C. CAPELLAM D. V. I. D. O. V. F. VERNA CVM DISCENT[217].

Questa iscrizione valse di per sè ad imporre a quella sala la

denominazione di _Scuola di Verna_, e i commentatori e scrittori

di _Guide_ a farne fuori un maestro di scuola di ragazzetti d’ambo

i sessi, una specie di moderno asilo d’infanzia. Io mi permetto di

dubitare che potesse trattarsi di scolari di così tenera età e molto

meno di fanciulli d’ambo i sessi; perocchè, se ciò fosse stato, qual

valore si avrebbe voluto aggiungere allora ad una raccomandazione in

una elezione amministrativa fatta da piccoli fanciulli e da ragazzine?

Doveva adunque essere, a mio avviso, una scuola almeno di giovinetti.

Anche un’altra iscrizione, fra le tante che vi dovevano essere state

scritte sulla muraglia dell’edificio d’Eumachia, venne trovata il 26

gennaio 1815[218], e ci fa essa conoscere un tal Valentino, pur senza

alcun altro prenome, per un altro maestro: essa è così concepita:

SABINVM ET RVFVM AED. R. P. D.

VALENTINVS

CVM DISCENTES (_sic_)

SVOS ROG[219].

È notevole e sorprende sulla bocca d’un maestro un sì grosso

strafalcione di grammatica come questo _cum discentes suos_, in luogo

di _cum discentibus suis_, e dà la misura sì della scienza del maestro,

che di quella de’ magistrati che lo tolleravano. «_Il avait_, dice a

tal proposito Bréton, parlando di questa cima di maestro e delle sue

sgrammaticature, _il avait certes besoin d’invoquer la protection des

Ediles_.»

Ma ad altre considerazioni, più che di fredda grammatica, queste

zelanti raccomandazioni de’ maestri di Pompei mi han fornito il

soggetto e m’han condotto ad una savia conclusione.

I tempi sono pur sempre i medesimi, mi son detto: le più utili e

virtuose istituzioni vengono sempre falsate e guaste: le passioni degli

uomini se le assoggettano e sfruttano a loro profitto. Le sventure e

i danni d’ogni natura, che ad essi toccano, non sono bastevoli lezioni

ai popoli; oggi, come a’ tempi di Verna e Valentino, il greggie degli

stipendiati governativi e delle anime subalterne è pur sempre l’eguale.

Non lamentiamoci poi adesso del pari di vedere a’ dì nostri, ne’ giorni

delle elezioni politiche od amministrative, sguinzagliarsi impiegati

e poliziotti a portare il loro voto in suffragio del candidato messo

innanzi dal partito che siede al governo della cosa publica, o dalla

così detta consorteria. Quest’ultima ho già fatto altrove rilevare

essere esistita anche allora; Terenzio l’ha rammentata sotto il

nome di _comitum conventus_; onde hassi da noi a conchiudere tali

disordini dell’oggi essere nuove edizioni di vecchia storia, più o meno

accresciute ed illustrate, a beneficio dei meglio accorti.

Questo Verna e questo Valentino di Pompei io suppongo essere stati

precettori in quella città della adolescenza, della risma, o suppergiù,

di quell’Orbilio, che fu maestro in Roma di belle lettere e reso

immortale dal suo discepolo Orazio Flacco, il quale per vendicarsi dei

colpi ricevuti per avventura dalla ferula di lui sulle mani e sulle

spalle, lo ha marchiato, in una delle sue Epistole, qualificandolo

_plagosus_[220], quasi _produttor di piaghe_, per aver fatto uso co’

suoi scolari di sferze e di flagelli.

Nè doveva essere, a quanto pare, codesto sciagurato vezzo esclusivo

di Orbilio, ma generale ne’ pedagoghi, s’anco Giovenale vi fece aperta

illusione in quel verso della Satira I, sui _Costumi_:

_Et nos manum ferulæ subduximus_.....[221]

e del barbarico costume, come avvien d’ogni cosa brutta, è arrivata la

tradizione infino a noi; perocchè io non sappia davvero se dappertutto,

malgrado i divieti severi delle leggi e delle autorità, e più ancora

i postulati della civiltà, sia stato ovunque per Italia diradicato, di

gravi e sanguinose punizioni inflitte da’ maestri a fanciulletti avendo

a’ giorni di mia infanzia udito più d’una volta lamentare.

Non chiamato a fare una completa monografia degli studj in Roma e nelle

Colonie a lei soggette, non ne dirò ora che a larghi tratti, siccome è

richiesto dalla economia dell’opera.

Presso questo popolo gagliardo e primitivo, dedito prima alle cure

dei campi, poi a quelle dell’armi, gli studj, o furono quasi e per

lungo tempo sconosciuti, o ne furono tardo pensiero. Il linguaggio

medesimo era ben lungi dall’avere quella sonorità, armonia e maestà

che assunse di poi nelle opere ammirabili de’ suoi scrittori: aspro

e duro, era più proprio a comandar a’ soldati nelle battaglie; e se,

al dir di M. Catone, fu costume delle genti italiche di cantare ne’

loro antichi dialetti inni e canzoni guerriere o nenie pei caduti in

guerra, sposandole al suono delle tibie, ciò non attesta a favore di

una avanzata civiltà. Imperocchè consuetudine siffatta si riscontri

in tutte le genti rozze e bellicose. Ossian e i bardi caledonici non

cantarono che le imprese di eroi d’una patria guerriera sì, ma non

colta e civile. Ho già toccato altrove, parlando delle origini del

teatro, come prima di Livio Andronico, Roma non avesse teatro proprio,

paga delle Sature degli istrioni d’Etruria, e Andronico non fiorì

che al principiar del sesto secolo. Meglio dimostrerà la condizione

intellettuale e la nessuna coltura il singolarissimo rito usato ancora

nel quinto secolo per la numerazione degli anni. Consisteva esso nel

piantare nel muro del tempio di Giove, che era il più venerato di Roma,

un grosso chiodo. Ciò facevasi alle idi di settembre solennemente per

mano de’ pontefici, e dove alcun altro straordinario avvenimento si

fosse voluto raccomandare alla memoria de’ posteri, eleggevasi all’uopo

un dittatore che figgesse altro chiodo. E questi chiodi, in mancanza di

lettere, segnarono per lungo tempo l’epoche più famose di Roma. Ecco le

testuali parole di Tito Livio: _Eum clavum, quia raræ per ea tempora

erant litteræ, notam numeri annorum fuisse ferunt_[222]. L’aritmetica

e la geometria non si conoscevano se non tanto, quanto era necessario

per misurare un campo, o per far le faccende giornaliere. Le loro

cifre numeriche, osserva giustamente Francesco Mengotti, rappresentano

espressamente le dita delle mani, che sono la prima aritmetica de’

fanciulli, dei villici e della natura[223].

La medicina stessa, reclamata dalla sollecitudine del corpo, distinta

in sacerdotale e magica, rimase involuta lungo tempo nelle ubbie

superstiziose. Solo poi, 263 anni prima di Cristo, Valerio Messala recò

di Sicilia un quadrante solare, come già dissi a suo luogo, e appena

159 anni vennero da Scipione Nasica Corculo introdotti gli orologi ad

acqua o clessidre. Prima i Romani erano rimasti per molti secoli senza

neppure conoscere la divisione in ore del giorno e della notte e senza

stromento alcuno per la misura del tempo. Plinio il Vecchio scrisse

che le Dodici Tavole, compilate al principio del quarto secolo, non

distinguevano che il nascere e il tramontar del sole[224]: dopo vi fu

aggiunto il meriggio, che annunciavasi dal banditor del console, quando

il sole si trovava fra la tribuna e la grecostasi. Allorchè dalla

Colonna Menia il sole inclinava alle carceri, era sera.

Pel corso di parecchi secoli i Romani non posero alcun pensiero

alla filosofia. Essi la conoscevano a mala pena di nome. Occupati da

principio in difendersi, poi in rassodare la loro potenza sui vicini

popoli che avevan soggiogati, interamente pratica era la sapienza

che dalla esperienza avevano attinta. Un mirabile buon senso derivò

loro dalle difficoltà dell’esterna lor posizione e dal godimento di

una libertà sempre perturbata, ma che per le stesse sue commozioni,

rinvigoriva gli animi e gli ingrandiva. Si è voluto attribuire alla

filosofia pitagorica qualche influenza sulle instituzioni di Numa, e

si è potuto con tanto maggiore facilità unire insieme a quest’uopo

qualche tratto di rassomiglianza, in quanto che è probabile aver

Pitagora inserito nella sua filosofia alcuni frammenti delle dottrine

sacerdotali alle quali Numa non era straniero. Ma ecco dove fermar

si deve ogni comunanza fra il greco filosofo e il re secondo di

Roma[225]. Forse invece di queste dottrine sacerdotali di Numa e di

altri legislatori a lui succeduti, la ragione e l’origine dev’essere

ricercata altrove, in Etruria come verrò a notare.

Bisogno di studi elementari e di intellettuale coltura si sentì, più

per ispirito d’imitazione che per altro, dopo che i Romani conobbero

i Greci. Già sa ognuno di là dedotte le leggi delle Dodici Tavole:

là unicamente reputavasi infatti la sede della scienza, della poesia,

dell’arti.

Erasi, è vero, per l’addietro usato mandar in Etruria i giovani, per

apprendervi i riti augurali, senza di che non avrebbero acquistato

valore i pubblici atti, ed era molto se di là recavasi qualche tintura

o conoscenza di lettere. E sì che colà la coltura e la sapienza erano

più antiche che in Grecia, a cui per avventura e da essi e dagli

Atalanti, i progenitori nostri, era ogni lume di civiltà e di sapere

derivato. Fu altrimenti adunque, quando ebbe luogo mercè le conquiste

fatte dalle armi romane, il contatto con la Grecia: il dirozzamento

cominciò ad operarsi tra’ Romani, e n’ebber merito in principalità gli

Scipioni, che tolsero a proteggere i letterati venuti di Magna Grecia

in Roma. Ogni partito volle avere schiavi greci e, come sarebbesi

scelto fra quelli sventurati il celliere ed il cuoco; così venne

cercato il pedagogo, onde a’ figliuoli apprendere la lingua di Omero.

E la lingua greca divenne di moda, nè uomo aspirar poteva al vanto di

educato, se a lui famigliare non fosse stato quel magnifico idioma.

Quinto Catulo comperò Dassi Lutazio per duecento mila sesterzj; Livio

Salinatore procacciò maestro a’ suoi figli quel Livio Andronico, del

quale tenni parola dicendo de’ Teatri; Paolo Emilio riempì la casa di

filosofi, di retori, di grammatici, di pedagoghi e d’artisti d’ogni

maniera; Scipione l’Africano protesse Plauto e Terenzio, ed ebbe

amico e compagno di sue militari spedizioni Quinto Ennio di Rudia in

Calabria, che era stato richiamato da Catone l’antico da Sardegna in

Roma, e che, in buona fede o no, affermava in lui trasmigrata l’anima

d’Omero.

Contuttociò, riguardavano i Romani gli studj, più che altro, oggetto

di adornamento e di ricreazione, e Sallustio lasciò scritto: che i più

assennati attendevano agli affari, nessuno esercitava l’ingegno senza

il corpo; ogni uomo grande volea men tosto dire che fare, e lasciava

che altri narrasse le imprese di lui anzichè narrar esso le altrui.

E poichè ho nominato ancora Andronico ed Ennio, dirò che anche dopo

l’epoca in cui i Romani strinsero i legami coi Greci d’Italia e di

Sicilia, essi non iscorgevano tuttora che leggerezza, mollizie e

corruzione appo questi popoli, i quali dal lato loro li riguardavano

quai barbari[226]. Verso il fine della prima Guerra Cartaginese, i

Romani principiarono a conoscere la drammatica letteratura de’ Greci.

Alcune tragedie greche tradotte da Andronico, il quale voltò pure in

versi latini l’_Odissea_, presero il luogo de’ versi fescennini, de’

giuochi scenici degli Etruschi, e delle rozze farse Atellane degli

Osci, come già sa il lettore per quel che ne ho discorso, trattando de’

Teatri.

In quanto ad Ennio, non pago egli della buona riuscita che ottenevano

simili imitazioni, volle riportare un nuovo trionfo, mercè una

traduzione dell’istoria sacra di Evemero, di quell’Evemero che fu

il primo a pretendere che i numi della Grecia non fossero che uomini

divinizzati, nati come noi e come ogni ordinario mortale anche defunti.

Appresso qualunque altro popolo, un gran passo sarebbe stato codesto

nel filosofico agone, e forse tale era l’intendimento del latino

autore; ma sembra che i Romani non abbian veduto di primo slancio

delle ipotesi di Evemero che un frivolo argomento di curiosità. Meno

sospettosi degli Ateniesi eran dessi, perchè nessuna esperienza ancora

gli avvertiva delle conseguenze della filosofia sopra la falsa lor

religione. Lo stesso avvenne rispetto alla esposizione del sistema di

Epicuro fatta da Lucrezio. Queste due opere erano germi gettati sopra

un terreno non ancor disposto a riceverli.

De’ libri avevasi quindi sospetto, quasi intaccassero le istituzioni e

la religione patria; epperò essendosi, durante il consolato di Cetego e

Bebbio, dissotterrati alcuni libri di filosofia, Plinio scrisse essersi

poi ordinato dal console Petilio di abbruciarli: _combustos, quia

philosophiæ scripta essent_[227].

È nondimeno nel senso che la coltura si venisse più generalizzando e

perfezionando per i Greci ed importando nuove forme nella drammatica,

che si dovrebbero intendere i versi di Orazio, che altre volte appuntai

in addietro:

_Græcia copia, victorem cœpit et artes_

_Intulit agresti Latio_[228];

non già per dire che veramente l’importazione prima della letteratura

venisse proprio di là. Notai come anzi gli incunaboli della poesia

drammatica avessero avuto nelle _sature_ e nelle _atellane_ origine

assai prima tra noi, e le Muse _sicelides_ e i vari poeti e vati della

Magna Grecia fossero stati nostri.

A questi Greci, schiavi o liberti, che popolavan Roma, dispensandovi la

scienza, dai patriotti guardavansi in cagnesco, e si giungeva perfino

a trattarli da ladri e peggio, e si poneva in canzone il loro grave

sussiego assai volentieri, e ridevasi di cuore alle tirate contro essi

in teatro, e il popolo tutto applaudiva. Così fu all’entrar in iscena

di _Curculione_ in Plauto al declamar di que’ versi:

_Tum isti Græci palliati, capite operto qui ambulant,_

_Qui incedunt suffarcinati cum libris, cum sportulis,_

_Constant, conferunt sermones inter se drapetæ:_

_Obstant, obsistunt, incedunt cum suis sententiis_

_Quos semper videas bibentes esse in thermopolio:_

_Ubi quid surripuere, operto capituto, calidum bibunt_

_Tristes atque ebrioli incedunt_....[229]

Marco Tullio, nel libro II _de Oratore_, c. LXVI, rammenta del

proprio avo, Marco Cicerone, come avesse a dire: _nostros homines

similes esse Syrorum venalium; ut quisque optimi græce sciret, ita

esse nequissimum_[231]: lo che dimostra come non fosse disapprovata

questa grecomania dal volgo soltanto, ma ben anco da uomini austeri

e di autorità; perocchè quel vecchio uomo dovesse nel suo municipio

aver avuto considerazione e voce, se aveva potuto con frutto farsi

oppositore a M. Gratidio, che proponeva la legge tabellaria.

Ma quantunque si affettasse questo publico sprezzo per cotesti schiavi

o liberti greci, nè si volesse far credere che alle lettere nazionali

si anteponesse la stima e lo studio di quelle di Grecia; quantunque

si armasse perfino l’autorità del governo con editti e leggi contro

l’irruenza della straniera dottrina; pur nondimeno accadde che gli

uomini illuminati di un’età più matura, astretti ad eleggere tra

l’abbandono di ogni filosofica speculazione, e la disobbedienza

al governo, furono condotti ad attenersi a quest’ultimo partito

dall’amore delle lettere, il quale allorchè ha posto radice, cresce

ogni giorno, perchè ha in sè stesso la sua fruizione. Nè ciò fu tutto;

avvegnacchè tutti i patrizi non solo e i più facoltosi, ma eziandio

tutti quelli che appena l’avessero potuto, dopo i primi studj in patria

compiti, mandassero per ciò i loro figli a perfezionarsi in Grecia.

Era una vera colonia di distinta gioventù romana, che si trovava per

conseguenza in Apollonia, in Rodi, in Mitilene ed in Atene, eclettica

e nella sua filosofia, come ne’ suoi costumi; e sotto le ombre severe

dell’Accademia e nei giardini d’Epicuro si informava essa a giganti

progetti di guerra, egualmente che alle severe discipline della vera

eloquenza e della poesia.

Orazio medesimo, sebben figlio di liberto, si trovò alla sua volta

condiscepolo di Marco Bruto alla scuola di Teonesto e di Cratippo;

e fu colà per avventura, che stringendosi in amicizia con quel fiero

repubblicano, potè per di lui mezzo ottenere dipoi il comando d’una

di quelle legioni, che soccombettero nei campi di Filippi, e dove ei,

gittando lo scudo, certo non fe’ prova di molto valore.

Buon per lui nondimeno che nella Grecia aveva potuto il suo genio

spaziare più libero, aggraziarsi, profumarsi e così preparare lo

spirito a quelle innovazioni nella poesia, da poter esser detto

il primo de’ lirici latini, anzi quello che creò la lirica latina.

Inceppata per lui, come per gli altri, era stata la educazione della

mente in Roma: essa erasi voluto costringere a limitarsi alla sola

conoscenza e studio delle cose antiche e già troppo viete; ma con Livio

Andronico, con Ennio, con Nevio, Pacuvio, Accio ed Afranio soltanto non

s’andava innanzi. Va bene, dice Orazio, che sian codesti altrettanti

modelli; va bene che Roma tragga a’ teatri ad applaudirli: il popolo

talvolta vede giusto, ma talvolta anche s’inganna. S’egli ammira

gli antichi autori, s’ei gli esalta al punto di nulla trovare che li

sorpassi, niente che loro regga a petto, s’inganna a partito; ma s’egli

ammette che ad ogni tratto si incespichi con essi in termini che han

fatto il loro tempo, e in uno stile bislacco, è nel vero, e la pensa

come noi. Io non l’ho contro a Livio, nè penso che sieno da annientare

i suoi versi che mi dettava fanciullo Orbilio di piagosa memoria; ma è

egli poi giusto che per qualche concetto, qui e qua brillante, per un

paio di versi un po’ meglio scorrevoli de’ restanti, abbiasi ad andare

in visibilio?...

_Jam Saliare Numæ carmen qui laudat, et illud,_

_Quod mecum ignorat, solus vult scire videri:_

_Ingeniis non ille favet plauditque sepultis;_

_Nostra, sed impugnat, nos, nostraque lividus odit._

_Quod si tam Graiis novitas invisa fuisset,_

_Quam nobis; quid nunc esset vetus? aut quid haberet_

_Quod legeret, tereretque viritim publicus usus?_[232]

Del resto, come già notai, Plauto e Terenzio, che pur formavano la

delizia de’ romani teatri, avevano dedotto le loro commedie dal greco;

più liberamente Plauto, che le ama almeno adattate a foggia nazionale;

meno invece Terenzio, ch’ei medesimo proclama d’aver fedelmente

tradotto Menandro e se ne reca a vanto.

Ritemprata così la letteratura latina nella greca, si preparò quello

che si disse il secolo d’oro della latinità. Tito Livio, Crispo

Sallustio, Giulio Cesare, Tacito e Cornelio Nipote nella storia;

Cicerone, Ortensio, Crasso, Cornelio Rufo, Licinio Calvo ed altri molti

nell’eloquenza, la quale però coll’avvenir dell’impero perdette di sua

libertà e di molta parte di suo splendore; Catullo, Tibullo, Virgilio,

Orazio, Properzio, Ovidio, Cornelio Gallo nella poesia, chiamano ancora

la nostra ammirazione e formano tuttavia l’oggetto de’ nostri studi:

essi poi capitanavano una schiera di molti altri ingegni minori.

Coll’eloquenza, di cui ho ricordato i campioni, pur la giurisprudenza

offrì le egregie sue prove e i suoi valorosi cultori. Sesto Elio Peto

(184 anni av. G. C.) publicò l’_Jus Civile Elianum_ e furono celebri

giureconsulti M. Porcio Catone, P. Mucio e Quinto Mucio Scevola,

che indagarono primi i veri principj del diritto ed applicarono alla

giurisprudenza la dottrina morale degli stoici. Quando poi il potere

supremo si accolse nelle mani di un solo, i rescritti, i decreti,

gli editti e le costituzioni degli imperatori dischiusero nuova fonte

alla scienza del diritto, che si vide collegata alla filosofia. I più

rinomati giureconsulti del tempo di Cicerone furono L. Elio, Servio

Sulpizio Rufo e A. Ofilio; sotto Augusto C. Trebazio Testa, P. Alfeno

Varo, autore de’ _Digestorum_, Libri XL, che si conservarono nel

Digesto. M. Antistio Labeone e C. Ateio Capitone originarono due sette,

che discordavano tra loro ne’ principj da seguire nelle consulte: il

primo inclinando al rigoroso diritto; il secondo all’equità. I loro

discepoli Masurio Sabino (20 anni dopo C.) e Sempronio Proculo (69 anni

dopo C.) diedero a tali sette estensione maggiore, i primi attenendosi

alle sentenze degli antichi giureconsulti; i secondi ai principj

generali del diritto.

Più sopra accennai come nei primi cinque secoli Roma si trovasse

sprovveduta affatto d’ogni nozione di matematica: essa quindi le

attinse, come per gli altri rami dello scibile, a fonti greche,

piuttosto occupati della pratica applicazione nello scompartimento

dei terreni, nella disposizione degli accampamenti e nella costruzione

dei grandi e sontuosi edifizi. Tra gli scrittori che si distinsero in

siffatta materia, primeggia Marco Vitruvio Pollione, coll’opera sua

_De Architectura_ in dieci libri, a lui commessa da Augusto ed alla

quale ho tante volte in questa mia ricorso, perocchè sia utilissima

per la storia e la letteratura dell’arte presso gli antichi e contenga

viste elevate e filosofiche, comunque talvolta pecchi di oscurità, e di

disordine.

Lo studio della natura vantò a suo principale cultore Cajo Plinio

Secondo Maggiore o il Vecchio (23-79 anni dopo G. C.) del quale ho già

a lungo parlato nel dire del cataclisma pompejano; l’Economia rurale

mette innanzi L. Giunio Moderato Columella, che scrisse dodici libri

_De Re Rustica_; e la Geografia Pomponio Mela che ne dettò, circa al

tempo di Nerone, un compendio in tre libri: _De situ Orbis_, tratto

in gran parte dalle opere greche, ma con molta accuratezza, giudizio e

critica.

E così fiorirono parimenti le scienze. Ho già notato le cause per

le quali il nascimento e lo sviluppo d’una filosofia nazionale in

Roma, fosse pressochè impossibile, giacchè il genio speculativo

dovesse necessariamente essere alieno dallo spirito pratico politico

e guerriero dei Romani. Essi infatti non entrarono mai nella sfera

dei problemi filosofici per esercitarvi la loro attività individuale.

Si accontentarono di scegliere e di adattare fra i sistemi della

greca filosofia quelli che lor parvero più acconci alla vita politica

ed alle abitudini private e solo a quando a quando si risvegliò

tra essi qualche interessamento e di gusto per la filosofia quando

fu creduta mezzo di sviluppamento intellettuale o di progresso. La

filosofia stoica era la più consentanea all’indole romana e in tempi

di corruzione e di despotismo essa fu il rifugio delle anime temprate a

robusto sentire, ch’ebbero forza di levarsi al disopra del depravamento

del proprio secolo. Negli ultimi anni della Republica la filosofia

platonica vi fu favorevolmente accolta, perocchè offerisse all’oratore

negli ajuti della sua dialettica e dottrina di verisimiglianza

alcuni reali vantaggi; ma poi quando i costumi degenerarono, i Romani

divennero seguaci per lo più della filosofia di Epicuro, come quella

che porgesse ad essi ciò che ad essi abbisognava, un codice, cioè, di

prudenza e le norme del piacere; finchè più tardi, sotto l’imperio di

Marco Aurelio per breve momento sfolgoreggiò una più vera filosofia.

Quella di Aristotele, che in Grecia aveva trovato sì gran numero

di proseliti, in Roma parve oscura, nè ebbe attrattive per menti

straniere alle astratte speculazioni e più curiose che meditabonde;

e non fu quindi che più secoli dopo che invadesse le scuole in Italia

e che, puossi dire, essere stata regolatrice delle medesime infine al

chiudersi del medio evo; onde fosse nel vero l’Allighieri, quando di

questo sommo ebbe a dire:

Vidi il Maestro di color che sanno

Seder tra filosofica famiglia:

Tutti l’ammiran, tutti onor gli fanno[233].

Si è voluto rinfacciare alla filosofia d’Epicuro, anzi alla filosofia

in genere, la cagione della caduta della libertà, e si è accusata

leggieramente di secolo in secolo con una maravigliosa facilità,

come quella che avesse condotto la rovina di Roma: ma tale accusa fu

ingiusta. Tutti gli uomini che difesero la republica furon filosofi.

Varrone meritò di essere proscritto dai Triumviri, e scampandone appena

dalle persecuzioni, perdè la biblioteca e i suoi scritti: Bruto amava

siffattamente le greche dottrine, che non eravi al suo tempo, come ci

narra Plutarco[234], setta alcuna che da lui conosciuta non fosse.

Catone morì leggendo Platone. Cicerone, durante il corso della sua

operosa e gloriosa carriera di tanto vantaggio al libero reggimento

di Roma sì che la salvasse dalla cospirazione di Catilina, mai non

cessò di consacrare alla filosofia tutti i momenti che potè ritogliere

a’ suoi doveri di oratore, di soldato e di cittadino. Fin dalla

sua infanzia intimo amico di Diodoto, poi discepolo di Possidonio e

protettor di Cratippo, egli aveva caro di ripetere che andava tenuto

della sua dottrina e della sua eloquenza molto più alla filosofia,

che non alla retorica propriamente detta, e mostrò saperla mettere

in pratica, quando seppe ricevere il mortal colpo senza dar segno di

debolezza, castigandosi per tal modo d’avere sperato in Ottaviano.

La storia pel contrario non ci trasmise che i distruttori della romana

libertà nutrissero per la meditazione un pari amore.

Non ci vien narrato che Catilina fosse filosofo; Cesare, al principio

di sua funesta carriera, professò in senato principj di triviale

irreligione e grossolani assiomi, cui probabilmente questo giovane

cospiratore aveva raccolti ne’ suoi intervalli delle sue dissolutezze

e delle sue trame. Il voluttuoso Marc’Antonio, l’imbecille e codardo

Lepido e tutti quelli avviliti senatori e que’ centurioni feroci, di

cui gli uni tradirono, gli altri dilaniarono Roma spirante, non si

erano, a quanto si sappia, formati a nessuna scuola di filosofia.

Tutto questo movimento letterario e scientifico in Roma per altro non

era che un possente riflesso della greca letteratura e dottrina, e

della quale fu anzi tanta l’influenza che, se il latino idioma doveva

necessariamente essere il linguaggio della magistratura, il greco

divenne quello della coltura e dell’eleganza. Questo si parlò nella

conversazione, nella famiglia e perfin nell’amore, dove trovasi più

soave appellar l’amica, come notò con derisione Marziale, dicendola

ζωή, ψυχὴ, cioè _vita_ e _anima_; e Orazio raccomandò nell’_Arte

Poetica_, a’ Pisoni il continuo studio dei greci esemplari:

_vos exemplaria græca_

_Nocturna versate manu, versate diurna_[235].

Già qualche cosa, parlando della lingua usata in Pompei, trattai della

coltura in questa città: ora con quanto ho testè detto di Roma, rimane

completato per riguardo a Pompei; perocchè ripeto le provincie e più

ancora le colonie seguissero in tutto l’andamento della capitale.

Gli schiavi poi applicati a copiar manoscritti provvidero i privati di

buone biblioteche. Già Paolo Emilio aveva dato l’esempio di cosiffatta

raccolta, trasportando a Roma quella di Perseo re di Macedonia da lui

vinto: Silla aveva fatto altrettanto trasportando da Atene quella di

Apellicone Tejo; e più ricca l’ebbe il fastosissimo Lucullo: Cicerone

aveva di libri fatto egli pure incetta; ma tutte finallora erano state

proprietà private. Chi pensava a dotarne di una il publico, quale

era stata a Pergamo ed Alessandria, incaricandone Varrone, reputato

il più dotto de’ suoi tempi, fu Cesare, ajutato poi in questo suo

egregio pensiero da Asinio Pollione, dopo che Cesare era stato da morte

impedito di condurlo ad effetto. P. Vittore conta ventinove biblioteche

in Roma, ultima fra le quali quella di Marziale, che ne’ suoi epigrammi

non può resistere all’amor proprio di ricordarla.

Pompei non aveva biblioteche pubbliche, nè forse l’ebbe pur Ercolano:

almeno traccia di esse non presentarono finora gli scavi; ma e di una

città e dell’altra ho già a suo luogo nondimeno osservato quanti papiri

siansi raccolti mezzo arsi e con sommo artificio svolti e interpretati;

quantunque finora non si possa dire d’essersi vindicato dall’azione

distruggitrice del tempo un’opera qualunque che fosse di una grande

importanza.

Volendo or qui toccare alcun che del modo tenuto nello scrivere,

poichè altrove ho già detto delle tavolette cerate, e pur altrove ed

anche adesso de’ papiri e delle pergamene, accennerò come su queste

ultime scrivessero in fogli non ritagliati e quadrati, nè da ambe

le facciate, come usiamo noi; ma per il lungo, e da una sola parte,

ed acciò la grandezza non cagionasse impedimento nello scrivere,

per fissarla, usavano d’una bacchettina di cedro o d’ebano, con capi

d’oro o di gemma, indi piegassero la carta arrotolandola, e per questo

rivolgimento avesse a nascere il vocabolo di volume, _volumen_.

La gente d’umile condizione scriveva pel contrario d’ambe le facciate;

lo che venne mano mano in uso anche degli scienziati; onde Cicerone

scrivendo ad un suo famigliare, avesse a dire d’aver sentito gran

dispiacere nel leggere la prima facciata della lettera di lui e

grande contentezza nel voltar l’altra[236]; Giovenale parlasse

di una certa tragedia scritta in questa foggia[237]; Marziale ad

accennare del proprio libro stesso così scritto[238]; e Plinio il

Giovane, finalmente, scrivendo a Marco, dandogli conto d’alcune opere

eredate dallo zio, l’illustre naturalista, in ispecie gli narrasse di

censessanta commentarii scritti da una facciata e dall’altra[239].

Le iscrizioni e titoli delle opere, secondo ne fa fede Vitruvio[240],

venivano ornate con minio, e le carte stropicciate sottilmente con

olio di cedro, proveniente dal Libano, non tanto per conservarle

dal tarlo, quanto per renderle odorose; onde Orazio, nell’_Arte

Poetica_, a significare opera meritevole d’immortalità, in quel modo

che si credevano durar le cose unte coll’olio di cedro, usò di questo

concetto:

. . . . . _cedro digna locutus;_

e Ovidio non meno vi fece allusione nel primo libro _Dei tristi_, in

quel verso:

_Nec titulus minio, nec cedro charta notetur._

Detto di queste particolarità, progredendo nel mio tema, eran pure

per la più parte fra gli schiavi, od erano stranieri coloro che si

applicavano alle discipline mediche e chirurgiche: la prima però

affidata più all’empirismo che alla vera scienza.

Valga il seguente aneddoto:

Il figlio di Marc’Antonio, dando una cena a’ suoi amici, vi convitava

altresì Filota medico d’Amfrisso. Tra le argomentazioni ch’era in

uso a que’ tempi di proporsi a tavola, Filota uscì in questa: V’è una

certa febbre che si vince coll’acqua fredda; chiunque ha la febbre, ha

una certa febbre; dunque l’acqua fredda è buona per chiunque abbia la

febbre.

L’insulso paralogismo, degno d’un puerile scolasticismo, si meritò

dallo spensierato Anfitrione i più ricchi donativi.

E valga pure il notare il passaggio, che fu anche satireggiato da

Marziale, di un medico alla vile condizione del gladiatore:

_Oplomacus nunc es, fueras ophthalmicus ante:_

_Fecisti medicus, quod facis oplomacus_[241].

La medicina fu, tra le scienze, quella che a Roma ottenne poco favore

e vi fece minori progressi. Non è già che ivi si mancasse delle

cognizioni ausiliarie su cui poggia la teoria della medicina; ma fino

ai tempi di Plinio il Vecchio venne abbandonata quale occupazione

illiberale, come già dissi, agli schiavi, a’ liberti od a’ forestieri.

In questa, come nelle altre, i Greci la fecero da maestri, e fu

Arcagato (535 di Roma), a quanto ne attesta lo stesso Plinio[242], il

primo medico greco che gli iniziasse alla medicina. Lucullo, Pompeo ed

altri illustri Romani invitarono in Roma parecchi greci di condizione

libera per esercitarvi quest’arte. Sotto Cesare, montarono in grande

stima, che vieppiù s’accrebbe regnante Augusto. Quest’ultimo accordò

loro rilevanti privilegi, i quali allettarono più romani a dedicarsi,

quantunque liberi, allo studio e alla pratica di questa scienza.

V’ebbero così medici pubblici e privati. Questi ultimi erano per lo

più schiavi o liberti che abitavano col padrone e lui e la famiglia sua

unicamente assistevano, o gli aderenti di casa.

I medici publici, ben lontani dal sentire la dignità degli odierni,

esercitavano il loro mestiere in una bottega, alla quale ricorrevano

coloro che avessero avuto d’uopo di salassi, di operazioni chirurgiche

o di avere strappati i denti; suppergiù come anche adesso in certi

rioni di Napoli vedasi sulla bottega di barbiere annunciato che si

fanno anche salassi.

E si andava a tastone. Una determinata cura non era riuscita a guarire

una malattia, ebbene per essa si ricorreva a farmachi affatto contrarj.

Narrasi di Antonio Musa, liberto di Augusto e amicissimo di Virgilio,

medico di corte e celebratissimo, tal che gli furono eretti, a cagion

di lode, statue e monumenti, che avendo veduto che i bagni caldi non

avevano punto giovato al padrone aggravatissimo, gli consigliasse i

bagni freddi e questi adottati, l’avessero a guarire. E del chirurgo

Arcagato, del quale ho parlato più sopra, come primo introduttore della

medicina in Roma, si racconta essere stato cotanto sanguinario, che il

datogli soprannome di vulnerario gli venisse presto mutato in quello di

carnefice.

Come maravigliare allora di quel che menzionò Plinio il Vecchio

dell’antico Catone avere scritto al figlio: _jurarunt inter se Barbaros

necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit,

et facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos

quam alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi de medicis_[243].

Quindi è che ottenne fama e voga Asclepiade di Prusia in Bitinia,

che recatosi a esercitar medicina in Roma un secolo prima di Cristo,

deducendo le differenti malattie da viziosa dilatazione o stringimento

de’ pori, e riducendo la medicina a rimedi che producessero l’effetto

contrario, voleva una cura limitata a dieta, ginnastica, fregagioni,

vino, uso di semplici e divieto d’ogni farmaco violento ed interno.

A lui si attribuisce l’invenzione delle doccie, che si designarono

col nome di _balneæ pensiles_. Furonvi altri medici che conseguirono

celebrità, come il dottissimo Aulo Cornelio Celso, vissuto a’ tempi

d’Augusto, che nulla per altro innovò, solo spiegando buon criterio

nell’adottare le dottrine de’ suoi predecessori, dettando que’ libri,

_De Artibus_, de’ quali otto sono ancora superstiti[244]; e come

Scribonio Largo Designaziano, siculo o rodio del tempo di Claudio, che

nel trattato _De Compositione Medicamentorum_, che sussiste tuttavia,

ed è tenuto in poco conto, cercò combinare le dottrine metodiche

coll’empirismo, insegnando a non levare il dente leso, ma levarne solo

la parte guasta, e suggerendo l’applicazione della elettricità pel mal

di capo, mediante una torpedine viva; ed Erodico da Leonzio, che trovò

la medicina ginnastica, curando con violenti esercizj susseguiti da

bagno, a un di presso come farebbesi oggi a Grafenberg.

Claudio Galeno di Pergamo, di vastissimo ingegno, studiosissimo della

natura e dell’anatomia, non venne in Roma che più tardi, al tempo,

cioè, di Marco Aurelio imperatore.

Piacemi qui ad ogni modo segnalare come la città di Crotone, la

formidabile rivale di Sibari, nel golfo di Taranto, fosse celebrata fin

dall’antico per l’eccellenza de’ suoi medici e chirurghi.

La professione del medico era lucrosissima. Manlio Cornuto prometteva

duecentomila sesterzj a chi l’avesse guarito dal lichene, malattia alla

faccia; altrettanto si fece pagare Carmide un viaggio in provincia,

egli che tuffava tutta Roma e fino i consoli e i senatori decrepiti

nell’acqua gelata; Alcmeone raggranellò una fortuna di dieci milioni

di sesterzj; Quinto Stertinio riceveva cinquecentomila sesterzj

dagli imperatori, e dalla clientela in Roma seicentomila all’anno, e

congiuntamente a suo fratello, lasciò un patrimonio di trenta milioni

di sesterzj, oltre all’aver dotata Napoli di opere superbe. Dieci

milioni ne lasciò Crinate, dopo di averne consacrati altri dieci a

rialzare le mura di Marsiglia sua patria: e Valente ed Eudemo, medici e

drudi di Messalina e di Livia, disponevano a capriccio del talamo e del

tesoro imperiale.

Tranne questi medici principali e forastieri, per lo più greci, vessati

del resto anch’essi e costretti anzi a partire da Roma, dove non

ritornarono che più tardi, gli altri medici erano per lo più schiavi

o liberti, e quindi i primi esposti in caso di mala riuscita, alla

battitura e alla catena, e i secondi alla condanna da parte della

giustizia ad ammende considerevoli.

Le cortigiane poi che non erano sotto la vigilanza dell’edile,

affidavansi a certe vecchie medichesse, _medicæ_ che non solo erano

levatrici, ma addette eziandio alla magia ed alla medicina empirica.

Trovasi infatti in Grutero, un’iscrizione che ricorda una Seconda

medichessa:

_Secunda L. Livinæ Medica._

Aniano, nelle sue annotazioni al codice teodosiano, ricorda le _medicæ

juratæ_, le medichesse giurate, che non erano che levatrici autorizzate

a studiare medicina.

A Pompei la medicina doveva trovarsi presumibilmente non impari ne’

progressi a quella di Roma. Lo si può dedurre almeno dalla moltiplicità

ed esame degli stromenti chirurgici ritrovati negli scavi, che appunto

per essi fu assegnata ad una casa, scoperta nel 1771, la denominazione

di _Casa del Chirurgo_ nella via Domiziana, a fianco della casa detta

delle Vestali.

Questa casa abbastanza grande ha tredici camere, talune adorne di

pitture e con pavimenti in mosaico. Nel fondo, a destra dello xisto,

vi è una camera sulle cui pareti è dipinta la Toeletta di Venere, egual

soggetto trattato così stupendamente dal morbido e grazioso pennello di

Guido Reni. Pur dalle pareti di queste sale furon tolti altri dipinti

rappresentanti un pittore che dipinge un busto, una testa, una Baccante

ed una quaglia, che si depositarono, come tutte le altre cose pregevoli

di Pompei e d’Ercolano, al Museo Nazionale.

Ma all’argomento mio importa tener conto adesso e parola dei suddetti

arnesi chirurgici, che vi si ritrovarono.

Nella più vasta sala dell’abitazione, che verosimilmente doveva essere

la sala anatomica e la scuola di medicina, ben quaranta stromenti di

chirurgia si rinvennero, e quantunque si riconoscano di piuttosto

grossolana fattura, se si paragonano agli odierni, lavorati con

tutta la finitezza e talvolta con eleganza, riescono tuttavia assai

interessanti, riscontrandosene pure taluni che rassomigliano molto ai

moderni, ed altri di diverso disegno e per usi che non si sanno forse

indovinare.

Con siffatta scoperta si è conosciuto che cosa mai fossero le

_cucurbitæ_ o _cucurbitulæ_, usate in medicina, rammentate pur da

Giovenale in questo verso:

_Jam pridem caput hoc ventosa cucurbita quærat_[245]

e si comprese che se dovevano essere coppette fatte della scorza di

questi frutti, o piccole zucche, potevano essere anche di bronzo,

siccome queste trovate in Pompei. Fu inteso egualmente meglio, anche

il passo di Celso, che allude a ventose di bronzo e di corno[246]. —

Queste ventose pompejane sono a foggia di mezze ampolle con quattro

buchi, che solevansi otturare con creta, che poi si levava onde

distaccarla dalla pelle che il vuoto aveva attratto. Si riconobbe

eziandio lo strumento per saldare le vene, gli _scalpelli escissorii_ a

guisa di picciole punte di lancetta da una parte e dall’altra aventi il

_malleo_ per la frattura delle ossa; le spatule di diverse forme; gli

specilli concavi da un lato e dall’altro a forma d’oliva; un _catetero_

bucato colla sua guaina mobile; un _unco_ per estrarre il feto già

morto; ami, aghi, forbici dentate a guisa di tenaglia, _circini

escissorii, bolselle a denti, sonde urinarie_, lancette, bisturi,

siringhe auricolari, seghe, coltelli ecc. tutti del rame più puro, con

manichi di bronzo e riposti in astuccio pur di rame e di bosso. I soli

bottoni per l’applicazione de’ cauterj erano in ferro.

A chi ne voglia sapere di più consiglio ricorrere alla dotta

dissertazione di Louis Choulant: _De locis Pompejanis ad rem medicam

facientibus_, Leipzig 1823, ed alla descrizione illustrata da

disegni del cav. Leonardo Santoro di Napoli, inserta nelle Memorie

dell’Accademia di Napoli: non che al trattato edito nel 1821 a Parigi

dal dottor Savensko di Pietroburgo, e da cui risulta che già si

conoscessero a’ tempi di Pompei strumenti chirurgici che si credono

invenzione de’ nostri giorni, e che pur allora si possedessero mezzi

dall’arte chirurgica che non son oggi neppur sospettati.

Cesare Cantù poi ricorda[247] che all’accademia di Parigi fossero

dal signor Scouteten presentati i seguenti strumenti, dissotterrati a

Pompei ed Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due sessi e per

bambino; la lima per togliere le asprezze ossee; lo specillo dell’ano e

dell’utero a tre branche; tre modelli di aghi da passar corde o setoni;

la lancetta ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente

per esaminare la natura del sangue dopo il salasso; uncini ricurvi di

varia lunghezza, destinati a sollevar le vene nella recisione delle

varici; una cucchiaja (_curette_) terminata al lato opposto da un

rigonfiamento a oliva, all’uopo di cauterizzare; tre ventose di forma e

grandezza diversa; la sonda terminata da una lamina metallica piatta e

fessa, per sollevare la lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di

spatule; scalpelli a doccia piccolissimi per legare le ossa; coltelli

dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; la fiamma

dei veterinarj per salassare i cavalli; l’elevatore pel trapanamento;

una scatola da chirurgo per contenere trocisci e diversi medicamenti;

pinzette depilatorie, pinzette mordenti a denti di sorcio, una a becco

di grua, una che forma cucchiajo colla riunione delle branche; molti

modelli di martelli taglienti da un lato; tubi conduttori per dirigere

gli stromenti cauterizzanti.

Se la medicina per sì lungo tempo rimase un vero empirismo, nè si

sollevò che più tardi colla coordinazione dei fatti e risultamenti

all’onore di scienza: puossi argomentare facilmente come in ricambio

si dovesse ricorrere a prodotti chimici, ad empiastri, ad erbe, a

beveroni, a dettame di que’ cerretani nelle cui mani trovavasi l’arte

salutare. E v’erano donne altresì che la pretendevano a sapienza

nelle scelte e distillamento delle erbe e componevano filtri, che la

superstizione e i pregiudizi d’ogni maniera facevano credere atti a

dare o togliere l’amore, a portare o distruggere la fortuna e vie via

a secondare ogni sorta di passioni, ma principalmente quella degli

appetiti sfrenati e lussuriosi onde dicevansi afrodisiaci. Ma essi,

grida Ovidio, non recano vantaggio alle fanciulle, ma nuocono alla

ragione contenendo i germi della pazzia furiosa.

Questi empirici, antidotari e farmacisti erano però venuti

nell’universale disprezzo, quantunque i più vi ricorressero: a un

dipresso come vediamo adesso derisi magnetizzatori e sonnambule,

tiratrici di carte e indovini, ma, ciò malgrado, contar numerosa

clientela e raggrannellar ricchezza. Orazio li mise a fascio colle

sgualdrine ambubaje in quel verso che nel capitolo dell’Anfiteatro ho

già citato:

_Ambubajarum collegia, farmacopolæ._

Fra questi empirici si distinsero nondimeno molti dotti botanici e

manipolatori ingegnosi. Sotto Tiberio, Menecrate inventor del diachilo,

componeva empiastri, spesso efficaci contro le erpeti, i tumori e le

scrofole; Servilio Democrate fabbricava eccellenti emollienti.

_Pharmacopolæ_ appellavansi i venditori di farmachi, ma non per questo

si possono dire pari agli odierni farmacisti, perocchè questi or

vendano i semplici e manipolino i medicamenti giusta le prescrizioni

dei medici; mentre quelli fabbricavan rimedj di proprio capo e li

spacciavano, come fanno gli odierni cerretani; onde Catone, presso

Gellio, fosse nella ragione allorchè disse: _Itaque auditis, non

auscultatis, tanquam pharmacopolam. Nam ejus verba audiuntur, verum ei

se nemo committit, si æger est_[248].

Erano i _Seplasarii_ che vendevano i semplici, e spacciavano pure

profumi, droghe, unguenti ed aromi.

Sotto il nome di _sagæ_ venivano le specie diverse di venditrici

d’unguenti e di filtri, che fabbricavano spesso con magici riti

inventati nella Tessaglia. Ignoranti assai sovente della efficacia

delle erbe che trattavano, non è a dirsi se causassero anche di

funeste conseguenze. Così perirono anzi tempo Licinio Lucullo amico di

Cicerone, il poeta Lucrezio e tanti altri.

Orazio, che era stato amante d’una Gratidia, ch’era una tra le più

celebri _sagæ_ di Roma, stando a quanto ne scrissero i suoi scoliasti,

rimproverò a costei, che raccomandò co’ suoi versi immortali alla

esecrazione dei posteri sotto il nome di Canidia, il funesto potere

delle sue pozioni amorose, che gli tolsero gioventù, forza, illusioni e

salute[249].

In Pompei, sull’angolo d’un viottolo, si credè ravvisare una

fabbrica di prodotti chimici. Sulla sua facciata si lessero diverse

iscrizioni, tra cui l’una che accenna a Gneo Elvio Sabino; un’altra

a Cajo Calvenzio Sellio. La fabbrica consta di due botteghe: a

destra dell’atrio vi è un triplice fornello destinato a tre grandi

caldaje disposte a differenti altezze. Nella casa si conteneva

gran quantità di droghe carbonizzate. Nel 1818, in faccia alla via

Domiziana, sull’angolo d’un’isola triangolare, si sterrò una taberna di

_seplasarius_ o farmacista. Per mostra aveva dipinto un grosso serpente

che morde un pomo di pino. Il serpe era l’attributo di Igea, la dea

della salute, e di Esculapio: esso è ancora l’emblema delle odierne

farmacie. In Pompei, come abbiamo altrove notato, valeva ad altri scopi

eziandio, nè quindi avrebbe certo bastato a fissare la designazione a

questa taberna di officina farmaceutica, dove non si fossero trovati

nell’interno diversi altri medicamenti, preparazioni chimiche, vasi

con farmachi disseccati e pillole, e spatole e una cassetta in bronzo

a comparti contenente droghe, e una lama di porfido per distendere e

stemprare gli empiastri. Questa cassetta conservasi al Museo in un con

un bel candelabro di bronzo.

Dyer poi[250] scrive essersi colà trovato eziandio un gran vaso di

vetro capace di contenere due galloni (9l, 086), nel quale vi era

un gallone e mezzo (6l, 814) d’un liquido rossastro che si pretende

fosse un balsamo. Essendo stato aperto il vaso, il liquido cominciò

a svaporare rapidissimamente, onde si affrettò a chiuderlo di nuovo

ermeticamente.

Questo è quanto pare a me compendj brevissimamente la condizione dello

scibile d’allora e il suo insegnamento.

Finora non si raccolsero dati essere esistite altre scuole in Pompei

fuori di quelle che ricordai nel presente capitolo, nè forse gli Scavi

altre ne metteranno alla luce. Si sa del resto, per gli usi generali

in Roma, e quindi anche nelle colonie, che vi fossero scuole private,

in ciò che per la puerizia delle classi agiate ogni famiglia avesse

il suo schiavo, destinato a dare i primi rudimenti letterarj; poi

erano i grammatici che subentravano ad ammaestrare nello scrivere

e nello studio degli scrittori e nel greco, e dopo avea luogo il

perfezionamento in Grecia nelle discipline della filosofia. Reduci

in patria, o era nell’esercito che eleggevano la carriera e traevano

alle guerre, di cui Roma non aveva penuria mai, o entravano nella

magistratura, o praticavano dagli oratori più rinomati ad apprendere

l’eloquenza del foro; assai sovente poi tutte queste professioni volta

a volta esercitando, cioè passando dal foro alle cariche civili, e da

queste a’ gradi militari, ora magistrati e ora soldati.

Non vi volevano che i vizj e le scelleraggini dell’impero per chiamare

su Roma e l’Italia il torrente barbarico e far iscomparire istituzioni

e civiltà, e quando questa potè far di nuovo capolino e ricomparire

sulle rovine indagate del passato, si è procacciato di ricostruire,

senza che finora si possa dire che da noi siasi fatto meglio de’ nostri

gloriosi maggiori.

Ad ogni modo, anche la sapienza odierna spesso piacesi confortare sè

stessa dell’autorità della sapienza romana, che invoca come oracolo

sacro e senza appello.

Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3) · 第 18 / 37 题