Tabernæ.
Istinti dei Romani — Soldati per forza — Agricoltori — Poca
importanza del commercio coll’estero — Commercio marittimo di
Pompei — Commercio marittimo di Roma — Ignoranza della nautica
— Commercio d’Importazione — Modo di bilancio — Ragioni di
decadimento della grandezza romana — Industria — Da chi esercitata
— _Mensarii_ ed _Argentarii_ — Usura — Artigiani distinti in
categorie — Commercio al minuto — Commercio delle botteghe —
Commercio della strada — Fori _nundinari_ o venali — Il _Portorium_
o tassa delle derrate portate al mercato — Le _tabernæ_ e
loro costruzione — _Institores_ — Mostre o insegne — _Popinæ,
thermopolia, cauponæ, œnopolia_ — Mercanti ambulanti — Cerretani —
Grande e piccolo Commercio in Pompei — Foro nundinario di Pompei
— _Tabernæ_ — Le insegne delle botteghe — Alberghi di Albino, di
Giulio Polibio e Agato Vajo, dell’_Elefante_ o di Sittio e della
Via delle Tombe — _Thermopolia_ — _Pistrini, Pistores, Siliginari_
— Plauto, Terenzio, Cleante e Pittaco Re, mugnai — Le mole di
Pompei — Pistrini diversi — Paquio Proculo, fornajo duumviro di
giustizia — Ritratto di lui e di sua moglie — Venditorio d’olio —
_Ganeum_ — Lattivendolo — Fruttajuolo — Macellai — _Myropolium_,
profumi e profumieri — _Tonstrina_, o barbieria — Sarti — Magazzeno
di tele e di stoffe — Lavanderie — La Ninfa Eco — Il Conciapelli
— Calzoleria e Selleria — Tintori — Arte Fullonica — Fulloniche
di Pompei — Fabbriche di Sapone — Orefici — Fabbri e falegnami
— _Profectus fabrorum_ — Vasaj e vetrai — Vasi vinarj — =Salve
Lucru=.
Sotto questo nome di _tabernæ_, chè così i latini chiamavano le
botteghe, il capitolo presente è chiamato a far assistere il lettore al
movimento dell’industria pompejana e del suo commercio. La storia del
commercio romano non corre sempre parallela, come nelle altre cose che
abbiam osservato finora, colla storia del commercio della piccola città
di Pompei: tuttavia essa si comprende nella storia generale di quello
della gran Roma, come la parte nel tutto, che però dovrò riassumere
brevemente, e di tal guisa saran raggiunti i miei intenti, e il
lettore si avrà così anche questa parte importante della vita di quella
repubblica famosa, che compendia tutta l’Italia antica.
Quando si pensa che i Romani fondarono la più vasta e formidabile
monarchia del mondo, parrebbe che si dovesse argomentare che essi
avrebbero dovuto avere una corrispondente ricchezza e floridezza di
commercio; ma non fu veramente così. Come abbiam veduto delle scienze,
che non presero a mostrarsi in Roma che cinque secoli dopo la sua
fondazione; così fu anche del commercio e dell’industria. Insino alla
prima Guerra Punica, i Romani non erano per anco usciti d’Italia, nè
pur potevano avere stabiliti commerci coll’estero. Poveri e soldati,
non ebbero tampoco nozione alcuna di commercio, e neppure ne sentirono
il bisogno. Erasi infatti ai primi giorni dell’infanzia di un popolo,
divenuto poi conquistatore, che era ai prodromi di quelle convulsioni
che l’avrebbero di poi così violentemente agitato. Fin dalle origini,
più che impaziente di gittarsi alle conquiste, come da non pochi
scrittori si volle far credere, ciò desumendo piuttosto dai moltissimi
fatti onde si ordì la sua storia, che dal più diligente studio del suo
primitivo costume e delle sue abitudini; forzato ad essere soldato per
difendersi dagli incessanti attacchi dei Sabini, degli Etruschi e dei
Sanniti; tanto il carattere suo che le sue leggi naturalmente assumer
dovevano una tinta militare; e però l’educazione doveva piegare alla
più severa disciplina, alla più passiva obbedienza. Sì certo; il popolo
romano era per istinto pastore e lo si può credere a Catone, che così
ce lo attesta nella prefazione all’opera sua, _De Re Rustica_: _Majores
nostri virum bonum ita laudabant: bonum agricolam, bonumque colonum.
Amplissime laudari existimabatur qui ita laudabatur_[251]. Conquistando
adunque l’universo, non fece che difendere o proteggere la propria
indipendenza, nè combattè che per assicurarsi le dolcezze della pace,
alla quale continuamente aspirava. Properzio mostra che pur a’ suoi
tempi la si pensava così della patria romana, quantunque l’epoca sua
ribollisse per la febbre delle conquiste, in quel verso:
_Armis apta magis tellus quam commoda noxæ_[252];
ciò che del resto affermava pure Sallustio, quando, narrando della
Guerra Catilinaria, qualificava la romana razza _genus hominum agreste,
sine legibus, sine imperio, liberum atque solutum_[253]; e più innanzi
così enunciava gli scopi de’ loro fatti militari: _hostibus obviam ire,
libertatem, patriam, parentesque armis tegere_[254]. Ciò non tolse che
il dovere star sempre all’erta e dover respingere tanti e innumerevoli
nemici, avesse a modificare le primitive inclinazioni. Epperò
l’occupazione generale doveva essere di ginnastiche esercitazioni,
di ludi bellici, di studio, di violente imprese, e si hanno così
le ragioni di que’ fatti d’armi gloriosi che si succedevano senza
posa l’un l’altro e di quelle virtù eziandio primitive che si videro
scemare man mano che crebbe la potenza romana e con essa le passioni
individuali.
I Romani inoltre situati fra tanti popoli e nazioni prodi e bellicosi,
che dovevano diventare? Altrettanti soldati, risponde il Mengotti
nell’opera sua, _Il Commercio dei Romani_[255]. Bisognava o distruggere
o essere distrutti. Stettero dunque coll’armi alla mano per quattro
secoli, rodendo pertinacemente i confini ora di questo, ora di quello
stato, finchè superati tutti gli ostacoli, dominati i Sanniti e vinto
Pirro, o piuttosto non vinti da lui, si resero signori d’Italia. In
appresso l’orgoglio, che ispira la felicità delle prime imprese e la
smoderata cupidità di bottino, gli stimolarono a divenir conquistatori
della terra. Questo fu il genio che si venne necessariamente formando e
il carattere de’ Romani. La guerra, dopo che divenne indispensabile, fu
la loro educazione, il loro mestiere e la loro passion dominante. Essi
furono quindi soldati per massima di stato, per forza di istituzione,
per necessità di difesa, per influenza di religione, per esempio
de’ ricchi e dopo altresì che divennero ricchi e potenti in Italia,
conservarono la stessa ferocia e la stessa tendenza a crescere di stato
per il lungo uso di vincere e per impulso delle prime impressioni.
Un popolo poi fiero e conquistatore riguarda allora la negoziazione
come un mestiere ignobile, mercenario ed indegno della propria
grandezza. Le idee vaste, i piani magnifici, i progetti brillanti,
i pensieri ambiziosi di gloria e di rinomanza, lo splendore e la
celebrità delle vittorie, la boria de’ titoli, la pompa ed il fasto de’
trionfi non si confacevano con le piccole idee e coi minuti particolari
della mercatura. Lo stesso Cicerone preponeva ad ogni altra virtù la
virtù militare: _Rei militaris virtus præstat cæteris omnibus; hæc
populo romano, hæc huic urbi æternam gloriam peperit_[256].
All’agricoltura, la passione e virtù d’origine, si sarebbero piuttosto
nei giorni di calma e in ricambio rivolti, tornando più confacente
a que’ caratteri indomiti; e così que’ grandi capitani che furono
Camillo, Cincinnato, Fabrizio e Curio alternavano le cure della guerra
con quelle del campo, infra i solchi del quale era duopo che i militari
tribuni andassero a cercarli quando avveniva rottura di ostilità coi
popoli limitrofi.
Quindi nulle le arti, povere le manifatture, rustico il costume.
Grossolane le vesti, venivano confezionate dalle spose pei mariti;
onde si diceva della donna a sommo di lode, _domum mansit, lanam
fecit_[257], e i capi stessi non permettevansi lusso maggiore; sì che
si legga nelle storie di Roma della toga di Servio Tullio, lavoro di
sua moglie Tanaquilla, che stesse gran tempo, siccome sacra memoria,
appesa nel tempio della Fortuna.
Colle spoglie de’ vinti nemici si fabbricarono e ornarono persino i
templi: nulla insomma si faceva in casa propria.
Quali arti dunque, chiede ancora il Mengotti, seguite pur dal Boccardo,
qual industria, quali manifatture, qual commercio potevano avere i
Romani senza coltura, senza lettere, senza scienze? Le arti tutte e le
scienze si prestano un vicendevole soccorso e riflettono, per dir così,
la loro luce, le une sulle altre. Tutte le cognizioni hanno un legame
ed un’affinità fra di loro. La poca scienza della navigazione presso i
Romani contribuì finalmente ad impedire che il traffico progredisse.
Tuttavia noi abbiam veduto diggià, nel ritessere la storia di Pompei,
come questa città fosse emporio di commercio marittimo e così erano
pure città commercianti tutte quelle littorane. Ma esse erano quasi
divise allora dalla vita e partecipazione romana. La Sicilia contava
floridi regni, che hanno una propria ed onorifica istoria, e la
Campania, ed altre terre che costituiron di poi lo stato di Napoli,
popolate da gente di greca stirpe, giunse a tale di prosperità, da
essere appellata dai Greci stessi _Magna Grecia_. Navigarono questi
commercianti della Campania lungo le coste d’Italia e delle isole
vicine, visitarono la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, e fino in
Africa pervennero a vendervi e scambiarvi i ricchi prodotti del suolo.
Del commercio di Pompei con Alessandria ho già trattato, allor che
dissi dell’importazione fatta dagli Alessandrini in Pompei; fra l’altre
cose, pur del culto dell’egizia Iside.
Istessamente abbiam qualche dato che attesta il commercio marittimo di
Roma con l’Africa. Nell’anno che seguì l’espulsione dei re da Roma,
venne, al dir di Polibio[258], conchiuso fra questa repubblica e
Cartagine il primo trattato di commercio, che fu di poi rinnovato due
volte. Vuolsi dire per altro che nelle loro relazioni con Cartagine i
Romani comprassero più che non vendessero, importando di là tessuti
rinomati per la loro leggerezza, oreficerie, avorio, ambra, pietre
preziose e stagno; e però può aver ragione il succitato Mengotti nel
credere che fossero stati piuttosto i Cartaginesi, sovrani allora
del mare, i quali fossero andati ai Romani, anzi che questi a quelli;
giacchè dove avessero avuto vascelli o navi proprie e conosciuta la
nautica, se ne sarebbero valsi a respingere Pirro dal lido italico, nè
le tempeste e gli scogli avrebbero distrutte sempre le loro flotte;
tal che la strage causata dai naufragi fosse sì grande, che da un
censo all’altro si avesse a trovare una diminuzione in Roma di quasi
novantamila cittadini[259].
Porran suggello a questo vero dell’imperizia de’ Romani nella nautica,
le frequenti disfatte toccate da essi nei mari, la guerra de’ Pirati,
che li andavano ad insultare sugli occhi proprj, e le parole di
Cicerone che l’abbandono vergognoso della loro marina chiama _labem et
ignominiam reipublicæ_[260], macchia e ignominia della Repubblica.
Ma le cose migliorarono, convien dirlo, dopo Augusto, se Plinio ci fa
sapere che i Romani portassero ad Alessandria ogni anno per cinque
milioni di mercanzie, e vi guadagnassero il centuplo, e se tanto
interesse vi avessero a trovare, da spingere la gelosia loro a vietare
ad ogni straniero l’entrata nel mar Rosso.
Roma per cinquanta miglia di circonferenza, con quattro milioni di
abitanti[261], con ricchezze innumerevoli versate in essa da conquiste
e depredamenti di tante nazioni, con infinite esigenze di lusso e
di mollezza da parte de’ suoi facoltosi, opulenti come i re, doveva
avere indubbiamente attirato un vasto commercio, certo per altro più
di importazione che di esportazione. Il succitato Plinio ci informa
come si profondessero interi patrimonii nelle gemme che si derivavan
dall’Oriente, negli aromi dell’Arabia e della Persia; che dall’Egitto
poi si cavasse il papiro, il grano ed il vetro, che si cambiavan con
olio, vino, e Marziale ci avverte anche con rose in quel verso:
_Mitte tuas messes; accipe, Nile, rosas_[262]
e dell’Etiopia, profumi, avorio, fiere e cotone, che Virgilio chiama
col nome di molle lana:
_Nemora Æthiopum molli canentia lana_[263].
La Spagna forniva argento, miele, allume, cera, zafferano, pece,
biade, vini e lino; le Gallie rame, cavalli, e lana, oro de’ Pirenei,
vini, liquori, panni, tele e prosciutti di Bajona; la Britannia stagno
e piombo; la Grecia il miele d’Imetto, il bronzo di Corinto assai
pregiato, vino, zolfo e trementina, le lane d’Attica, la porpora di
Laconia, l’elleboro di Anticira, l’olio di Sicione, il grano di Beozia,
nardo, stoffe, pietre preziose e schiavi. L’Asia Minore mandava ferro
dell’Eusino, legno della Frigia, gomma del monte Idea, lana di Mileto,
zafferani e vini del monte Tmolo, stoviglie di Lidia, profumi e cedri e
schiavi della Siria, porpora di Tiro e formaggi.
Ma tutto questo commercio colle nazioni straniere, osserva il
Mengotti, come fosse sempre passivo per i Romani; ma se ne ricattavano,
osservo io, e colmavano il disavanzo del bilancio colle conquiste,
riprendendosi ben presto con la forza ciò che le nazioni commercianti
avevano loro spremuto con l’industria, così che non potessero mai
esaurire la loro ricchezza per quanto si studiassero di abusarne,
siccome è detto in Sallustio: _Omnibus modis pecuniam trahunt, vexant;
tamen summa libidine divitias suas vincere nequeunt_[264]. Il quale
Sallustio che così scriveva, attingeva pure a questa limacciosa fonte
per abbellire i suoi famosi orti, e l’infame sistema veniva sanzionato
dalla religione, essendosi giunto perfino ad erigere un tempio a Giove
Predatore.
Non sono quindi d’accordo coll’illustre scrittore del _Commercio de’
Romani_, che fosse per questo traffico passivo e rovinoso ch’essi
cadessero nella povertà e nella barbarie. Le cagioni della decadenza
e della barbarie voglion essere attribuite prima alla decrescente
prosperità agricola che degenerò presto in rovina e ne fu causa
principale la concentrazione dei piccoli poderi in vaste possessioni;
quindi la sostituzione del lavoro degli schiavi a quello degli uomini
liberi, del quale Plinio espresse gli effetti perniciosi in memorande
parole: _Coli rura ergastulis pessimum est ut quidquid agitur a
desperantibus_[265]. Altre e più efficaci cause di desolazioni
dell’Italia furono le incessanti guerre. I generali vittoriosi solevano
ripartire ai loro soldati le terre conquistate. Codesti barbari d’ogni
nazione, dice lo stesso Mengotti, Galli, Germani, Illirii e Numidi,
senza affetto per l’Italia, che riguardavano non come patria, ma
come una preda e un guiderdone dovuto ai loro servigi, cercavano di
emungerla, non di coltivarla; sicchè lo sconvolgimento e la forza,
le emigrazioni erano continue e cresceva ogni giorno l’abbandono e lo
squallore delle campagne.
Nè fu estranea alla decadenza la diminuzione della popolazione, effetto
delle proscrizioni e delle guerre; onde fin sotto di Cesare si pensasse
a far provvide leggi, _ut exhaustæ urbis frequentia suppeteret_, onde
sopperire, cioè, alla deficienza di popolazione della esausta città.
La corruzion del costume diede il colpo di grazia. Ingolfandosi i
Romani nella mollezza e nel vizio e venendosi essi così eliminando
dal servizio attivo dell’armi, presero il loro posto soldati e capi
stranieri e così si scalzarono ben presto da quella antica grandezza,
per sostituire altri i loro propri interessi. Divenuto l’impero oggetto
di disputa e cupidigia, messo all’incanto perfino dalla prepotenza
e rapacità de’ pretoriani, gli stranieri impararono la via di casa
nostra, vi si stabilirono da padroni e tiranni, e ci fecero a misura di
carbone pagare le passate colpe.
In quanto all’industria, nei primi tempi, pochi uomini liberi cercavano
ne’ lavori manuali una professione lucrativa: l’agricoltura era
la naturale e, se non l’unica, almeno la più onorevole occupazione
dei cittadini romani. Ma quando la popolazione di Roma crebbe e la
piccola proprietà di una famiglia povera non bastò a nutrir tutti i
suoi membri, molti dovettero cercare la loro sussistenza nel lavoro
manuale. Questi operai liberi uscivano quasi sempre dalla classe degli
schiavi che esercitavano specialmente siffatti lavori e continuavano
ad occuparsene, quand’essi avessero ricuperata la loro libertà. Di
tal guisa l’industria migliore era esercitata a Roma massimamente dai
liberti, che rimanevano clienti dei loro antichi padroni. Si comprende
così perchè l’industria, esercitata da cittadini d’ultima classe, da
liberti e da schiavi, dovesse essere negletta e disprezzata. I mestieri
manuali e il commercio di dettaglio erano considerati come professioni
basse, _sordida negotia_. Cicerone, che per l’altezza dell’ingegno
avrebbe dovuto essere superiore ai pregiudizii volgari, pur nondimeno
divideva questo contro gli industriali. Noi, scrive egli, dobbiam
disprezzare i commercianti che ci provocan l’odio contro di essi. È
basso e non è istimabile il mestiere di questi mercenari che locano le
loro braccia e non il loro ingegno. Per essi il guadagno non è che il
salario della loro schiavitù: mettiamo al medesimo livello l’industria
di quelli che comprano per rivendere, perchè per guadagnare, è bisogno
che mentiscano. Che mai v’ha di nobile in una bottega? Quale stima
accorderemo noi a questa gente, il commercio della quale non ha per
oggetto che il piacere, come i pescivendoli, i beccaj, i pizzicagnoli,
i cuochi e i profumieri? Concediamo la nostra stima alla medicina,
all’architettura, se si voglia; ma in quanto al piccolo commercio, esso
è sempre basso: il solo grande non è spregevole tanto.
E così la pensava tutta Roma.
Infatti nel grande commercio non esitavano ad entrare persone
dell’ordine equestre, in vista dei forti lucri, grazie ai quali, sotto
il nome dei loro liberti, esercitavano spesso la banca, chiamati que’
liberti, _mensarii de argentarii_, equivalenti ai moderni banchieri.
Così ne originava quella schifosissima e fatal piaga che fu l’usura,
che divenne anzi prontamente più forte e deplorevole che non la sia de’
nostri giorni.
A conoscerne la misura, citerò quella che si faceva da’ più virtuosi,
senza pur credere di mancare alle leggi dell’onesto. Pompeo Magno
prestava 600 talenti ad Ariobarzane al 70 per cento, e il severo Bruto,
l’ultimo e virtuoso republicano alla esausta città di Salamina mutuava
pur forte somma al 48 per cento.
Vuolsi attribuire a Numa Pompilio la distribuzione degli Artigiani
in differenti categorie. Le corporazioni dei mestieri erano in numero
di otto: i suonatori di tibia, gli orefici, i falegnami, i trattori,
i vasai, i fabbricatori di cinture, quelli di corregge, i calderaj e
fabbri ferraj, e tutti gli altri artigiani non compresi fra costoro
formavano una nona corporazione. Ciascuna corporazione poi aveva i
suoi capi, _magistri_: i fabbri, falegnami o ferraj, che servivano
nell’esercito erano sotto gli ordini di un prefetto, _præfectus
fabrorum_, e quelli che si occupavano di costruzioni formavano una
categoria particolare, spesso impegnati da un intraprenditore, chiamato
_ædificator_, o _magister structor_.
In quanto al commercio minuto, vi aveva a Roma, come da noi, quello
delle botteghe, _tabernæ_, e della strada.
Il commercio di strada si faceva principalmente nei fori, detti
_nundinari_, o venali. La ragion del nome ho già dato, intrattenendo il
lettore nel capitolo _I Fori_. Era stato Servio Tullio che, a regolare
il commercio fra Roma e la sua campagna e sottometterlo a sorveglianza,
aveva stabilito che la popolazion campagnuola venisse tutti i nove
giorni alla città a comperarvi ciò che le fosse di bisogno, ed a
vendere le sue derrate. Ho già ricordato in quell’occasione e il
_forum boarium_ o mercato de’ buoi; il _suarium_ o quello dei porci;
il _piscarium_, o de’ pesci; il _pistorium_, o del pane; _cupedinis_,
o de’ frutti e delle confetture. V’era anche il _forum macellum_
destinato alle carni non solo, ma a designare l’insiem de’ mercati,
che tutti erano vicini, lungo il Tevere, facili così a essere vigilati
dagli Edili, che spezzavano i falsi pesi e le false misure, e gettavano
alle onde di quel fiume i generi di cattiva qualità. Era sulla piazza
stessa del mercato che gli Agenti del tesoro venivano ad esigere dai
venditori il _portorium_, o tassa su tutte le merci che vi apportavano.
Oltre i mercati, vi erano anche botteghe. Erano queste il più spesso
semplici baracche in legno, coperte di tavole ed adossate alle case.
Dovevano essere per conseguenza anguste, male arieggiate e peggio
illuminate, ma di tal prezzo di locazione che Cicerone ci apprende che
molti ricchi proprietarj ne facessero costruire tutt’all’intorno delle
loro magnifiche dimore, ricavandone enormi somme. Non mancavano del
resto di coloro, che allettati dalla cupidigia del denaro, facessero
tenere per loro conto da schiavi, liberti, o mercenari, che si dicevano
_institores_, quelle botteghe, massime a vendita di pane e di carni.
Presso a tutti i luoghi publici, come bagni, teatri, circhi, trovavansi
mercanti di vino, di bevande calde e cibi cotti. Al disopra delle
botteghe mettevansi insegne a pittura. Ho già in altro capitolo recato
all’uopo un passo d’Orazio che attesta questo costume; nè ciò bastando,
si esponevano fuor della porta in bella mostra le mercanzie. Le più
ricche erano quelle dei _Septa Julia_ e attiravano il più gran numero
di avventori.
Era certo che tutte queste baracche che costeggiavano le case dovessero
essere di grande ingombro alle vie, che non erano sempre così larghe,
come si potrebbe credere. L’inconveniente — a togliere in qualche parte
il quale, aveva contribuito l’incendio di Nerone, — durò fin sotto
Domiziano, che finalmente vietò che si costruissero presso le case,
appunto perchè restringessero esse di molto la via publica, e Marziale,
sempre pronto ad incensare quel Cesare, che dopo morte vituperò, così
ne lo loda del savio provvedimento:
_Abstulerat totam temerarius institor urbem,_
_Inque suo nullum limine limen erat._
_Iussisti tenues, Germanice, crescere vicos;_
_Et, modo quæ fuerat semita, facta via est._
_Nulla catenatis pila est præcincta lagonis:_
_Nec prætor medio cogitur ire luto._
_Stringitur in densa nec cæca novacula turba:_
_Occupat aut totas nigra popina vias._
_Tonsor, caupo, coquus, lanius sua limina servant._
_Nunc Roma est; nuper magna taberna fuit_[266].
Le botteghe avevano differenti nomi, secondo la natura delle merci che
vi si vendevano. Così le taverne in cui si vendevano i cibi cotti si
chiamavano _popina_, ed erano per lo più frequentate da’ ghiottoni che
vi trovavano eziandio delicati manicaretti e gustose bevande, come si
raccoglie da quel verso di Plauto:
_Bibitur, estur, quasi in popina haud secus_[267],
_Thermopolia_ erano le taverne dove si vendevano bevande calde;
_caupona_ dicevasi l’albergo, o piuttosto la bottega dove si vendeva
a bere ed a mangiare, l’odierno trattore, e _caupo_ denominavasi
il conduttore. La _Caupona_ serviva anche di alloggio e tavola a’
forestieri: nelle grandi città equivaleva solo alle odierne taverne
od osterie, canove, mescite e birrerie ed _œnopolia_ chiamavansi. Lo
stesso poeta che già citai, Plauto, ne trasmise la notizia che agli
_œnopolia_ traesse il vicinato a provvedere il vino necessario all’uso
giornaliero, in quel passo dell’_Asinaria_:
_Quom a pistore panem petimus, vinum ex œnopolio,_
_Si œs habent dant mercem_[268].
_Œnophores_ quindi appellavansi gli schiavi destinati a portare
l’_œnophorum_ o cesta a mano per mettervi gli _urcei_, ampolle o
fiaschi di vino che s’andava a comprare ai venditori summentovati.
Venendo fra poco a dire delle _Tabernæ_, o botteghe scoperte in Pompei,
vi troveremo altre denominazioni ed altre industrie.
Nè mancavano a Roma antica i mercanti ambulanti, come li abbiamo
oggidì, che gridavano e vendevano le loro derrate per via; e Marziale
pur ricorda venditori di zolfanelli, che scambiano la loro merce contro
frammenti di vetro rotto; mercanti di minuti cibi, che spacciano alla
folla; cerretani che mostrano vipere e serpenti, vantandone i pregi e
le abilità, nè più nè meno insomma di quel che veggiamo e udiamo far
oggidì per le nostre piazze.
Venendo ora a ricercare se le medesime condizioni commerciali fossero
in Pompei e se l’industria e i mercanti al minuto vi esistessero
eguali, poco mi resta a dire, per provare come pur eguale vi fosse la
baraonda, perocchè già sappia il lettore, per quel che se ne è detto,
che in quanto al grande commercio e al marittimo, vi si notasse una
tale attività, da indurre perfino i molti a ritenere fra le etimologie
del suo nome quella di _emporio_, quasi appunto fosse Pompei un ridotto
di merci e di commercianti. L’essere in riva al mare e in quella costa
meridionale che è più aperta alle negoziazioni degli stranieri, le
relazioni create dalla omogeneità delle razze fra la sua popolazione
e le popolazioni greche, da cui forse derivava, dovevano mantenervi
animato il commercio marittimo. La speciale condizione sua d’avere
inoltre il Sarno, siccome già sappiamo, di non dubbia importanza, che
comunicava col mare, e che allora era così grosso da permettere la
navigazione, se ben dissero gli scrittori, vi creavano eziandio un
forte movimento commerciale interno, comunicando così con città vicine
da cui ricevevano e cui trasmettevano mercanzie. L’importanza delle
cose rinvenute negli scavi, la ricchezza e valore delle pitture, delle
statue, de’ musaici, della quantità degli ori e delle gemme provano
che molto si faceva arrivare dall’estero; come del resto si argomenta
dai canti de’ poeti e dalle pagine degli storici, che da queste sponde
partissero i vini, le granaglie, le frutta, gli olj, di cui è fornitore
larghissimo il territorio.
I suoi abitatori poi, che sappiamo in buona parte agiati e ricchi, come
rilevasi e dalla entità de’ monumenti e da quanto si è trovato nelle
loro case, oltre i tanti facoltosi che da Roma traevano a villeggiarvi,
dovevano necessariamente richiedere assai animato anche il piccolo
commercio, e se già si è in grado di parlare di parecchie _tabernæ_,
perchè si scavarono e se ne riconobbe l’uso, queste essendo nella parte
più distinta della città, perchè verso la marina; è dato argomentare
che nella parte superiore e non ancora esumata ve ne fossero assai
di più, in numero, cioè, da soddisfare ai bisogni tutti della sua
popolazione.
Anche Pompei aveva il suo Foro nundinario o venale, e il lettore se ne
rammenta, chè di esso ho parlato nel Capitolo intorno ai Fori. Colà,
come a Roma, sarà stato il mercato ove recavansi dagli abitanti delle
campagne circostanti le derrate; colà saran venuti a scambiare le loro
derrate colle merci cittadine. Ivi pure avranno i contadini pagato
il _portorium_ e ivi gli edili pompejani avranno esercitata la loro
vigilanza sui pesi e sulle misure, non che sulla bontà delle derrate e,
se cattive, gittate al mare non di molto discosto.
Se non che le botteghe o _tabernæ_, come si dicevano allora, non
saranno state a Pompei, come a Roma, nè povere baracche di sconnesse
tavole, nè indecentemente adossate alle muraglie delle case.
L’angustia, che abbiam già veduto delle vie pompejane, vietava che
tale costumanza si introducesse nella città: perocchè dove ciò fosse
avvenuto, sarebbesi resa assolutamente impossibile la circolazione.
D’altronde i rialzi che costeggiavano le vie si opponevano a ciò. Le
_tabernæ_ adunque erano in Pompei come le botteghe delle moderne città,
facenti parte delle case ai piani terreni, che si aprivano sull’esterno
delle case. Avevano esse pure le loro indicazioni di vendita, e le loro
insegne esteriori, e suppergiù vi si spacciavano quelle merci che già
conosciamo vi si vendessero nelle botteghe di Roma.
Venga ora meco il lettore a visitarle.
Percorrendo le vie lungo le quali erano aperte, e che or si veggono
vuote, conservando appena da un lato dell’ingresso que’ banchi di
pietra o di materia laterizia, che servivano o per esporvi la merce,
o per contarvi i denari che vi si esigevano, veggonsi in più d’una
ai lati le scanalature per entro alle quali scorrevano le porte che
chiudevano le botteghe, e pure a’ fianchi di codeste o superiormente
alle medesime, ravvisasi qualche scultura o pittura, che serviva
d’insegna spesso allusiva alla qualità di merce che nella bottega si
spacciava. Così su di una vedesi una capra in terra cotta, che vi dice
che là vi si vendesse il latte; su di un’altra una pittura rappresenta
due uomini, l’un de’ quali cammina davanti l’altro sorreggendo ciascuno
l’estremità di un bastone nel mezzo del quale pende sospesa un’anfora,
a significare ch’ivi era un _œnopolium_ o vendita di vino; altrove
era dipinto un mulino girato da un asino, che annuncia il magazzeno
del mugnajo; e su d’altre botteghe scorgesi ancora l’avanzo di
qualche emblema, come uno scacchiere, un’àncora, un naviglio. Già ho
ricordato altrove il dipinto, onde era ornata la bottega presso alle
Terme, rappresentante un combattimento di gladiatori, ed ho riferita
l’iscrizione che a tutela della medesima vi si era graffita sotto:
_Abiat Venerem Pompejanam iradam qui hoc læserit_; e così presso la
bottega di panattiere, o _pistrinum_, leggesi quest’altra iscrizione:
_Hic habitat felicitas_[269], la quale, se non accenna alla natura
del commercio che vi si esercitava, vi attesta almeno che la famiglia
che la conduceva, paga di sè stessa, potevasi proclamare felice. Tre
pitture, ora affatto scomparse, in tre distinte botteghe, raffiguravano
un sagrificatore conducente un toro all’altare su d’una; su di un’altra
una gran cassa da cui pendevano diversi vasi, e sulla terza un corpo
lavato, unto e imbalsamato, che indicava forse un unguentario, al quale
pure incumbeva la preparazione de’ cadaveri, giusta l’uso che vedremo
nell’ultimo capitolo di quest’opera.
Altre insegne vedremo al loro posto toccando delle varie botteghe, che
più specialmente chiameranno la nostra attenzione, e delle quali anzi
il Beulé si valse per uno studio complementario, che intitolò appunto
_Le commerce d’après les peintures_ nella sua opera uscita in questi
giorni in Francia, dal titolo _Le Drame du Vésuve_[270].
Ma prima di tutto, nel trattar del commercio bottegajo, intrattener
debbo il lettore degli alberghi e _popinæ_. _Hospitia_ dicevansi con
vocabolo generale quando fornivano al viaggiatore o forastiero comodità
di cibo o d’alloggio, e con esso li troviamo designati in Cicerone
e in Tito Livio[271] e da un esempio in Pompei stessa, che riferirò
più sotto. _Popina_ chiamavasi la taverna, rosticceria od osteria,
in cui erano venduti cibi cucinati: lo stesso Cicerone e Plauto vi
fanno cenno[272]. Il più spesso l’_hospitium_ era simultaneamente una
_popina_: questa invece non implicava l’idea di albergo.
Ho, nel Capitolo quarto di quest’opera, favellato già alcun poco dei
due publici alberghi, l’uno detto di Albino e l’altro di Giulio Polibio
e Agato Vajo di Pompei. Ho creduto argomentare come il primo dovesse
aver servito a stazione di posta, e che il secondo non avesse dovuto
servire che all’uso de’ mulattieri e carrettieri, ciò desumendo dalla
natura de’ locali e degli attrezzi e altri oggetti rinvenuti. Diciamone
ora, poichè meglio ne cada in taglio il discorso, qualche cosa di più.
L’albergo e _popina_ di Albino è la prima casa che si presenti a destra
entrando nel Corso principale dal sobborgo o Via delle Tombe. La porta
è larga undici piedi e mezzo, è atta al passaggio de’ carri, essendone
piana la soglia d’ingresso ed a livello della strada publica. Da essa
si passa in alcune vaste camere, ove per avventura collocavansi le
merci. Sonvi de’ focolari con sottoposti ripostigli per le legna; dei
banchi laterizi per la distribuzion delle vivande: due botteghe per
vendita d’acque calde e liquori, comunicanti fra loro, con fornelli ed
altri accessori per la cucinatura delle vivande e per il riscaldamento
delle pozioni, non che alcune camere per ricettar avventori. In un
secondo cortile si scende in un sotterraneo, il più spazioso e meglio
conservato in tutta Pompei, di centocinque piedi di lunghezza, di dieci
e mezzo di larghezza e di tredici di altezza[273]. Corre parallelo alla
strada e viene illuminato da tre finestre: vi si ritrovarono molte
ossa di diversi animali: forse vi si gettava l’immondezza e forse
poteva essere anche ad uso di stalla. Il nome del proprietario era
dipinto in nero davanti alla porta, e nella sommità del limitare stava
scolpito in un mattone un gran segno itifallico, che ho già altrove
spiegato essersi usato collocare dagli antichi, non a indizio di luogo
di prostituzione, come taluno può correre facilmente a pensare, ma
per cacciar la _jettatura_, come direbbesi ora a Napoli, o contro
il fascino o malocchio, come dicevasi allora. Ne’ marciapiedi, che
circondavano le botteghe laterali dell’albergo, vi sono de’ buchi
obliqui, che avran servito, come è generale opinione degli scrittori,
per attaccar le bestie da soma. Due scheletri di cavallo colle loro
testiere e briglie furono ritrovati negli scavi di questo albergo.
Quantunque l’altro albergo di Giulio Polibio e Agato Vajo fosse
frequentato da’ mulattieri, come lo fa presumere l’iscrizione che
ho già riferita nel summentovato Capitolo Quarto; tuttavia gli scavi
offersero alcun che di interessante in esso. Avanzi d’iscrizioni sopra
l’intonaco de’ muri esterni vi apparivano già cancellate. Annunziavano
esse combattimenti gladiatorj e cacce nell’Anfiteatro ed indicavano
più nomi proprj. I poggi delle botteghe annesse a quest’albergo erano
assai eleganti, rivestiti al di fuori di marmi: avevano più fornelli,
in uno de’ quali si trovò un _cácabo_, o stoviglia di bronzo col suo
coperchio. Nel davanti erano ornati di due medaglioni con cornici di
legno che rappresentavano due teste di donne in rilievo. Nell’angolo
del poggio o banco era attaccata al muro una piccola statua di terra
cotta coperta di una vernice verde, del genere degli amuleti, la quale
ora si conserva nel Museo di Napoli. Ivi si trovò pure altro amuleto di
bronzo, che sosteneva dei campanelli sospesi a catenelle di bronzo.
Un terzo albergo era quello di Sittio, detto anche dell’_Elefante_,
dall’iscrizione che vi si leggeva così espressa: