Le Terme.
Etimologia — _Thermæ, Balineæ, Balineum, Lavatrina_ — Uso antico
de’ Bagni — Ragioni — Abuso — Bagni pensili — _Balineæ_ più famose
— Ricchezze profuse ne’ bagni publici. Estensione delle terme —
Edificj contenuti in esse — Terme estive e jemali — Aperte anche di
notte — Terme principali — Opere d’arte rinvenute in esse — Terme
di Caracalla. Seguon le terme di Caracalla — Ninfei — Serbatoi
e Acquedotti — Agrippa edile — Inservienti alle acque — Publici
e privati — Terme in Pompei — Terme di M. Crasso Frugio — Terme
publiche e private — Bagni rustici — Terme Stabiane — Palestra e
Ginnasio. Ginnasio in Pompei — Bagno degli uomini — _Destrietarium_
— L’Imperatore Adriano nel bagno de’ poveri — Bagni delle donne
— _Balineum_ di M. Arrio Diomede — Fontane pubbliche e private —
Provenienza delle acque — Il Sarno e altre acque — Distribuzione
per la città — Acquedotti.
Tra gli edifizi antichi che meglio attestino della grandezza e
sontuosità romana e del costume, non nella sola capitale dell’orbe,
ma dovunque le aquile latine ebbero a stendere il volo delle proprie
conquiste, sono, a non dubitarne, le Terme.
Terme ebbe pure, e come no? Pompei; e gli avanzi che più innanzi
esamineremo, ci varranno di conferma di quello che storicamente sto per
dire intorno a tale argomento.
La parola dedussero i Latini dal greco vocabolo θέρμας, che
letteralmente significherebbe sorgenti calde; quindi bagni d’acqua
calda; fosse pur essa così prodotta dalla speciale qualità e natura del
luogo, o fosse l’effetto di semplice calore artificiale. Terme vollero
dire ben presto l’edifizio intero destinato appunto al servizio di
bagni d’ogni genere, caldi o freddi, a vapore o ad acqua.
Sotto questo aspetto generico, il vocabolo, come facilmente si vede,
ha un significato equivalente alle parole _Balineæ_ e _Balneæ_;
ma queste, per istabilirne il divario dalle _Thermæ_, riferisconsi
piuttosto all’antica maniera di costruire e disporre uno stabilimento
balneario; mentre dopo l’età d’Augusto, come osserva il Rich[179],
quando i Romani ebbero volto il pensiero alle arti di pace, ed erogato
ad abbellire la città capitale una parte di quelle ricchezze che
provenivano dai tributi de’ loro estesi dominj, il nome _Thermæ_ venne
più particolarmente appropriato a quei magnifici stabilimenti modellati
sulla pianta d’un ginnasio greco, ma costruiti anche in più splendide
proporzioni e più vasti. Così avverrà di rinvenire negli scrittori
usati i vocaboli _Balineum_ e _Balneum_ e questi per esprimere un bagno
privato od una serie di stanze per bagni appartenenti a casa privata.
Nelle _Balineæ_ eravi d’ordinario doppio appartamento per uomini e
donne, vedendosi le eguali parti architettoniche di un lato egualmente
riprodotte dall’altro: non così nel _Balineum_, del quale toccherò
più d’una volta avanti, ricordando principalmente quello che fu
riconosciuto in Pompei nella villa suburbana di Arrio Diomede. Solo
avvertirò qui che più anticamente, a designare un bagno privato,
venisse usata la parola _lavatrina_, da cui, nota Varrone, si fe’ per
sincope la voce _latrina_, e poi si usò promiscuamente latrina per
lavatrina, accordato poi nome di latrina tassativamente a quel luogo
della casa ove confluiscono le immondizie di essa[180].
Nell’antichità più rimota ritrovasi adottato l’uso de’ bagni sì di
acqua fredda, che di calda. Di questi ultimi quasi sempre parla Omero
ne’ suoi poemi; dei primi fa pur cenno. Quando nell’_Iliade_ fa che
Diomede ed Ulisse sull’alba e di primavera si lavino nel mare per
refrigerio di quella loro notturna impresa; e nell’_Odissea_ quando
rappresenta le donzelle, che accompagnavano la real fanciulla Nausica a
lavarsi per diletto nel fiume. Ettore, ancor nell’_Iliade_, tramortito
dal masso lanciatogli al petto da Ajace venne fatto rinvenire colle
acque dello Xanto.
L’esercizio e il diletto de’ bagni entrarono perfino ne’ riti delle
pagane religioni: perocchè queste di sovente consacrarono col loro
sacro e venerato suggello quelle pratiche che la politica e l’igiene
consigliavano a’ popoli, onde e in Egitto e in Grecia, e in Roma e
presso le più barbare nazioni si introdussero nelle religiose cerimonie
lustrazioni e purificazioni frequenti e si narri da Teofrasto che un
cotale dominato da superstizione, mai non sapesse passeggiare la città
che transitando avanti le publiche fontane non vi avesse a tuffare e
lavare la testa.
Euripide, che i bagni di mare avevan guarito da pericolosa infermità
volle forse alludere ad essi quando disse:
Lava il mar tutti quanti i mali umani.
L’uso dei bagni in Italia fu frequentissimo in allora, assai e assai
più che di presente. Servio, lo scoliaste di Virgilio, commentandone
un passo coll’autorità di Catone e di Varrone ci fa sapere che gli
Stati primitivi portavano i loro pargoli a’ fiumi e col ghiaccio e
coll’acqua rendevano i loro corpi più duri e più sofferenti, ciò che
narrasi avere pur fatto gli Spartani, i Germani ed i Celti. Ma del non
essere rimasta dopo l’impero di Roma, la consuetudine dei bagni, così
frequente ed eccessiva in Italia, non se ne vuole, come fa il francese
Bréton, ligio in questo al mal vezzo del suo paese, di buttarsi
in ogni occasione a detrarci, inferire contro noi, che scostandoci
dalle consuetudini de’ nostri padri, siam portati a bagnarci ben più
raramente che non gli abitanti delle contrade del Nord. Io non reputo
vera l’accusa. Non saprei indicare qui esattamente tutte le stazioni
termali della Penisola, sia per cure idropatiche, che di puro convegno
estivo. Forse tra noi non hanno esse tanta nominanza quanto le terme
di Baden, di Spa, di Omburgo, di Aix, di Plombières e va dicendo, per
ciò solo che meno immorali, noi non vantiamo ai bagni nostri di Acqui,
d’Abano, di Montecatini, di Genova, di Livorno, di Venezia, di Rimini,
di Salsomaggiore, di Recoaro e dei cento altri luoghi in ogni parte
d’Italia, che salutari guarigioni e non rovine di sostanze giuocate sui
scellerati _tapis verts_.
In quanto ai tempi di Roma antica, trovandosi essa sotto clima
meridionale, dove la traspirazione è abbondante nella estiva
stagione, e siccome non si avesse ancora l’uso delle biancherie,
ossia de’ pannilini, nelle vestimenta, — la cui introduzione avvenuta
forse intorno al secolo sesto, secondo il Manni[181] e il Ferrari
e il Mercuriale da lui citati, credono essere stata cagione della
diminuzione della pratica quotidiana dei bagni, ridotta quasi al solo
uso della medicina[182] — è certo che dovendo vestire immediatamente
presso la pelle la lana e aver soli sandali ai piedi, il sudore e la
polvere dovessero esigere giornaliere abluzioni e persuadere così il
generale e ripetuto uso de’ bagni.
Era questo una misura igienica. Ne’ primi tempi anzi la salute solo
e la decenza lo consigliavano e reclamavano: l’idea del lusso o della
mollezza non c’entrava ancor punto. L’uso era di bagnarsi tutti i nove
giorni, all’epoca cioè del mercato, che seguiva appunto con questi
intervalli, come già ne tenni parola, trattando del Foro Nundinario.
Dapprima i bagni pubblici non furono che edifizj massicci, rischiarati
piuttosto da fessure che da finestre, divisi in tre comparti, o camere,
la _caldaria_, la _tepidaria_ e la _frigida_; nomi che indicano da sè
stessi la loro speciale destinazione. Consistevano del resto allora
semplicemente in ampie vasche in cui poteva ognuno entrare per lavarsi
e nuotare, usanza tolta a prestito agli Spartani; ma, ai tempi di
Pompeo, si eressero luoghi più adatti; quantunque, come già dissi,
la ricercatezza e splendidezza, perfino eccessive, delle Terme, non
si noti che più tardi, cioè sotto di Augusto e de’ suoi voluttuosi
successori.
Per consueto si faceva uso dei bagni prima della cena ed anche dopo i
passeggi, le esercitazioni ginnastiche e il lavoro; il più spesso per
ragion di bisogno, non rado tuttavia per ragione di semplice diletto.
Si giunse a un tempo perfino di eccesso nell’uso di essi; perocchè si
legga che Commodo otto volte il dì si lavasse; Gordiano il giovane e
Remnio grammatico sette volte, e i fannulloni passassero nelle terme la
più gran parte del giorno e della notte; nè ciò si verificasse soltanto
de’ più potenti e ricchi, ma de’ privati ben anco, ivi allettati
viemmeglio dal concorso delle cortigiane; e Plinio perfino rammentò di
schiavi, che vi profondevano ricchezze, quale era il gitto di preziosi
unguenti, di cui pavimenti e pareti rimanevano imbevute.
Seneca — e ciò valga a dimostrare la sontuosità di codesti publici
convegni — in bagni plebei trovò fistole, o condotti di acque, lavorate
in argento, e in quelli di gente libertina vide con giustissima
indegnazione profuse perfin le gemme.
Valerio Massimo e Macrobio attestano che un Sergio Orata avesse
immaginato, a maggiore studio di voluttà, dei bagni pensili.
Così dagli scrittori citansi in Roma le _Balineæ Palatinæ_, poste cioè
sul clivo Palatino; quelle di Mecenate, quelle di Nerone, di Agrippina
nel colle Viminale; di Stefano, ricordate da Marziale nel lib. XI de’
suoi epigrammi, in quello indiritto a Giulio Cereale:
_Octavum poteris servare, lavabimur una;_
_Scis quum sint Stephani balnea juncta mihi_[183];
di Novato pur sul Viminale; di Olimpiade; di Paolo; di Policleto e
di Claudio Etrusco, di cui parla Stazio nel lib. I delle _Selve_,
facendone l’entusiastica descrizione, e Marziale suddetto nel sesto
degli _Epigrammi_.
Il qual ultimo poeta fa menzione dei bagni pure di Tucca, di Fausto,
di Fortunato, di Grillo, di Lupo, di Pontico, di Severo, di Peto e di
Tigellino. Del resto è impossibile tener conto di tutti i pubblici
bagni di Roma, se già dal tempo d’Augusto se ne noverassero sin
ottocentocinquantasei, e sotto Antonino, nelle terme da lui costrutte,
vi fossero milaseicento sedili di marmo o di porfido e vi si potessero
riunire fin tremila bagnanti, e tremila e duecento in quelle di
Diocleziano. Il solo Agrippa aprì centosettanta bagni pubblici e volle
fossero gratuiti; oltre che ogni benestante, appena l’avesse potuto,
accostumò aver nella propria casa il proprio bagno particolare.
Con quanta profusione di ricchezza si ornassero questi luoghi ho già
detto e la fantasia appena può immaginarlo. Plinio lasciò ricordato
che nei bagni degli imperatori sul monte Palatino vi fossero vasche
e mobili d’argento nelle sale destinate alle dame. Pitture, statue,
bronzi, mosaici vi abbondavano, nè facea difetto in questi sontuosi
edifizj di tutto quanto potesse solleticare i sensi e ricreare gli
spiriti.
Per farsi ragione di quanto lusso essi fossero, non sia discaro recar
alcuni versi del succitato Stazio, ne’ quali parla dei bagni, che ho
pur più sopra mentovati, di Claudio Etrusco.
_Non huc admissæ Thasos, aut undosa Charistos,_
_Mœret onyx longe quæriturque exclusus Ophites:_
_Sola nitet flavis Nomadum decisa metallis_
_Purpura, sola cavo Phrygia quam Synnados antro,_
_Ipse cruentavit maculis lucentibus Atys,_
_Quasque Tyros niveas secat, et Sydonia rupes._
_Vix locus Eurotæ viridis, cum regula longo_
_Synnada distincta variat non lumina cessant,_
_Effulgent cameræ, vario fastigia vitro_
_In species animosque nitent. Stupet ipse beatas_
_Circumplexus opes, et parcius imperat ignis._
_Multus ubique dies radiis ubi culmina totis_
_Perforat, atque alio sol improbus uritur æstu._
_Nil ibi plebeium, nusquam Temesea notabis_
_Æra, sed argento felix propellitur unda_
_Argentoque cadit, labrisque nitentibus instat,_
_Delicias mirata suas et abire recusat_[184].
Ma perchè non si creda che il Poeta vi abbia aggiunto del proprio,
ascoltiamo Seneca, nel passo al quale ho superiormente fatto cenno,
che sembra essersi incaricato di trasmetterci le notizie di tutti i
raffinamenti del lusso spiegati nei bagni, istituendo un paragone
fra il presente e il passato con viva ed energica pittura e non
dissimulando l’aspirazion sua verso l’antica semplicità.
È la vista della villa di Scipione a Literno che gli detta le seguenti
considerazioni. «Io vidi, scrive egli, il bagno piccolo, oscuro e
tenebroso, secondo il costume de’ nostri maggiori: credevano essi
necessario per aver caldo, che non ci si vedesse molto. Fu gran piacere
per me di mettere a raffaccio i costumi di Scipione coi nostri. È in
questo tetro asilo che quell’eroe, il terror di Cartagine, lavava
il proprio corpo, stanco dalle fatiche della campagna. Oggi chi
consentirebbe a bagnarsi così? Si crederebbe versare nell’indigenza,
se le pietre preziose, regolate da abile scalpello, non risplendessero
da tutte parti sui muri; se i marmi d’Alessandria non fossero
interamente incrostati di marmi numidi, se la volta non fosse di
vetro, se le piscine non recinte da marmo di Taso, meraviglia codesta
riservata un tempo appena a qualche tempio privilegiato, se l’acqua
non iscendesse da canne d’argento. E io non parlo finora che di bagni
plebei; ma che sarà se passiamo in quelli de’ liberti? quante statue,
quante colonne che sostenevano nulla, ma vi son collocate solo per
ornamento dell’edifizio! Tale è oggidì la nostra delicatezza, che
noi non permettiamo a’ nostri piedi che di calpestar pietre preziose.
Nei bagni di Scipione non trovansi che piccole fessure per finestre:
oggi invece si dice d’un bagno: è un antro, se non è disposto in
guisa di accogliere a mezzo di immense finestre il sole durante
tutta la giornata, se dalla vasca non si scorgono le campagne ed il
mare. In addietro si contava picciol numero di bagni, ed essi erano
assai poco ornati: perchè, infatti, spiegare della magnificenza in
edificj in cui s’entrava col pagamento d’un quadrante e che erano
destinati all’utilità piuttosto che al piacere? L’acqua non vi cadeva
già a cascate e non si rinovellava senza interruzione: quanto non
si troverebbe grossolano di non aver introdotto la luce nel suo
_caldarium_ a mezzo di larghe pietre speculari e di non essersi
proposto di digerire nel bagno! Oh lo Sciagurato! ei non sapeva
vivere! Non si bagnava già in un’acqua limpida e calma, ma torbida il
più spesso e limacciosa! ma poco a lui ciò caleva; perocchè egli colà
traesse a lavare i suoi sudori, non i proprj profumi. Che direste voi
dunque se sapeste com’ei non si bagnasse già tutti i giorni, non più
de’ suoi contemporanei? Oh gli uomini sucidi, direste voi! — ma lo si
è diventati di più da che i bagni si sono moltiplicati. Che mai dice
Orazio per dipingere un uomo screditato dagli eccessi del suo lusso?
_Ch’ei pute di profumi_. Scipione putiva di guerra, di fatica, di eroe.
Scegliete fra Rufillo e Scipione.»
Ma se così erano i bagni pubblici e privati, faccia ragione il lettore
che dovessero essere le terme, se a’ bagni fu sempre assegnato un
significato più semplice e più modesto, e alle terme si applicò
per contrario quello d’una magnificenza maggiore e d’una più grande
estensione.
Le rovine che tuttavia sussistono gigantesche fanno fede di ciò e
giustificano la sentenza d’Ammiano: _Lavacra in modum provinciarum
exstructa_, quasi le terme emulassero in vastità, non che le città,
le intere regioni. Infatti si vuole che le terme di Settimio Severo
occupassero uno spazio di centomila piedi quadrati.
Ma come, dirà naturalmente il lettore, poteva il solo corpo delle terme
occupar tanto spazio? Nelle terme, oltre le piscine, o gran vasche per
nuotare allo scoperto e i battisterii pei bagni freddi a immersione,
eranvi celle pei bagni particolari, portici e xisti, specie di giardini
alberati, per le passeggiate, sferisterii o sale per giuocare alla
palla, conisterii o stanze co’ pavimenti di sabbia onde stropicciare i
corpi unti dei pugili, teatri per rappresentazioni drammatiche, circhi
per ludi gladiatorj, esedre per conferenze filosofiche e letture di
poemi, palazzi e templi, biblioteche ed efebei, o luoghi destinati
alla educazione della gioventù, e tali e tanti altri edificj che agli
imperiti venne poscia autorità di chiamar col nome di terme i più
cospicui monumenti che rimangono dell’antico.
Si fecero terme estive e terme jemali, che Gordiano insegnava erigere
nella medesima località; ma prevenuto da morte, non potè recare ad
effetto. Aureliano le fabbricò poi in Trastevere ed aperte prima tutte
soltanto di giorno, poscia si resero accessibili anche di notte.
Ecco ora, secondo l’ordine di loro anzianità, le più celebrate terme di
Roma:
Prima quelle di Agrippa, che Plinio, alla cui _Storia Naturale_ son
costretto sempre a ricorrere, chiamò fra i precipui ornamenti della
città: ebbero archi e pavimenti di vetro e le migliori commodità.
Seguon quelle di Nerone, delle quali Marziale, nell’epigramma 34 del
lib. VII, disse il maggior elogio, come del loro signore rese la più
trista testimonianza:
_Quid Nerone pejus?_
_Quid thermis melius Neronianis?_[185]
quelle di Tito, alle quali accenna il medesimo Marziale nell’epigramma
20 del lib. III:
_Titi ne thermis an lavatur Agrippæ?_
_An impudici balneo Tigellini?_[186]
quelle di Domiziano, quelle di Trajano, quelle di Severo e quelle di
Antonino, di tanta mole codeste ultime ed artificio che, se vuolsi
aggiustar fede a Sparziano, eziandio dotti architetti negassero prima
potersi di tal modo costrurre.
Vengono altresì le terme dette Siriache; le terme di Alessandro; quelle
di Gordiano sontuosissime; di Filippo, di Decio, di Aureliano e di
Diocleziano. Queste occuparono buona parte del Viminale, e dalle loro
imponenti rovine si argomentarono e i fornici altissimi e le ammirabili
colonne e tutta la imponenza degli altri edificj.
Finalmente si rammentano le terme di Costantino nel Quirinale,
un fornice delle quali ascendendo Giorgio Fabricio, vi giunse ad
annoverare quasi cento gradini[187].
Come poi fossero, per così dire, divenute obbligatorie le splendidezze
ed il lusso maggiori in cosiffatti stabilimenti, ce lo ha già appreso
quel passo di Seneca, che ho superiormente riferito.
Or si comprende adunque come tanta parte degli antichi capolavori
dell’arte greca pervenuti infino a noi e che formano i principali
ornamenti e vanti dei nostri musei e gallerie, si avessero a ritrovare
nelle terme. Il gruppo del Laocoonte si rinvenne in quelle di Tito;
l’Ercole e il Toro Farnese, il Torso di Belvedere, la Flora Farnese,
i due Gladiatori e il gruppo di Dirce legata da Zeto e Anfione ad un
toro selvaggio, si scoprirono nelle Antoniniane, dette altrimenti di
Caracalla, opere tutte che si conservano nel Museo Nazionale di Napoli.
Si comprende eziandio come avesse potuto Michelangelo una sola stanza
delle Terme Diocleziane, tramutar nella Chiesa di Santa Maria degli
Angeli la più grande in Roma, dopo quella di S. Pietro.
Delle terme Antoniniane o di Caracalla, l’architetto Pardini sui ruderi
esistenti ne ricostruì il disegno primitivo, onde è dato di ricordarne
le parti alla maggiore intelligenza di tali stabilimenti, ed io lo
farò, ajutandomi con quanto ne ha pur fatto il De Rich: perocchè
suppergiù sieno le altre terme egualmente conformate[188].
Una colonnata corre lungo tutta la facciata e fronteggia la strada:
sarebbe stata annessa alla fabbrica primitiva sotto Eliogabalo in
parte e compiuta sotto Alessandro Severo. Dietro tale colonnata evvi
una fila di celle con un apoditerio o spogliatojo annesso a ciascuna
per uso delle persone che non amavano di bagnarsi in pubblico. Nel
mezzo della fronte s’apre l’ingresso. Tre corridoi semplici intorno al
corpo centrale dell’edifizio, con un doppio corridoio dal lato ovest,
ristaurati dal detto Pardini secondo il modello del ginnasio d’Efeso
benchè non ne rimanga ora veruno; pur senza di essi vi sarebbe stato
manifestamente un vuoto che conveniva riempire. Da ambo i lati della
generale costruzione stanno le _exedræ_, ove sedevano e conversavano
insieme filosofi e letterati, costruite con un abside semicircolare
che dal lato sinistro tuttavia si conserva e intorno alla quale erano
disposti i sedili. Nel mezzo di tale abside vi sono i corridoi conformi
alli xisti greci, con terreni per esercizj sul davanti e che avevano
alle due estremità una stanza separata, che serviva probabilmente a
qualcuno degli esercizj o giuochi di provenienza greca. Fra questi
xisti, dall’uno all’altro vi erano praticati passeggi scoperti
(_hypetræ ambulationes_) piantati d’alberi e arbusti e con ispazj
vuoti nel mezzo per gli esercizj del corpo. Nella parte postica dello
stabilimento è delineato lo stadio, con sedili all’intorno, dove gli
spettatori prendevano diletto alla corsa e agli altri esercizj, che
vi si facevano; quindi anche il nome di _theatridion_. Le costruzioni
dietro lo stadio contengono serbatoi di acqua e fornelli al di sotto,
che riscaldavano l’acqua pei bagni fino ad una certa temperatura, prima
che fosse travasata da tubi nelle caldaje immediatamente contigue alle
stanze dei bagni. Quanto alle altre stanze situate in questa estremità
dell’edifizio non saprebbesi determinarne in modo autentico l’uso
speciale, dove non servissero all’uso della ginnastica, essendo appunto
prossime ai posti o terreni destinati alla medesima.
Il corpo centrale del fabbricato conteneva le stanze del bagno, alcune
delle quali serbano tuttavia qualche traccia della loro destinazione
così da potersene con fiducia assegnar l’uso ed il nome; quindi la
_natatio_, ossia una gran vasca da potervi nuotare, fiancheggiata
da ogni parte da una serie di stanze che servivano da apoditerj e
da camere per gli schiavi, _capsarii_, che prendevano cura delle
vestimenta deposte da coloro che si bagnavano; il _caldarium_ con
quattro bagni di acqua calda, _alvei_, ad ogni angolo, e un _labrum_,
o gran vaso a fondo piatto per l’acqua, onde spruzzarsi il volto
nell’altezza della temperatura, da ciascuno de’ due grandi lati. Le
stanze che seguivano appresso contenevano il _laconicum_, o bagno
a vapore, a cui probabilmente serviva la camera circolare, posta
propriamente nel centro dell’edificio. Avanti di essa, ai lati pure,
stavano cisterne d’acqua alimentate dai serbatoi posti all’estremità
opposta. Due grandi spazj vicini ai corridoi laterali valevano di
stanze coperte per passeggiarvi nel tempo cattivo e di sferisterii,
o sale pel giuoco della palla, a cui si davano con molto ardore i
Romani; quelle che si trovano più oltre, sotto un doppio portico
erano due bagni freddi a immersione, _baptisteria_, con una stanza per
ugnersi, _elæothesium_, e una camera fresca, _frigidarium_, egualmente
da ciascun lato. Nel suo complesso la fabbrica occupa un’area d’un
miglio di circonferenza, o 1851 metri. Il corpo centrale aveva inoltre
un piano superiore, dove probabilmente dovevano essere biblioteche e
gallerie di quadri.
Per ciò che spettano all’argomento delle Terme, non dimenticherò di
dire ora una parola de’ Ninfei. Che si fossero veramente, è controverso
ancora: due principali sono i significati che vi si assegnano. Il
Monaco Zonara, che scrisse intorno agli Imperatori Greci, vorrebbe i
Ninfei essere stati pubblici palazzi, nei quali si celebrassero nozze
e che venissero aggiunti ai massimi palagi a seconda del bisogno:
altri opinano invece che fossero luoghi pubblici di piacere, nei quali
venissero bensì derivate le acque, ma non per terme e bagni, ma solo
per ragione di amenità, traendo il nome dalle statue delle ninfe, di
cui più sovente solevansi adornare. Ma non consta di meglio circa il
loro uso, nè circa la loro forma, variando assai gli scrittori di cose
antiche nel dir di tutto che spetta a cotali edificj; pare nondimeno
non avessero a mancare d’una certa importanza, se gli stessi imperatori
gli ebbero a edificare; onde Ammiano faccia menzione del Ninfeo di
Marco come d’opera ambiziosa, Publio Vittore di quello di Alessandro,
e Capitolino di quello di Gordiano, per non dire d’altri. Degli
antichi ninfei non è superstite vestigio di sorta: solo il già citato
Giorgio Fabrici, nella sua Roma, descrive liberamente un ninfeo nella
villa Leucopetrea fra Napoli e il Vesuvio, ma non recano maggior luce
nell’argomento.
L’opinione più generale è per la seconda ipotesi, che de’ ninfei fa
un fresco ed aggradevole recesso, e come i sunnominati scrittori ne
collocarono il tema nel dir delle terme; ho voluto pur io seguitarne
l’esempio; avvalorato a questo dall’aver trovato nel Codice Teodosiano
il titolo _Quid in publicis thermis, quid in nympheis pro abundantia
civium conveniat deputari_, e nello stesso luogo aver letto: _Malumus
aquæductum nostri palatii publicarum thermarum ac nympheorum
commoditatibus inservire_[189], i quali testi, terme e ninfei
confondono in un solo interesse. Vi pone suggello l’antica iscrizione
scolpita sul margine di un fonte:
NYMPHÆ LOCI
BIBE LAVA TACE
Ora naturale discende dal fatto della esistenza, molteplicità e
suntuosità di tutte queste istituzioni l’indagine del come e terme e
bagni pubblici e privati e ninfei venissero provveduti convenientemente
di acqua, molto più in quelle città, nelle quali si doveva, per la loro
situazione, difettare.
Era tutta una scienza, che procaccerò di spogliare di sua rigidezza,
per non dirne che storicamente di sua applicazione.
Roma per lungo tempo non ebbe altra acqua che quella del suo Tevere
e di qualche sorgente nativa; ma accresciuta la città, e distanti di
soverchio i suoi colli dal fiume, nell’anno 441 di sua fondazione, per
opera di Appio Claudio Censore, quello stesso che istituì il sistema
di eseguir le strade, _viæ stratæ_, avvisò al modo di condurvi l’acqua
per tubi, canali e fornici laterizii. L’acqua Appia vi venne pel corso
di circa undici miglia condotta. I bisogni pel bevere, per i bagni,
per le fulloniche, per le naumachie e pei circhi, consigliarono nuovi
acquedotti; onde se ne contarono ben quattordici, e Publio Vittore ne
numerò venti; così che quasi ogni casa potè derivarne a’ proprii usi
con fistole e canali, e Plinio avesse a notare: _Si quis diligentius
æstimaverit aquarum abundantium in publico, balneis, piscinis, domibus,
euripis, suburbanis villis, spatioque advenentium extructus arcus,
montes perfossos, convalles æquatas, fatebitur, nihil magis mirandum
fuisse in toto Orbe terrarum_[190].
E destano infatti tuttavia la maraviglia nostra quegli avanzi degli
arditi acquedotti romani costituiti da più ordini d’archi l’uno
all’altro sovrapposti, contribuendo nella loro magnificenza a mantener
l’antonomasia d’opera romana allorchè si voglia significare un’opera
gigante, maravigliosa, per non dir quasi impossibile. Questi superbi
acquedotti trasportavano perfino tre separati corpi di acque in tre
canali uno sovra dell’altro.
Nè Roma soltanto intese alla costruzione degli acquedotti, ma nella
più parte delle colonie e nelle maggiori castella eziandio; tanto
la commodità si era venuta ingenerando come una vera necessità. Chi
volesse poi conoscerne di più e saperne tutte le minute particolarità,
consulti l’opera di Sesto Giulio Frontino _De aquæductibus urbis Romæ
Commentarius_; e per informarsi delle opere nelle colonie, vegga la
dotta memoria del conte Giovanni Gozzadini _Intorno all’acquedotto ed
alle terme di Bologna_. Più innanzi dirò del come le Terme e le fontane
publiche e le case si provvedessero d’acqua in Pompei.
Non va per altro taciuto, onde assolvere possibilmente questo
subbietto, degli immensi e dispendiosi serbatoi e laghi che per gli
acquedotti si vennero facendo. Plinio summentovato ne fa stupire allor
che memora: _Agrippæ in ædilitate sua, adjecta Virgine aqua, cæteris
corvisatis atque emendatis lacus 700 fecit, præterea salientes 105,
castella 130; complura etiam cultu magnifica. Operibus in signa 300
ænea aut marmorea imposuit, columnas ex marmore 400: eaque omnia annuo
spatio_[191].
Occorre poi a conoscere l’importanza che all’acqua ed acquedotti
aggiungevasi da’ Romani, riferire da Frontino suddetto quanto venisse
provveduto alla loro custodia.
Due classi o famiglie d’inservienti vi erano preposte: l’una del
pubblico, l’altra di Cesare. Più antica la prima, che fu da Agrippa
legata ad Augusto e da questi attribuita al pubblico e pagata
dall’erario, componevasi di circa 240 persone: il novero della famiglia
di Cesare era di 460 e questa stabilita fin da’ primordj in cui si
guidò l’acqua in Roma da Appio Claudio. L’una e l’altra famiglia
impiegavasi in varia specie d’amministrazione: v’erano i villici,
(_villici_), i ministri de’ castelli (_castellarii_), i riportatori
(_circuitores_), i selciatori (_silicarii_), gli incrostatori
(_tectores_) ed altri artefici (_opifices_). Su tutti costoro era il
soprintendente (_Curator_); e lo stesso Frontino fu alla sua volta,
sotto di Nerva, Curatore alle acque, onde ne potè scrivere con maggiore
cognizione di causa. E questi, dice egli, _ideoque non solum scientia
peritorum sed et proprio usu curator instructus esse debet, nec suæ
tantum stationis architectis uti, sed plurium advocare non minus
fidem, quam subtilitatem, ut æstimet, quæ repræsentanda, quæ differenda
sint; et rursus quæ per redemptores effici debeant, quæ per domesticos
artifices_[192].
E ne fa sapere lo stesso Frontino che a codesti curatori delle acque
furono dati anche ajutatori (_adjutores_), concedute insegne d’onore
come a’ magistrati ed anzi intorno alla loro magistratura reso un
decreto dal Senato, consoli essendo Quinto Elio Tuberone e Paolo Fabio
Massimo, per il quale allorquando essi fossero, per cagione del loro
ufficio, fuori di Roma, potessero aver seco due littori, tre servi del
publico, un architetto, scrivani (_scribæ_) e copisti (_librarii_),
sargenti (_accensi_) e banditori (_præcones_), tanti, quanti ne hanno
per l’ordinario due deputati alla dispensa del grano alla plebe, e
dentro Roma, quando per cagione del medesimo affare operassero qualche
cosa, potessero valersi di tutti gli stessi ministri, eccetto che de’
littori.
Toccato fin qui d’ogni tema attinente le Terme, vediamone
l’applicazione allo speciale soggetto nostro di Pompei.
Quivi Terme, quivi bagni pubblici e privati, quivi ninfei e fontane
publiche ed aquedotti e comunque le proporzioni sieno di gran lunga
inferiori a quelle degli eguali stabilimenti che ho ricordato di
Roma, in ragione cioè della minore importanza, vastità e quantità di
popolazione; pur nondimeno ogni parte serbando di esse e soddisfacendo
ad ogni bisogno creato dalle costumanze termali, ponno essere di grande
utilità nei loro interessanti avanzi, per la spiegazione di tutto che
si riferisce all’argomento e quasi alla completa storia del medesimo.
Sulla scoperta delle Terme si contava indubbiamente fin dal primo
momento che si pose la mano agli scavi. Era impossibile che altrimenti
fosse. Una città dove era stata dedotta una colonia romana, dove
necessariamente erano stati importati costumi e abitudini greche dai
primi abitatori e da’ suoi abituali frequentatori, e costumanze romane
dai nuovi arrivati, terme e bagni dovevano essere d’obbligo: dipendeva
quindi unicamente di vedere in qual tempo si sarebbero trovate.
Fin dal primo marzo 1749, lo che è dire intorno al principio degli
scavi pompejani, come ne fa sapere l’illustre Fiorelli, nella sua
_Pompejanarum Antiquitatem Historia_[193], lungo la via dei Sepolcri,
nella casa che si dice di Cicerone, della quale ho già nei capitoli
della storia favellato, si rinvenne nella nicchia d’un’ara una lapide,
su cui fu letta la seguente iscrizione:
THERMAE
M. CRASSI FRVGI
AQVA MARINA ET BALN.
AQVA DVLCI IANVARIVS L.[194]
Fu questo il primo cenno delle Terme, ma queste terme nondimeno di
Marco Frugio sono ancora un desiderio, che sperasi appagheranno i
futuri scavi.
Invece nel luglio 1824, nella vicinanza del Foro civile si fece la
preziosa scoperta delle Terme publiche, nelle quali, se non si ammira
la magnificenza delle arti e la profusione della ricchezza e del lusso,
trovasi in ricambio una semplicità ed una squisita eleganza. Secondo
l’idea che ne fornii più sopra, direbbonsi queste piuttosto _Balineæ_
che _Thermæ_, molto più se si pon mente alla poca ampiezza dello
stabilimento, motivata dall’essere nel punto centrale e più frequentato
della città, e dove per conseguenza il terreno indubbiamente doveva
essere più limitato e costare più caro.
Ad ogni modo merita che ne somministri ogni particolarità.
L’edifizio aveva sei ingressi dalla strada, di cui i due principali
davano uno sulla via del Foro e l’altro nella Piazza detta delle Terme.
Tre servivano per i bagnanti, due per gli schiavi e pel servizio dello
stabilimento e l’ultimo per le donne. È notevole che nessuno di questi
ingressi fosse in linea diretta: ciò toglieva che le correnti d’aria
penetrassero troppo vivamente nel luogo de’ bagnanti e forse impediva
eziandio l’indiscrezione de’ passanti per la via summentovata dove
s’aprivano anche le porte minori.
Presso ciascuno dei due ingressi principali eravi una latrina. Subito
dopo il primo v’era un cortile circondato da un colonnato su tre lati,
che formava una specie di _Atrium_. Lungo un lato di esso stavano
sedili di sasso, _scholæ_, per chi stava aspettando quelli che uscivano
dal bagno.
Sulla parete meridionale si lesse dipinto l’annunzio di una gran festa
data nell’Anfiteatro, nell’occasione che venivano inaugurate le terme,
a spesa di Gneo Allejo Nigidio Majo.
MAIO
DEDICATIONE PRINCIPI COLONIAE
FELICITER
THERMARVM MVNERIS CN. ALLEI NIGIDI MAI
VENATIO ATHLETAE SPARSIONES VELA ERVNT[195]
Dietro di essi era una camera appartata, in cui forse stava, se pur
non era in quelle due camere laterali dei principali ingressi, nelle
quali altri supposero esistere latrine, il _balneator_, o direttore
del bagno, che riceveva il pagamento d’un quadrante o quarto di asse,
se eguale devesi ritenere la misura in Pompei a quella che si pagava
in Roma per accedere a’ bagni, giusta quel che ne disse Orazio nella
satira terza del libro primo:
. . . . _dum tu quadrante lavatum_
_Rex ibis_[196].
Presso la seconda porta principale eravi un corridoio che riusciva
all’_apodyterium_, che sappiamo essere la camera da spogliarsi,
come suona la parola d’origine greca ἀποδυτήριον, dal verbo
ἀποδύομαι, _spogliarsi_, detta anche più latinamente _spoliatorium_ e
_spoliarium_. Questo _apodyterium_ pompejano ha opportunamente molte
porte, quante cioè son le camere destinate ai bagni caldi e freddi alle
quali appunto esso introduceva. Eranvi pure disposti sedili in muratura
per comodo de’ bagnanti. In fondo stava la guardaroba, o stanza di
custodia del vestiario che si deponeva durante il bagno, e vegliavasi
dai _capsarii_. Anche in Roma ognuno che traeva alle terme doveva
spogliarsi nell’_apodyterium_ ed entrar nudo nelle altre località;
savia precauzione tendente ad ovviare alle sottrazioni delle ricchezze
in fregi, pietre preziose, oggetti di toeletta e dalle cento altre
bazzicature occorrenti a tutte le operazioni attinenti i bagni.
Di contro stava il _frigidarium_ o bagno d’acqua fredda: gabinetto
ovale assai grazioso, con vasca circolare rivestita di marmo, sul
cui bordo è un gradino per entrarvi: dallato il _tepidarium_, o come
esprime la parola, la camera ad ambiente tiepido, così mantenuto da un
braciere, _foculare_, che vi si rinvenne di bronzo e valeva a graduare
la temperatura dal caldo al freddo, quando si passava dal _caldarium_,
o camera termale che fiancheggiava appunto il _tepidarium_, all’aria
aperta.
Talvolta però il balneante dal _caldarium_ non s’arrestava
nel _tepidarium_, ma transitandolo rapidamente, lanciavasi nel
_baptisterium_ del _frigidarium_, perocchè si avesse fede che ciò
valesse a rendere florida ed a fortificare la pelle, come lo attestano
i versi di Sidonio Apollinare:
_Intrate algentes post balnea torrida fluctus,_
_Ut solidet calidam frigida lympha cutem_[198]:
è l’odierno sistema idropatico, principalmente nei bagni russi.
Nel _tepidarium_ pompejano si trovarono pure tre sedili di bronzo su
cui sedevano indubbiamente gli avventori quando usciti dalla camera
del bagno caldo si sottoponevano alla operazione dei _tractatores_,
che erano schiavi adetti ai bagni, il cui ufficio era di stropicciare
il bagnante finchè non fosse ben asciutto, di ben raschiarne la
traspirazione della pelle fatta più abbondante dal vapore e i corpi
eterogenei, a mezzo dello _strigile_, arnese ricurvo di ferro o di
bronzo, il cui filo rendevasi talvolta più dolce linendolo d’olio, e
le buone fortune dei quali sono rammentate da Giovenale, nella satira
VI. alla quale rimando il curioso lettore; perocchè la parola italiana
è alquanto più della latina pudica, e mal si presterebbe alla lestezza
dell’acre e spregiudicato poeta satirico. Eranvi poi gli _aliptes_
che dopo ungevano con unguenti odorosi e profumavano; e le pareti del
_tepidarium_ hanno piccole cavità tutto all’intorno che dovevano essere
altrettanti ripostigli e di quelli stromenti e di quelli unguenti ed
aromi.
Su quei sedili si lesse la seguente iscrizione: