Nella camera termale o _caldarium_ era da una parte il bagno
d’acqua calda detto _alveus_ e dall’altra il _laconicum_, o alcova
semicircolare, riscaldata da una fornace e da tubi, _hypocausis_, sotto
il pavimento e attraverso le pareti praticate espressamente vuote.
Fu detto _laconicum_, perchè l’uso ne fu dapprima introdotto fra i
Lacedemoni, e nel pompejano di cui parlo stava in mezzo il _labrum_,
di cui spiegai lo scopo più sopra; ch’era cioè là vasca a fondo piano
che conteneva l’acqua della qual s’aspergeva il balneante mentre gli
si raschiava il sudore prodotto dalla temperatura elevata a cui eran
mantenute le stanze, e immediatamente su di essi v’era un’apertura,
_lumen_, che poteva esser chiusa od aperta con un disco di metallo
detto _clipeus_, sospeso mediante catene, secondo si fosse voluto
abbassare od elevare il grado di calore, come è indicato da Vitruvio.
Tre finestre quadrate si veggono nella vôlta del _laconicum_ ed eran
chiuse con vetri, _lapis specularis_, e vietavano l’entrata dell’aria.
La seguente iscrizione venne decifrata sui bordi del bacino, scrittavi
in lettere di bronzo:
GN. MELISSARO GN. F. APRO. M. STAIO. M.
F. RVFO II. VIR. ITER. I. D. LABRVM EX D. D.
EX P. P. F. C. CONSTAT H. S. DCC. L.[200]
Tutte le altre località minori valevano al servizio dei bagni.
La rimanente porzione dell’edificio è occupata da un altro appartamento
distribuito sull’identico principio che ho esposto, avente un solo
ingresso, e serviva, secondo l’opinione di molti, per i bagni separati
delle donne. Esso era più piccolo di quello destinato agli uomini, ma
non appariva in ricambio nè più elegante nè più grazioso: dal primo
tempo di loro scoperta furono detti _bagni rustici_ e si credettero
destinati invece alla povera gente.
Ricordo qui come per gli scavi venissero in questi bagni trovati un
materozzolo di quattro strigili, un vaso di profumi ed uno specchio, il
tutto in bronzo, e si conservano tuttavia nel Museo.
In quanto a ornati e cose d’arte, nel _frigidarium_ si notò un fregio
in istucco rappresentante carri ed amori pieni di espressione; e nel
_tepidarium_ una sequela di piccoli atleti, detti telamoni, in terra
cotta che simulano sforzo per sostegno della cornice che posa sulla
loro testa. La vôlta poi è lavorata a cassettoni dipinti in rosso e in
azzurro; in ciascuno, de’ bassi rilievi leggiadri esprimenti Cupido che
s’appoggia sul suo arco, Amorini a cavalcione di mostri marini, altri
guidanti delfini o ippogrifi, o suonanti de’ timpani, un centauro,
un Pegaso, un Ercole fanciullo seduto sul leone, e dappertutto poi si
vedono festoni con ghirlande di fiori.
_Frigidarium, tepidarium_ e _caldarium_ hanno egualmente bei pavimenti
di musaico.
Il lettore non ci vorrà pertanto negar ragione di aver detto di questi
bagni o terme come si vogliano chiamare, che se non avevano tutta
l’esorbitanza della magnificenza e del lusso delle più celebri terme di
Roma, spiccavano nondimeno per i pregi della migliore semplicità e per
l’eleganza.
La descrizione delle singole parti dei Bagni Publici che ho appena
terminata, mi renderà più spiccio nel dire delle Terme Stabiane, così
appellate dal ritrovarsi esse sulla via detta di Stabia.
Questo grande stabilimento è isolato da tre lati e v’ha chi con assai
buona ragione sostiene che fossero bagni più antichi de’ precedenti che
abbiamo visitato. Qualche argomento in proposito avverrà di trovare più
avanti.
Intanto ci arresta a prima giunta una particolarità che non han gli
altri bagni, una palestra, cioè, o più propriamente un ginnasio;
perocchè la _palæstra_ fosse il luogo dove gli atleti che dovevano
esporsi ne’ ludi publici si esercitassero nel pugilato e nella lotta,
mentre il _gymnasium_ fosse un luogo imitato da quell’istituto di
Grecia, nel quale la gioventù si procurava ricreazione ne’ giuochi ed
esercizi corporali. Pressochè ogni città greca aveva il suo ginnasio: i
resti di quello di Efeso stanno a ricordanza di quella istituzione, che
presto divenne in Roma e nelle altre città che si reggevano a forma di
Roma una parte interessante, direi quasi indispensabile di ben ordinate
terme.
Quante maniere di comodi avesse un ginnasio lo si apprenda da Vitruvio.
«Nella palestra dunque si fanno i porticati quadrati, o bislonghi che
sieno in modo che il giro attorno sia un tratto di due stadii, che i
Greci chiamano δίαυλον: tre di questi portici si fanno semplici, e il
quarto che riguarda l’aspetto di mezzogiorno, doppio, acciocchè nelle
pioggie a vento non possa lo spruzzo giungere nella parte interiore.
Ne’ porticati semplici vi si situano scuole (_exedræ_) magnifiche con
de’ sedili, nei quali stando a sedere possano fare le loro dispute i
filosofi, i retori e tutti gli altri studiosi.
«Nel porticato doppio poi si situano questi membri. Nel mezzo
l’Efebeo[202]: questa è una scuola grandissima con sedili e deve
essere lunga un terzo più della larghezza: a destra il Coriceo[203]:
immediatamente appresso il Conisterio[204]: appresso a questo, appunto
nell’angolo del portico, il bagno freddo da’ Greci detto λοὒτρον: a
sinistra poi dell’Efebeo l’Eleotesio[205]: accanto all’Eleotesio il
Frigidario: da questo, e giusto nell’altro angolo del portico, il
passaggio del Propnigeo[206]: accanto, ma d’altra parte intorno e
dirimpetto al Frigidario, viene situata una stufa a vôlta (_concamerata
sudatio_) lunga il doppio della larghezza: questa tiene ne’ cantoni
da una parte il Laconico e dirimpetto al laconico il bagno caldo. I
porticati dentro la palestra debbono essere distribuiti con quella
perfetta regola che abbiamo detta altrove.
«Al di fuori poi si fanno tre porticati, uno all’uscio della palestra,
i due altri stadiati[207] a destra e a sinistra: di questi quello che
guarda il settentrione, si faccia doppio e spazioso, l’altro semplice,
ma in modo che tanto dalla parte del muro, quanto dalle colonne vi
resti un tratto come una viottola, non meno larga di dieci piedi,
il mezzo sia sfondato per un piede e mezzo dalla viottola al fondo;
al quale si scende per due scalini: il piano del fondo non sia meno
largo di dodici piedi. In questo modo coloro che vestiti passeggeranno
intorno per la viottola non saranno incomodati da lottatori unti che si
esercitano. Questo portico si chiama da’ Greci ξὐστὸς[208] perchè vi si
esercitano i lottatori in stadii coperti ne’ tempi di inverno.
«I sisti poi si fanno in questo modo: hanno fra due portici a piantarsi
boschetti o platani, e in essi viali spalleggiati da alberi con de’
riposi fatti di smalto. Accanto al sisto ed al porticato doppio si
lascino i passaggi scoperti, che i Greci chiamano παρκὸρομίδας, e noi
chiamiamo sisti, ne’ quali anche d’inverno, ma a ciel sereno, escono
dal sisto coperto ad esercitarsi i lottatori. Dietro a questo sisto vi
vuole uno stadio fatto in modo che vi possa stare molta gente con agio
a vedere i lottatori[209].»
Il Ginnasio in Pompei, chiamavasi _palæstra_, come di questa voce
si serve pure Vitruvio nella citazione che ho finito di fare. Tanto
si raccoglie da un’antica iscrizione, incisa su d’una tavoletta di
travertino, trovata in una sala di questi bagni il 15 maggio 1857,
secondo si rileva dalla succitata opera del commendatore Fiorelli e che
suona così:
C. VVLIVS C. F. P. ANINIVS C. F. II. V. I. D.
LACONICVM ET DESTRICTARIVM
FACIVND . ET PORTICVS ET PALAESTR.
REFICIVNDA LOCARVNT EX D. D. EX
EA PEQVNIA QUOD EOS E LEGE.
IN LVDOS AVT IN MONVMENTO
CONSVMERE OPORTVIT FACIVN.
COERARVNT EIDEMQVE PROBARV[210].
Questa iscrizione ci apprende doversi ai duumviri Cajo Vulio e Publio
Aninio la ricostruzione di questa palestra; ma non è sufficiente a
dirci se tale rifacimento fosse a seguito delle rovine cagionate dal
tremuoto del 63; perocchè si voglia anzi dalla natura dei caratteri
impiegati, inferirne anzi una data d’un secolo e mezzo prima.
Ma se questo fosse, come conciliare tal fatto con quanto afferma
Vitruvio prima del brano che ho testè riferito; _nunc mihi videtur,
tametsi non sint italicæ consuetudines, palæstrarum ædificationes
tradere explicata et quemadmodum apud Græcos constituantur
monstrare_[211], e con cui si vorrebbe escludere che al tempo di questo
illustre architetto e scrittore non fossero in Italia conosciute le
palestre? Or ritenendosi comunemente non potervi esser dubbio ch’egli
abbia vissuto e fiorito sotto il regno d’Augusto, al quale egli dice
nella Prefazione dell’Opera sua d’essere stato raccomandato dalla
sorella di lui, non è possibile accogliere l’illazione dedotta dagli
archeologi che l’iscrizione possa rimontare a tanto tempo addietro.
Del resto l’impiego di più vetusti caratteri non può addursi a prova
irrecusabile; perocchè potrebbe essere stato un vezzo di chi li usò,
come usiamo far pur di presente.
La palestra pompejana era decorata di portici, doveva avere la sua sala
di giuoco alla palla, sferisterio, se vi si trovarono ancora de’ globi
di pietra, che avevano servito appunto al giuoco della sfera, al quale
la gioventù si esercitava per acquistare forza ed elasticità di membra.
L’ingresso principale è dal lato di mezzogiorno, e presso di esso
nel vestibolo, si ammira una bella scultura romana rappresentante
un Termine sotto le forme d’una figura di donna molto elegantemente
palliata.
Dal manco lato evvi un’ampia piscina pei balneanti; intorno ad essa
son disposte diverse camerette per l’uso di essi. Una fra l’altre
si distingue per eleganza di pittura e per una nicchia rettangolare
destinata certo a contenere l’immagine di qualche divinità protettrice
del luogo. Questa nicchia è fiancheggiata da due cariatidi che
sostengono un bacino ed all’ingiro è dipinta una zona a scomparti,
interrotta da paesaggi con pigmei e delfini.
Si pretende che siffatte pitture alludano al culto egizio e si trae
la congettura da ciò che i Greci d’Alessandria stabiliti a Pompei e
probabilmente in prossimità delle terme abbiano dovuto contribuire
d’assai alla costruzione d’uno stabilimento che ricordava i loro usi
nazionali.
I muri del portico sono dipinti a specchi rossi incorniciati d’una
fascia gialla: le colonne di stucco rosse verso la base, sono bianche
nella parte superiore e sormontate da capitelli pure in istucco che
sostengono una cornice di squisito lavoro, se si argomenta da un
frammento che si ritrovò e si ricollocò al suo posto.
Dal lato di mezzogiorno poi, nell’ottobre 1854, fu scoperto un
bel quadrante solare, formato d’un semicerchio praticato in un
rettangolo, sostenuto da zampe di leone, con eleganti fregi ai lati.
Il gnomone collocato orizzontalmente nel centro dei raggi convergenti
è perfettamente conservato. L’iscrizione osca che vi era, fu letta
dall’illustre archeologo cav. Giulio Minervini di questo modo: _Marius
Atinius, Marii filius, quæstor, ex multatitia pecunia conventus decreto
fieri mandavit_[212]. Questo monumento è certo interessante: ci attesta
per lo meno che, anche dopo essersi stabilita la colonia romana, in
Pompei si usasse della lingua osca, e mi conforta nell’idea che mi sono
formato ch’essa anzi durasse viva continuamente sulla bocca del popolo.
Dalla palestra poi si facea passaggio al bagno degli uomini: per le
donne dovevano esser quelli ai quali si accedeva dalla Via di Stabia.
La prima sala del bagno degli uomini era il frigidario: tutte le
pareti all’interno dipinte in azzurro hanno nicchie rettangolari come
a ripostigli di vasi di unguenti e di profumi odorosi. Doveanvi essere
pitture sulla volta e sulle muraglie, ma la prima crollò, e sulla
seconda a sinistra non rimase che un pezzo di nudo di donna accosciata.
A destra di questa sala s’apre il tepidario, le cui muraglie hanno un
doppio fondo, per la circolazione del vapore che per siffatta guisa
moderava il calore dell’atmosfera; all’estremità sta il _baptisterium_
che doveva essere rivestito di marmi, arguendovisi ciò dalla impronta
lasciatavi dalle tavole di marmo che vi stavano, vi lasciarono impresse
le lettere d’un’iscrizione che così si arrivò a decifrare dal sullodato
Minervini:
IMP. CAESARI
DIVI FILI
AVGVSTO IMPERATORI
XIII TRIB. POTESTATE XV
PATRI PATRIAE COS. XI[213].
La sala che segue era destinata al _caldarium_, o _sudatorium_
altramente detta. Come il _tepidarium_, aveva il pavimento detto
_suspensura_, costruito cioè alto da terra, sorretto da specie di
tegole di terra cotta, quadrate e con peducci, e valeva a permettere
che il calore potesse liberamente circolare sotto di esso. Doppie
pure son le pareti tinte in rosso, con pilastri in giallo a capitelli
bianchi. Un bacino circolare stava da un lato della sala e nel mezzo
di esso zampillava un getto di acqua bollente che contribuiva a rendere
più caldo l’ambiente.
[Illustrazione: Tepidarium delle antiche Terme in Pompei.
_Vol. II. Cap. XV._]
Il _destrictarium_, di cui si è fatto cenno nella surriferita
iscrizione, che in un col _laconicum_ venne provveduto dai duumviri
Cajo Vullo e Publio Aninio, stava rimpetto all’ingresso della palestra
ed era quella località in cui i balneanti praticavano l’operazione
dello strigile all’uscir del bagno. È forse la prima volta che si trovi
questa sala così designata, non rinvenendosi la voce _destrictarium_ in
alcun dizionario, essendovi derivata forse da _destringere, raschiare_.
Si sa che tale operazione di polirsi la pelle collo strigile era così
usata e congiunta al bagno stesso, che i ricchi usavano portare gli
strigili seco al bagno, ivi mandandoli a mezzo de’ loro servi, come si
raccoglie da Persio:
_I, puer, et strigiles Crispini ad balnea defer,_[215]
che ogni stabilimento termale di qualsiasi città ne fosse largamente
provveduto, e che nel bagno de’ poveri, dove questi arnesi non erano,
nè eranvi le altre delicature, i bagnanti, a vece degli strigili, si
fregassero contro le muraglie.
Contasi a tale proposito un aneddoto. Un giorno l’imperatore Adriano,
visitando la terme di Roma, gli venne dato di scorgere un povero
veterano che si stregghiava in questo modo contro il muro e che gli
avesse a dare denari e schiavi onde potersi per l’avvenire farsi
_strigilare_ dopo il bagno; e che ritornato Adriano dopo qualche dì
nello stesso luogo, uno sciame di poveri affettasse, appena accorti di
sua presenza, di far altrettanto di quello aveva praticato il veterano,
sfregandosi a tutta possa la schiena contro il muro; ma che allora
l’imperatore argutamente avesse a consigliarli a fregarsi piuttosto gli
uni gli altri.
A sinistra del _destrictarium_, in un lungo corridojo che dava su d’un
viottolo, trovansi quattro camerette, _solia_, certo riserbate a bagni
isolati, poichè vi si trovassero le rispettive vasche in muratura.
Le sale pei bagni delle donne, a cui entravasi per la via di Stabia,
erano pur degne di attenzione. Una, a gran volta con eleganti opere
in istucco e pavimento in marmi, serve a ricevimento ed ha proprie
nicchie, in numero di ventinove, per gli olj, le essenze e le lampade
per quando vi si veniva o se ne usciva di notte. Tutt’all’ingiro corre
un sedile di materia laterizia, e doveva valere anche per _apodyterium_
o spogliatoio.
Un’altra sala, circolare e pure elegante e con quattro nicchie per
deporvi le vestimenta, ed una quinta per dar passaggio a un getto
d’acqua, serviva pel bagno freddo; un’altra pel tepidario ed un’ultima
pel _sudatorium_, ambe queste a _suspensura_ per la circolazione del
vapore. Dovevano avere stucchi e pitture, ma il loro deperimento non
permette che riscontrarne qualche reliquia appena.
Sul muro del vestibolo che separa il bagno degli uomini da quello
delle donne evvi una pittura in giallo, rosso e verde, che raffigura
un’ara ed un serpe che le si avvicina, e tali sacri emblemi, secondo
Dyer, sarebbero valsi come di divieto agli uomini di non avanzare
nell’appartamento riservato alle donne.
Eguale sistema nella distribuzione dei locali, come nel loro uso che
abbiam veduto adottato per le terme e pei bagni publici, seguivasi pure
ne’ _balinei_, o bagni de’ privati.
Vediamo, a mo’ d’esempio, adesso il _balineum_ appartenente alla villa
suburbana di Pompei di Marco Arrio Diomede, e del quale m’ero riserbato
di parlare nell’esordire di questo capitolo.
I bagni e loro pertinenze occupano un angolo ad una estremità
dell’intero edifizio e vi si entrava dall’_atrium_ mediante una porta.
Immediatamente a destra è una cameretta, forse usata come sala di
aspetto, o destinata fors’anco agli schiavi addetti a questa bisogna
dell’azienda domestica. Più in là l’_apodypterium_ era situato fra i
bagni caldi e freddi, ed aveva un’entrata separata ad amendue.
Presso vi è un cortiletto triangolare coperto in parte da un colonnato,
su due de’ suoi lati e nel centro vi era la piscina, o _natatio_
pel bagno freddo. In prossimità dell’_apodyterium_ era il tepidario,
quindi la camera termale o _calidarium_, col _laconicum_ all’estremità
circolare, e all’altra estremità l’_alveus_, o bagno d’acqua calda.
V’è inoltre il serbatojo generale per l’alimentazione dei bagni, la
cisterna dell’acqua fredda, il sito per la caldaja dell’acqua calda;
non che quello per la fornace e la stanza ad uso degli schiavi che la
servivano.
Ora l’ordine mi imporrebbe indagare se in questa città vi fossero
ninfei; ma senza ritornare sulla questione del loro significato, poichè
non se n’è finora precisato alcuno, noterò invece che diverse erano le
fontane sparse per ogni parte della città. Già nel corso dell’opera
m’avvenne di rammentarne qualcuna; ora completerò alla meglio il
discorso intorno alle stesse.
Quasi tutte le vie scoperte di Pompei mostrano aver avuto fontane, il
più spesso collocate sull’angolo di crocicchi: anzi, come vedremo nel
capitolo delle Case, la maggior parte degli edificj avevano fontane,
impluvii e puteali: come poi ricevessero le acque, oltre il già detto,
toccherò più avanti.
[Illustrazione: Fontane, Crocicchii di Fortunata in Pompei.
_Vol. II. Cap. XV._]
Le fontane publiche sono pressochè tutte eguali e di una rara
semplicità; perocchè si compongano d’una vasca formata da cinque pietre
vesuviane riunite con legacci di ferro e sulla pietra posteriore
un’altra se ne alza più alta, nella quale è scolpita in rilievo una
testa di lione o d’altro animale o un mascherone, dalla bocca de’ quali
esce l’acqua per versarsi nel sottoposto bacino.
Alcune fontane ottennero negli scavi nomi particolari: tali sono
quelle dette _dell’Abbondanza_, all’ingresso del vicolo della Maschera,
perchè reca sovra il bacino una figura scolpita con cornucopia; _del
Bue_ che dà il nome alla via, perchè l’acqua vi è emessa da una testa
di quest’animale; _di Mercurio_, perchè il suo cippo ha una testa
di questa divinità che dà pure il suo nome alla via nella quale si
trova, e su d’un muro dicontro la fontana fu dipinto questo dio in
atto di fuggire stringendo una borsa; _di Venere_ sulla via di Stabia
raddossata alla così detta _Casa del forno_, o come la chiama Dyer, la
casa di Modesto per esservisi veduto appunto scritto su di essa il nome
MODESTVM, perchè sormontata da una testa grossolanamente sculta e con
una sola colomba; _di Rotonda_ sull’angolo di Vico Storto, per la sua
forma che differenzia dalle altre; della _Viottola del Teatro_, i cui
bordi o margini s’alzano di poco dal marciapiede, e però è difesa d’una
inferriata, ecc.
Se ogni via finora dissepolta ebbe la sua fontana; se fontane troveremo
in tante case, se terme publiche e bagni privati esistevano, è
necessaria l’illazione che dunque copiosissima dovesse essere l’acqua
in Pompei.
Vi bastava a ciò l’acqua del fiume Sarno? Vi sarebbe bastata se il suo
livello fosse stato alto; ma sapendo già noi come questo fiume fosse a
livello del mare, per formare il bacino di comunicazione e per essere
perfino navigabile per un tratto di strada, come abbiam già veduto, e
il Sannazzaro dicendolo eziandio impiegato alla irrigazione de’ campi
. . . . _pinguia culta vadosus_
_Irrigat, et placido cursu petit aequora Sarnus_[216];
non era assolutamente possibile che bastasse a tanto bisogno, molto
più che sappiamo che la città dal mare si veniva su su adagiando
pel declivio montuoso. Acquedotti saviamente praticati vi dovevano
indubbiamente, secondo il sistema in que’ tempi generalizzato,
derivar l’acqua da lungo, e così provvedere pe’ suoi mille condotti di
ramificazione anche a tutte le fontane e serbatoj dalla parte più alta
della città.
Infatti, in ogni parte di essa vennero trovati canali e condotti
in muratura, in terra cotta ed in piombo; le case poi hanno latenti
nelle muraglie siffatti tubi di piombo e in più luoghi, ad attestarlo,
mettono fuori tra le macerie e le rovine i loro capi e provano quanta
fosse la cura e l’importanza che si aggiungeva ad aver copia di acqua
ovunque.
Il canonico Andrea De Jorio, nella sua _Guida di Pompei_, dedicò
un’appendice a bella posta per le indagini sulle sorgenti che
conducevano le acque alle terme, e giova ricorrervi per avere una certa
luce nell’argomento, che pur fu soggetto a tante controversie. Pose
prima per base il livello attuale del Sarno, il suo canale attuale
che passando per Pompei trasporta le acque alla Torre dell’Annunziata;
l’impossibilità che vi era che il suo livello potesse alimentare tutte
le fontane di Pompei e infine tenne conto degli avanzi di antichi
acquedotti, che sono nell’antico territorio di Sarno egualmente che
nella città di Pompei. Esaminò poi la natura de’ condotti trovati
dall’architetto Domenico Fontana, quegli che fu incaricato di condur
l’acqua a Torre dell’Annunziata, e li dichiarò ramificazioni del
principale antico, che doveva derivare dal luogo detto la Foce, o
sorgente del Sarno; giudicò che la sorgente, che apprestava l’acqua
all’antica Pompei fosse più alta di quella che oggi alimenta il canale
detto _del Conte_.
Derivata per tal modo l’acqua dai monti e dalle sorgenti del Sarno,
distribuivasi per tutta la città a mezzo di canali costruiti sotto le
vie, per la cui manutenzione di tratto in tratto erano spiragli difesi
da graticci di ferro, e mercè delle conserve e delle pressioni che
esercitavano si faceva montare al livello dei getti più o meno alti
delle publiche fontane, e servire ai bagni delle Terme ed agli altri
dei quali ci siam venuti intrattenendo.
Il tremuoto dapprima del 63 e il cataclisma ultimo di Pompei
sconvolsero ed ostruirono acquedotti e canali, e le acque deviarono
e per modo, che ciò che allora poteva formar testimonio de’ savi
provvedimenti edilizi per la somministrazione delle acque alla
bella città, ora è divenuto astruso tema di congetture e di studj,
frammezzo a’ quali se il solito dubbio, che, cioè, non vi fosse tutta
quella copia di acque che si dice, non s’è cacciato, si fu perchè ad
impedirlo, rimangono eloquenti i ruderi di aquedotti e di fontane,
di bagni e di stabilimenti termali, che ponno essere tuttavia presi a
modello e con buon frutto imitati al presente.