Le Scuole.
Etimologia — Scuola di Verna in Pompei — Scuola di Valentino —
Orbilio e la ferula — Storia de’ primordj della coltura in Italia
— Numa e Pitagora — Etruria, Magna Grecia e Grecia — Ennio e
Andronico — Gioventù romana in Grecia — Orazio e Bruto — Secolo
d’oro — Letteratura — Giurisprudenza — Matematiche — Storia
naturale — Economia rurale — Geografia — Filosofia romana — Non
è vero che fosse ucciditrice di libertà — Biblioteche — Cesare
incarica Varrone di una biblioteca publica — Modo di scrivere,
volumi, profumazione delle carte — Medicina empirica — Medici
e chirurghi — La _Casa del Chirurgo_ in Pompei — Stromenti di
chirurgia rinvenuti in essa — Prodotti chimici — _Pharmacopolæ,
Seplasarii, Sagæ_ — Fabbrica di prodotti chimici in Pompei —
Bottega di _Seplasarius_ — Scuole private.
Se fu dato potersi formulare a proverbio: di’ con chi tratti e ti
dirò chi sei; parrebbe potersi eziandio dire, di’ come si istruisca
un popolo e ti dirò quanto sia civile. Questo per adesso: forse non si
poteva altrettanto affermare ai tempi di Roma, dei quali m’intrattengo
col discreto e umano lettore.
Egli vedrà s’io mal non m’apponga nelle poche pagine che ho riserbato
alle _Scuole_, traendone argomento dalle due di cui gli avanzi di
Pompei ci han tramandato memoria.
La parola, come tanta parte delle nostre e delle latine, deduce
l’origine sua dal greco. _Schola_ scrissero i latini e σχολή i greci, e
vollero significare riposo da fatica corporea, il quale dà opportunità
di ricreazione o di studio: così ci accadde già di ricordare la
_schola_ o sedile in Pompei, ov’era l’orologio solare: così _schola_
chiamavansi quegli altri sedili in muratura ch’erano nelle terme, e
via discorrendo. Presto poi venne adoperato il vocabolo ad esprimere
il luogo in cui i maestri e i loro scolari si raccolgono per fine
d’istruzione; nel qual unico senso fu quindi ricevuto nell’idioma
nostro.
Io, come dissi, dalle due scuole summentovate, di cui ci è attestata
da due iscrizioni l’esistenza in Pompei, nonchè dal ritrovamento di
ferri chirurgici, de’ quali verrò a intrattenere chi legge, partirò
per indagare l’indole dell’istruzione e della coltura intellettuale
d’allora. Senza di questo capitolo, crederei incompleto il quadro
che mi sono proposto di condurre delle condizioni di Roma e delle sue
colonie, del quale mi danno causa e pretesto le rovine di Pompei.
Sotto il portico orientale del Foro civile di questa esumata città, e
che già a suo luogo ho descritto, si è scoperta una vasta sala: nel
fondo di essa è nel mezzo una specie di nicchia; altre minori sono
distribuite tutte all’intorno, con porte agli angoli. Gau, scrittore,
la cui autorità ho più volte in addietro invocata, riconobbe in
tutte queste disposizioni, le disposizioni stesse delle antiche
scuole d’Oriente. La nicchia del fondo avrebbe, secondo lui e con
tutta ragione di probabilità, servito di cattedra al maestro; quelle
all’ingiro spettavano invece agli scolari, per deporvi abiti e libri.
Siffatta supposizione fu universalmente accolta e trovò il suo suggello
di verità nella iscrizione seguente, che stava scritta in caratteri
rossi, oggi affatto scomparsi, vicino alla porta, sull’angolo della
casa: