CAPITOLO LV.

_I Bulgari. Origine, migrazioni, e fermate degli Ungaresi. Lor

correrie nell'Oriente e nell'Occidente. Monarchia de' Russi.

Particolarità sulla Geografia, e il commercio di questa nazione.

Guerra de' Russi contro l'Impero Greco. Conversione de'

Barbari._

Sotto il regno di Costantino, pronipote di Eraclio, un nuovo sciame di

Barbari distrusse per un continuo avvenire quel cancello antico del

Danubio che fu poi così spesso atterrato, e rifabbricato. I progressi di

questi Barbari, vennero, a caso e senza che eglino stessi se ne

avvedessero, favoreggiati dai Califfi. Le legioni romane non mancavano

di faccende nell'Asia, e, dopo avere perduto la Sorìa, l'Egitto, e

l'Affrica, i Cesari si videro per due volte ridotti al rischio, e al

disdoro di difendere contro i Saracini la lor capitale. Se nel narrare

diverse particolarità intorno a questo popolo tanto spettabile, io ho

deviato alcun poco dalla linea che prefissa erami nel divisamento della

mia Opera, l'importanza del soggetto coprirà questa colpa e servirammi

di scusa. Tanto nell'Oriente quanto nell'Occidente, così negli affari di

guerra come in quelli di religione, o considerando i progressi che

fecero nelle Scienze, o la loro prosperità, o la lor decadenza, gli

Arabi eccitano sotto ogni aspetto la nostra curiosità. Possono

attribuirsi all'armi loro i primi disastri della Chiesa greca, e del

greco Impero; e i discepoli di Maometto tengono tuttavia lo scettro

civile e religioso delle nazioni dell'Oriente. Ma avrebbe argomento poco

degno di un'eguale fatica, la storia di quegli sciami di popoli selvaggi

che, nel tempo trascorso fra il settimo, e il dodicesimo secolo, ora a

guisa di passeggieri torrenti, or per una sequela di migrazioni[71]

dalle pianure della Scizia l'Europa innondarono. Barbari sono i lor

nomi, incerta la loro origine: confuso il modo onde son pervenute a noi

le lor geste. Governati da una cieca superstizione, e da un valor

brutale condotti, costoro non offerivano nella monotonia delle lor vite

pubblica e privata, nè le soavità dell'innocenza, nè i lumi della

politica. I disordinati loro assalti furono infruttuosi contra il soglio

di Bisanzio: la maggior parte di queste bande è sparita senza lasciar

vestigio di sè, e i loro miserabili avanzi rimangono, e rimarranno forse

ancor lungo tempo, sotto dominazioni ad essi straniere. Mi limiterò a

scegliere per mezzo alle antichità, I de' _Bulgari_, II degli

_Ungaresi_, III de' _Russi_, quei tratti che meritano essere conservati.

IV la Storia delle conquiste de' _Normanni_, e V della Monarchia de'

_Turchi_ mi condurrà alle memorabili Crociate di Terra Santa e alla

doppia caduta della città, e dell'impero di Costantino.

[A. D. 680]

I. Intanto che movea verso l'Italia, Teodorico[72] Re degli Ostrogoti,

gli fu mestieri col debellarli, superare l'ostacolo che i Bulgari gli

opponevano. Dopo una tale sconfitta, il nome di _Bulgari_, e questa

popolazione medesima, sparvero per un secolo e mezzo; onde avvi luogo a

credere che sol per via di nuove colonie fattesi sulle rive del

Boristene, del Tanai, o del Volga, nuovamente si diffondesse in Europa o

la stessa denominazione, od una denominazione allo incirca non

dissimile. Un re dell'antica Bulgaria[73], giunto agli estremi del

vivere, lasciò ai cinque suoi figli un'ultima lezione di moderazione e

concordia, che i giovani Principi ricevettero, come d'ordinario

soglionsi ricevere dalla gioventù gli avvisi della vecchiezza, e della

esperienza. Seppellirono il padre loro, si scompartirono i suoi sudditi

e le sue mandrie, i consigli ne dimenticarono. Separatisi indi, o

ciascuno postosi a capo della sua truppa, cercarono fortuna, chi da una

banda, e chi dall'altra, e troviam ben tosto il più avventuroso di essi,

nel cuor dell'Italia sostenuto dalla protezione dell'Esarca di

Ravenna[74]; ma il corso della migrazione si volse, o venne trascinato

verso la capital dell'Impero. Allora la moderna Bulgaria, acquistando,

sulla riva australe del Danubio il nome e la forma che mantiene ancor

tuttavia, queste popolazioni ottennero per guerra, o per negoziati le

province romane della Dardania, della Tessaglia, e dei due Epiri[75];

tolsero la supremazia ecclesiastica alla città, che fu patria di

Giustiniano: e al momento della loro prosperità, la città oscura di

Licnido, ovvero Acrida, divenne la residenza del loro Re, e del loro

Patriarca[76]. Una prova incontrastabile, e dal loro idioma dedotta, ne

assicura che i Bulgari derivano dalla schiatta primitiva dagli

Schiavoni, o, per parlare con maggiore esattezza, dagli Slavoni;[77] e

che le popolazioni de' Serviani, de' Bosnj, de' Rasciani, de' Croatti,

de' Valacchi, venute dalla medesima origine[78] ec. seguirono gli

stendardi o l'esempio della tribù principale. Questo diverse tribù

tennero i diversi paesi che giaciono fra l'Eussino, e il mare Adriatico,

quali in istato di prigioniere o di suddite, quali di confederate o

nemiche del greco Impero; e il loro nome generico di Slave[79] che

equivaleva a gloria, corrotto dal caso o dalla malivolenza, non indica

oggi giorno che servitù[80]. Fra queste colonie i Crobaziani[81] o

Croatti, che oggidì fan parte della forza militare degli Austriaci,

discendono da un poderoso popolo, già vincitore e sovrano della

Dalmazia. Le città marittime, e fra l'altre la nascente Repubblica di

Ragusi, avendo implorato il soccorso e gli avvisi della Corte di

Bisanzio, Basilio ebbe tanta grandezza d'animo per consigliarle a non

serbare al romano Impero che una lieve testimonianza di lor fedeltà, e

di calmare, mercè un annuale tributo, il furore di quegli invincibili

Barbari. Undici _Zupani_, o proprietarj di grandi feudi, si

scompartivano il regno della Croazia: e le lor forze unite componeano un

esercito di sessantamila uomini a cavallo e di centomila fantaccini. Una

lunga costa di mare coperto da una catena di isole, frastagliato da ampj

porti, e quasi a veggente delle rive dell'Italia, allettava alla

navigazione i Latini, e gli stranieri. Le lancie, e i brigantini de'

Croatti erano foggiati a guisa delle barche de' primi Liburnj. E per

vero dire, cento ottanta navigli offrono l'idea d'una rilevante

marineria; ma gli uomini di mare de' nostri giorni non potrebbero

rattenere le risa in udendo memorare vascelli da guerra, la cui ciurma

non sommava a maggior numero di dieci, venti, o quaranta uomini al più.

S'introdusse a poco a poco l'usanza di adoperare più onorevolmente

siffatti navigli ai bisogni del commercio: nullameno i pirati schiavoni

erano sempre in grande numero e da temersi; e solamente sul finire del

decimo secolo la Repubblica di Venezia, si assicurò la libertà e la

sovranità del Golfo[82]. Gli antenati di questi re dalmati, peregrini

agli usi come agli abusi della navigazione, abitavano la Croazia

Bianca, le parti interne della Slesia, e della piccola Polonia, lontani,

giusta i calcoli de' Greci, trenta giornate dal Mar Nero.

[A. D. 640-1017]

Poco durevole e poco estesa del pari fu la gloria de' Bulgari[83]. Ne'

secoli nono e decimo, regnavano ad ostro del Danubio; ma più poderose

nazioni che migrate erano dopo di essi, gl'impedirono volgersi di nuovo

a settentrione, o di far progressi verso il ponente. Nondimeno

nell'oscuro novero delle loro imprese, una ne posson citare, di cui fino

a quel momento era stato serbato l'onore ai soli Goti, quella di avere

ucciso in battaglia uno fra i successori d'Augusto e di Costantino.

L'imperatore Niceforo dopo avere perduta la sua fama nella guerra

d'Arabia, perdè la vita nell'altra che contro gli Schiavoni sostenne.

Nel principio della stagione campale penetrato era con arditezza, e buon

successo, nel cuore della Bulgaria, giunto a metter fuoco alla _Corte

Reale_, che, giusta ogni apparenza, era, e non altro, un villaggio colle

case fabbricate di legno; ma intanto che al bottino si affaccendava,

ricusando ogni proposta di negoziazioni, i nemici ripresero coraggio, e,

riunite le loro forze, posero ostacoli insuperabili alla sua ritirata;

per lo che fu udito esclamare tremando: «Oimè! Oimè! A meno di valerci

d'ali come gli uccelli, non ci rimane alcuna via di salvezza». Due

interi giorni standosi nella inerzia della disperazione, aspettò il suo

destino; ma al giunger del terzo, e sorpreso il campo imperiale dai

Bulgari, il sovrano, e i grandi ufiziali della Corona nelle proprie

tende vennero trucidati. Almeno il corpo di Valente non avea sofferti

oltraggi; ma il capo di Niceforo fu esposto sopra una picca, e il cranio

del medesimo incastrato in oro, fu spesse volte empiuto di vino in mezzo

alle orgie della vittoria. I Greci, benchè deplorassero l'invilimento

cui disceso era il trono, dovettero ravvisare in ciò un giusto castigo

della avarizia, e della crudeltà. La coppa dianzi accennata facea palese

tutte le barbarie degli Sciti; pure innanzi la fine di questo medesimo

secolo, i lor costumi selvaggi si ingentilirono per una conseguenza del

commercio pacifico che ebbero co' Greci, del colto paese che

possedettero, e del Cristianesimo, che fra loro s'introdusse: i nobili

della Bulgaria vennero allevati nelle scuole, e alla Corte di

Costantinopoli, laonde Simeone[84], giovine principe della reale

famiglia fu istrutto nella Rettorica di Demostene, e nella Logica di

Aristotile.

[A. D. 927-932]

Questo Simeone abbandonò la vita monastica per assumere gli ufizj di re

e di guerriero; e sotto il suo regno, che oltre a quarant'anni durò, i

Bulgari fra le potenze del mondo incivilito presero sede. I Greci,

assaliti da questo Sovrano per più riprese, cercarono conforti dal non

risparmiargli rimproveri di perfido e di sacrilego. Inoltre si

procacciarono con danari i soccorsi de' Turchi. Ma Simeone, dopo avere

perduta contro di questi una battaglia, in un secondo scontro il

disastro emendò, riportando vittoria in un tempo ove riguardavasi qual

ventura l'evitare i colpi di questa nazion formidabile. Vinse, ridusse

in cattività, disperse la tribù de' Serviani; e chi trascorse il

territorio della Servia, prima che fosse popolato di nuovo, null'altro

potè scoprirvi fuor di cinquanta vagabondi, privi di mogli e di figli, e

che una sussistenza precaria traevano dalla caccia. I Greci soffersero

una sconfitta alle rive dell'Acheloo, presso gli autori classici tanto

famose[85], e il corno del Dio dal vigore dell'Ercole barbaro fu messo

in pezzi. Simeone strinse d'assedio Costantinopoli, e, in un parlamento

avuto coll'Imperatore gli dettò le condizioni della pace. Nel convenire

l'uno alla presenza dell'altro, tutte le cautele della diffidenza

adoperarono. La reale galea venne legata ad una munitissima piattaforma

che a tal fine era stata costrutta; e il Barbaro si mostrò vano di

pareggiare in pompa la maestà della porpora. «Siete voi cristiano?

Romano gli chiese umilmente: dovete astenervi dal versare il sangue de'

vostri fratelli. Fu sete di ricchezze che vi fece rinunziare ai beni

della pace? Rimettete la vostra spada nel fodero; aprite la mano, e

appagherò i vostri più avidi desiderj.» Una lega domestica fu il

suggello della riconciliazione: venne pattuita, o rimessa fra entrambi i

popoli la libertà del commercio; i primi onori della Corte retribuiti,

per espressa condizione, e a preferenza degli Ambasciatori de' nemici e

degli stranieri[86], ai confederati della Bulgaria: i principi bulgari

ottennero il glorioso titolo di _Basileus_ o Imperatore, il che fu

argomento d'odio e d'invidia. Ma durata per poco questa buona

intelligenza, le due nazioni ripresero l'armi alla morte di Simeone, i

cui deboli successori, separatisi fra loro, la propria distruzione

operarono. Nel principio dell'undicesimo secolo, Basilio II nato nella

porpora, meritò il soprannome di vincitore de' Bulgari; e un tesoro di

quattrocentomila lire sterline (del peso di diecimila libbre d'oro) che

ci trovò nella reggia di Licnido, saziò in qualche modo la sua avarizia.

Usò a mente fredda una vendetta raffinata ed atroce contro quindicimila

prigionieri, non colpevoli d'altro che di avere difesa la loro patria.

Cavati gli occhi a questi infelici, solamente per ogni centinaio

d'uomini fatti ciechi, si lasciava un occhio ad uno di essi, perchè

potesse scortare gli altri a piedi del vinto loro monarca. Vuolsi che il

re de' Bulgari morisse di terrore, e di angoscia al contemplare un sì

miserando spettacolo, per cui agghiadando parimente di spavento tutti i

suoi sudditi, scacciati vennero facilmente dal lor paese, e in angusto

territorio a vivere confinati. Quelli fra i Capi che a tanta calamità

sopravvissero, non altro raccomandarono ai loro figli che pazienza e

vendetta.

[A. D. 884]

II. Allorchè il folto sciame degli Ungaresi, si mostrò per la prima

volta in atto di piombare sull'Europa, nove secoli incirca dopo l'Era

cristiana, le nazioni sopraffatte dallo spavento e dalla superstizione,

immaginarono essere queste genti il _Gog_ e il _Magog_ della Scrittura,

i segnali e i forieri del finimondo[87]. Poichè la letteratura si è fra

essi introdotta, sonosi dati alla ricerca degli antichi monumenti della

loro storia con ardore di curiosità patriottica, veramente degna

d'encomj[88]. Rischiarati dai lumi di una sana critica, non può omai

tenergli a bada una vana genealogia che da Attila dagli Unni li fa

discendere; bensì dolgonsi dei primi loro archivj periti nella guerra

de' Tartari; in guisa che hanno dimenticato da lungo tempo il

significato o vero, o favoloso, delle rustiche loro canzoni; e si vedono

costretti a conciliar con fatica gli avanzi di una cronaca informe[89]

colle particolarità della loro storia pubblicata dall'Imperatore, che ha

scritto intorno alla amministrazione e alla geografia del greco

Impero[90]. _Magiar_ era il vero nome degli Ungaresi, perchè così

chiamavansi da sè medesimi, e sotto questo nome conosciuti erano

nell'Oriente. I Greci li distinguevano dalle altre tribù della Scizia,

col nome particolare di Turchi, siccome usciti da quella gigantesca

nazione che avea conquistata e governata tutta la estensione di paese

situata fra il Volga e la Cina. La popolazione stanziatasi nella

Pannonia avea corrispondenza di commercio, o di amicizia coi Turchi che

soggiornavano ad oriente verso i confini della Persia; erano scorsi tre

secoli e mezzo dopo la migrazione di queste genti, allorchè i missionarj

del Re di Ungheria scopersero in riva al Volga, e riconobbero la patria

de' loro antenati. Ivi accolti vennero da' selvaggi idolatri che il nome

di Ungaresi ancor mantenevano, conversarono con essi usando del loro

idioma, e rammentando una tradizione ad essi rimasta della partenza di

una mano di loro compatriotti ch'essi riguardavano da lungo tempo

perduti, udirono con sorpresa la maravigliosa storia del nuovo loro

reame, e della nuova religione che aveano abbracciata. I vincoli di

sangue aggiunsero ardore allo zelo del proselitismo. Uno fra i più

grandi principi della colonia ungarese d'Europa, meditò il disegno

generoso, ma inutile, di trapiantare ne' deserti della Pannonia quella

banda di Ungaresi Tartari[91]. Questi vennero scacciati dalla patria de'

lor maggiori, e spinti ver l'occidente dalla guerra, dal capriccio di

alcune bande, e dalla forza superiore di più lontane tribù che, uscite

dal fondo dell'Asia, si impadronivano a mano a mano de' paesi che lungo

il cammino trovavano. La ragione, o il caso condusse questi Ungaresi

verso i confini dell'Impero romano; e giusta il loro stile, si fermarono

alle rive de' grandi fiumi, per lo che sonosi scoperte ne' dintorni di

Mosca, e di Kiovia, e nel territorio della Moldavia, le vestigia del

soggiorno lor momentaneo[92]. In tai lunghe e variate peregrinazioni non

sempre veniva lor fatto il sottrarsi alla dominazione del più forte; la

mescolanza di una progenie straniera o migliorò, o viziò la purezza del

loro sangue; molte tribù di Chazari, o per forza, o volontariamente,

agli antichi loro vassalli si collegarono, introducendo fra essi l'uso

di un secondo idioma; e la fama che aveano di valore, ottenne a questi

il posto più onorevole nell'ordine della battaglia. Le truppe dei Turchi

e de' lor confederati, formavano sette divisioni militari di pari forza:

ciascuna delle quali comprendeva trentamila ottocento cinquantasette

guerrieri: talchè calcolando le donne, i fanciulli, e i servi, colla

proporzione ordinaria, il numero di questi migrati si troverà essere

asceso almeno ad un milione. Sette Vevodi o Capi ereditarj conduceano

gli affari pubblici; ma le discordie, e la debolezza della loro

amministrazione fecero comprendere la necessità del governo più semplice

e vigoroso di un solo. Lo scettro ricusato dal modesto Lebedias, ai

natali e al merito di Almo, e di Arpad figlio di Almo fu conceduto; e il

popolo giurò di obbedire al suo principe, questi di consultare la

felicità e la gloria del suo popolo; e l'autorità del supremo Kan de'

Cazari un tale patto formò.

Le accennate particolarità potrebbero bastare, se l'acume de' moderni

dotti non avesse aperto ai nostri sguardi un nuovo e più vasto campo di

cognizioni sulla storia degli antichi popoli. La lingua degli Ungaresi

che si distingue sola, e come lingua a parte fra i dialetti schiavoni,

ha un'affinità sensibile ed intrinseca cogl'idiomi della schiatta

finnica[93], popolo selvaggio che più non conosciamo oggi giorno, e che

occupava altre volte le regioni settentrionali dell'Asia, e dell'Europa.

La loro primitiva denominazione di _Ugri_, o _Igur_, trovasi sul confine

Occidentale della Cina[94]; alcuni monumenti tartari provano la

migrazione di questi popoli sulle rive dell'Irtish[95]; un nome e un

idioma somigliante rinvenivasi nelle parti australi della Siberia[96], e

gli avanzi delle finniche tribù rimangono a più distanze sparsi sopra

una grande estensione, che incominciando dalla sorgente dell'Oby, va a

terminarsi alle coste della Lapponia.[97] Gli Ungaresi, e i Lapponi

usciti d'una medesima origine, offrirebbero un segnalato esempio de'

poderosi effetti del clima, che fra i discendenti di uno stesso padre

pone tanta opposizione, qual la veggiamo tra gli avventurieri che oggidì

s'inebbriano col vino delle rive del Danubio, e i miseri fuggiaschi,

sepolti in mezzo alle nevi del Circolo polare. Le armi, e la libertà

furono mai sempre le passioni dominanti, ma troppo spesso infelici degli

Ungaresi, cui la Natura e forza di corpo, e vigor d'animo compartì[98].

L'eccessivo freddo ha impicciolita la statura de' Lapponi, e

addiacciate, per così dire, le facoltà loro intellettuali. Fra tutti i

figli degli uomini, le solo tribù artiche ignorano che sia guerra, e non

mai versarono sangue umano: fortunata ignoranza, se la loro vita

tranquilla fosse un effetto della ragione e della virtù[99]!

L'autore della _Tattica_[100], l'Imperatore Leone, nota che tutte le

orde della Scizia si rassomigliavano nella lor vita pastorale, e

militare; che tutte usavano dei medesimi modi di sussistenza, e di

eguali strumenti di distruzione; ma aggiugne che le due nazioni de'

Bulgari e degli Ungaresi, erano superiori alle altre, e si conformavano

scambievolmente per certe miglioranze, benchè imperfette, che aveano

portate nella loro disciplina, e nel loro governo: affinità che è stata

a Leone un motivo di confondere i suoi amici, e i suoi nemici in una

medesima descrizione, cui accrescono vivacità alcuni tratti da esso

tolti agli autori contemporanei. Eccetto le prodezze, e la gloria

militare, cotesti Barbari giudicavano vile, e degno di sprezzo, tutto

quanto gli altri uomini estimano: la violenza naturale del loro animo

acquistava forza dall'orgoglio di trovarsi in molti, e da un sentimento

ingenito di libertà. Aveano tende di cuoio: coprivansi di pellicce: si

tagliavano i capelli, e si faceano ferite sul volto; lentamente

parlavano; operavano prontamente: violavano con impudenza i Trattati, e,

non meno di tutti gli altri Barbari, troppo ignoranti per sentire

l'importanza della verità, erano poi troppo orgogliosi per negare, o

palliare le trasgressioni che, contro gli obblighi più solenni, a sè

medesimi permetteano. Alcuni hanno lodata la costoro semplicità; ma in

sostanza si asteneano da un lusso che non conoscevano; ansiosi però

d'impadronirsi di tutto quanto fermava il lor guardo; insaziabili ne'

lor desiderj, e forniti della sola industria che alla rapina e al

ladroneccio appartiene. Questa dipintura di una nazione di pastori,

racchiude tutto quanto potrebbe dirsi più partitamente ed estesamente

sui costumi, il Governo, il modo di guerreggiare di tutti i popoli allo

stesso grado di civiltà pervenuti. Aggiugnerò che gli Ungaresi doveano

alla pesca e alla caccia una parte di lor sussistenza, e che, essendo

stato osservato che coltivavano _di rado_ la terra, da ciò stesso può

inferirsi che ne' loro nuovi possedimenti abbiano tentata _qualche_

lieve ed informe esperienza di coltivazione. Nelle loro migrazioni, e

forse nelle loro spedizioni guerriere, scorgeasi al retroguardo

dell'esercito un nugolo spaventoso di polvere, sollevata dalle migliaia

di pecore e di buoi, che manteneano fra essi una salubre, e costante

copia di latte, e di nudrimento animale. Le prime cure del Generale

all'abbondanza de' foraggi volgeansi, e quando le mandrie eran sicure

del loro pascolo, que' coraggiosi guerrieri non sentivano più nè

pericolo, nè fatica. La confusione de' loro campi, ove, sopra un vasto

spazio di terreno, sparsi stavano indistintamente gli uomini e il

bestiame, gli avrebbe di leggieri avventurati a notturne sorprese, se

non avesse guardati i dintorni del campo medesimo la loro cavalleria

leggiera, che sempre per esplorare e impedire l'avvicinar del nemico in

continuo moto si stava. Dopo avere fatte alcune esperienze sugli usi

militari de' Romani, ammisero fra i proprj attrezzi di guerra la spada,

e la lancia, l'elmo del soldato, e l'armadura del cavallo; ma l'arco

usato nella Tartaria fu sempre l'arma lor principale. I loro figli e

schiavi venivano addestrati fin da' primi anni al tiro delle frecce, e

al governo de' cavalli; forniti di braccio vigoroso, e d'occhio sicuro,

in mezzo a rapidissima corsa sapeano volgersi addietro, ed empir l'aere

d'un nembo di dardi. Nè meno formidabili in una battaglia ordinata, o in

un agguato, mostravansi terribili, se fuggivano dal nemico, terribili se

lo inseguivano. Le prime linee serbavano un'apparenza di ordine; ma

spinte avanti dall'impeto delle linee posteriori, scagliavansi con

impazienza sull'inimico. Dopo averlo messo in rotta, lo inseguivano a

capo chino, e a sciolte briglie, mandando orribili grida: se eglino

stessi prendevan la fuga in un istante di terrore o vero, o simulato,

l'ardor delle truppe che credeansi vincitrici, venia represso e punito

dalle subitanee fazioni che sapeano essi intraprendere, in mezzo anche

ad una corsa la più rapida e disordinata. Portarono l'abuso della

vittoria a tale eccesso, che ne rimase attonita l'Europa, ancor dolente

degli aspri colpi ricevuti dai Danesi, e dai Saracini; rare volte

chiedean quartiere, più rare volte lo concedeano: entrambi i sessi

venivano accusati di avere un animo inaccessibile alla pietà: credeasi

bevessero il sangue, e divorassero il cuore de' vinti, racconto popolare

al quale conciliava credenza la loro propensione al mangiar carni crude.

Non quindi gli Ungaresi ignoravano affatto que' principi di umanità e di

giustizia che la natura indistintamente a tutti gli uomini inspira.

Aveano leggi, e punizioni instituite contra i delitti pubblici e

privati: il furto, più seducente di tutti i delitti in un campo aperto,

ove ogni cosa sotto la tutela della confidenza pubblica posavasi, veniva

anche castigato come il più pericoloso; oltrechè trovavansi fra que'

Barbari molti individui, ne' quali le naturali virtù, più delle leggi

contribuivano a dirozzare i loro costumi, e che provandone tutte le

affezioni, i doveri della vita sociale adempievano.

[A. D. 889]

Le bande turche, dopo avere lungo tempo errato, poste ora in fuga, or

vittoriose, si avvicinarono alle frontiere comuni dell'Impero franco, e

del greco. Le prime loro conquiste, e i primi paesi ove posero stabil

dimora, si estesero lungo le rive del Danubio, al di sopra di Vienna, al

di sotto di Belgrado, e oltre ai limiti della romana Pannonia, ossia del

moderno regno dell'Ungheria[101]. Su questo vasto e fertile territorio

stanziavano i Moravi, tribù di Schiavoni che gli Ungaresi scacciarono,

confinandoli entro il ricinto di piccolo territorio. L'Impero di

Carlomagno estendeasi, almen di nome, sino ai confini della

Transilvania. Ma estinta la linea legittima di questo Monarca, i duchi

della Moravia non prestarono oltre obbedienza e tributo ai sovrani della

Francia Orientale. Il bastardo Arnolfo si lasciò guidare dal

risentimento a chiedere il soccorso de' Turchi, i quali si gettarono a

precipizio entro lo steccato che l'imprudenza loro disserrò: onde

giustamente questo sovrano della Germania ebbe rimprovero di avere

traditi gli interessi della società civile ed ecclesiastica de'

Cristiani. Finchè visse Arnolfo, la gratitudine, o il timore tennero in

freno gli Ungaresi: ma durante la fanciullezza di Lodovico, figlio e

successore di Arnolfo, scopersero ed invasero la Baviera: e tale era la

lor prestezza, affatto scitica, che in un sol giorno portavano via, e

consumavano lo spoglio di un territorio di cinquanta miglia di

circonferenza. Alla battaglia di Haubsburgo, i Cristiani conservarono la

superiorità sino all'ora settima della giornata: ma finalmente sorpresi

rimasero, e vinti da una simulata fuga della turca cavalleria.

L'incendio si dilatò sulle province della Baviera, della Svevia e della

Franconia, e gli Ungaresi[102], costringendo i più possenti fra i baroni

ad ammaestrare nella guerra i proprj vassalli, e ad affortificare le

loro castella, divennero la cagion principale dell'anarchia. A questa

epoca disastrosa viene assegnata l'origine delle città murate: non v'era

lontananza che guarentisse assai da un nemico, il quale, pressochè nel

medesimo istante, il monastero di S. Gallo nella Svizzera, e la città di

Brema, situata sulle coste dell'Oceano settentrionale, inceneriva.

L'Impero, ossia il reame dell'Alemagna, rimase per più di trent'anni

soggetto alla umiliazione del tributo, ed ogni resistenza cedè alla

minaccia fattasi dagli Ungaresi di condurre schiavi i fanciulli e le

donne, e di trucidare tutti i maschi che oltrepassassero i dieci anni.

Nè posso, nè bramo seguir queste genti al di là del Reno: accennerò

soltanto, maravigliandone, che le province meridionali della Francia

sentirono esse pur la burrasca, e che l'avvicinare di questi formidabili

stranieri spaventò la Spagna dietro a' suoi Pirenei[103]. La vicinanza

dell'Italia avea eccitate le prime correrie di costoro: nondimeno dal

lor campo della Brenta videro con una spezie di terrore la forza e la

popolazione apparenti della contrada recentemente scoperta per essi; e

la permissione di ritirarsi sollecitarono. Ma il Re d'Italia ne ributtò

con orgoglio l'inchiesta; ostinatezza e temerità che a ventimila

Cristiani costarono la vita. Di tutte le città dell'Occidente, Pavia,

residenza del Governo, era la più celebre pel suo splendore, e in questa

fama Roma stessa non la vincea che per le possedute reliquie de' Santi

Appostoli. Gli Ungaresi comparvero, e Pavia andò tutta in fiamme:

incenerirono quarantatre chiese, trucidarono gli abitanti, nè

risparmiarono che circa dugento miserabili, i quali, giusta le vaghe

esagerazioni de' contemporanei, pagarono il proprio riscatto con alcune

staia d'oro e d'argento, tratte dalle fumanti rovine della lor patria.

Intanto che gli Ungaresi partivano ogni anno dal piè dell'Alpi per far

saccheggi ne' dintorni di Roma e di Capua, le Chiese non per anco tocche

dal ferro de' Barbari, rintronavano di questa lamentevole litania.

«Salvateci, e liberateci dai dardi degli Ungaresi;» ma i Santi furono

sordi, o rimasero inesorabili, e il torrente barbarico agli estremi

confini della Calabria sol si fermò[104]. I vincitori acconsentirono a

negoziar pel riscatto di ciascun individuo italiano, e dieci staia di

argento vennero nel campo turco versate; ma la falsità è l'arma che suol

naturalmente opporsi alla violenza, e i ladri, così nel numero de'

contribuenti, come nel titolo de' metalli, si trovarono delusi. Dalla

parte d'oriente, gli Ungaresi ebbero a combattere a forze eguali, e con

dubbioso successo, i Bulgari, ai quali la loro religione non permetteva

il collegarsi co' Pagani, e che, per la lor situazione servivano di

antemurale all'Impero di Bisanzio; ma questo antemurale fu rovesciato; e

l'Imperatore di Costantinopoli vide sventolarsi dinanzi agli occhi le

bandiere de' Turchi, mentre uno de' più audaci fra lor guerrieri, ardiva

colla sua azza da guerra percotere la Porta d'Oro. L'astuzia e i tesori

de' Greci tennero lontano l'assalto; nondimeno gli Ungaresi, di avere

assoggettati a tributo il valore della Bulgaria, e la maestà de'

Cesari[105], poteron vantarsi. Le fazioni di questa stagione campale

furono tanto rapide ed estese, che fanno parere maggiori ai nostri occhi

la forza e il numero de' Turchi; ma tanto più è degno di lode il loro

coraggio, perchè un corpo di trecento o quattrocento uomini a cavallo

intraprese e sovente mandò a termine le sue corse sino alle porte di

Tessalonica, e di Costantinopoli. Epoca disastrosa dei secoli nono e

decimo, in cui l'Europa si vide assalita in una volta da Settentrione,

da Oriente, e da Mezzogiorno; molte contrade della medesima vennero a

vicenda devastate dai Normanni, dagli Ungaresi e dai Saracini, e Omero

avrebbe potuto paragonare questi selvaggi nemici a due lioni che

ruggiscono sullo sbranato corpo di un cervo[106].

[A. D. 934]

L'Alemagna e la Cristianità andarono debitrici di lor salvezza a due

Principi Sassoni, Enrico l'Uccellatore, e Ottone il Grande, che in due

memorabili battaglie, fiaccarono per sempre la possanza degli

Ungaresi[107]. Il prode Enrico che giacea infermo, allora quando intese

la notizia della invasione, dimenticando il suo debole stato, si pose a

capo delle soldatesche, perchè l'animo suo conservava intero il proprio

vigore; e il buon successo alle provvisioni che egli diè corrispose.

«Miei colleghi, egli diceva ai soldati nella mattina della pugna, ognun

di voi stia fermo sulla sua linea: i vostri scudi ricevano le prime

frecce de' Pagani, e prima che costoro vengano ad una seconda scarica,

colle lancie in resta correte rapidamente sovr'essi». I soldati

obbedirono, e furono vincitori. In un secolo d'ignoranza, Enrico ricorse

alle Belle Arti per far perpetuo il suo nome, e le dipinture istoriche

del castello di Merseburgo, ci hanno trasmesse le sue geste, o almeno

quegli atti della sua vita che meglio fanno scorgere l'indole di un

tanto monarca[108]. Venti anni dopo, i figli de' Turchi caduti sotto i

colpi di Enrico, invasero gli Stati del figlio del vincitore, e giusta i

calcoli più moderati, il costoro esercito a centomila uomini a cavallo

sommava. Sollecitati dalle fazioni dell'Impero Alemanno, e, profittando

de' passi che loro vennero aperti dai traditori, spintisi oltre il Reno

e la Mosa, penetrarono sin nel cuor della Fiandra. Ma il vigore e la

prudenza di Ottone la congiura dispersero. I Principi del Corpo

germanico avendo compreso, come, non rimanendo fedeli gli uni agli

altri, perderebbero inevitabilmente la loro religione, e la loro patria,

le forze di tutta la nazione sulla pianura di Augusta assembraronsi.

Marciò questo esercito, e combattè distribuito in otto legioni,

proporzionate al numero delle province e delle tribù. Le tre prime erano

composte di Bavaresi, di Franconj la quarta; la quinta di Sassoni

comandati dal lor monarca in persona: la sesta e la settima di Svevi;

l'ottava di mille Boemi che militavano al retroguardo. I soccorsi della

superstizione, che in siffatte congiunture possono aversi per onorevoli,

e salutari[109], a quelli della disciplina e del valore si collegarono.

Venne prescritto ai soldati purificarsi con un digiuno; il campo

ringorgava di reliquie di Santi, e di martiri: e l'eroe cristiano

cignendo la spada di Costantino, e armato dell'invincibile lancia di

Carlomagno, fece sventolare la bandiera di S. Maurizio, prefetto della

legione tebana. Ma soprattutto affidavasi alla santa lancia[110], la

punta della quale era stata fatta coi chiodi della vera Croce, lancia

che il padre di Enrico avea tolta al Re di Borgogna minacciandolo di

guerra, e presentandolo di una provincia. Credeasi che gli Ungaresi

assalirebbero di fronte; ma questi, valicato segretamente il Lech, fiume

della Baviera che mette foce al Danubio, intrapresero di fianco

l'esercito cristiano, ne devastarono le bagaglie, e portarono confusione

fra le legioni della Boemia e della Svevia. I Franconj riordinarono la

battaglia; il loro Duca, il valoroso Corrado, fu ferito da una freccia

nel momento che ritirato erasi del campo della pugna per gustar breve

riposo. I Sassoni sotto gli occhi del loro Re combatterono, e tal

vittoria ottennero, che per difficoltà superate, e per le conseguenze

che ebbe, ogni trionfo de' due trascorsi secoli oltrepassò. Gli Ungaresi

perdettero ancora più gente nella fuga che nel durare dell'azione,

perchè trovavansi rinserrati fra mezzo ai fiumi della Baviera, nè le

passate lor crudeltà lasciavano ad essi alcuna speranza di ottenere

misericordia. Tre Principi ungaresi caduti nelle mani de' vincitori

vennero appiccati a Ratisbona, gli altri prigionieri o strozzati, o

privi di qualche lor membro; que' fuggitivi che osarono tornarsene fra i

loro compatriotti, il rimanente di loro vita nella povertà, e nel

disonore[111] condussero. Però un tale disastro depresse il coraggio, e

l'orgoglio di questi Pagani, che munirono di fosse e di baluardi i passi

più accessibili dell'Ungheria. L'avversità inspirò loro sentimenti di

moderazione e di pace: i devastatori dell'Occidente si rassegnarono a

vita sedentaria, e un saggio Principe insegnò alla futura generazione

quai vantaggi ella potesse ritrarre dall'agricoltura, e dal commercio

delle produzioni di quel fertilissimo suolo. La schiatta primitiva, il

sangue turco, o finnico si mescolò con quello di nuove colonie d'origine

scitica o schiavona[112]: migliaia di prigionieri robusti, e industriosi

vennero colà trasportati da tutte le contrade europee[113]. Geisa, dopo

essersi stretto in nozze con una principessa di Baviera, concedè

dignità, e dominj ai Nobili della Alemagna[114]. Il figlio di Geisa

assunse il titolo di Re, e la dinastia di Arpad diede leggi all'Ungheria

per tre secoli. Ma non abbagliati dallo splendor del diadema que'

Barbari, nati liberi, accadde che il popolo facesse valere il suo

diritto di scegliere, di rimovere e di castigare il servo ereditario

dello Stato.

[A. D. 839]

III. Nel nono secolo, all'occasione di un'ambasceria che Teofilo,

Imperator d'Oriente inviò all'Imperator d'Occidente, Luigi, figlio di

Carlomagno, il nome di _Russi_,[115] cominciò per la prima volta ad

essere conosciuto in Europa; perchè i Greci erano accompagnati dagli

Ambasciatori del gran Duca o _Sciagan_ o _czar_ de' Russi. Questi

ambasciatori, nel trasferirsi a Costantinopoli, aveano dovuto toccare il

territorio di molte popolazioni nemiche al lor paese, e speravano

sottrarsi ai pericoli di cui li minacciava il tornare addietro,

coll'ottenere dal francese Monarca i modi a fine di restituirsi in

patria per mare. Un attento esame fece scoprire l'origine di costoro:

discendevano dalla schiatta degli Svevi, e de' Normanni, il cui nome

erasi già fatto odioso e formidabile ai Francesi; laonde, nè a torto, si

paventò, che questi ambasciatori russi fossero altrettanti esploratori,

sotto colore d'amicizia colà venuti. Gli Inviati greci partirono, ma

altrettanto non si permise ai Russi, perchè Luigi volea nuovi

schiarimenti, prima di risolversi ad attenersi per riguardo loro o alle

leggi della ospitalità, o a quelle della prudenza, giusta quanto

l'interesse di entrambi gli Imperi avrebbe indicato[116]. Gli Annali

moscoviti e la storia generale del Nort provano con molte dilucidazioni

questa origine scandinava del popolo, o almeno de' Principi, della

Russia[117]. I Normanni, per sì lungo tempo sepolti in una impenetrabile

oscurità, furono d'improvviso infiammati dallo spirito delle avventure

così marittime, come terrestri. Le vaste regioni, e, a quanto è stato

detto, popolosissime, della Danimarca, della Svezia, e della Norvegia,

abbondavano di Capi independenti, e di forsennati venturieri, che

incresciosi degli ozj della pace, fra le angosce della morte sol

sorrideano. I giovani Scandinavi altra professione non avendo che il

corseggiare, in questa unicamente ponevano la loro gloria e la loro

virtù. Stanchi di un clima addiacciato, e d'un paese fra stretti limiti

chiuso, brandivano l'armi all'uscir d'un banchetto, suonavano il corno,

salivano sui lor navigli, e trascorreano tutte le rive, che di bottino,

o di miglior soggiorno li lusingavano. Primo teatro delle loro imprese

marittime fu il mar Baltico; e col nome di _Varagi_ o _Varangi_[119], o

Corsari, approdando alla costa orientale, oscura dimora delle tribù

finniche, e schiavone, ricevettero dai Russi del lago Ladoga un tributo

di pelli di scoiattoli bianchi. Superiori ai nativi e per maestria nelle

armi, e per disciplina, e per celebrità, timore e rispetto a quelli

ispiravano: e quando portarono la guerra fra i Selvaggi dimoranti nelle

parti più interne di que' paesi, i Varangi non dissentirono dal

combattere con loro, come collegati, e ausiliari, e fosse per elezione

de' Russi, o per conquista, pervennero a poco a poco a dominar sopra un

popolo che in istato erano di proteggere. Per praticata tirannide si

fecero poi discacciare, e pel valore che li rendea necessarj, richiamati

furono di bel nuovo. Intanto che Ruric, Capo scandinavo, divenne

fondatore di una dinastia che più di settecento anni regnò, i fratelli

di Ruric ne dilatarono la possanza: solleciti di secondarlo i suoi

compagni d'armi, ne imitarono anche la usurpazione nelle province

australi della Russia; e le diverse loro conquiste, consolidate, giusta

l'uso, dalla guerra e dagli assassinj, in una possente Monarchia per

ultimo si congiunsero.

I discendenti di Ruric vennero lungo tempo riguardati come stranieri e

conquistatori. Governando eglino colle armi de' Varangi, presentavano di

dominj e di sudditi i fidi lor capitani, e nuovi venturieri venendo

dalle coste del Baltico, aumentavano ad essi il numero de'

partigiani[120]. Ma poichè la dominazione de' Capi scandinavi ebbe

acquistata stabilità, essi alle famiglie russe s'imparentavano; ne

assunsero la religione e la lingua; e Valadimiro I ebbe la gloria di

liberare da mercenarj stranieri la patria. Costoro lo avean posto sul

trono; ma le ricchezze del Principe, non bastando alle loro pretensioni,

egli giunse accortamente a persuaderli a cercarsi un padrone, non più

grato di lui, ma più dovizioso, e di veleggiare alle greche rive, ove il

loro valore troverebbe compenso, non di pelli di scoiattolo, ma d'oro e

di seta. In questo mezzo, il Principe russo avvertiva l'Imperator di

Bisanzo di disperdere qua e là, di tenere in faccende, di ricompensare,

ed anche frenare questi impetuosi figli del Settentrione. Gli Autori

greci contemporanei descrivono questo arrivo dei Varangi; da essi sotto

questo nome additati, e ne danno a conoscere l'indole. Il fatto è che

ogni giorno si acquistarono maggiore stima e confidenza, e raccolti a

Costantinopoli, ebbero ivi l'incarico della guardia del palagio;

accresciuti di poi da una banda numerosa di loro compatriotti, gli

abitanti di _Thule_; denominazione di paese generale e vaga, che in tal

circostanza alla Inghilterra si riferisce. Erano pertanto i nuovi

Varangi una colonia di Inglesi e Danesi al normanno giogo sottrattisi.

La consuetudine del migrare e del corseggiare avea riuniti i diversi

popoli della terra: questi esuli, ben ricevuti alla Corte di Bisanzo,

ivi conservarono, sino agli ultimi anni dell'Impero, una lealtà immune

da taccia, e l'uso delle lingue inglese e danese. Armato l'omero della

loro larga azza da guerra a due tagli, accompagnavano l'Imperatore al

tempio, al senato e all'Ippodromo; alla fedele loro guardia ei doveva la

tranquillità de' suoi sonni e de' suoi conviti; fra le lor mani, sicure

del pari e coraggiose, le chiavi del palagio, dell'erario e della

Capitale si stavano[121].

Nel decimo secolo le geografiche cognizioni che si aveano sulla Scizia

erano assai più estese di quelle degli Antichi; e la monarchia dei Russi

tiene una importante sede nel ragguaglio offertone da Costantino sulle

diverse nazioni del globo[122]. Il figlio di Ruric dominava la vasta

provincia di Wolodimir o Moscovia, e se i Russi da questo lato aveano

per impedimento ad estendersi di più le orde orientali, verso occidente

il loro Impero fino al mar Baltico e alla Prussia si dilatava. Verso

tramontana, oltrepassava il sessantesimo grado di latitudine di quelle

regioni iperboree che la nostra immaginazione ha empiute di mostri, o di

una notte eterna coperte. Dalla parte di ostro seguivano il corso del

Boristene fino in vicinanza all'Eussino. Le tribù dimoranti, o errabonde

in questa vasta contrada, allo stesso vincitore obbedivano, e a poco a

poco una medesima nazione formarono. La lingua russa attuale non è che

un dialetto della schiavona; ma nel decimo secolo, questi due idiomi

erano ben distinti l'uno dall'altro, e poichè lo schiavone ha prevalso

ne' climi australi, v'è luogo a credere che i Russi boreali, soggiogati

sulle prime dal General de' Varangi, alla schiatta finnica

appartenessero. Le migrazioni, le unioni, o le separazioni delle tribù

erranti, hanno cambiato continuamente il quadro mobile del deserto della

Scizia; pur trovansi nella carta più antica della Russia tai luoghi che

non hanno mai cambiato di nome. Novogorod[123], e Kiovia[124], le due

Capitali, fin dai primi tempi della Monarchia hanno esistenza. Novogorod

però non veniva ancora intitolata la Grande; non per anche erasi

confederata colla Lega anseatica, che le ricchezze e i principj della

libertà ha diffusi in Europa. Kiovia non superbiva ancora de' suoi

trecento tempj, di quella innumerevole popolazione, di quel grado di

magnificenza e splendore, onde la paragonavano a Costantinopoli coloro

che non aveano mai veduta la residenza de' Cesari. Le due città non

erano sulle prime che campi, o fiere, soli ritrovi che s'avessero i

Barbari per concertarsi sulle bisogne della guerra, o del commercio.

Pure queste assemblee annunziano alcuni progressi nella civiltà. Venne

tratta dalle province del Mezzogiorno una razza di animali, gli animali

cornuti; e lo spirito di commercio, per terra e per mare, si dilatò dal

Baltico all'Eussino, dalla foce dell'Oder al porto di Costantinopoli.

Sotto il regno del Paganesimo e della barbarie, i Normanni aveano

arricchita la città schiavona di Giulino, dalle loro cure ridotta a

ricettacolo di commercio[125]. Da questo porto situato alla foce

dell'Oder, i corsari e i mercatanti giugnevano in quarantatre giorni

alle coste orientali del Baltico. Quivi le popolazioni più rimote si

mescolavano fra loro, e i boschi sacri della Curlandia vedeansi,

narrano, ornati dell'oro della Grecia, e della Spagna[126]. Una

comunicazione facile, fra Novogorod e il mare, venne scoperta: durante

la state attraversavansi un golfo, un lago, un fiume navigabile: nel

verno la superficie solida di una immensa pianura di diaccio offeriva ai

viaggiatori il cammino. Dai dintorni di questa città, i Russi calavansi

per li fiumi che vanno a cader nel Boristene; le loro navicelle formate

di un solo albero portavano schiavi d'ogni età; pellicce d'ogni specie,

il mele delle loro api, le pelli de' loro animali, e tutte le derrate

del Settentrione, condotte venivano, e raccolte trovavansi ne' magazzini

di Kiovia. Il mese di giugno era per ordinario il tempo in cui la

navigatrice carovana partivasi. Il legno di quelle navicelle serviva

indi a fabbricar remi, e tavole per battelli più ampj, e di maggiore

durata; e questi nuovi navigli scendeano senza ostacolo giù pel

Boristene, fino a sette o tredici catene di roccie, che, opponendosi al

letto del fiume, ne mandano precipitando le acque. Se di minor conto

erano queste cateratte, bastava l'alleggerire i battelli; ma le più

rilevanti essi non potevano superare; i navicellai allora vedeansi

costretti a trasportare per terra le barche e gli schiavi, e durante

questo penoso viaggio di sei miglia, stavano in continuo pericolo di

essere assaliti dai malandrini del deserto[127]. Alla prima isola che

trovavano al di sotto delle cateratte, i Russi celebravano con una festa

la buona sorte che dal rischio gli avea campati; ad una seconda isola

più vicina alla foce del fiume, risarcivano i battelli per metterli in

istato di ricominciare più lunga e più perigliosa corsa che aspettavali

sul mar Nero. Costeggiando in appresso, raggiugneano senza fatica la

bocca del Danubio; e se il vento li favoriva in trentasei o quaranta ore

approdavano alle rive della Natolia, d'onde a Costantinopoli si

trasferivano. Di ritorno nella Russia, vi portavano un abbondante carico

di biade, vini, olj, lavori della Grecia e aromi dell'India. Alcuni de'

loro compatriotti si stanziavano nella Capitale e nelle province

dell'Impero greco, e la persona, i beni e i privilegi del mercatante

russo dai negoziati fra le due nazioni veniano guarentiti[128].

Ma non andò guari che si abusò, convertendola a danno dell'uman genere,

di una comunicazione apertasi col fine di vantaggiarlo. In un intervallo

di cento novanta anni i Russi tentarono per quattro volte di

saccheggiare i tesori di Costantinopoli: e benchè queste spedizioni

navali non ottenessero tutte un eguale successo, i motivi e i fini ne

erano sempre stati i medesimi, e i modi dell'imprenderle eguali[129]. I

maravigliosi racconti de' mercatanti russi che aveano veduta la

magnificenza e assaporato il lusso della città dei Cesari, alcuni saggi

di queste ricchezze che essi portavano in patria, destarono la cupidigia

de' lor selvaggi concittadini. Incominciarono questi ad invidiare quelle

beneficenze che la natura ricusava al lor clima, e a vagheggiare que'

lavori dell'arte che, nè attesa la lor dappocaggine poteano imitare, nè

attesa la lor povertà, procacciarsi. I Principi varangi innalzarono

bandiera di corsari, e trassero i migliori loro marinai dalle nazioni

che abitavano le isole settentrionali dell'Oceano[130]. Abbiam veduta

nel trascorso secolo una immagine di tale armamento nelle flotte de'

Cosacchi che uscirono fuori del Boristene per correre i mari colle

intenzioni medesime[131]. Il nome greco _monoxyla_, barca di un solo

pezzo, ben addiccasi alla chiglia de' lor navigli, che era un lungo

tronco di faggio o di betulla incavato; e su questa leggiera e stretta

base, continuata col mezzo di assi, lunghe fino a sessanta piedi, si

alzavano gli orli della navicella, alti in circa dodici piedi. Privi di

ponte questi navigli aveano due governali, ed un albero, e movendosi col

ministero di remi e di vele, portavano fra i quaranta e i settanta

uomini, forniti delle armi necessarie, e provveduti di acqua dolce, e di

pesce salato. Nella prima loro spedizione, i Russi non adoperarono più

di dugento di questi battelli; ma quando tutte le forze di lor nazione

spiegavano, poteano condurre e mille, e mille dugento navigli sotto le

mura di Costantinopoli. La loro flotta non era per nulla inferiore a

quella di Agamennone; i Greci spaventati la supponeano, dieci, o

quindici volte, più forte e più numerosa. Con qualche previdenza e

vigore, non sarebbe stato difficile agli Imperatori il chiudere con una

flotta la foce del Boristene. Ma, mercè alla loro indolenza, le coste

della Natolia furono in preda a' corsari, che più non s'incontravano da

sei secoli sul Ponto Eussino; e sintanto che la Capitale fu rispettata,

i disastri di una remota provincia sfuggirono all'attenzione de'

Principi e degli Storici. Finalmente poi la procella, che devastata avea

le rive del Fasi e di Trebisonda, scoppiò sul bosforo Tracio, stretto di

quindici miglia, ove un avversario più abile avrebbe potuto arrestare e

distruggere l'informe naviglio de' Russi. Nella prima loro intrapresa

condotti dai Principi di Kiovia[132], non trovarono ostacolo alla loro

navigazione, e mentre l'Imperatore Michele, figlio di Teofilo, era

lontano, occuparono il porto di Costantinopoli. Il ridetto principe,

dopo avere affrontati mille pericoli, pervenne finalmente a sbarcare

alla scala del palagio, trasferitosi tosto ad una chiesa consacrata a

Maria Vergine[133]. Per consiglio del Patriarca fu tolta da quel

Santuario una reliquia preziosa, l'abito della stessa Madonna; e

tuffatolo indi nel mare venne divotamente attribuita alla protezione

della madre di Dio una tempesta che, giunta a proposito, persuase ai

Russi la ritirata[134]. Il silenzio de' Greci fa nascere dubbj sulla

verità o certamente sull'importanza del secondo tentativo operato da

Oleg, tutore dei figli di Ruric[135]. Una sbarra ben affortificata e

guernita di soldati, a que' giorni, il Bosforo difendea: i Russi

superarono un tale ostacolo, come a ciò erano soliti, trascinando le

loro barche al di sopra dell'istmo, e le Cronache nazionali parlano di

questo semplicissimo espediente, come se la flotta russa, protetta da un

vento favorevole, avesse navigato per terra. Igor, figlio di Ruric,

comandante della terza spedizione, avea scelto un momento di debolezza e

d'impaccio pe' Greci, allorchè le armate navali stavano difendendo

l'Impero dai Saracini; ma ove non manca il coraggio, rare volte mancano

i modi della difesa. Vennero arditamente lanciate contro il nemico

quindici galee disordinate ed infrante; ed invece di una sola bocca di

fuoco greco che collocar solevasi sulla prora, furono abbondantemente

provveduti di questa fiamma e i fianchi e le poppe di tutti quindici i

navigli. Abili erano gli artefici, propizio l'aere. Migliaia di Russi

che preferirono l'annegarsi al cader vittima dell'incendio, si gettarono

in mare: tutti quelli che alle coste della Tracia si ripararono, vennero

inumanamente trucidati dai soldati e dai contadini. Nullameno, un terzo

di naviglio russo si sottrasse alla distruzione, guadagnando le basse

acque, e nel successivo anno Igor si apparecchiò a vendicare la ricevuta

sconfitta[136]. Dopo una lunga pace, Jaroslao pronipote di Igor, avendo

tentata una quarta invasione, il fuoco greco rispinse nuovamente

all'ingresso del Bosforo una flotta che il figlio di Iaroslao comandava.

Ma l'antiguardo de' Greci dato essendosi ad inseguire senza cautela i

fuggitivi, fu preso in mezzo da una moltitudine di barche russe; forse

in quel punto il fuoco greco mancò di alimento; e ventiquattro imperiali

galee, vennero quali prese, quali mandate a fondo, quali in altra guisa

distrutte[137].

Più spesso colle negoziazioni che colle armi l'Impero greco cercava

sottrarsi ai pericoli, o ai disastri del guerreggiare coi Russi. E per

vero, in queste marittime ostilità stava contro i Greci ogni svantaggio.

Doveano battersi con un popolo feroce, di cui non era stile il conceder

quartiere, povero sì che speranza di bottino non offeriva; e affidato

per le sue ritratte ad inaccessibili asili, che ogni speranza di

vendetta al vincitore toglievano. Laonde, fosse orgoglio, o debolezza,

prevalse una opinione che il continuarsi a cimentare con questi Barbari,

non potea far crescere, nè sminuire di gloria l'Impero. Costoro posero

sulle prime partiti immoderati, e non ammissibili, qual si era quello di

pretendere tre libbre d'oro per ogni soldato o marinaio della loro

flotta. La gioventù russa ostinavasi nella brama delle conquiste, mentre

i saggi vegliardi raccomandavano loro la moderazione. «Contentatevi,

essi diceano, delle grandiose offerte di Cesare. Non è egli meglio

ottenere senza combattere l'oro, l'argento, i drappi di seta e tutto

quanto è scopo dei nostri desiderj? Siam noi sicuri della vittoria?

Possiamo noi conchiudere un trattato col mare? Noi non camminiamo per

terra, ma galleggiamo sull'abisso delle acque, e la morte ai capi di

ognun di noi sovrasta egualmente[138]». La ricordanza di queste artiche

flotte che dal Cerchio polare pareano scendere, profonda impressione di

terrore lasciò nella Capitale degli Imperatori. Il volgo di tutte le

classi assicurava, e credea, che una statua equestre, posta sulla piazza

del Tauro, predicesse, con misteriosa iscrizione, dover finalmente venir

giorno, in cui i Russi diventerebbero padroni di Costantinopoli[139].

Son pochi anni che una squadra russa, in vece di uscir del Boristene, ha

fatto il giro d'Europa: abbiam veduta la Capitale degli Ottomani,

minacciata da grandi e forti vascelli di linea, de' quali un solo, e per

l'abilità de' suoi marinaj, e per la forza delle sue terribili

artiglierie, avrebbe bastato a mandare a fondo, o disperdere cento

navigli simili a quelli che gli antenati de' Russi adopravano: onde i

Turchi hanno ogni ragion di temere che la generazione presente, non veda

compirsi una tal profezia; profezia che si toglie dalle ordinarie perchè

lo stile non ne è equivoco, nè può esserne rivocata in dubbio la data.

[A. D. 555-673]

Men formidabili per terra che sul mare, erano i Russi; soliti quasi

sempre a combattere a piedi, avvi motivo per credere che le irregolari

loro legioni sieno state sovente rovesciate, e dalla cavalleria delle

orde scitiche poste in rotta; ma le nascenti loro città, comunque in uno

stato di imperfezione si ritrovassero, offerivano asilo ai sudditi,

ostacolo tremendo al nemico. La monarchia di Kiovia, sintanto che non

venne smembrata, a tutto il Settentrione diè legge; e Swatoslao[140]

figlio d'Igor, figlio di Oleck, figlio di Ruric, le nazioni poste tra il

Volga e il Danubio, ora rispinse, or debellò; perchè le fatiche di una

vita militare e selvaggia, in questo principe il vigore dello spirito e

dell'animo fortificarono. Vestito di una pelle d'orso, sul terreno

ignudo per lo più coricavasi, e guanciale ad esso era una sella; nel

nudrirsi di cibi semplici e grossolani agli eroi di Omero non la

cedea[141], e tai cibi erano per lo più carne di cavallo arrostita, o

sugli ardenti carboni abbrustolata. La consuetudine della guerra

addestrava e istruiva il suo esercito, ed è credibile che non fosse

permesso a quelle soldatesche lo sfoggiare d'un lusso ignoto al loro

generale. Un'ambasceria venutagli per parte dell'imperatore Niceforo

indusse Swatoslao ad intraprendere la conquista della Bulgaria, intanto

che un donativo di millecinquecento libbre d'oro servivagli alle spese

già fatte, o che per quella spedizione far si dovevano. Imbarcati

sessantamila de' suoi che, usciti dalla foce del Boristene a quella del

Danubio volser le vele, alle coste della Mesia approdò, ove dopo

sanguinosa battaglia le spade russe sulle frecce della cavalleria de'

Bulgari ebber trionfo. Il Re vinto scese nel sepolcro; i figli di lui

caddero in potere del vincitore; e i nortici guerrieri, sino alle falde

dell'Emo, i suoi Stati devastarono o saccheggiarono. Il principe

varangio, anzichè abbandonar la sua preda e mantenere le date promesse,

più propenso a maggiormente innoltrarsi che a retrocedere si mostrava;

onde se il buon successo avesse coronato il fine della sua impresa, già

nel decimo secolo la residenza dell'Impero russo sarebbe stata sotto un

clima più temperato e più fertile trasferita. Swatoslao divisò godere

de' moltiplici vantaggi che ben sentiva essere al suo nuovo stato

inerenti, potendo già, sia col commercio, sia colla rapina, attrarre a

sè le diverse produzioni di tutta la Terra. Una facile navigazione gli

arrecava le pellicce, la cera e l'idromele della Russia. Di cavalli e

delle spoglie d'Occidente l'Ungheria lo forniva, la Grecia abbondava

d'oro, d'argento, e di tutti quegli arredi di lusso, de' quali, in sua

povertà, disdegnoso ostentavasi il vincitore. Numerose bande di

Patzinaciti, di Cozari, e di Turchi accorreano da ogni lato sotto le

bandiere di un principe vittorioso. In questo mezzo, l'ambasciatore di

Niceforo, tradendo il suo padrone, vestì la porpora, e promise ai nuovi

confederati dell'Impero di spartirsene seco loro i tesori. Il principe

russo continuò intanto la militare sua corsa dalle rive del Danubio sino

ad Adrianopoli; e quando intimato vennegli di sgomberare la provincia

romana, diede una disdegnosa risposta aggiugnendo che la stessa

Costantinopoli dovea fra poco aspettarsi l'arrivo del suo nemico e

padrone.

[A. D. 970-973]

Niceforo non era più in istato di riparare ai danni che egli medesimo

all'Impero avea procacciati, allorchè il trono e la moglie di lui

vennero nelle mani di Giovanni Zimiscè, che sotto piccola statura il

coraggio e la mente di un eroe nascondea[142]. La prima vittoria

riportata dai Luogo-tenenti di Zimiscè, tolse ai Russi i loro

confederati stranieri, ventimila de' quali furono o uccisi, o trascinati

alla ribellione, o costretti per ultimo al partito di abbandonar le

bandiere. Già libera era la Tracia; ma settantamila Barbari rimanevano

sotto l'armi, e le legioni che erano state richiamate dalle nuove

conquiste della Sorìa, si accigneano, giunta la primavera, a correre

sotto gli stendardi di un principe guerriero, che l'amico e il

vendicatore de' Bulgari si chiariva. Avendo il nemico lasciate scoperte

le gole del monte Emo, gli Imperiali le occuparono tostamente.

L'antiguardo romano era fatto dagli _Immortali_, superbo nome assuntosi

ad imitazion de' Persiani; l'Imperatore conducea un corpo di diecimila

cinquecento fantacini; e il rimanente delle sue forze, le bagaglie e le

macchine da guerra con lentezza e cautela venivano appresso. Per sua

prima impresa, Zimiscè ridusse in due giorni Marcianopoli o

Peristlaba[143]. Scalate ne furono a suon di tromba le mura, e mentre

ottomila cinquecento Russi venivano passati a fil di spada, i figli del

principe di Bulgaria liberati da carcere ignominioso, furono insigniti

del titolo vano di Re. Dopo queste moltiplicate sconfitte, Swatoslao si

ritrasse nel ben munito campo di Dristra in riva al Danubio, fin dove

perseguillo un nemico abile nel valersi a vicenda, e secondo l'uopo,

della celerità e della lentezza. Intanto che le bizantine galee

risalivano il fiume, le truppe compieano le loro fazioni di

circonvallazione; onde il principe russo, che teneasi riparato dietro le

fortificazioni del suo campo e della città, rimase d'ogni intorno

avvolto, assalito, e condotto ad ultima stremità. Per molte azioni

valorose, per molte disperate sortite si segnalarono i Russi, e sol dopo

un assedio di sessantacinque giorni, Swatoslao cedè alla fortuna,

ottenendo tale capitolazione che valse a dimostrare la prudenza del

vincitore, e quanto questi apprezzasse la prodezza, e temesse la

disperazione di un guerriero, il cui animo domar non poteasi. Con

solenni giuramenti che sapeano d'imprecazione, il Gran Duca della Russia

obbligossi a mettere da un lato tutti i divisamenti concetti contra

l'Impero, al qual patto ottenne la permissione di rivedere i suoi Stati.

Dovette inoltre convenire, perchè la libertà al commercio e alla

navigazione venisse restituita; si concedè una misura di biada ad ognuno

de' suoi soldati, nella qual circostanza il numero di ventiduemila

misure distribuite nel campo, diè a divedere quanti soldati perduti

aveva il duce russo, e quanti ancora gliene rimanevano. Dopo un

disastroso viaggio i Russi raggiunsero la foce del Boristene; ma privi

di vettovaglie e da avversa stagione tribolati, passarono il verno sul

diaccio, e prima di potersi rimettere in cammino, Swatoslao fu sorpreso,

ed oppresso dalle confinanti tribù, colle quali i Greci avevano avuta

l'accortezza di intavolare utili corrispondenze[144]. Ben altro di

Zimiscè fu il ritorno, che venne accolto nella sua Capitale come

l'antica Roma, Camillo e Mario, suoi liberatori, accogliea; il devoto

Imperatore però dando laude della sua vittoria alla Madre di Dio,

l'Immagine della Madonna che si tenea il bambino fra le braccia, venne

collocata sul carro trionfale cui gravavano le spoglie dell'inimico, e

decoravano i reali arredi della bulgara monarchia. Mentre l'Imperatore

facea il suo ingresso a cavallo, ornato di diadema la fronte, e

portandosi fra le mani una corona d'alloro, Costantinopoli era ammirata

di dover celebrare le virtù guerriere di cotest'uomo[145].

[A. D. 864]

Fozio, patriarca dì Costantinopoli, nel quale l'ambizione pareggiava la

brama del sapere, si congratula colla Chiesa greca, e con sè medesimo,

di avere convertiti i Russi[146]. Egli avea di fatto indotti questi

uomini truci e sanguinolenti a riconoscere Gesù Cristo per loro Dio, i

missionarj Cristiani per loro maestri, e i Romani per loro amici e

fratelli. Ma fu di breve durata questo trionfo: non era difficile, che

cedendo alla varietà degli avvenimenti collegatisi alle successive loro

imprese, alcuni duci russi acconsentissero a ricevere l'acqua del

Battesimo: potea un vescovo greco sotto nome di metropolitano

amministrare, nella Cattedrale di Kiovia, i Sacramenti ad alcune

congregazioni composte di schiavi e di nativi del paese; ma la semenza

del Vangelo sopra ingrato suolo cadea: considerabile fu il numero degli

apostati, scarsissimo quello de' convertiti. Il battesimo di Olga

contrassegna la vera epoca del cristianesimo introdottosi nella

Russia[147]. Una donna, forse delle ultime classi della società, che

come Olga, avea saputo vendicare la morte di Igor suo marito, e dello

scettro del medesimo impadronirsi, non potea mancare di quell'operoso

vigore atto ad inspirar temenza ne' popoli barbari e ad indurli a

sommessione. Ella scelse un momento di pace generale interna ed esterna

de' suoi Stati per trasferirsi da Kiovia a Costantinopoli, ove la ricevè

nel suo palagio l'Imperatore Costantino Porfirogeneta, che ha descritto

egli medesimo minutamente tutto il cerimoniale di questo ricevimento:

fin quanto il rispetto dovuto alla porpora lo permettea, vennero

regolati gli ufizj dell'etichetta, i titoli, i saluti, i conviti, i

donativi in modo che potesse chiamarsene soddisfatta la vanità della

principessa straniera[148]. Al fonte battesimale ella assunse il nome

venerato fra i Greci dell'imperatrice Elena: e a quanto apparisce la

conversione di lei fu preceduta da quella di suo zio, di due interpreti,

di sedici matrone, di diciotto donne di minor conto, di ventidue servi o

ministri, e di quarantadue mercatanti, in che stavasi il suo corteggio.

Di ritorno a Kiovia e a Novogorod, rimase ferma nella nuova sua

religione; ma infruttuosi furono gli sforzi della medesima per propagare

l'Evangelo, e fosse ostinatezza, o indifferenza, la sua famiglia e il

suo popolo si mantennero fedeli alle divinità de' loro antenati.

Swatoslao, figlio di Olga, temè il disprezzo e la derisione de' suoi

coetanei, e Valadimiro pronipote della ridetta regina, diedesi con tutto

l'ardore proprio della giovinezza alla cura di moltiplicare e illustrare

i monumenti dell'antica religione de' Russi. Con umani sagrifizj

continuavano tuttavia i popoli del Nort a voler placare le feroci loro

divinità, e nella scelta della vittima, il cittadino preferivasi allo

straniero, il cristiano all'idolatra; un padre che avesse voluto

ritogliere il proprio figlio al coltello de' Sacerdoti, periva insieme

con esso, vittima del furore di quella fanatica moltitudine. Ciò

nullameno le lezioni e l'esempio della pietosa Olga, aveano fatta

impressione segreta, ma profonda sugli animi del giovine principe, e

d'una parte di popolo; i missionarj greci continuavano a predicare, a

disputare fra loro, e a battezzar convertiti, intanto che gli

ambasciatori e i negozianti russi che dimoravano a Costantinopoli,

raffrontavano la truce loro idolatria col più allettevole culto dei

Greci. Ammirata aveano la chiesa di S. Sofia, le animate tele, ove

effigiate vedeansi le vite de' Santi e de' Martiri, le ricchezze

dell'altare, la molta quantità dei preti, e i magnifici loro apparati,

la pompa e il buon ordine delle cerimonie; edificati da quegli armoniosi

cantici, dopo de' quali un silenzio religioso veniva, si lasciarono

persuadere facilmente che un coro d'Angeli scendesse ogni giorno dal

Cielo per unirsi alla divozion de' fedeli[149]; ma l'eccitamento più

forte alla conversione di Valadimiro si fu la brama di congiungersi in

nozze ad una donna romana. Il Pontefice cristiano gli amministrò il

battesimo, e il matrimonio ad un tempo, nella città di Cherson, città

che Valadimiro restituì all'imperatore Basilio, fratel di sua moglie.

Questa città avea le porte di bronzo che vennero, dicesi, trasportate a

Novogorod e poste dinanzi alla chiesa qual monumento del trionfo e della

fede di Valadimiro[150]. Ad un cenno di questo sovrano, _Perrun_, il Dio

del tuono, da lui medesimo adorato sì lungo tempo, atterrato venne e

trascinato nel fango; l'informe statua della divinità fu posta in pezzi

a colpi di mazza da dodici robusti Barbari, che la gettarono indi con

indignazione nel Boristene. Un editto di Valadimiro avendo chiariti

nemici di Dio e del principe, e minacciato di trattarli siccome tali,

tutti coloro che ricuserebbero il battesimo, i fiumi della Russia

ricevettero migliaia di sudditi che alla sacra cerimonia prestaronsi,

gareggianti in riconoscere la verità, e l'eccellenza di una dottrina dal

gran Duca, e da' suoi Boiardi abbracciata. La generazione successiva

vide sparire ogni avanzo di paganesimo; ma i due fratelli di Valadimiro

essendo morti senza avere ricevuto questo segno caratteristico del

Cristianesimo, ne vennero disotterrate le ossa e purificate con un

battesimo postumo ed irregolare.

[A. D. 800-1100]

Ne' secoli nono, decimo e undecimo dell'Era cristiana, il regno

dell'Evangelo e della Chiesa, si estese sulla Bulgaria, l'Ungheria, la

Boemia, la Sassonia, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Polonia e

la Russia[151]; e rinovatisi i trionfi dell'appostolico zelo in questa

età di ferro del Cristianesimo, le contrade settentrionali e orientali

dell'Europa, si sottomisero ad una religione, la quale più nella parte

teoretica, che nella pratica dal culto degli idoli differiva[152]. Una

lodevole ambizione conduceva i monaci dell'Alemagna e della Grecia per

mezzo alle tende e alle capanne dei Barbari. La povertà, la fatica, i

pericoli furono il retaggio di questi primi missionarj della Fede:

armati di operoso e paziente coraggio, le loro intenzioni erano pure, e

degne di stima: nè miglior ricompensa poteano aspettarsi fuor della

testimonianza della loro coscienza e della venerazione di un grato

popolo. Ma gli orgogliosi e ricchi prelati de' tempi posteriori, il

frutto di queste missioni raccolsero. Volontarie furono le prime

conversioni, nè i missionarj aveano altr'armi, che la santità de'

costumi, e l'eloquenza de' loro discorsi: per via di miracoli e di

visioni combatteano le favole domestiche dei Pagani: e a meglio sedurre

i governanti ne lusingavano la vanità, e agli interessi dei medesimi

davano opera. I Capi delle nazioni, ai quali i titoli di re e di santi

largivansi[153], credevano opera legittima e pia il sottomettere alla

Fede cattolica i loro sudditi e i lor vicini. La costa del Baltico,

dall'Holstein sino al golfo di Finlandia, a nome e sotto la bandiera

della Croce fu invasa: la conversione della Lituania operata nel secolo

decimoquarto al regno della idolatria pose termine. Un riguardo di

verità e buona fede ne costrigne a confessare che la conversione del

Nort, molti vantaggi agli antichi e ai nuovi cristiani produsse. Se i

precetti del Vangelo, che raccomandano la carità e la pace, non poterono

estinguere il furor della guerra connaturale alla specie umana, e se

l'ambizione dei principi cattolici ha nondimeno rinovate in tutti i

secoli le calamità che a questo flagello si uniscono, almeno l'avere

ammessi i Barbari nel seno della civile ed ecclesiastica società, liberò

l'Europa dai devastamenti che per mare e per terra operavansi dai

Normanni, dagli Ungaresi e dai Russi, e appresero questi a rispettare il

sangue umano, e divennero coltivatori[154]. Aggiugnendosi la prevalenza

del clero ad istituir leggi e a consolidare il buon ordine, i popoli

selvaggi conobbero gli elementi delle Arti e delle Scienze. Mossi da una

saggia pietà i Principi russi, ebbero l'intendimento di chiamare al

proprio servigio i più abili fra i Greci, affinchè abbellissero la

città, e ne ammaestrassero gli abitanti. Vidersi, benchè informemente,

imitati e copiati nelle chiese di Kiovia e di Novogorod la cupola e i

quadri di S. Sofia; gli scritti dei Padri vennero tradotti in lingua

schiavona, e trecento nobili giovani si trovarono sollecitati, o

costretti a frequentare le lezioni del collegio di Jaroslao. Parrebbe,

che quanto ai progressi nelle cognizioni, i Russi avessero dovuto

ottenere grandi vantaggi dagli speciali vincoli per cui stretti erano

alla Chiesa e allo Stato di Costantinopoli, che in que' tempi, nè a

torto, dell'ignoranza de' Latini rideansi. Ma la nazione greca vivea

nella schiavitù, isolata, e in uno stato di rapido scadimento: dopo la

caduta di Kiovia, la navigazione del Boristene fu trascurata; e intanto

che i Sovrani della città di Volodimir e di Mosca si trovavano disgiunti

dal mare e dal rimanente della Cristianità, i Tartari fecero soffrire a

quella Monarchia divisa in parti il vergognoso giogo della

barbarie[155]. I regni degli Schiavoni e degli Scandinavi, convertiti

dai missionarj latini, trovavansi per vero dire sottomessi alla

giurisdizione spirituale e alle pretensioni temporali de' Papi[156]. Ma

avendo abbracciata la stessa lingua e lo stesso culto di Roma, assunsero

lo spirito libero e generoso della Repubblica europea, e a poco a poco

dalla luce del sapere che splendè in Occidente, anch'essi furono

rischiarati.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11 · 第 9 / 22 题