate di legno e di canne, per portarsi sotto le tende,

più consuete abitazioni di popoli pastori e cacciatori. I Pellegrini

crociati dopo aver chieste con arroganza alcune vettovaglie di cui

mancavano, se ne impadronirono colla forza, voracemente le dissiparono,

e dopo il primo contrasto che ebbero, a tutto l'impeto della vendetta e

della indignazione si diedero. Ma l'assoluta ignoranza del paese ove

trovavansi, e dell'arte della guerra e della disciplina a cadere in

tutti gli agguati gli avventurava. Il prefetto di Bulgaria avea truppe

regolari sotto i suoi ordini, e allo squillar primo della tromba

guerriera, l'ottava, o decima parte degli Ungaresi corse all'armi, e in

un corpo formidabile di cavalleria si ordinò; le quali truppe ai

_pietosi_ masnadieri tendendo insidie, sovr'essi ottennero una

sanguinosa e memorabil vendetta[427]. Un terzo all'incirca di questa

masnada, spogliata di tutto ed ignuda, ebbe a ventura il potersi riparar

nella Tracia: Piero l'Eremita fu tra quelli che si salvarono. Il Greco

imperatore che rispettava i motivi del viaggio impresosi dai Latini, e

desideroso inoltre de' loro soccorsi, fece scortar questi avanzi per una

strada sicura e facile infino alla sua Capitale, ove li consigliò

stessero ad aspettare l'arrivo de' lor compatriotti. La ricordanza delle

commesse irregolarità, e dei danni che ne erano ad essi avvenuti, li

tenne in dovere, sin tantochè incoraggiati della liberale accoglienza

che a costoro fecero i Greci, la solita cupidigia tornò a dominarli, nè

risparmiarono gli stessi benefattori; e giardini e palagi e chiese

divennero scopo alle loro devastazioni. Alessio, che per la propria

sicurezza incominciò a paventare, tanto fece che li persuase a

trasferirsi sulla sponda asiatica del Bosforo; ma spinti da cieco

impeto, abbandonarono ben tosto il campo che il Principe greco aveva ad

essi additato come il migliore, e senza pensare alle conseguenze, si

precipitarono addosso ai Turchi che la via di Gerusalemme tenevano.

L'Eremita, vergognandosi di far sì trista comparsa, dal campo de'

Crociati a Costantinopoli si trasferì, e il luogotenente del medesimo

Gualtieri, ben degno di comandare a migliori truppe, si adoperò, ma

indarno, per introdurre qualche poco di ordine e di disciplina in mezzo

a questi selvaggi. Tornati a sbandarsi per avidità di saccheggio,

caddero facilmente negli agguati che apparecchiò loro il sultano

Solimano. Questi fece spargere destramente la voce, che una parte di

Crociati marciata innanzi, della capitale de' Turchi erasi impadronita.

Tutti gli altri corsero allora sullo spianato di Nicea, impazienti di

raggiugnere i compagni, e star con essi a parte di preda; ma caduti

vittime de' turchi dardi, cumuli d'ossa annunziarono la sconfitta de'

primi a quelli che vennero dopo[428]; e già trecentomila Crociati avean

trovato il lor sepolcro nell'Asia, prima che una sola città agl'Infedeli

si fosse tolta, prima che i Capi e i Nobili della Cristianità, gli

apparecchi della santa impresa avesser compiti[429].

| CROCIATI | CAPI |VIAGGIO A | ALESSIO | NICEA E

| | |COSTANTIN.| |ASIA MIN.

------------------------------------------------------------------------

I. _Gesta |p. 1, 2 |p. 2 |p. 2, 3 |p. 4, 5 |p. 5-7

Francorum_ | | | | |

| | | | |

II. Roberto il |p. 33, 34 |p. 35, 36 |p. 36, 37 |p. 37, 38 |p. 39-45

Monaco | | | | |

| | | | |

III. _Baldricus_ |p. 89 |..........|p. 91-93 |p. 91-94 |p. 94-101

| | | | |

IV. Raimondo |..........|..........|p. 139, |p. 140, |p. 142

d'Agiles | | |140 |141 |

| | | | |

V. Alberto d'Aix |l. j, |..........|l. ij, |l. ij, |l. ij,

|c. 7, 31 | |c. 1-8 |c. 9, 19 |c. 20-43;

| | | | |l. iij,

| | | | |c. 1-4

| | | | |

VI. Foulcher di |p. 384 |..........|p. 385, |p. 386 |p. 387,

Chartres | | |396 | |389

| | | | |

VII. Giberto |p. 482, |..........|p. 485, |p. 485, |p.

|485 | |489 |490 |491-493,

| | | | |498

| | | | |

VIII. Guglielmo |l. j, |l. j, |l. ij, |l. ij, |l. iij,

di Tiro |c. 18, 30 |c. 17 |c. 1, 4, |c. 5-23 |c. 1-12;

| | |13, 17, 22| |l. iv,

| | | | |c. 13-25

| | | | |

IX. _Radulphus |..........|c. 1, 3, |c. 4-7, |c. 8-13, |c. 14-16,

Cadomensis_ | |15 |17 |18, 19 |21-47

| | | | |

X. _Bernardo |c. 7, 11 |..........|c. 11-20 |c. 11-20 |c. 21-25

Thesaurarius_ | | | | |

------------------------------------------------------------------------

| EDESSA |ANTIOCHIA |BATTAGLIA | SANTA |CONQUISTA

| | | | LANCIA |DI GERUS.

------------------------------------------------------------------------

I. _Gesta |..........|p. 9-15 |p. 15-22 |p. 18-20 |p. 26-29

Francorum_ | | | | |

| | | | |

II. Roberto il |..........|p. 45, 55 |p. 56-66 |p. 61-62 |p. 74-81

Monaco | | | | |

| | | | |

III. _Baldricus_ |..........|p. |p. |p. |p.

| |101-111 |111-122 |116-119 |130, 138

| | | | |

IV. Raimondo |..........|p. |p. |p. 151, |p.

d'Agiles | |142-149 |149-155 |152, 156 |173-183

| | | | |

V. Alberto d'Aix |l. iij, |l. iij, |l. iv, |l. iv, |l. v, c.

|c. 5-32; |c. 33-66; |c. 7-56 |c. 43 |45, 46;

|l. iv, 9, |iv, 1-26 | | |l. vj, c.

|12; l. v, | | | |1-50

|15-22 | | | |

| | | | |

VI. Foulcher di |p. |p. |p. |p. 392 |p.

Chartres |389-390 |390-392 |392-395 | |396-400

| | | | |

VII. Giberto |p. 496, |p. 498, |p. |p. 520, |p.

|497 |506, 512 |512-523 |530, 533 |523-537

| | | | |

VIII. Guglielmo |l. iv, |l. iv, |l. vj, |l. vj, |l. vij,

di Tiro |c. 1-6 |9-24; |c. 1-23 |c. 14 |c. 1-25;

| |l. v, 1-23| | |l. viij,

| | | | |c. 1-24

| | | | |

IX. _Radulphus |..........|c. 48-71 |c. 72-91 |c. 100, |c.

Cadomensis_ | | | |109 |111-138

| | | | |

X. _Bernardo |c. 26 |c. 27-38 |c. 39-52 |c. 45 |c. 54-77

Thesaurarius_ | | | | |

------------------------------------------------------------------------

La prima Crociata non contò alcun monarca europeo che vi marciasse in

persona. L'imperatore Enrico IV avea tutt'altra voglia che di obbedire

alle prescrizioni del Papa. Filippo I, re di Francia, pensava a

ricrearsi, Guglielmo il Rosso, re d'Inghilterra, a conservare una

recente conquista; bastanti brighe offeriva ai re di Spagna la guerra

guerreggiata nell'interno del lor paese co' Mori; i Sovrani

settentrionali della Scozia e della Danimarca[430], della Svezia e della

Polonia, manteneansi tuttavia indifferenti agli interessi e alle

passioni de' popoli del Mezzogiorno. Il fervor religioso si fece con più

efficacia sentire ai principi di secondo ordine, che nel sistema feudale

una rilevante sede occupavano; e fu una tal circostanza che, come

naturalmente, sotto quattro principali condottieri, i Crociati raccolse.

Nel dipingere i caratteri di ognuno di questi duci molte inutili

ripetizioni potrò evitare, osservando che il coraggio e le consuetudini

dell'armi, attributi generali erano di tutti i venturieri cristiani.

I. Goffredo di Buglione, e nella guerra, e ne' consigli, meritò il primo

grado, e felici i Crociati se la condotta generale della impresa fosse

stata unicamente affidata a questo eroe, degno di rappresentar

Carlomagno, da cui per linea femminile scendea. Il padre di lui

apparteneva alla nobile schiatta de' Conti di Bologna marittima. La

madre era erede del Brabante, ossia Bassa Lorena[431], l'investitura del

qual paese, l'Imperatore conferì a Goffredo con titolo di Ducato,

applicato poi impropriamente a Buglione nelle Ardenne, patrimonio

primitivo dei Signori di Buglione[432]. Militando sotto Enrico IV e

portando egli il grande stendardo dell'Impero, il cuore di Rodolfo il

Ribelle, colla lancia sua trapassò. Stato egli il primo a scalar le mura

di Roma, una infermità sopraggiuntagli, un voto fatto nel durare della

medesima, o fors'anche il rimorso di avere portate l'armi contra il

sommo Pontefice, lo confermarono nella risoluzione, più antica in esso,

di visitare, non a guisa di pellegrino, ma di liberatore, il Santo

Sepolcro. Il valor suo temperavano la prudenza e la moderazione; e

comunque cieca la sua pietà, era però verace, e in mezzo al tumulto de'

campi, tutte le virtù reali ed immaginarie di un cenobita in lui si

scorgevano. Superiore alle fazioni che fra gli altri duci spargean la

discordia, ai soli nemici di Cristo i suoi sdegni serbava[433]; e benchè

cotale impresa gli fruttasse un regno, non evvi alcuno fra i medesimi

suoi rivali che alla purezza del suo zelo, o al suo disinteresse non

abbia fatta giustizia. Due fratelli in questa spedizione lo

accompagnarono: Eustachio il primogenito, erede della contea di Bologna,

e Baldovino il minore, le cui virtù da contrarj sospetti non andarono

immuni. Ad entrambe le rive del Reno ripettavasi il Duca di Lorena; e la

nascita e l'educazione, le lingue francese e teutonica gli rendeano

famigliari egualmente. Allor quando i Baroni di Francia, di Alemagna e

di Lorena i lor vassalli assembrarono, l'esercito confederato che militò

sotto la bandiera di Goffredo ad ottantamila fantaccini, e a diecimila

uomini a cavallo sommò.

II. Fra i principi che si chiarirono campioni della Croce al parlamento

tenutosi alla presenza del Re di Francia, circa due mesi dopo il

Concilio di Clermont, può riguardarsi come il più illustre, Ugo, conte

di Vermandois; ma più che il merito, o i possedimenti comunque sotto

entrambi questi riguardi ei meritasse venir distinto, gli ottenne il

soprannome di Grande, la sua qualità di fratello del francese

Monarca[434]. Roberto duca di Normandia, e figlio primogenito di

Guglielmo il Conquistatore, per propria indolenza, e per altrettanta

solerzia del fratello del medesimo Guglielmo il Rosso, avea perduto,

alla morte del padre, il trono dell'Inghilterra. Indole leggiera e animo

debole, molt'altre prerogative di Roberto offuscavano. Per umore

naturalmente gioviale, abbandonavasi di soverchio ai piaceri: le sue

profusioni rovinavano lui come i popoli: per una mal intesa clemenza,

incoraggiava i delitti, onde le virtù amabili di un privato, funesti

vizj divenivano in un sovrano. Risoluto di partirsi per la Palestina,

diede in pegno, per la picciola somma di diecimila marchi, il Ducato di

Normandia all'usurpatore dell'Inghilterra[435]: ma la sua spedizione a

Terra Santa, e il contegno da esso tenutosi durante la guerra,

tutt'altro uomo in lui dimostrarono, e in qualche modo l'opinione

pubblica gli rendettero. — Eravi un altro Roberto, conte di Fiandra,

regale provincia che diede in quel secolo tre regine ai troni di

Francia, d'Inghilterra, e di Danimarca. Veniva soprannomato _la Lancia o

la Spada de' Cristiani_: ma abbandonandosi all'impeto di un soldato, gli

obblighi di un generale talvolta dimenticava. — Stefano, conte di

Chartres, di Blois e Trojes, uno de' più ricchi principi del suo secolo,

talchè il numero de' suoi castelli, co' trecento sessantacinque giorni

dell'anno solea confrontarsi; avea, mediante lo studio delle Lettere, la

mente sua ingentilita, onde nel consiglio dei duci, l'eloquente Stefano

elessero a presidente[436]. Erano questi i quattro principali Capi che i

Franchi, i Normanni e i pellegrini delle isole Britanniche conducevano;

ma un registro di tutti i Baroni crociati che tre o quattro città sol

possedeano, oltrepasserebbe, dice un autore contemporaneo, il catalogo

de' comandanti della spedizione troiana[437].

III. Nel mezzodì della Francia si spartirono fra loro il comando

Ademaro, vescovo di Puy, Legato pontificio, e Raimondo conte di

San-Gille e di Tolosa, che a questi titoli i più luminosi di Duca di

Narbona, e di Marchese di Provenza aggiugnea. Il primo d'essi,

rispettabile prelato, le virtù necessarie alla felicità temporale ed

eterna in sè stesso accoglieva; il secondo, guerriero veterano, dopo

avere già combattuti i Saracini di Spagna, gli ultimi suoi giorni alla

liberazione e alla difesa del Santo Sepolcro fe' sacri. Perizia del pari

e ricchezze, gli acquistarono somma prevalenza nel campo de' Cristiani

che spesso di soccorsi da esso abbisognarono, e qualche volta gli

ottennero; ma più agevole cosa riusciva a Raimondo il costringere gli

Infedeli ad ammirarne il valore, che serbarsi l'affetto de' suoi

vassalli e de' suoi compagni d'armi: l'indole di lui arrogante,

invidiosa, ostinata oscurava l'altre prerogative dell'animo suo; onde a

malgrado di avere egli abbandonato per la causa di Dio un ricco

patrimonio, la pietà sua, nell'opinione pubblica, apparve non disgiunta

dai sentimenti dell'avarizia e dell'ambizione[438]. I Provenzali hanno

fama di essere più mercatanti assai che guerrieri, e sotto nome di

Provenzali[439], gli abitanti dell'Alvernia e della Linguadoca[440], e i

vassalli del regno di Borgogna e di Arles venivan compresi. Raimondo

trasse dalle frontiere della Spagna una banda d'intrepidi venturieri, e

passando per la Lombardia, una folla d'Italiani, che sotto le sue

bandiere arrolaronsi; onde a centomila combattenti, di fanteria e

cavalleria, le forze del medesimo in tutto sommavano. Se Raimondo, primo

ad assumere il vessillo della Croce, fu l'ultimo a mettersi in cammino,

la grandezza degli apparecchi da esso fatti, e il disegno di dire eterno

addio alla sua patria, possono riguardarsi come una scusa legittima di

tale tardanza.

IV. Una doppia vittoria, sul greco imperator riportata, avea già fatto

celebre il nome di Boemondo, figliuolo di Roberto Guiscardo; ma il

testamento paterno al principato di Taranto, e alla sola ricordanza de'

trofei orientali lo avea ridotto, allorchè la fama eccitata dalla santa

impresa, e il passaggio de' Pellegrini franchi il destarono. È

meritevole di attenzione il carattere di questo Duca normanno, in cui

più che in altri ravviseremo grande ambizione, congiunta a fredda

politica, nè però affatto scevra di religioso fanatismo. La condotta da

lui tenutasi dà luogo a credere, ch'egli avesse regolati di nascosto i

disegni del Sommo Pontefice, e finto in appresso di venirli a saper con

sorpresa, e di secondarli con zelo. Nell'assedio di Amalfi, co' discorsi

e coll'esempio, il fervore de' confederati maggiormente infiammò; si

lacerava le vesti per presentar di Croci coloro che al suo esercito si

ascrivevano, e già comandava diecimila uomini a cavallo, e ventimila

fanti, quando a visitar Costantinopoli e l'Asia s'apparecchiò. Molti

Principi normanni seguirono ansiosamente l'antico lor Generale; ma il

cugino di esso, Tancredi[441], più di suo compagno che di soggetto ai

suoi ordini in questa impresa le parti sostenne. Il carattere di

Tancredi, nobile sotto ogni aspetto alle virtù che ad eccellente

cavaliere si addicono[442], univa quel vero spirito di cavalleria, che

inspira al guerriero sentimenti di beneficenza e di generosità, ben da

preferirsi alla spregevole larva di filosofia, ed alla divozione ancor

più spregevole di que' tempi.

Nel tempo trascorso fra il secolo di Carlomagno e le Crociate, fatto

erasi presso gli Spagnuoli, i Normanni, i Franchi, un cambiamento che

per tutta l'Europa rapidamente si dilatò e fu quello di commettere ai

soli plebei il servigio dell'infanteria. Divenuta nerbo degli eserciti

la sola cavalleria, il nome onorevole di _miles_ fu riserbato ai

gentiluomini[443] che combatteano a cavallo, dopo essere stati insigniti

del carattere di cavaliere. I Duchi e i Conti, dopo essersi arrogati i

diritti della sovranità, coi fedeli loro Baroni le province si

scompartivano: e i Baroni a lor volta, distribuirono ai proprj vassalli

i feudi e i benefizi della giurisdizione da essi goduta. Di questi

vassalli militari, riguardati pari l'uno a petto dell'altro, e persino

pari al Signore, da cui la primitiva autorità derivava, era composto

l'Ordine equestre, ossia l'Ordine de' Nobili, che avrebbero arrossito di

ravvisare nel contadino o nel borghese un ente della loro spezie.

Manteneano la dignità de' natali con una scrupolosa sollecitudine di non

contrar parentadi fuori del loro ceto; e i figli de' medesimi non

poteano venire ammessi nell'Ordine de' cavalieri, se quattro quarti, o

generazioni immuni da taccia, o rimprovero non provavano. Ciò nullameno

un valoroso plebeo poteva arricchirsi, nobilitarsi nell'armi, divenire

ceppo d'una nuova prosapia. Un semplice cavaliere avea diritto di

istituirne un altro, cui di questo onore militare credesse degno; e i

bellicosi monarchi dell'Europa, più di questa distinzion personale che

dello splendor del diadema, invanirono. Una tal cerimonia, di cui

troviamo le tracce nelle opere di Tacito e nei boschi della

Germania[444], fu semplice nella sua origine, e dalle idee religiose

disgiunta. Dopo alcune prove d'uso, venivano adattati alla gamba del

candidato gli speroni, e cintagli la spada, dopo di che ricevea una

lieve percossa sulla spalla, o sulla guancia, come per avvertirlo essere

questo l'ultimo affronto che ei non potea sopportare senza volerne

vendetta; ma la superstizione, ben tosto, in tutti gli atti della vita

privata, o pubblica si frammise. Dalle guerre sante consacrata la

professione dell'armi, i diritti e i privilegi degli Ordini Sacri del

sacerdozio, all'Ordine cavalleresco divenner comuni. Il bagno, e la

tonaca bianca di cui vestito era il novizio, una sconvenevole imitazione

della rigenerazion battesimale divennero. I ministri della Chiesa

benedivano la spada, che sull'altare, il cavaliere nuovamente creato

posava. Preghiere e digiuni precedevano la cerimonia, e armato era

cavaliere a nome di Dio, di S. Giorgio e dell'Arcangelo S. Michele. Ei

profferiva il voto di adempire i doveri della sua professione; della

qual promessa l'educazione, l'esempio, l'opinion pubblica si facevano

mallevadori. Come campione di Dio e delle donne (arrossisco nel

collegare insieme queste due idee così disparate) egli obbligavasi a non

mai tradire la verità, a mantenere la giustizia, a proteggere gli

infelici, ad usare la _cortesia_, (virtù agli antichi men famigliare) a

combattere gli Infedeli, a sprezzare le lusinghe di una vita molle e

pacifica, a difendere, in tutte le occasioni pericolose, l'onore della

cavalleria, l'abuso della quale, il disprezzo dell'arti, della pace e

dell'industria ben tosto fra i cavalieri introdusse. Riguardatisi

questi, come i soli giudici, e vendicatori competenti delle proprie

ingiurie, le leggi della società civile e della militar disciplina

rifiutarono parimente; ciò non ostante sonosi provati spesse volte, e

ravvisati con molta evidenza, i felici effetti che una tale istituzione

operò, nell'ammansare l'indole feroce de' barbari, e nell'inspirare ai

medesimi i principj della buona fede, dell'umanità e della giustizia.

Dileguatesi a poco le ingiuste nimistà prodotte da differenza di patria,

la fraternità d'armi, o di religione, introdusse uniformità di massime,

e gara di virtù fra i Cristiani. I guerrieri di ogni nazione aveano ad

ogni istante motivi di assembrarsi, per pellegrinaggi al di fuori, per

imprese, o esercizj militari nelle interne parti d'Europa; e un giudice

imparziale, ai Giuochi olimpici, tanto nell'Antichità rinomati[445], i

tornei de' Goti certamente preferirà. Negli spettacoli del primo genere

che corrompeano i costumi de' Greci anzichè no, la modestia bandiva

necessariamente dallo stadio le vergini e le matrone; ne' secondi in

vece, nobili ed avvenenti donne accresceano co' vezzi di lor presenza la

pomposa decorazione della lizza, e il vincitore ricevea il premio

dell'agilità e del coraggio dalle lor mani medesime. La forza e la

destrezza che nella lotta e nel pugilato voleansi, hanno corrispondenze

sol lontane ed incerte, co' pregi ad un soldato essenziali: ma i tornei,

siccome inventati vennero in Francia, e nell'Oriente e nell'Occidente

imitati, una vera immagine delle militari fazioni presentano. I

particolari certami, le generali scaramucce, le difese di un passo o di

un castello, nel modo medesimo che alla guerra vi si eseguivano, e in

entrambe le circostanze dall'abilità del guerriero nel regolare il suo

corridore, e nell'adoperare la sua lancia, i buoni successi pendeano.

Quasi sempre della lancia il cavaliere valeasi. E nel momento del

maggior pericolo, cavalcava un grande ed impetuoso corridore, che nel

tempo rimanente della giostra veniva condotto a mano; ed intanto un

palafreno, avvezzo a più mite andatura, il suo ufizio al combattente

prestava. Superflua cosa or sarebbe il descrivere la foggia degli elmi,

delle spade, de' cosciali, degli scudi, e mi basterà a tal proposito

annotare che invece di pesanti corazze, i giacchi, o saj da guerra, il

petto de' combattenti coprirono. Dopo aver messa in resta la lunga

lancia, e spronato violentemente il suo cavallo di battaglia, il

cavaliere faceva impeto sull'avversario, impeto tanto forte ed

immediato, che rade volte la cavalleria de' Turchi e degli Arabi il

potea sostenere. Ciascun cavaliere veniva nel campo di battaglia

accompagnato dal suo fedele scudiero, giovine, per lo più, eguale di

nascita al proprio Capo, e che faceva a canto di lui il noviziato della

milizia. I suoi arcieri ed armigeri gli venivano dopo, nè men di quattro

o cinque soldati erano necessarj a formare una _lancia_ compiuta. I

patti del servigio feudale, alle spedizioni straniere, o di Terra Santa,

non obbligavano. In tali guerre, l'opera de' cavalieri e del lor seguito

ottenevasi unicamente dal loro zelo e dalla loro affezione alla causa

che doveasi difendere, ovvero per via di ricompense e promesse. Il

numero de' combattenti era proporzionato alla possanza, alle ricchezze,

alla celebrità di ciascuno de' Capi independenti, i quali gli uni degli

altri si discerneano allo stendardo, alle imprese, al grido di guerra;

onde le più antiche famiglie d'Europa, fra questi segnali, l'origine e

le prove della vetusta loro nobiltà van rintracciando. Questa

compendiosa descrizione della cavalleria mi ha fatto portare indugio

alla storia delle Crociate che di una tale istituzione furono effetti e

cagioni ad un tempo[446].

[A. D. 1097]

Tali furono le milizie, e tali i duci che assunsero l'impresa della

Croce per correre a liberare il Santo Sepolcro. Era già partita la

flotta de' vagabondi, descritti dianzi, allorchè quelli mutuamente

s'incoraggiarono, per via di lettere e parlamenti, ad adempiere i

giurati voti, e ad affrettar la partenza. Le mogli, le sorelle di questi

campioni entrar vollero a parte del merito e de' rischi del santo

pellegrinaggio. Tutte le preziose suppellettili in verghe d'oro e

d'argento vennero convertite; i principi e baroni si condussero dietro e

cani, e falchi, per non perdere lungo la strada il piacere della caccia,

e per essere certi di tener provvedute le proprie mense. La difficoltà

di procurar nudrimento a sì grande numero d'uomini e di cavalli, a

separare le loro forze costrinsegli; l'elezione loro, o le circostanze

di sito, additarono il compartimento delle strade, e rimasero d'accordo

di convenir tutti nelle vicinanze di Costantinopoli, e colà incominciar

tosto le fazioni belliche contra i Turchi. Dalle rive della Mosella,

Goffredo di Buglione attraversò in linea retta l'Alemagna, l'Ungheria, e

il paese de' Bulgari, e sintantochè egli comandò solo, il suo esercito

non fece passo, che non comprovasse la prudenza e le virtù del

condottiero. Ai confini dell'Ungheria, lo arrestò per tre settimane, una

popolazione di Cristiani, che il nome della Croce, o piuttosto, nè in

ciò avean torto, l'abuso che di cotal nome erasi fatto, abborrivano.

Recenti essendo le ingiurie che dai primi pellegrini ricevettero gli

Ungaresi, questi che a lor volta oltre ogni confine spinta avevano la

vendetta, temeano a ragione un eroe da sdegno di patria congiunto co'

loro offensori, e con essi ad un'impresa medesima accinto; ma dopo

l'esame de' motivi e degli avvenimenti, il virtuoso Goffredo,

limitandosi a deplorare i delitti e le sciagure de' suoi indegni

compatriotti, dodici deputati, quai messaggeri di pace inviò, onde a

nome di esso, domandassero libero il passaggio, e a moderato prezzo le

vettovaglie. Che anzi per togliere ogni argomento d'inquietezza, o

sospetto a queste genti, Goffredo diede in ostaggio sè, indi il proprio

fratello a Carlomanno, principe di Bulgaria, che con modi semplici, ma

amichevoli, co' medesimi usò. Sul Vangelo, in cui gli uni e gli altri

credevano, giurarono scambievolmente di mantenere i patti, intantochè un

bando, che pronunziava contra chi il violasse la morte, e la licenza e

l'audacia de' latini soldati frenò. Dall'Austria fino a Belgrado, senza

commettere, o ricevere la menoma ingiuria, attraversarono le pianure

dell'Ungheria, e la presenza di Carlomanno, che con numerosa cavalleria

a fianco di questi armati veniva, alla sicurezza loro in uno, e a quella

de' suoi Stati giovò. Così pervennero i Crociati sino alle sponde della

Sava, il qual fiume varcato, Carlomanno gli ostaggi restituì, e gli

accompagnò nel separarsi da essi con sinceri voti pel buon esito della

loro spedizione. Nel modo medesimo, e serbando egual disciplina,

Goffredo trascorse le foreste della Bulgaria, e i confini della Tracia,

potendo congratularsi con sè medesimo di essere quasi aggiunto al

termine del suo pellegrinaggio senza l'uopo di sguainare contra un

Cristiano la spada. Intanto Raimondo, co' suoi Provenzali, dopo aver

seguìte da Torino ad Aquilea le strade dilettevoli e facili della

Lombardia, camminò quaranta giorni per le inospite contrade della

Dalmazia[447] e della Schiavonia, ove ai disgusti che offeriva un paese

sterile e montagnoso, quelli di un cielo sempre annuvolato si

aggiunsero. Gli abitanti davansi alla fuga, o quai nemici si

dimostravano; poco frenati dalla lor religione, o dal lor governo,

ricusavano viveri e scorte a que' passaggieri, e se scontravansi in

soldati sbandati gli uccideano; talchè, nè giorno, nè notte, ebbe pausa

la vigilanza del Conte, il quale più profitto ritrasse dal far

giustiziare alcuni di cotesti ospiti scorridori, che da un parlamento e

da un negoziato convenuto col Principe di Scodra[448]. Innoltre nel suo

cammino fra Durazzo e Costantinopoli, lo tribolarono, senza però

arrestarne il viaggio, i soldati e i contadini del greco Imperatore; i

quali, con alcune equivoche ostilità, s'accigneano parimente a turbare

il passaggio degli altri Capi che sulla costa d'Italia per valicare

l'Adriatico mare imbarcavansi. Boemondo, ben provveduto d'armi e di

navi, era di più previdente, sollecito di mantenere la militar

disciplina, nè le province dell'Epiro e della Tessaglia doveano per

anche aver dimenticato il nome di questo guerriero; onde il suo saper

militare e il valore di Tancredi tutti gli ostacoli superavano. Benchè

il Principe normanno molto riguardo inverso i Greci ostentasse, permise

il saccheggio del castello d'un eretico a' suoi soldati[449]. I nobili

Franchi affrettarono il lor cammino con quell'ardore cieco e presuntuoso

che alla nazion loro viene sì spesso rimproverato. Dall'alpi fino alla

Puglia, la corsa di Ugo il Grande, de' due Roberti e di Stefano di

Chartres, per mezzo ad un florido paese, e fra le acclamazioni de'

Cattolici, ad una processione trionfale paragonar si potea. Baciarono i

piedi del Pontefice Romano, dalle cui mani il fratello del Re di Francia

ricevè lo stendardo dorato del Principe degli Appostoli[450]; ma per

questa visita di divozione e diporto trascurarono di calcolar le

stagioni e di procacciarsi quanto era necessario all'imbarco. Perduto

inutilmente il verno, i soldati Franchi dispersi per le città

dell'Italia corruppersi. Per più riprese si veleggiò senza avere la

debita cura alla sicurezza della flotta, e alla dignità de' condottieri.

Nove mesi dopo la festa dell'Assunzione, assegnata dal Papa qual giorno

della partenza, tutti i Principi latini ne' dintorni di Bisanzo

convennero; ma il Conte di Vermandois vi comparve in forma di

prigioniero, perchè la tempesta avendo separate le prime navi della sua

flotta, i luogotenenti di Alessio, tutte le leggi delle nazioni

infrangendo, della persona del principe francese si erano impadroniti.

Intanto ventiquattro cavalieri in armadura d'oro splendenti, aveano

annunziato l'arrivo di Ugo, e intimato all'Imperatore di rispettare il

Generale dei cristiani latini, e il fratello del Re dei Re[451].

[A. D. 1096-1097]

Ho letta in una novelletta orientale, la favola di un pastore, che per

avere appunto veduto pago un suo voto, ogni cosa perdè. Questo meschino

chiedeva acqua, e il Gange, innondandogli il podere, la mandria e la

capanna del supplicante, seco si trascinò. Una sorte non molto diversa,

sovrastò ad Alessio Comneno, che non per la prima volta in questa Storia

è nominato, e la condotta del quale viene in così diverso modo dipinta

da Anna Comnena, figlia del medesimo[452], e dagli scrittori

latini[453]. Gli Ambasciatori di questo Sovrano, nel Concilio di

Piacenza, aveano pregato per ottenere un mediocre sussidio, forse non

maggiore di diecimila uomini; ma all'arrivo di tanti poderosi Capi, e di

tante nazioni fanatiche in armi, atterrito rimase. Fra la speranza e il

timore, fra il coraggio e la pusillanimità, l'Imperatore ondeggiava;

pure non giungerò mai a persuadermi, nè veggo alcuna ragione di credere,

che nella sua tortuosa politica, da lui ravvisata siccome prudenza, egli

abbia mai cospirato contro la vita, o l'onore de' Francesi. Le bande,

condotte da Piero Eremita, un miscuglio di selvagge fiere, anzi che

d'uomini ragionevoli, presentavano, onde Alessio non potè nè prevenirne,

nè deplorarne la perdita. Le truppe comandate da Goffredo, e dai

compagni di esso, meritevoli di maggior rispetto, non di maggior

fiducia, sembrarongli. Comunque pietosi e puri riguardar si potessero i

fini che li guidavano, l'Imperator greco paventava del pari l'ambizione

conosciuta di Boemondo, e la mal cognita indole degli altri Capi. Cieco

ed impetuoso era il coraggio de' Franchi; le ricchezze della Grecia

potevan sedurli; fiancheggiati da eserciti numerosi, il convincimento

delle lor forze, trarli in maggiore orgoglio, e incoraggiarne la

cupidigia; in somma, non sarebbe stato strano che per Costantinopoli,

Gerusalemme avessero dimenticata. Dopo un lungo cammino e una penosa

astinenza, le soldatesche di Goffredo nelle pianure della Tracia

accamparono, ove intesero la cattività del Conte di Vermandois, colla

massima indignazione; indignazione cui lo stesso Generale non potè

impedire qualche sfogo di rappresaglie e rapine. Ma gli ammansò la

sommessione di Alessio, che promise vettovagliare il lor campo; e poichè

i soldati negavano tragittare il Bosforo fra i rigori del verno, vennero

assegnate stanze ai medesimi per mezzo ai giardini e ai palagi, che

questo braccio di mare coprivano. Intanto durava sempre un germe

inestinguibile di nimistà fra le due nazioni, che i predicati di schiavi

e di barbari, mutuamente si compartivano. Della ignoranza è figlio il

sospetto; dal sospetto alle provocazioni giornaliere, è breve il

tragitto; le preoccupazioni dell'animo sono cieche; la fame non ascolta

ragioni. Venne apposta ad Alessio l'accusa di aver divisato affamare i

Latini, in un posto pericoloso, cinto per ogni lato dall'acque[454].

Goffredo ordinò si sonasse a raccolta, forzò una trincea, coperse col

suo esercito la pianura, ai sobborghi di Costantinopoli fece oltraggio;

ma sì agevole cosa non era il rompere le porte della città, o dar la

scalata a baluardi, guerniti di soldatesche. Dopo una pugna d'esito

incerto, le voci della pace e della ragione, entrambe le parti

ascoltarono. I donativi e le promesse del Principe greco, a mano, a mano

i violenti animi degli Occidentali ammollirono, e, guerriero cristiano

egli pure, Alessio studiossi rianimare l'ardore per la santa impresa,

promettendo le sue milizie e i suoi tesori per secondarla. Giunta la

primavera, condiscese Goffredo ad occupare un adatto e ben provveduto

campo nell'Asia, e varcato ch'egli ebbe il Bosforo, i legni greci alla

riva opposta tornarono; greca politica che fu successivamente adoperata

cogli altri Capi venuti da poi, i quali assicurati dall'esempio de' loro

predecessori, e stremati dalle fatiche del viaggio, usarono egual

compiacenza ad Alessio, che con accorgimento e solerzia, evitò sempre

l'unione di due eserciti sotto le mura di Costantinopoli; onde dopo la

festa della Pentecoste, un sol Crociato sulla riva d'Europa non

rimaneva.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11 · 第 15 / 22 题