Nel caso....
Intendi ben.... ciò non sarà, ma pure
Esser potria.... nel caso che abbattuto,
Gravemente ferito.... egli è un supposto...
Tu ti sentissi, allor fa di cadere
Sovra il manco ginocchio e fuor protesa
La destra gamba e del sinistro braccio
Fatto puntello, declinato indietro,
Grazïoso a vedersi e pittoresco,
Statti aspettando il colpo estremo[144].
Talvolta il popolo era tanto feroce che dava tumultuosi segni
d’impazienza quando il combattimento durava un po’ più dell’usato,
senza che alcuno dei due campioni fosse rimasto ucciso o ferito.
V’eran tuttavia degli intervalli di riposo in queste lotte di
gladiatori e si chiamavano _deludia_: Orazio usò nell’Epistola XIX la
frase _deludia posco_, per dire chieggo un armistizio, togliendola a
prestanza dallo stile gladiatorio e dall’anfiteatro.
La presenza dell’imperatore faceva d’ordinario accordare la vita
al vinto, e fu ricordato come un esempio di crudeltà il fatto di
Caracalla, che a Nicomedia, in uno spettacolo gladiatorio, avesse
licenziato coloro che eran venuti ad implorarne la vita, sotto
pretesto d’interrogarne il popolo; lo che si ritenne quanto l’ordine di
trucidarli.
Byron, l’immortale poeta del _Corsaro_, di _Lara_ e di _Don Juan_,
nel _Pellegrinaggio di Childe-Harold_, dinnanzi al capo d’opera di
Ctesilao, il _Gladiatore morente_, da lui veduto in Roma, e del quale
Plinio il Vecchio aveva detto che l’artefice _vulneratum deficientem
fecit in quo possit intelligi quantum restat animæ_[145], così lo
descrisse e gli prestò tal sentimento da sembrare che le barbare orde
settentrionali e le sventure tutte piombate poi sull’Italia e Roma, non
altro fossero che la giusta espiazione del sangue sparso da’ poveri
e innocenti prigionieri di guerra condannati in sollazzo pubblico a’
cruenti spettacoli dell’Anfiteatro.
Così alla meglio tento di rendere in italiano i bellissimi versi
inglesi:
Ecco il vegg’io prostrato in sul terreno,
Colla man regge il capo il gladiatore:
Col guardo esprime, di fierezza pieno,
Ch’ei frena l’ineffabile dolore;
La testa piega e il lacerato seno
Geme l’ultime stille del suo core,
Che ad una ad una cadon lentamente
Come le prime di uragan fremente.
Romba l’arena intorno a lui..... ma spira
Prima che il plauso al vincitor suo cessi:
Egli lo intende e non per ciò sospira;
L’occhio ed il cor lungi di qui son essi;
La vittoria o la vita non l’attira,
Ma come avanti a lui li abbiano messi,
Vede il Danubio, la capanna e i suoi
Presso la madre folleggiar figliuoi.
Ed ei frattanto, a rallegrar le feste
Della superba Roma, è presso a morte....
Questo pensier si mesce a le funeste
Strette dell’agonia orrendo e forte....
— Ma non avran vendetta mai codeste
Supreme angosce?.... Or su, genti del Norte,
Su levatevi tutte e qui correte
Del furor vostro a soddisfar la sete.[146]
Nè la morte dell’infelice gladiatore bastava a calmare bene
spesso l’immane ferità del pubblico, perocchè fosse accaduto
che esso ingiungesse senza pietà la ripetizione de’ colpi sui
vinti e l’inferocir contro i cadaveri, per tema di essere frodato
dall’artificio di simulata morte, come ce lo attesta Seneca: _injuriam
putat quod non libenter pereunt_[147]; nè mancò talvolta chi osasse
mettere la mano dentro la ferita e perfino ne bevesse il sangue ancora
caldo e fumante, tratto da superstizioso pensiero che fosse a certi
mali, come l’epilessia, farmaco salutare e certo.
Il cadavere del gladiatore veniva tratto di poi, come ricorda Lampridio
nella Vita di Commodo, col mezzo d’un gancio nella camera, che pur si
vede nell’anfiteatro di Pompei, la quale veniva detta lo spoliario:
_gladiatoris cadaver unco trahatur et in spoliario ponatur_[148].
Ogni anfiteatro poi aveva la porta Libitinense, dalla dea Libitina,
nel cui tempio custodivansi gli apparati funebri, e da cui, collocati
dentro la _sandapila_, o bara, escivano, a spettacolo compiuto, i morti
corpi per trasportarsi al carnajo.
I gladiatori invece ch’erano riusciti vittoriosi nell’arena ottenevano
duplice premio: la palma e il denaro: altri ne avevano pur dai privati,
massime per le vinte scommesse, e a tale crebbero che dovette il
principe intervenire a moderare le donazioni.
Ai veterani concedevasi la bacchetta, _rudis_, quasi in segno di
magistero: anche a’ nuovi era essa accordata per alcun fatto cospicuo
e per acclamazione di popolo, impetrata spesso dal gladiatore medesimo.
Effetto della stessa era d’essere liberati nello avvenire dall’obbligo
della arena, e gli _auctorati_ d’essere restituiti alla prima libertà.
Questi privilegiati della bacchetta denominavansi _Rudiarii_; ed
assolti da’ combattimenti ulteriori, sospendevano le loro armi nel
tempio di Ercole, che si reputava essere il nume che presiedeva ai
gladiatori.
Un’altra razza di gente che offerivasi in ispettacolo nel circo
erano le _Ambubaje_. Oriunde queste della Siria, o come qualche altro
scrittore pretende, derivate da Baja nel golfo di Napoli, onde avessero
dedotto il nome, perchè le donne di quel luogo, — celebre per le sue
terme, a cui nella state affluivano le eleganti e lussuriose femmine
dell’Urbe e gli uomini più rotti alla scostumatezza, — solevano pur
concorrere in Roma ad esercitarvi la lascivia e sonando e cantando[149]
campavano la errabonda vita, suonando cioè le tibie, e cantando
ballate. La bellezza e procacità loro, cui lo spettacolo aggiungeva
rilievo e prestigio maggiori, del modo stesso che ballerine e mime pur
oggidì sono meglio appetite da’ nostri ricchi fanulloni, le rendeva
ambite dalla libidine de’ facoltosi, cui e nel circo e in posti di
pubblico ritrovo si concedevano, ed a questa passione per esse allude
il seguente passo della Satira III di Giovenale, che già ne occorse di
conoscere come il pittore più accentuato dei costumi romani del proprio
tempo:
_Quæ nunc divitibus gens acceptissima nostris,_
_Et quos præcipue fugiam, properabo fateri;_
_Nec pudor ostabit. Non possum ferre qui vites,_
_Græcam urbem: quamvis quota portio faecis Achei?_
_Iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes,_
_Et linguam et mores et eum tibicine cordas_
_Obliquas, nec non gentilia tympana secum_
_Vexit et ad Circum jussas prostare puellas._
_Ite, quibus grata est picta lupa barbara mitra._[150]
Orazio, prima ancora di Giovenale, aveva le ambubaje ravvolte tra la
spregevole canaglia, nella Satira II del Lib. 1.
_Ambubajarum collegia, pharmacopolæ,_
_Mendici, mimi, balatrones; hoc genus omne_
_Mœstum ac sollicitum est cantoris morte Tigelli._
_Quippe benignus erat_[151].
Le quali Ambubaje vogliono essere distinte dalle _Ludie_, che erano
bensì donne che ballavano e recitavano in pubblico, ma non nei circhi
e anfiteatri, sibbene nei teatri, come l’uomo _ludius_, che vedemmo
nell’antecedente capitolo. Ricordo per altro qui ancora le _ludie_ in
altro senso, perchè più tardi infatti esse significassero le mogli de’
gladiatori, essendo che la scuola di costoro si appellasse, come ho già
più d’una volta notato, _ludus_. Giovenale ancora in questo senso parla
della _ludia_, nella Satira VI.
_Dicite vos neptes Lepidi, coecive Metelli,_
_Gurgitis aut Fabii, quæ ludia sumserit umquam_
_Hos habitus?_[153]
Un breve cenno or debbo fare dei giuochi Florali, i quali si
celebravano in Roma nelle Calende di marzo di ciascun anno. Se può
esser vero che non egualmente si festeggiassero in Pompei, nondimeno,
siccome ho detto che lo studio di questa città ci trae a conoscere la
vita romana, parmi così non dover passare sotto silenzio questi giuochi
speciali, che nel quadro dei giuochi circensi reclamano indubbiamente
un posto, per il forte rilievo che danno al degenere costume di quel
popolo.
I Sabini, da cui tanto dedussero di costumanze e di riti i primi
Romani, ebbero in onore il culto di Flora, questa ninfa che, sposa a
Zeffiro, ebbe da lui in dote l’impero de’ fiori. Essi lo trasmisero
ai Romani a’ tempi di Tazio loro re, e se la gentilezza e purità
del regno di questa Dea avrebbe dovuto informare i suoi adoratori a
leggiadri riti, vuol esser detto perchè invece fossero essi in Roma
non meno impudici ed osceni de’ Lupercali, che per le sue vie in altro
tempo venivano celebrati in onore della _Lupa_, ossia della cortigiana
Acca Larenzia, con quel nome designata per cagione de’ suoi sfrenati
costumi, la qual raccolse ed allattò Romolo e Remo.
Una cortigiana venuta di poi, denominata Flora, che volle appropriarsi
il nome d’Acca Larenzia, in memoria della prima, chiamava erede de’
molti suoi beni, frutto di sua vita sciupata, il popolo romano,
il quale riconoscente la collocò nel novero delle sue divinità,
e le eresse un tempio rimpetto al Campidoglio; onde avvenne che,
istituendosi a suo onore de’ pubblici giuochi quali si dissero florali,
venissero facilmente confusi con quelli innocenti della prima Flora.
Invocata nelle intemperie delle stagioni, o quando lo imponevano i
libri sibillini, se ne celebravano i giuochi, i quali poi nel 580
di Roma, in occasione di calamitosa sterilità durata per molti anni,
diventarono annuali, per decreto del Senato.
Come i Lupercali, che ho testè ricordati, celebravansi pure i Florali
dapprima a notte al chiaror delle faci, nella strada Patrizia, ove
trovavasi un circo di sufficiente grandezza. Quivi erano cantate le
più oscene canzoni; quivi cori di ignude cortigiane, che con procaci
movimenti compivano svergognate le più ributtanti lascivie e si
prostituivano, plaudente il popolo, a uomini brutali che, parimenti
ignudi, si erano a suon di trombe precipitati nell’arena.
Narrano le storie come un giorno Catone, l’austero, fosse comparso
nel circo in occasione appunto che stavano i giuochi florali per
incominciare, perocchè gli edili avessero già fatto dare il segno.
La presenza del gran cittadino impedì che l’orgia scoppiasse: le
meretrici, per reverenza si strinsero nelle vesti loro, tacquero
le trombe, il popolo ammutì. Chiedea Catone onde sì improvvisa
sospensione, e avutone in risposta esserne causa la sua presenza,
egli alzatosi prontamente allora e recatosi alla fronte il lembo della
toga, uscì dal circo. Il popolo applaudì, caddero subito le vesti alle
sciupate, squillarono le trombe e lo spettacolo ebbe il suo corso.
Fu per avventura ad una di queste feste, che, regnando Nerone, venne
offerto l’infame spettacolo nel circo, che Svetonio ricorda e che
Marziale fe’ subbietto al sesto Epigramma del Lib. I. che basterà di
per sè a stigmatizzare il costume di quel tempo.
_Iunctam Pasiphaën Dictaeo credite tauro,_
_Vidimus: accepit fabula prisca fidem._
_Nec se miratur, Cæsar, longaeva vetustas:_
_Quidquid fama canit, donat arena tibi_[154].
Per l’eguale ragione che mi parve dover intrattenere il lettore
de’ Giuochi Florali, credo qualche parola consacrare eziandio agli
spettacoli di Naumachia.
La circostanza d’essere Pompei città in riva al mare, siffatti
spettacoli davanti all’imponente maestà della pianura equorea sarebbero
apparsi così meschini, da non eccitare interesse di sorta; e però
non posso ritenere che naumachie si tentassero mai nell’anfiteatro
pompeiano. La misura della sua elissi non credo fosse tampoco propria
a congeneri ludi. Se tal sorta quindi di divertimento da magistrati
o doviziosi si fosse voluto dare, siccome d’altronde per lo più gli
spettacoli dati da costoro erano, come vedemmo, gratuiti, avrebbero a
teatro eletto il mare stesso e con sicurezza di miglior effetto.
Non era così altrove e massime in Roma. Che le naumachie fossero
nei gusti de’ maggiorenti e del popolo non può recarsi in dubbio;
superiormente trattando de’ Gladiatori, menzionai quella offerta
da Claudio sul lago Fùcino. Svetonio, nel dire di essa, ricorda la
particolarità che si vedessero l’una contro l’altra urtarsi una flotta
di Sicilia ed un’altra di Rodi, composta ciascuna di dodici triremi,
fra lo strepito della tromba d’un tritone d’argento che un congegno
praticato nel mezzo del lago faceva a un tratto scattar fuori[155].
Naumachia, derivanda dalle due voci greche ναῦς, nave, e μαχη,
pugna, esprime già di per sè il proprio significato. A questi navali
combattimenti si trovò modo di dar luogo, facendo entrare ne’ teatri, a
mezzo di celati condotti, le acque, e così vi si poterono far figurare
mostri marini, flotte e simulate battaglie di navi.
Lo Storico de’ Cesari summentovato fa cenno della naumachia data da
Nerone in Roma, dove pare si fosse all’uopo eretto apposito luogo, ed
anzi, se si vuole stare a Frontino, nell’opera sua sugli Acquedotti,
sin cinque o sei naumachie si sarebbero contate nel circondario di
Roma. In quella adunque offerta da Nerone si videro appunto nuotare
nell’acqua marina de’ mostri: _exhibuit naumachiam, marina aqua
innantibus belluis_[156]. Un’altra battaglia navale ne rammenta, data
nella vecchia naumachia da Tito, con intervento di Gladiatori[157] ed
una ancora offerta da Domiziano[158]. Era forse di quest’ultima che
Marziale intese parlare nel 31 Epigramma del lib. degli spettacoli, e
la quale egli chiamò superiore a tutte le antecedenti:
_Quidquid et in Circo spectatur et Amphiteatro_
_Dives Caesarea præstitit unda tibi._
_Fucinus et pigri taceantur signa Neronis:_
— _Hanc norint unam sæcula Naumachiam_[159].
Il suddetto storico Svetonio attribuir vorrebbe ad Ottaviano Augusto il
vanto d’essere stato il primo a dare ai Romani spettacolo di un finto
combattimento navale in un bacino scavato appresso al Tevere[160]; ma
Servio, scoliaste di Virgilio, ne ammonisce avere i Romani, al tempo
della prima guerra Punica, istituita la naumachia, dappoichè si fossero
accorti che le nazioni straniere avessero nelle pugne navali non
leggiero valore[161].
Ma forse prima d’Augusto queste naumachie potevano limitarsi ad
esercitazioni de’ _classiarii_, o militi appartenenti alle flotte,
nell’intento appunto di addestrarli a’ navali combattimenti, e solo
averli poi questo Cesare ordinati a pubblico divertimento.
Ma basti intorno ad esse.
Or mi resta a parlare delle cacce di animali, _venationes_, che si
davano così spesso negli anfiteatri romani e che sì frequenti pure ci
dicono i surriferiti affissi seguissero in quello di Pompei.
Desiderosi coloro che davano gli spettacoli di solleticare con
isvariate illecebre gli appetiti del publico, immaginarono, a rendere
più interessanti queste cacce, di convertire l’Arena in selva,
presentando, cioè, la più illudente immagine delle cacce germaniche,
che si volevano arieggiare. Facevasi dunque a tale intento sollevare
ne’ boschi da’ soldati delle grosse piante fino dalle radici e
trasferire nell’Anfiteatro, dove confitte nel suolo e assicurate con
travi e sovrapposta la terra si mutava l’arena in una foresta. Nè
l’arena così conformavasi soltanto, ma anche i _cataboli_, stanze
di custodia, da cui, come da antri e spelonche, sbucavano, quasi da’
naturali lor covi, le fiere. La natura era pertanto fedelmente imitata.
E quel che in Roma facevasi ed era in voga, afferma Giusto Lipsio
essersi nelle provincie subitamente emulato, e le caccie dovevano però
tosto adottarsi e suscitare il più vivo interesse.
In due maniere si compivano queste cacce: o facendo combattere fra
loro le fiere, o facendole combattere con gladiatori o con condannati.
Eranvi però delle volte in cui per la rarità dell’animale, che non
si voleva uccidere, limitavansi ad ammaestrarlo facendolo passare
avanti gli spettatori, o stretto in catene, ovveramente chiuso in una
gabbia. Le cacce più consuete, perchè meno dispendiose, erano di orsi
e cinghiali. Erano straordinarie e di lusso quelle di leoni, elefanti,
pantere ed altre belve rare.
I combattimenti degli animali vorrebbe Seneca che avessero luogo per
la prima volta in Roma, nel settimo secolo di sua fondazione, al tempo
di Pompeo. Questi medesimo, nella inaugurazione del suo teatro, fece
combattere nel circo gli elefanti, che Plinio dice essere stati in
numero di venti, e i quali diedero tal prova d’intelligenza da destare
perfino la compassione: strana cosa in vero, da che non la sapessero
eccitare gli uomini in quel tempo! Così Cicerone infatti parla di
quelle feste scrivendone a Marco Mario, alleato di sua famiglia:
«Per cinque giorni v’ebbero stupende cacce, e chi lo nega? Ma un uomo
serio qual piacere può avere dal vedere o un uomo debole sbranato da
una fortissima belva, o una superba fiera trapassata da un cacciatore?
L’ultimo giorno comparvero gli elefanti, di cui il volgo e la turba
fecero le maraviglie: ma voluttà non vi fu, anzi destò una tal qual
compassione e si pensò che quell’animale avesse una cotale affinità
colla stirpe umana»[162].
Ma Seneca nella summentovata sua sentenza è smentito da altri non meno
autorevoli scrittori. Tito Livio, a cagion d’esempio, ne fa sapere che,
fin dall’anno 568 della fondazione di Roma, Marco Fulvio celebrasse
giuochi che passarono famosi nella storia, per compiere un voto fatto
nella guerra d’Italia, e ne’ quali si fecero combattere pantere e
leoni: _et venatio data leonum et pantherarum_[163].
Diciasett’anni dopo, cioè nel 585, gli edili curuli P. Cornelio
Scipione Nasica e P. Lentulo, per la guerra contro Perseo, facevano
combattere nei giuochi del Circo sessantatrè tigri, e quaranta orsi ed
elefanti. Quinto Scevola, nel 689, fe’ combattere leoni; e Lucio Silla,
per la prima volta, due anni dopo, offrì combattimento di cento leoni,
della varietà che si chiamava giubbata, o colla chioma non ricciuta.
Lucio e Marco Lucullo, essendo essi pure edili curuli, nel 678, fecero
combattere elefanti contro tori, per aizzare i quali ultimi conveniva
far uso del fuoco, come Marziale ci avverte:
_Qui modo per totam flammis stimulatus, arenam,_
_Sustulerat raptas taurus in astra pilas,_
_Occubuit tandem cornuto ardore petitus,_
_Dum facile tolli sic elephanta putat_[164].
Passata questa caccia di tori, combattuta però dagli uomini, come nelle
altre provincie dell’orbe romano, così eziandio nella Spagna, anche
quando la civiltà tolse affatto di mezzo questi barbari divertimenti,
essa non se ne volle disfare non solo, ma tanto la smania delle caccie
del toro si è innestata al suo costume, che pure a’ nostri giorni
si continui tra la frenesia di pubblici entusiasmi, i plausi e le
dimostrazioni di leggiadre dame; e _toreros_ e _matadores_, _picadores_
e _banderilleros_ e tutto il gregge gladiatorio insomma che partecipano
a queste se la campano egregiamente e son ben anco tenuti in conto.
Si potrebbero in oggi citare più nomi di celebri toreri, come a Roma
in antico si ripeteva da ognuno il nome de’ più famosi gladiatori,
conservati poi alla memoria de’ posteri dagli storici e da’ poeti.
Ma rivengo a dire delle caccie romane.
Cento orsi della Nubia e cento cacciatori venuti dall’Etiopia
combatterono l’anno 693 per cura di Domizio Enobarbo edile; e tre
anni dopo, Marco Emilio Scauro, tra’ vari altri giuochi circensi,
quello spettacolo offerì pure dello scheletro di enorme cetaceo, lungo
quaranta metri, più alto di un elefante indiano, che si spacciò dai
ciurmadori essere stato quello medesimo al quale era stata esposta
Andromeda: un ippopotamo, che Plinio afferma essere stato il primo
veduto in Roma, di cinque coccodrilli e di centocinquanta tigri di ogni
specie.
Ritornando sulla caccia data agli elefanti sotto Pompeo, che Plutarco
dice essere riuscito uno spettacolo di spavento, Dione Cassio reca le
seguenti particolarità, che piacemi riferire. «Si fecero combattere
con uomini armati 18 elefanti; gli uni perivano nel combattimento,
altri più dopo; perchè il popolo anche in onta a Pompeo, ebbe pietà
di alcuni, quando li vide fuggire colpiti di ferite, percorrenti
l’arena, colle trombe dirette verso il cielo e mandando lamentevoli
grida: il che fece credere che essi non agivano così per avventura,
ma che attestavano coi loro barriti la violazione della promessa fatta
loro con giuramento nel trasportarli dall’Africa, e che imploravano la
vendetta celeste. Si narra veramente che essi non avessero consentito
a salire sulle navi, se non dopo che i conduttori ebbero loro promesso
con giuramento di preservarli da qualunque duro trattamento. Il fatto è
certo, o non l’è? È quanto ignoro.»
Del resto si sa, soggiunge Mongez, che tal passo riporta pure in
una sua memoria, di cui mi son valso, che gli antichi credevano che
gli elefanti avessero un’anima intelligente, e tale opinione si è
conservata fra i popoli dell’India.
In questi giuochi da Pompeo dati per cinque giorni, a solennizzare
la dedica del suo teatro, fra le molte fiere cacciate nel circo,
oltre i suddetti elefanti, Plinio ricorda seicento leoni, dei quali
trecentoquindici giubbati, e quattrocentodieci tigri d’ogni specie.
Giulio Cesare nel 708 volle superare nella magnificenza de’ suoi
giuochi quelli dati dal suo emulo e mostrò per la prima volta in Roma
le giraffe e i combattimenti dei tori e fe’ comparire nel circo due
eserciti composti di fanti, di cavalieri e di elefanti. «Si diedero
cacce per cinque giorni, scrive Svetonio, e per terminare lo spettacolo
si divisero i combattenti su due schiere composte ciascuna di
cinquecento fanti, di venti elefanti e di trecento cavalieri, si fecero
combattere gli uni contro gli altri»[165].
Succedutogli Augusto, a lui si volle dar vanto d’aver fatto uccidere, a
divertimento del popolo, tremila e cinquecento animali.
Sarebbe lungo soverchio parlare degli animali nostrali e addomesticati;
ma si può argomentarlo dalla passione che si aveva per tali
divertimenti. Non lascerò tuttavia di narrare come il più volte citato
Plinio abbia scritto che nei giuochi dati da Germanico si vedessero
alcuni elefanti moversi in cadenza a guisa di danzanti[166]; Svetonio
in quelli dati da Galba comparissero elefanti funamboli[167], in
quelli di Nerone, Sifilino dice di un elefante che salì sulla cima
della scena, camminando sopra una corda e portando sopra di sè un
cavaliere[168]; e Marziale parla dell’aquila addestrata a portar in
sull’aria un fanciullo, nel seguente distico di un suo epigramma:
_Æthereas aquila puerum portante per auras_
_Illæsum timidis unguibus hæsit onus_[169]
e altrove sullo stesso fatto:
_Dic mihi quem portes, volucrum regina? Tonantem_[170]
perchè il fanciullo era vestito da Giove.
Le cacce e gli spettacoli gladiatorii si facevano nel circo nelle ore
mattutine; ma, nell’814, Domiziano volle invertire l’ordine consueto e
celebrò tali giuochi a notte, collo splendore delle faci; e Svetonio
che ciò racconta nella vita di questo Cesare, aggiunge che in questi
combattimenti di bestie e di gladiatori prendevano parte non uomini
soltanto, ma femmine benanco[171].
Le caccie più ordinarie erano, giusta quanto già dissi, d’orsi e
di cignali, come quelle più favorite e di cui anche in Pompei si
ha argomento di prova per pitture e bassorilievi rinvenuti: e i
cacciatori, _venatores_, vi figuravano a piedi ed a cavallo. Usavano
costoro di apposita lancia, _venebalum_, dell’arco, _arcus_, dei cani,
_canes venatici_.
Le lotte degli uomini colle fiere venivano eseguite da appositi
gladiatori, designati piuttosto col nome di _bestiarii_ e considerati
meno de’ gladiatori proprii e spesso anche da infelici schiavi a ciò
costretti da snaturati padroni. Dapprima si accordò a tale effetto ad
essi elmo, scudo, spada o coltello e schiniere o schermi alle gambe;
poscia, sotto il regno di Claudio, non si videro combattere che difesi
da fasciature attorno alle gambe ed alle braccia armati di spiedo o di
spada soltanto, con un brandello di stoffa colorata, il più spesso in
rosso, nella manca mano.
Di queste caccie e lotte diverse coi diversi animali ci lasciò memoria
ed intrattenne lungamente Marziale nel suo _Libellus De Spectaculis_:
io non vi spicco ora che il seguente epigramma, il quale volge intorno
alla pugna delle donne colle fiere, perchè si vegga come ne’ ludi
gladiatorj il così detto sesso gentile, non pago pure di misurarsi
cogli uomini in quegli esercizj efferati, non volesse anche nel resto
rimaner addietro degli uomini in alcun modo:
_Belliger invictis quod Mars tibi sævit in armis;_
_Non satis est Cæsar: sævit et ipsa Venus._
_Prostratum Nemes et vasta in valle leonem,_
_Nobile et Herculeum fama canebat opus._
_Prisca fides taceat: nam post tua munera, Cæsar,_
_Hæc jam feminea vidimus acta manu_[172].
Così si ebbero anche le _bestiariæ_.
Eppure il lettore non ha certo obliato come sotto la porta principale
dell’anfiteatro di Pompei nella iscrizione a sinistra dedicata a Cajo
Cuspio Pansa padre, si faccia cenno d’una legge Petronia, della quale
l’illustre magistrato pompejano sarebbe stato rigido osservatore.
Questa legge, così chiamata da Petronio Turpiliano suo autore, che
era console in Roma, nell’anno 813 (61 dell’E. V.), unitamente a
Cajo Giunio Cesonio Peto, soccorse alla misera condizione de’ servi,
provvedendo che dove accadesse una eguale disparità di voti in un
giudizio intorno la manumissione di un servo, decretar si dovesse in
favore della sua libertà (L. 24. ff. _de manumiss._), e proibendo agli
inumani padroni di condannare a loro arbitrio i servi al combattimento
colle bestie feroci, se prima non fossero stati giudicati meritevoli
di questa pena con un formale giudizio. Ma intorno a questa legge,
perchè memorata nella pure da me riferita lapide pompejana, lungamente
dissertò il marchese Arditi, che fu ne’ primi anni del secolo
sovrintendente agli scavi di Pompei, ed alla quale rinvio chi desideri
saperne di più.
È implicitamente così detto che al combattimento colle fiere venissero
condannati unicamente servi ed altri colpevoli. Ma, oltre ciò, altri,
rei di parridicio o d’empietà, venivano condannati alla esposizione
delle fiere nell’anfiteatro; ragione per cui la storia dei primitivi
tempi del Cristianesimo segna a migliaja cosiffatte condanne dei
neofiti cristiani, che gli imperatori si ostinavano a considerare
come nemici dello Stato, malgrado pur sapessero che nelle loro agapi
e catacombe e in ogni istituzione avessero in obbligo la preghiera
per essi, l’obbedienza alle leggi e il perdono a’ nemici. Codeste
persecuzioni durarono a questi miti ed entusiasti credenti, che da
noi sono chiamati martiri della fede e però designati alla venerazione
nostra.
Uno de’ precetti della filosofia stoica era: non ammirate gli
spettacoli; i Cristiani, nello ispirarne l’aborrimento, avevano così
una ragione maggiore.
Ecco un esempio di codesti ludi pantomimici, nei quali la catastrofe
aveva veramente umani sagrificj, combinando così l’applicazione d’una
vera pena col pubblico divertimento.
Ancora il più volte citato Marziale, nel suddetto _Libellus_,
descrive di tal guisa lo spettacolo pantomimico, nel quale, Laureolo,
schiavo, che per aver ucciso il padrone, era stato, come colpevole
di parricidio, condannato alla croce ed alle fiere, era lo sventurato
protagonista:
_Qualiter in scythica relegatus rupe Prometheus_
_Assiduam vivo viscere pascit avem:_
_Nuda Caledonio sic pectora præbuit urso,_
_Non falsa pendens in cruce Laureolus._
_Vivebant laceri membris stillantibus artus,_
_Inque omni nusquam corpore corpus erat_
_Denique supplicium dederat necis ille paternæ;_
_Vel domini jugulum foderat ense nocens,_
_Templa vel arcano demens spoliaverat auro,_
_Subdiderat sævas vel tibi, Roma, faces._
_Vicerat antiquæ sceleratus crimina famæ,_
_In quo, quæ fuerat fabula, pœna fuit_[173].
Il Colosseo di Roma fu singolarmente teatro a questi barbari
spettacoli, dove un popolo sitibondo di sangue forzava la mano al
principe sovente, massime quando erano incominciate le persecuzioni
cristiane, gridando contro i nuovi credenti: alle fiere! alle fiere!
perocchè al nuovo culto e ai nuovi credenti, dagli astuti sacerdoti
pagani si attribuissero le publiche calamità per lo sdegno degli offesi
Numi.
Nè da meno inoltre attendere si doveva in un’epoca di piena
degradazione morale. Non paga la prostituzione d’esercitarsi ne’
lupanari, nelle case de’ privati, nella reggia e pubblicamente, perfino
nei cómpiti e quadrivii, essa versavasi ne’ teatri e nei circhi,
dove più copiosa trovava la messe. Legga il lettore Marziale, legga
Giovenale, poeti che son pur troppo forzato a citar di soverchio, e
raccapriccierà dall’orrore di tanta spudoratezza e bassezza di popolo.
I lupanari divennero quasi parte integrante di questi clamorosi
ritrovi, vi si fabbricavano all’uopo apposite celle, e vi si eressero
temporaneamente alla evenienza di grandi spettacoli, e le sciupate
traevano però all’anfiteatro, più certamente in cerca di lussuria che
di altro spettacolo.
Ma si oda su di ciò il Dufour.
«Non v’era eccezione nelle ore assegnate alla libera pratica dei
pubblici luoghi e piaceri, che nei giorni di festa solenne, quando
il popolo era invitato agli spettacoli del circo. In tali giorni la
prostituzione veniva trasportata dov’era il popolo, e mentre i lupanari
chiusi restavano deserti nella città, quelli del circo si aprivano
nel tempo stesso dei ludi; e sotto ai gradini ove affollavansi gli
spettatori, i lenoni organizzavano cellette e tende, ed ivi era una
continua processione di cortigiane e di libertini attirati da queste
al loro seguito. Mentre le tigri, i leoni e le bestie feroci mordevano
le barriere delle loro gabbie di ferro; mentre pugnavano e morivano i
gladiatori; mentre l’uditorio scuoteva l’immenso edifizio con grida
ed applausi, le _meretrices_, adagiate sopra sedie particolari,
distinte per l’alta pettinatura e per le vesti corte, leggiere ed
aperte, facevano appello continuo alle brame del pubblico, e non
aspettavano per soddisfarle che gli spettacoli fossero terminati. Tali
cortigiane lasciavano non interrottamente il posto loro, succedendosi
a vicenda durante tutto il tempo de’ giuochi. I portici esterni del
circo non più bastando a quest’incredibile mercato di prostituzione,
tutte le taverne, tutte le osterie delle vicinanze rigurgitavan di
gente. Bene inteso che la prostituzione in quei giorni era libera
assolutamente e che gli apparitori dell’edile non osavano inquisire
sulle qualità delle femmine che esercitavano colà l’infame mestiere.
Ecco perchè Salviano dicesse di queste orgie popolari: _si offre un
culto a Minerva nei ginnasi; a Venere nei teatri, ed altrove quanto
v’ha di osceno, si pratica nei teatri; quanto v’ha di disordinato,
nelle palestre_... Gli edili quindi non si dovevano occupare della
prostituzione dei teatri, come se tale prostituzione completasse i
ludi dati al popolo. Generalmente d’altronde (può almeno supporsi da’
varii luoghi della _Istoria Augusta_), i teatri erano messi in opera
da una specie di femmine, che alloggiavano sotto i portici e nelle
gallerie arcate di questi edifizj: avevano per mezzani, o per mariti,
i banditori del teatro, i quali vedevansi circolare incessantemente
di gradino in gradino durante la rappresentazione. Questi banditori
non si contentavano di vendere al popolo, o distribuire gratuitamente
alle spese del personaggio che dava i giuochi, acqua e ceci: servivano
principalmente di messaggieri e d’interpreti per agevolare la
dissolutezza. Con ragione dunque il cristiano Tertulliano chiamava il
circo e il teatro _concistoria libidinum_»[174].
Come allora maravigliarsi dei sanguinarj giuochi dell’anfiteatro; come
sorprendersi della generale ferocia degli spettatori?
Parini, il poeta mio concittadino, filosoficamente e a tutta ragione
ebbe a cantare:
Così, poi che dagli animi,
Ogni pudor disciolse,
Vigor dalla libidine
La crudeltà raccolse[175].
Ma la gloria di far iscomparire dalla terra queste vere vergogne
dell’umanità, che furono i giuochi gladiatorj, in cui la vita dell’uomo
era offerta al ludibrio ed al capriccio della plebe, spettar doveva
alla nuova dottrina del Cristo, che si andava per l’orbe diffondendo.
Sarei nel dire di questo importantissimo argomento fuori veramente
dell’epoca cui deve restringersi l’opera mia; ma, come dissimularlo?
come, dopo avere turbato l’animo del lettore col ricordo di tanti
strazii, non segnalargli poi il tempo in cui ebbero fine, e più ancora
come non segnalare il principio, al quale andò debitrice di tanto
beneficio la povera e depressa umanità?
Il Cristo era venuto a spezzar la catena dello schiavo, a proclamare
il suo codice di libertà, d’eguaglianza, d’amore, e santificando
col proprio supplizio la croce, segno dapprima d’infamia, l’aveva
reso un oggetto di gloria. Sparso il buon seme della nuova dottrina,
fruttificata dal sangue di tante migliaja di martiri, che spesso in
onta alle debolezze dell’età o del senso, incontravano fra i più
barbari tormenti la morte senza pur dar un gemito, ma salmodiando
a Dio e benedicendo a’ loro persecutori, mentre i più efferati
ladroni mandavano sempre fra gli spasimi bestemmie ed urli, doveva
necessariamente riformarsi il costume e dovevano tornare in obbrobrio i
cruenti spettacoli del circo e dell’anfiteatro.
Fu Costantino imperatore, nell’anno 1067 di Roma, che in omaggio
a’ cristiani principj, ch’egli aveva abbracciato, bandì la legge
santissima che i gladiatorj ludi in tutto il romano impero aboliva.
Pur nondimeno, diradicare d’un tratto e per sempre sì inveterate e
glorificate abitudini non fu possibile, e un cotal poco fecero ancora
esse capolino sotto Costante, e poscia sotto Teodosio e Valentiniano
imperatori, ed anche sotto Onorio si aprì ai gladiatori in Roma il
Coliseo. — Fu in siffatta occasione che avvenne scena in cui tutto si
pare il coraggio e l’entusiasmo cristiano.
Era l’anno 404 dell’Era Cristiana, quando questi ludi si offerivano
nell’Anfiteatro Flavio in Roma. Quivi, venuto dall’Asia, era un monaco
di nome Telemaco, e avuto notizia che il sanguinoso spettacolo seguiva
in un determinato giorno, vi si recava animato dal più santo zelo,
e quando essi appunto fervevano, immemore d’ogni umano riguardo,
precipitatosi nell’arena e gittatosi fra le coppie de’ combattenti,
in nome del suo Divino Maestro e della cristiana carità, tentava
disgiungere i gladiatori e farli cessare dal sangue. Sollevavansi a
quell’atto furibondi gli spettatori, che si vedevano sturbato il loro
migliore divertimento, e dato di piglio alle pietre, lapidarono colà il
monaco generoso. — Di ciò si valse appunto l’imperatore Onorio, perchè,
proclamato Telemaco martire della fede, si avesse a richiamare alla più
severa osservanza l’editto di Costantino.
I gladiatori adunque scomparvero di tal modo, quantunque le
caccie degli animali feroci durassero sino alla caduta dell’impero
d’occidente[176], e cessarono pure le persecuzioni contro i credenti
del Cristo. «Voi che vi lagnate — sclama Cesare Cantù — perchè i
simboli della passione del Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate
quanto sangue v’abbiano quelli risparmiato»[177].
A compir le notizie che riguardano i ludi del Circo e dell’Anfiteatro,
mi resta a dire delle _sparsiones_ e _missilia_, che accompagnavano
quasi sempre gli spettacoli che offerivansi in essi, quando chi ne
sosteneva le spese erano il principe, o i maggiorenti della repubblica
o dell’impero.
Queste _missilia_ e _sparsiones_ erano doni che si facevano al
popolo da chi dava i giuochi. Distribuivansi a mezzo di tessere di
legno, sulle quali stavano scritte le cose cui davano diritto, lo che
recherebbe l’idea d’una gratuita lotteria, quando però non fossero
gli oggetti stessi, i quali allora si venivano con gran tafferuglio
disputando. I valori e la spesa per siffatti regali quali fossero,
possiam raccogliere da Svetonio, là dove tratta delle _missilia_ e
delle _sparsiones_, distribuite da Nerone. «Nei giuochi, scriv’egli,
per l’eternità dell’impero che Nerone appellò massimi, persone dei
due ordini e dei due sessi sostennero parti divertenti. Un notissimo
cavalier romano sedendo su d’un elefante trascorse su d’una corda
distesa (_cathadromum_) in direzione obliqua. Si recitò una commedia
d’Afranio intitolata _L’incendio_ e si abbandonò agli attori il
saccheggio d’una casa divorata dalle fiamme. Ogni giorno si facevano
al popolo tutte sorta di larghezze (_sparsa et populo missilia_), si
largheggiavano a lui buoni pagabili in grani, vestimenta, oro, argento,
pietre preziose, perle, quadri, schiavi, bestie da soma, animali
addomesticati, e finalmente si giunse per pazza liberalità a regalare
vascelli, e perfino isole e terre[178].»
E così fece dopo anche Tito, ammanendo ludi e feste per cento giorni,
nella dedica dell’Anfiteatro Flavio da lui compito; come prima di
essi, un semplice privato, Annio Milone, quello stesso che fu difeso da
Cicerone, sprecò tre patrimonj per gli stessi dispendj. Probo, figlio
di Alipio, pretore; Simmaco pretore del pari, per non dir di tutti,
profusero, al medesimo scopo di Claudio di blandire il popolo, infiniti
tesori.
Come visitando il Coliseo e gli anfiteatri di Verona e di Nola; così
pure vedendo quello di Pompei, il quale ne è il meglio conservato,
e che tutto ciò che ho in questa pagina brevemente passato in
rassegna rammenta, dinanzi a cosiffatte superbe costruzioni, non puoi
disgiungere dal sentimento d’ammirazione, quello della compassione per
le miriadi di vittime umane che dentro di essi vennero sagrificate,
e per la sciagurata condizione che è fatta dalla fortuna agli uomini
d’essere gli uni di ludibrio e spettacolo agli altri, questi destinati
a servire d’incudine, quelli a valer da martello.