14. =Carattere generale della cultura scientifica del Medio Evo.= — La
coltura scientifica nel Medio Evo — in quest’età piena di disordini,
d’invasioni esterne, di torbidi interni —; la coltura scientifica,
diciamo, come ogni forma di coltura, decade profondamente. I suoi
caratteri più visibili sono i seguenti:
_a_) Fin adesso le singole scienze si erano andate specializzando, e
avevano via via assunto una fisionomia propria; ora, invece, ciascuna
perde la sua fisionomia e tutte tornano ad uno stadio indistinto,
per cui l’una si confonde ed infonde nell’altra. Non si avrà più
una scienza matematica, fisica, medica ecc., ma si avrà una scienza
universale che abbraccia tutto il sapere, fortemente ridotto e
indifferenziato, dell’epoca. _La scienza cede il posto all’enciclopedia
universale_. Insigne monumento letterario fra tutti gli altri, ma che
reca anch’esso, in modo solenne, l’impronta di questo preciso carattere
della scienza medievale, è la _Divina Commedia_ di Dante Alighieri.
_b_) Nell’antichissimo Oriente le scienze erano state impacciate
e ingombre di prevenzioni religiose. Nel periodo classico greco, i
progressi della scienza erano stati impacciati dall’eccessivo speculare
filosofico in luogo del paziente osservare e sperimentare. Il periodo
greco-ellenistico aveva decisamente rotto con questo andazzo. La
scienza aveva tralasciato di proporsi il problema ultimo dell’essere e
aveva preferito ricercare le leggi di gruppi singoli di fenomeni.
Ora, invece, si torna all’antichissimo indirizzo. Ora, come
nell’Oriente classico, la scienza è asservita alle dottrine e agli
insegnamenti religiosi. In tempi, come furono i secoli del Medio Evo,
di ardente fede cristiana e dominati dall’autorità grandissima della
Chiesa, non poteva accadere altrimenti. Il primo compito del pensatore
medievale è credere; il secondo è intendere. Ma bisognerà intendere
solo per meglio credere! Tuttavia, se la formula della fede è quella
fissata dalla rivelazione dell’Evangelo, legittimamente interpretata
dalla Chiesa, non si mancherà di cercare di dimostrarla anche con
gli aiuti del pensiero laico. E giacchè tra i pochi libri superstiti
dell’antica, sempre onorata, coltura classica il primo posto è tenuto
dalle opere di filosofia di Aristotele, i concetti fondamentali
dell’aristotelismo sono ora adoperati a cementare l’edifizio del
pensiero della filosofia cristiana.
Tale il carattere del grosso della filosofia medievale, o, per lo meno,
della così detta _scolastica_:[46] la corrente più ampia, di filosofia
medievale, che mette capo all’opera del suo massimo filosofo, S. Tomaso
d’Aquino (1227-1275), e i cui criterii regoleranno quasi tutta la
scienza medievale.
_c_) Ma non solo è ora falsato il contenuto della scienza, bensì anche
il metodo per arrivarci. Assolutamente, non si studiano più, non più
si osservano ed esperimentano i fatti, come Aristotele aveva inculcato
e la scienza ellenistica praticato; non se ne elaborano i resultati
con l’aiuto della libera ragione. Ma si cerca di creare la scienza,
deducendone concetti e leggi da nozioni generali di filosofia o da
postulati religiosi. Anche da Aristotele, ossia dalle regole che egli
aveva assegnate all’umano ragionare, sono tratte ora le norme, con
cui allacciare, attraverso i suoi anelli la nuova catena di deduzioni
scientifiche. Così, privata di due dei suoi necessari elementi —
l’osservazione e l’esperimento — la scienza medievale costruirà
dottrine puramente formalistiche, e tanto vuote quanto presuntuose,
come quelle che si ritenevano fondate su teoriche superiori e
infallibili.
Questo complesso di presupposti filosofici e di nozioni
pseudo-scientifiche sarà intitolato ad Aristotele: sarà detto
l’_aristotelismo_ medievale, tanto diverso dallo spirito del vero
Aristotele, e contro cui la scienza dovrà lungamente combattere quando
vorrà risorgere.
Una netta distinzione va però fatta, nel Medio Evo, fra la coltura
scientifica del mondo arabo e la coltura scientifica del mondo
cristiano occidentale. La decadenza, di cui parliamo, si riferisce
specialmente a quest’ultimo, ove pure, specie grazie al pensiero greco,
la scienza era dapprima nata è salita a grande altezza. Il mondo
arabo invece, ossia quella parte dell’Asia Occidentale, dell’Africa
settentrionale, e, più tardi, la Spagna, conquistate nei secc. VII-VIII
dal nuovo popolo semitico degli Arabi, non perde i contatti con la
scienza greca, ne diviene, anzi, l’erede, si sforza di conoscerla,
diffonderla, approfondirla.
Qui, più che di decadenza, deve parlarsi di arresto, di stasi. E la
prima rinascita scientifica dell’Occidente sarà dovuta alle influenze
arabe.
15. =La coltura scientifica nell’alto Medio Evo= (secoli VI-XII): _A_).
_Nel mondo cristiano_. — Dopo la fine dell’Impero romano d’Occidente,
in Europa, il culto delle matematiche si spegne completamente per
circa un secolo. Il matematico non è che un astrologo, un indovino, un
ciarlatano, la cui scienza è interdetta ufficialmente dai nuovi governi
barbarici. Un solo personaggio è da menzionare tra la fine del sec. V
e i primi del sec. VII: _Severino Boezio_ (480-524), una delle vittime
della reazione degli ultimi anni del re ostrogoto in Italia, Teodorico.
Egli fu autore di un operetta famosa, scritta in carcere, _La filosofia
consolatrice_ (_De consolatione philosophiae_), ma scrisse anche due
libri di aritmetica e di geometria, riassunto di matematici greci,
specie di Euclide. Or bene, _nella sua geometria, egli ci fa cenno
della conoscenza, presso gli antichi_ (egli dice i Pitagorici), _di
cifre, somigliantissime a quelle usate dagli Arabi d’Occidente_ (i così
detti numerali _Gubar_), che sono le progenitrici delle nostre cifre.
Noi non riusciamo, neanche oggi, a spiegare in che modo la notizia di
tali cifre fosse penetrata nella coltura matematica dei Romani del
Medio Evo. Tuttavia, a parte questo particolare, che c’impressiona,
la _Geometria_ di Boezio, l’ultima opera matematica romana, dell’evo
antico e la prima dell’evo medio, è di scarsissimo valore. Contiene
gli enunciati del primo libro di Euclide, di poche proposizioni del
terzo e quarto libro senza dimostrazione. Alquanto migliore è la sua
_Aritmetica_. Tuttavia, l’una e l’altra rimasero in Occidente, per
circa sette secoli, come l’unica fonte di questo genere di coltura
scientifica.
Le discipline matematiche, come la coltura dell’epoca risorgono, nel
sec. IX, al costituirsi dell’Impero carolingio, che rinnova nella
storia medievale la stessa funzione, che avea avuta l’antico Impero
romano: quella cioè di costituire, in mezzo a un mondo barbarico,
un’oasi di pace e di civiltà. Or bene, nella riforma della istruzione
dell’Impero, fatta da Carlo Magno, e di cui il merito principale è
da attribuire al monaco anglosassone _Alcuino_ (735-804), che fu
come il suo ministro della istruzione pubblica, noi troviamo che
le nuove scuole, nel corso superiore (il _quadrivio_), hanno anche
l’insegnamento dell’aritmetica, della geometria, dell’astronomia.
Egli, Alcuino, compose, a questo proposito, una raccolta di problemi
dal titolo — _Quesiti per aguzzare l’ingegno dei giovani_ —, ed egli
stesso, con altri, fu incaricato di tenere a Corte delle lezioni di
matematica e di astronomia.
La riforma dell’istruzione, compiuta da Carlo Magno e da Alcuino, ha
carattere principalmente ecclesiastico. Certo, il grande imperatore
volle che anche il popolo potesse istruirsi, e richiese che in ogni
cittadina o villaggio, il prete tenesse scuola gratuita ai fanciulli.
Ma le sue grandi riforme riguardarono le scuole annesse ai vescovati
e ai monasteri, dove monaci e laici, ma specie i primi, avrebbero
coltivato i rami superiori della coltura.
La sua riforma non potè mancare di dare qualche frutto, se non per
la scienza (nella quale non troviamo l’ombra di un progresso, anzi si
rimane lontanissimi dall’altezza raggiunta nel periodo alessandrino),
per la diffusione della coltura. Naturalmente, le tempestose vicende
che l’Impero carolingio dovette affrontare dalla morte di Carlo Magno
alla sua finale catastrofe, nell’887, non erano fatte per incoraggiare
gli studii scientifici. Di peggio avvenne col dissolversi dell’Impero,
e con le lotte che tosto si accesero in ognuna delle tre grandi
sezioni politiche, che ne emersero (Italia, Francia, Germania), fra i
pretendenti alla Corona regia e imperiale.
Soltanto, in sullo scorcio del sec. X, al primo consolidarsi della
monarchia in Francia per opera della Casa dei Capetingi, e, in
Germania, per opera degli Ottoni, si ha una ripresa nel campo della
coltura scientifica.
Anche ora, come nei cinque secoli precedenti, benchè non manchino
scuole laiche, private o sovvenute dai municipii, la coltura vive
specialmente all’ombra dei conventi, e nelle scuole ecclesiastiche
(vescovili e monastiche). Non a caso, perciò, il più grande dotto del
sec. X è un monaco — _Gerberto_ (940-1003, che sarà poi papa _Silvestro
II_) — matematico, astronomo, fisico ecc. La sua celebre scuola ebbe
sede a Rheims; vi si insegnavano tutte le discipline scientifiche del
tempo; vi si davano esperimenti di fisica, e a lui si attribuisce la
costruzione di organi idraulici. Egli stesso scrisse di matematica
(non andò tuttavia oltre il segno a cui era giunto Boezio), e ricercò
dovunque libri antichi di scienza, divenuti ormai rarissimi.
Proprio, a motivo della sua scienza e delle sue pratiche scientifiche,
la vita di Gerberto fu agitatissima. Il volgo lo riteneva uno stregone;
le autorità ecclesiastiche lo colpirono più volte. Ma è innegabile la
sua influenza sui suoi contemporanei e sui dotti dei due secoli a lui
successivi: i secc. XI e XII. In questo lungo periodo la scuola di
Rheims fu la mèta del pellegrinaggio degli amatori della scienza di
ogni Paese; i quali, tornati in patria, vi diffondevano il sapere che
colà avevano attinto.
Una speciale importanza ebbe il fatto che, nella sua scuola di Rheims,
Gerberto aveva insegnato anche le dottrine filosofiche di Aristotele,
che però egli non conosceva direttamente, ma attraverso quanto ne
tramandavano gli scrittori latini, specie Boezio. L’amore, che egli
seppe istillare per Aristotele, fu così grande, che i suoi discepoli
furono invogliati a ricercarne direttamente le opere, e le chiesero,
più che alla letteratura greca, di cui si era scordata la lingua, alle
traduzioni arabe. Dal che dovevano venire profondi rivolgimenti.
La ignoranza scientifica, che fin ora abbiamo notata presso gli
Occidentali nell’alto Medio Evo, nei riguardi delle scienze più nobili
dell’antichità — la matematica, e l’astronomia — è forse ancor più
profonda nei riguardi della fisica, della chimica, della zoologia,
della botanica.
Non soltanto la parola _fisica_, ma il contenuto stesso di questa
disciplina, viene ora giudicato come qualcosa di abietto — quale cura
volgare delle cose materiali —, anzi di contrario alla religione e
alla scienza divina. Quindi la «fisica» fu fieramente avversata dalla
Chiesa, nè il clero, nelle cui mani era tutta la coltura del tempo,
volle occuparsene. Gli eretici medievali sono denominati _epicurèi_,
ed eretica è considerata la più grande teoria fisica dell’antichità —
quella atomica —, insegnata da Democrito e da Epicuro.
Tuttavia l’atomismo non è spento, e noi troviamo un fisico, un monaco,
_Guglielmo de Conches_ († 1150), il quale, pur senza pronunziare il
nome aborrito, è un ripetitore della teoria atomica.
Ma la condanna morale della religione e della Chiesa contro gli studii
di fisica non risultava sufficiente. Gli oscuri contravventori dovevano
essere numerosi. Perciò, con l’organizzarsi della _Inquisizione_, in
sui primi del sec. XIII, fu inferto un colpo mortale allo studio della
fisica: nel 1245 i Domenicani lo proibirono assolutamente in seno al
loro ordine. In tema di fisica non si può nè ricercare nè speculare;
si deve star paghi alla teoria enunciata da _S. Tommaso d’Aquino_
(1227-75), il massimo filosofo medievale, la quale, in fondo, è una
teoria aristotelica. Che, cioè, la materia è inerte, priva di energia
interna, e la vita, il moto delle cose, non dipendono da essa, ma dallo
Spirito, dalla Volontà suprema che regge il mondo, e ch’è la vera causa
di ogni così detto fenomeno fisico.
Unico, nuovo strumento fisico, introdotto nell’Europa medievale, è
la _bussola_; il che fu dovuto alle superiori esigenze delle città
marinare italiane. La sua prima menzione risale al sec. XII, ma essa ne
è certamente anteriore. Gli Amalfitani pare ne fossero gli introduttori
in Occidente, avendola conosciuta presso gli Arabi, che a loro volta,
forse, l’avevano appresa dai Cinesi. Essa era, allora, grossolanamente
formata da un ago calamitato, collocato sur un assicella di legno o
in una cannuccia galleggiante sull’acqua. L’Amalfitano _Flavio Gioia_
(secc. XIII-XIV) non fu dunque l’inventore, ma solo il perfezionatore
della bussola.
Col decadere o col disparire dell’attività industriale in Occidente,
manca l’incentivo a qualunque speculazione ed esperienza di chimica.
Solo verso i secc. XI-XII, sotto l’influenza dell’alchimia araba,
che, attraverso la Spagna e l’Italia meridionale, passa nell’Occidente
cristiano, comincia a svilupparsi un’alchimia cristiana.
Analogamente, l’unico scritto, che possa avere attinenza con le scienze
così dette naturali (zoologia e botanica) è un libro de _Le Origini_
del vescovo di Siviglia, _Isidoro_ (a mezzo il sec. VII), in cui quelle
discipline dimostrarono di essere precipitate in uno stadio ancor più
caotico che non negli ultimi secoli del periodo romano.
Unica scienza, che sornuota all’universale naufragio, è la medicina,
grazie alla sua importanza pratica.
Le scuole mediche non furono, come le altre, in cui s’impartiva la
restante cultura scientifica, vietate dalle autorità ecclesiastiche,
o perseguitate dai Barbari, o trascurate dai principati barbarici
medievali. In tutto l’Occidente, nel corso dei secc. X-XII, si hanno
scuole di medicina nei chiostri, tal quale come, un tempo, in Grecia,
prima di Ippocrate, e fuori di essi. A Milano, nell’VIII secolo,
si insegnano le dottrine di Ippocrate e di Galeno; nelle abbazie
di San Gallo (in Francia) e di Monte Cassino, in Italia, si copiano
manoscritti medici antichi. Ma la _Scuola medica_ più gloriosa è quella
che si istituisce, non sappiamo precisamente quando, certo prima del
mille, in Salerno, capoluogo dell’omonimo principato longobardico, dove
gli insegnamenti medici si ispirano a Galeno; dove si narra ci fossero
anche donne diplomate in medicina; dove si impartiscono precetti
medici, che fanno testo, e richiamano l’attenzione di principi indigeni
e stranieri, quali il re d’Inghilterra; una scuola, insomma, che più
tardi attirerà su di sè il favore e la protezione dei sovrani normanni,
prima, dei monarchi svevi, poi.
Gli è appunto in questo tempo, ossia nell’età di Federico II di
Svevia (primo cinquantennio del sec. XIII), che la cultura dell’Europa
cristiana occidentale entra in diretto rapporto con la cultura araba.
_B_). _Gli Arabi e la coltura (secc. VII-XII)._ — Mentre le tenebre
dell’ignoranza calavano sull’Europa occidentale, si fondava in Oriente
l’Impero arabo, il quale, nei sec. VII-VIII, si stendeva già sulla
Persia, sulla Mesopotamia, la Siria, l’Egitto, su tutta l’Africa
settentrionale e, in Occidente, anche in Spagna.
Alla dinastia dei Califfi Abassidi toccò la massima parte — tutta la
sezione orientale — di questo vasto impero, ed essi posero la loro
capitale in Bagdàd sull’Eufrate, non lungi dall’antica Babilonia,
e perciò in sede adatta ad accogliere le correnti della civiltà
ellenistica, ossia della civiltà greco-orientale, che da Alessandro
Magno si era sparsa per tutto l’Oriente, e della civiltà indiana,
rimasta fin allora come isolata dal mondo.
Essi, a differenza dei principi dell’Europa occidentale loro
contemporanei, furono grandi mecenati, sommi protettori delle scienze
e delle arti.[47] Alla loro Corte si raccolsero scienziati greci,
persiani, indiani; essi fecero ricercare, studiare e tradurre le
principali opere della scienza greca antica, e, se non sempre gli Arabi
ne continuarono con nuovi progressi i resultati, ne furono — essi i
barbari di ieri — i più fedeli custodi.
L’efficacia dell’opera loro non cessa coi secc. XII-XIII, allorquando
il mondo arabo orientale subì delle gravissime traversie, attaccato
dai Cristiani con le Crociate, in Spagna e nell’Asia occidentale, e dai
barbari, Turchi e Mongoli, nell’Asia orientale. Sotto i colpi di questi
ultimi, barbari ferocissimi, finisce, anzi, il califfato di Bagdàd
(1258). Ma gli Arabi, da un lato, consegneranno all’Occidente cristiano
la fiaccola del sapere, che soli per sette secoli avevano custodita,
dall’altro, lascieranno in eredità ai Mongoli conquistatori la stessa
passione della coltura, da cui essi erano stati presi. E le Corti del
famoso _Gengiskan_, nel sec. XIII, e poi, un secolo più tardi, quella
del terribile _Tamerlano_ (in Samarcanda) rivaleggeranno per splendore
di mecenatismo con quelle arabe, che le avevano precedute.
Bagdàd non fu l’unico centro della coltura araba. In Egitto essa
ebbe sede in _Cairo_, la nuova città araba, che detronizza la greca
Alessandria, e dove, specie per opera dei Califfi Fatimidi, viene
fondata una biblioteca più grandiosa di quella di Alessandria. Nella
Spagna, dove non dominarono gli Abassidi, ma i Califfi Omiadi,
fiorirono scuole luminose: a Siviglia, Cordova, Granata, Toledo,
altrove.
_C_). _La coltura scientifica degli Arabi: a) Matematica e Astronomia._
— Le due scienze, nelle quali gli Arabi si segnalarono specialmente,
furono le matematiche e l’astronomia. Essi ebbero il vantaggio di poter
fondere insieme i progressi compiuti in matematica e in astronomia,
dai Greci, alle cui opere attinsero direttamente, con quelli, compiuti
dagli Indiani. Al principio del sec. X tutti gli scritti principali dei
matematici greci — in primo, gli _Elementi_ di Euclide, l’_Almagesto_
di Tolomeo, e poi le opere di Apollonio, Archimede, Erone, Diofanto —
erano tradotte in arabo, e gli Arabi si erano appropriati di tutte le
conquiste matematiche del genio greco. D’altro canto essi leggevano le
opere matematiche degli Indiani,[48] e da loro ritraevano il sistema di
numerazione e le progredite cognizioni algebriche (cfr. § 4).
Singolare è la storia delle _cifre_ così dette _arabiche_ (le quali
poi sono indiane), che gli Arabi adottarono, e che da loro sono passate
a noi. Gli Indiani non usarono un sistema di numerazione identico per
tutti i luoghi e per tutti i tempi. Fin dal secondo secolo di C., essi
possedevano nove segni per indicare i primi nove numeri, ma non lo
_zero_, elemento fondamentale della futura numerazione indiano-araba,
e della nostra attuale, come quello che, pur non avendo valore, serve
a dare un differente valore alle cifre cui si raccosta. Queste cifre
pare siano state conosciute in Occidente (cfr. § 15 _A_), e certo
furono adottate dagli Arabi di Spagna col nome di _numerali gubar_.
Più tardi, verso l’ottavo secolo di C., non solo la forma delle antiche
cifre indiane è cambiata, ma ad esse si è aggiunto lo _zero_ nella nota
forma di cerchietto: tali sono i numerali, che furono adottati dagli
Arabi d’Oriente. Modificazioni ulteriori trasformarono le cifre indiane
nei moderni segni detti _devanagari_, che anche gli Arabi accolsero e
trasmisero a noi, porgendoci così il mezzo di eseguire rapidamente le
operazioni aritmetiche con l’usare una serie brevissima di dieci segni
numerici, ma fondata sul principio che una cifra, scritta a sinistra di
un’altra, acquista un valore dieci volte maggiore.[49]
Più tardi, però, ossia fin dal sec. IX, gli Arabi vantano, oltre alle
traduzioni greche, opere originali.
Quale il valore e il contributo, recato direttamente dagli Arabi
alle matematiche e all’astronomia? Il loro merito è, diremo così, di
carattere più estensivo che intensivo. Essi acquistarono una conoscenza
completa di tutto quanto i Greci avevano scoperto nelle matematiche;
ma, eccezion fatta della trigonometria, che perfezionarono, che
trattarono per i primi indipendentemente dall’astronomia, e a cui
dettero la forma attuale, essi lasciarono immutate, quali le avevano
ricevute dai Greci, le altre parti della geometria. Per contro, avendo
appreso l’algebra dagli Indiani, l’applicarono alla geometria, e si
spinsero fino alla soluzione delle equazioni di 3º grado mediante
costruzioni geometriche. Come si vede anche da quest’unico esempio, gli
Arabi non trattarono separatamente geometria ed algebra, ma l’una col
mezzo dell’altra, precorrendo e fissando in tal modo uno dei caratteri
della matematica moderna ed anche molti dei progressi della geometria,
dopo il sec. XVI.[50]
Dell’astronomia gli Arabi ebbero bisogno, forse più che delle
matematiche, perchè certe norme religiose richiedevano la conoscenza
della direzione in cui si trova la Mecca; perchè i digiuni e le
festività maomettane dovevano farsi in corrispondenza delle fasi
lunari; perchè la mirabile trasparenza del cielo orientale invita
naturalmente alle osservazioni astronomiche; infine perchè, specie
le civiltà orientali, con cui gli Arabi entrarono in intimo contatto,
credevano fermamente che i moti degli astri, le eclissi ecc. avessero
influenza sul destino degli uomini e che si potesse predire il futuro
delle vicende umane (cfr. §§ 2 _A_; 3 _A_).
Per ciò gli studii astronomici furono, presso gli Arabi, in gran voga,
e, oltre a voler tradotte le opere degli astronomi greci, i principi
arabi fondarono osservatorii astronomici (a Damasco, Bagdàd, Cordova)
e fecero istituire serie, continuate e metodiche, di osservazioni. Si
ebbe perciò campo di correggere e perfezionare le tavole astronomiche
greche e gli istrumenti fin allora conosciuti e adoperati; si applicò,
infine, largamente, la matematica all’astronomia.
Come abbiamo accennato, anche quando, in Oriente, il dominio dei
Califfi cedette il posto a quello dei Mongoli, l’eredità della loro
scienza — specie in astronomia — rimase intatta, e gli astronomi
di Gengiskan usavano strumenti, per grandezza e per costruzione,
superiori, forse, a quelli usati dagli Europei nell’età di Copernico
(sec. XVI).
Tuttavia deve dirsi che nessuna grande scoperta può essere attribuita
all’astronomia araba. Gli Arabi assimilarono le idee altrui, le
perfezionarono, le corressero, in quanto erano osservatori pazienti
e calcolatori abilissimi. Ma nulla più: il massimo dei servizi, reso
dagli Arabi all’astronomia, può dirsi questo: ch’essi conservarono e
tramandarono all’età moderna la scienza greca, la quale senza di loro
sarebbe forse andata dispersa.[51]
Ecco qualche nome di matematici-astronomi arabi: _Maometto ben Musa al
Hovarezmi_ (sec. IX), _Al Battani_ e _Abul Wafa_ (sec. X), _Gebar, Omar
Al Hayami_ (secc. XI-XII), _Nassir Eddin_ (sec. XIII), astronomo di
Gengiskan; _Zerkakali_, in Spagna (sec. XI), ecc.
_D_). _Fisica e Chimica._ — Come in astronomia e matematica, così
anche in fisica, gli Arabi furono fedeli discepoli dei Greci, le cui
dottrine essi continuarono, e, in qualche punto, perfezionarono. Ma in
verità essi trattarono a fondo un solo ramo della fisica: l’ottica.
Notevolissimi, ad esempio, furono gli studii di ottica di _Al Hazen_
(secc. X-XI), che scrisse appunto un’_Ottica_. Egli sostenne, e, per la
prima volta, in modo preciso, che il fenomeno della visione non dipende
da raggi luminosi, che partano dall’occhio, ma al contrario, da fasci
di raggi luminosi, in forma di piramide, che si partono dall’oggetto,
e penetrano nell’occhio, aventi come vertice il punto dell’oggetto
da cui muovono e come base la pupilla dell’occhio. Egli è il primo
fisico che ci abbia dato una descrizione particolareggiata dell’occhio
umano. Non basta: nella sua _Ottica_, pigliando le mosse da Tolomeo,
egli ristudiò a fondo le leggi della propagazione, della riflessione e
della rifrazione della luce. Famoso è il problema di ottica che porta
il suo nome (_il problema di Al Hazen_): _data la posizione di un
punto luminoso e dell’occhio, trovare il punto nello specchio (sferico,
cilindrico, conico), in cui avviene la riflessione_.
Altri dopo di lui tornò a studiare i fenomeni dell’ottica, del calore,
della meccanica (specie la questione del peso specifico). Tuttavia,
gli Arabi non aggiunsero nulla alle teorie fisiche greche in questi
altri campi. Non si può dire neanche che circa ai concetti di materia
e di forza, e ai loro rapporti, si discostassero dai Greci. Aristotele
rimase il loro esclusivo maestro, ed anch’essi, come Aristotele,
opinarono per il dualismo di questi due elementi (cfr. § 8 _A_).
Per contro, una disciplina, nella quale gli Arabi vennero considerati
maestri, fu la _chimica_ od _alchimia_, parola, quest’ultima che
infatti, avvertimmo, significa semplicemente _la chimica_.
Con gli Arabi, ossia sotto il dominio dei Califfi, la chimica, quale
scienza sperimentale, si stacca nettamente dalla chimica industriale
e diviene una scienza a sè, coltivata non più da mestieranti o da
artigiani, ma da colti scienziati operatori.
Il più grande chimico o alchimista arabo è _Gebar_,[52] le cui opere
sono numerose e, per la chimica araba del Medio Evo, fondamentali.
Sua teoria, chiave di ogni altra era questa: che tutti i metalli sono
composti di zolfo, di mercurio (solo più tardi l’alchimia vi aggiungerà
il sale e l’arsenico, che però spesso verrà confuso con lo zolfo), e
le loro differenze dipendono dalle proporzioni relative e dal grado di
purezza di questi due loro componenti. Ma lo _zolfo_, il _mercurio_, di
cui Gebar parla, _non sono le sostanze, che noi conosciamo e che così
denominiamo; sono invece le quintessenze delle medesime_. Il mercurio
rappresenterebbe il _principio_ della fusibilità, della lucentezza,
della malleabilità; lo zolfo, il _principio_ della combustibilità e del
colore. _Chi perverrà a isolare queste quintessenze, questi principii
potrà fabbricare tutti i metalli._
Questo è uno dei concetti capitali della chimica nel Medio Evo. Sulla
traccia segnata dal Gebar, lavorarono gli Arabi di Oriente e di Spagna
dei secc. IX-XI — _Rhazes, Avicenna, Albiruni_ —, sì che deve dirsi
che, se egli fu uno dei primi e il più grande, non è punto l’unico
chimico arabo.
Quei dotti conoscevano e praticavano comunemente gran numero dei
nostri processi chimici (distillazione con l’alambicco, sublimazione,
calcinazione, filtrazione); preparavano molte sostanze saline
(carbonato di soda, potassa, sale ammoniaco, nitrato di argento,
allume, sublimato corrosivo, ossia _bicloruro di mercurio_);
conoscevano il modo di preparare taluni acidi (aceto, acqua ragia,
vetriolo).
Ma tutte queste conoscenze dovevano, secondo i chimici arabi, non
restare fine a se stesse. Dovevano, da un lato, servire alla medicina
(i chimici furono in buona parte medici); dall’altro, e principalmente,
servire a raggiungere lo scopo supremo della conquista del sovrano
reagente, con cui trasmutare tutti i metalli vili in oro o almeno in
argento.
Questo reagente molti alchimisti dicevano di averlo trovato. Esso
sarebbe stato la _pietra filosofale_. Ma, se su di essa si davano
formule misteriose, nessuno all’infuori degli interessati ebbe la
fortuna di vederla e toccarla.[53] È chiaro come, avviata su questa
strada, la chimica dovesse cadere in mano di falsari, di ciurmadori,
o anche, semplicemente, di visionari. Ne seguì che, non ostante il
gigantesco lavorio chimico che gli Arabi iniziarono, o a cui dettero
un grande impulso, e che durerà fino al sec. XVIII, le imposture e le
illusioni vi si mescolavano in tale e tanta copia, da nascondere quasi
completamente i resultati utili.
_E_). _Medicina e scienze naturali._ — Al pari di quella chimica,
la letteratura medica degli Arabi medievali d’Oriente e d’Occidente
è immensa, e di non spregiabile valore. Tuttavia deve dirsi che
essa si fonda, al solito, sulla scienza medica dei libri greci del
periodo ellenistico e romano, e assai spesso ne ripete alla lettera
gl’insegnamenti. Fra i Greci del periodo romano, il grande dominatore
della scienza medica è Galeno, e Galeniani sono _Rhazes_ (IX-X sec.),
_Avicenna_ (930-1037), uno dei maggiori intelletti dei secc. X-XI,
matematico, chimico, filosofo, ma sopra tutto medico e autore di un
_Canone della medicina_, attinto sostanzialmente a Galeno, e, con
Avicenna, _Averroè_ (_Maometto ibn Rochd_) (sec. XII), spagnolo e
discepolo ideale di Avicenna, autore, anche lui, di un corso completo
di medicina.
Lo stesso non è a dire della zoologia e della botanica araba. Gli
Arabi arrecarono assai piccolo contributo all’una e all’altra scienza.
Descrissero un certo numero di animali dei paesi, da essi conosciuti
e conquistati, e di piante, cui attribuivano un valore, medicinale o
economico; ma nulla di scientifico in tutto ciò.
_F_). _Valore della scienza araba medievale._ — Il giudizio, che deve
farsi della scienza araba, è identico a quello che può portarsi su
tutta la cultura in genere di questo popolo. La scienza araba, salvo
un po’ nelle matematiche, non ebbe gran che di originale, e diffuse
e seguì fedelissimamente quella greca. Ma questo appunto fu il suo
merito indimenticabile: in un’età, nella quale tanto preziosa eredità
veniva dimenticata e sperduta, essa ne raccolse, e serbò inviolata,
la memoria, e, quando la vitalità storica del popolo arabo si spense,
trasmise intatto all’avvenire il prezioso tesoro.
16. =La scienza bizantina.= — Si deve anche agli Arabi, o piuttosto
alla loro invasione, il fatto che una parte dei dotti greci, sparsi
nelle capitali dell’Oriente, ellenistico e romano, fuggissero atterriti
dinanzi ai conquistatori e si rifugiassero a Costantinopoli, cuore e
cervello del mondo bizantino.
Per tale circostanza si ebbe qui appunto, tra il sec. VII e il
1453 (l’anno della conquista turca di Costantinopoli), il fiorire
dell’ultima scienza greca.
Pur troppo, si tratta di fioritura di scarsissimo valore: la decadenza,
che era cominciata presso i Greci in seno al mondo romano, si aggrava
paurosamente presso i Bizantini. Non ostante la diretta cognizione
della lingua greca, in cui tante opere di scienze erano state dettate;
non ostante i meravigliosi manoscritti antichi, che solo le biblioteche
costantinopolitane possedevano, il contributo dell’età bizantina alla
scienza ellenica è quasi nullo. La vita agitata che per secoli visse
l’Impero bizantino, l’intolleranza religiosa, anzi, peggio ancora, la
volontaria soggezione degli spiriti a numerose limitazioni dogmatiche,
contennero in assai angusti confini lo sviluppo della scienza
bizantina, che si fermò a uno scalino di poco più elevato di quello
della scienza cristiana occidentale e, per valore, rimase lontanissima
dalla scienza ellenistica e da quella araba.
Tuttavia, indirettamente, l’età bizantina giovò molto alla scienza. Da
questo sovrano centro di coltura si diffusero molti dei libri, che gli
Arabi conobbero e tradussero; e di qui, dopo il 1453, si diffonderanno
per il mondo, non solo i libri, ma, altresì, i dotti greci, che in
ambiente più favorevole coopereranno non poco al risorgere della
coltura scientifica dell’evo moderno.
17. =Cultura arabo-cristiana nei secc. XII-XIV:= _A_). _Considerazioni
generali._ — I secoli XII-XIII registrano un intimo contatto culturale
del mondo cristiano occidentale col mondo arabo, specie con i vicini
Arabi di Spagna. In questi due secoli si traducono parecchie opere
scientifiche arabe in latino. Questo produsse due conseguenze: da un
lato, la coltura medievale cristiana dell’Occidente, la cui lingua
colta era il latino, si mise, attraverso il mondo arabo, in contatto
con la coltura scientifica greca; dall’altro, ricominciò a formarsi
un vero spirito e un acconcio atteggiamento intellettuale, scientifico
presso gli Occidentali.
Si notano perciò alcuni segni di declino nell’impero assoluto, fin
ora esercitato, dalla filosofia scolastica. Accanto alla dottrina
cristiana del mondo e dei suoi fenomeni, fondata sulla rivelazione
dell’_Evangelo_ e illustrata dalla filosofia; in una parola, accanto
alla _teologia_, vengono a collocarsi le dottrine greco-arabiche,
_che procedono secondo i metodi di ragione_ — quella che si disse
la _filosofia in senso ristretto_ — e a cui mettono capo le scienze.
Sorge così, in questo tempo, la strana dottrina delle «due verità»,
per cui ad alcuni problemi, filosofici e scientifici, si dànno ora due
soluzioni: una _vera_, di fronte alla teologia, e una, _vera_ di fronte
alla filosofia, _cioè, posti i principii e i criterii del pensiero
greco-arabico_. In tal modo, mentre fin adesso la rivelazione religiosa
aveva dominato la scienza, questa ora se ne rende indipendente,
ponendovisi a fianco, se non di contro. Inoltre, dalla scolastica
si diramano correnti di pensiero che potrebbero dirsi, e talora sono
dette, eretiche: correnti mistiche e razionalistiche, ma egualmente
rivoluzionarie, ed esse sono appunto quelle preferite dai maggiori
scienziati di questo tempo, come Ruggero Bacone e Raimondo Lullo.
Fra i più grandi traduttori di opere classiche di questa età, si
noverano _Adelardo_ (Athelard di Barth), monaco inglese (sec. XII),
che avrebbe voltato gli _Elementi_ di Euclide dall’arabo, dando così
all’Occidente la prima traduzione di quest’operetta classica; poi
_Platone di Tivoli_ (sec. XII) e sovra tutti _Gherardo di Cremona_
(sec. XII), che tradusse dall’arabo circa 70 opere di matematica e
di astronomia, tra cui l’_Almagesto_ di Tolomeo. Anche in quest’età,
furono tradotte, dall’arabo in latino, quelle opere di Aristotele,
che ancora l’Occidente ignorava, che meno di quelle già note erano
assimilabili dalla teologia cristiana, e che dettero grande impulso
alla coltura scientifica.
Contemporaneamente, venivano fondate in Europa, sin dal principio del
sec. XIII, parecchie università. Prima tra esse sembra sia stata quella
di Parigi (1200). Poi vi seguirono quella di Oxford (1214) e quella di
Napoli, nel 1224, per opera di quel grande principe che fu Federico II.
Ed egli stesso, che ben conosceva la coltura araba, incaricò parecchi
dotti del suo Regno di apprestare traduzioni dall’arabo di opere
scientifiche classiche. Altre Università, fondate nel sec. XIII, furono
Cambridge (1231), Orléans, Padova, Praga, ecc.[54]
_B_). _Matematica ed Astronomia._ — Di tutto ciò si ha una sensibile
conseguenza nel campo delle matematiche. Mentre fin adesso i matematici
erano stati continuatori della scienza greco-romana, e perciò erano
detti _abacisti_ (dall’_abaco_ romano, cfr. § 11 _B_), si hanno, d’ora
innanzi, dei prosecutori delle matematiche indo-arabiche, e saran detti
_algoritmici_.[55]
Tuttavia il più grande matematico del sec. XIII, l’italiano _Leonardo
da Pisa_ (_Leonardo Fibonacci = figlio di Bonaccio_), può dirsi un
autodidatta. Figlio di mercanti, viaggiò in Egitto, Siria, Grecia,
Sicilia, e nel suo _Liber abaci_, primo portò, nell’Occidente
cristiano, le cifre indiane e l’aritmetica indo-arabica. In quest’opera
classica, donde per secoli i matematici attingeranno i materiali dei
loro libri, si trovano illustrati e spiegati: 1) i metodi più perfetti,
allora noti, per il calcolo dei numeri interi e delle frazioni; 2) le
estrazioni delle radici quadrata e cubica; 3) la teoria delle grandezze
incommensurabili; 4) la teoria delle equazioni di 1º e 2º grado.
Il _Liber abaci_ è soltanto un libro di aritmetica e algebra. Leonardo
vi fece seguire un’altra operetta di geometria (_Practica Geometriae_),
in cui raccolse, con metodo perfetto e con eleganza di dimostrazione:
1) quanto al suo tempo si sapeva sul calcolo delle aree delle figure
piane rettilinee e dei poliedri; 2) quanto si sapeva sulla misurazione
del cerchio, della sfera e del cilindro; 3) gli elementi fondamentali
della trigonometria.
Contemporaneo all’italiano Leonardo da Pisa è il monaco francescano
inglese _Ruggero Bacone_ (1211-1294)[56] uno dei più potenti genii del
Medio Evo, che fu professore di matematica e di astronomia ad Oxford, e
cultore, anche, di fisica, astronomia, chimica. Ma la grande importanza
di Bacone non istà nei contributi particolari, da lui arrecati a
questa o a quella disciplina, ma nell’avere, primo nel Medio Evo,
combattuto l’indirizzo della scienza del tempo, che non osava scostarsi
dall’autorità di Aristotele, e nell’aver sostenuto l’importanza
dell’esperimento e del ragionamento matematico nelle ricerche
scientifiche. Sua è la definizione che l’esperienza deve essere
«signora della scienza della speculazione», ossia della filosofia, e
sua fu la massima che «_nulla è possibile conoscere senza esperienza_».
Questo solo bastò a farlo condannare, nel 1280, come eretico al carcere
a vita, donde venne rilasciato circa un anno prima della sua morte, e
basta a fare di lui un glorioso precursore della scienza moderna.
Intorno a questi due uomini sommi sta una folla di figure minori, ma la
cui presenza e la cui operosità mostrano come adesso, in tutta Europa
— Italia, Inghilterra, Germania — le scienze matematiche, grazie a
una più intima conoscenza delle opere greche ed arabe, progrediscono
lentamente. Non più, in questi ultimi secoli del Medio Evo, le scarse e
superficiali conoscenze di Beozio e di Isidoro di Siviglia, ma notizie,
ampie e precise, attinte dagli Arabi, o anche scritti originali, come
quelli di Leonardo. Sopra tutto, notevole e feconda è la intima unione
della geometria con l’algebra, che gli Arabi avevano iniziata e che
Leonardo consacra.
I Fiorentini dei secc. XIII e XIV, grandi mercanti e viaggiatori
cosmopoliti, aggiunsero un altro elemento di progresso, con la
semplificazione delle operazioni e con le prime nozioni di aritmetica
commerciale. _Essi per primi introdussero nei libri di aritmetica le
regole del tre semplice e composta, del guadagno e della perdita, di
società, di sconto_, ecc.
— L’influenza della coltura araba sulla astronomia non fu meno
grande che sulle matematiche. La graduale conquista cristiana della
Spagna araba ebbe per contracolpo l’assoggettamento dei vincitori
alla scienza dei vinti Arabi. A Toledo, fin dal sec. XI, era stato
pubblicato un prezioso volume di tavole astronomiche compilate
sotto la direzione dell’astronomo arabo _Arzachel_, ch’è l’opera
più notevole dell’astronomia araba. Or bene, nel sec. XIII, re
Alfonso X di Castiglia, appena ebbe riconquistato alla cristianità
Toledo, si affrettò a riunirvi un corpo di dotti, ebrei e cristiani,
che calcolarono sotto la sua direzione una nuova serie di tavole
astronomiche (_Tavole Alfonsine_, 1252), le quali miglioravano
e correggevano quelle precedenti, ed ebbero grande diffusione in
Europa. Egli stesso fece pubblicare una grande enciclopedia della
scienza astronomica del tempo (_Libros de Saber_), che non è soltanto
una traduzione di testi arabi, ma opera in gran parte originale. Vi
si ritrova un disegno rappresentante l’orbita del pianeta Mercurio
intorno alla Terra, _in forma non già di circolo, ma di ellisse_. Ed è
questo il primo tentativo, che solo Keplero applicherà largamente, di
rappresentare i moti celesti mediante curve, diverse dal circolo.
Nel sec. XIV, nel mondo cristiano occidentale, l’astronomia comincia
a essere coltivata anche fuori della Spagna. Anche il sommo _Ruggero
Bacone_ (1214-1294) in Inghilterra, si occupava di astronomia, e colà
ebbe grande popolarità, senza dubbio superiore al merito, _Giovanni
Halifax_ (latin. _Sacrobosco_), per qualche tempo professore anche
a Parigi. Dal gennaio 1337 al gennaio 1344 sono tutta una serie,
sistematica e interessante, di osservazioni metereologiche di un ignoto
studioso di Oxford. Ma un nuovo, glorioso centro di studii astronomici
sarà la Università di Vienna, fondata nel 1365, da cui usciranno taluni
dei più grandi astronomi della Rinascenza (secc. XV-XVI).
_C_). _Fisica e Chimica._ — Il più grande fisico del sec. XIII è
_Ruggero Bacone_ dianzi citato: _fisico_ nel pieno senso, che il Medio
Evo assegnava questa parola, ossia studioso di tutti i fenomeni che
cadono sotto i sensi e che riguardano la materia. Quale continuatore
e discepolo della scienza araba, egli fu un cultore appassionato di
ottica (le opere di Al Hazen furono al tempo suo tradotte in latino).
Perciò a lui si attribuì — a torto — l’invenzione degli occhiali e,
magari, del telescopio. Vero è, tuttavia, che egli (come farà poco più
tardi Leonardo da Vinci) ci lasciò la descrizione di un gran numero di
meccanismi, dei quali riteneva possibile la costruzione.
Mentre in Inghilterra il pensiero scientifico era così degnamente
rappresentato da Bacone, nell’Italia del sec. XIII, i diritti
dell’esperienza e della scienza sperimentale trovavano un difensore
in un medico, un contemporaneo di Dante, _Pietro d’Abano_ (1250-1315),
professore di medicina a Padova e autore di un _Conciliatore_, specie
di enciclopedia della scienza del suo tempo. A quest’opera, seguendo
Bacone, egli premette una introduzione teorica sulla natura e sul
metodo delle scienze, e questa parte è notevolissima perchè egli, in
Italia, rappresenta in modo eminente il pensiero degli scienziati
laici. Or bene, questa nuova scienza, cui il mondo greco-arabo ha
rivelato i suoi tesori, osa affermare che essa _possiede un proprio
metodo e principii razionali diversi da quelli della teologia, e
che nella ricerca delle cause dei fenomeni naturali non si devono
introdurre concetti teologici e forze soprannaturali_.
Dopo di ciò, Pietro d’Abano espone molte delle verità fisiche del suo
tempo, fra cui, leggiamo queste, ignote agli antichi: che l’aria è un
corpo pesante; che al di là di una certa altezza, l’aria non è turbata
da movimenti; che i corpi celesti sono luminosi perchè forniti di
calore, ecc. ecc.
Egli stesso fu chiamato a insegnare a Costantinopoli, e di là portò in
Italia, aggiungendovi un commento, l’originale greco delle _Questioni
meccaniche_ di Aristotele.
Per tutto ciò, al pari di Bacone, questo grande italiano del sec.
XIII venne (per fortuna, dopo morto) condannato quale eretico, onde
il suo cadavere fu disseppellito, e le sue ceneri vennero sparse al
vento. Contemporaneo di Dante e di Pietro d’Abano, è un altro «fisico»,
un personaggio, la cui memoria rimane, nella storia della nostra
letteratura, popolare per la sua qualità di detrattore della Divina
Commedia e di Dante stesso: _Francesco Stabili_ (1269-1327), detto
_Cecco d’Ascoli_, che anch’egli perì bruciato vivo, in Firenze, come
eretico. Nella sua opera — al solito enciclopedica — _L’Acerba_ noi
troviamo talune cognizioni fisiche, frutto di sue proprie esperienze:
un’esatta idea dell’eco (riflessione di onde sonore) e dell’arcobaleno
(riflessione dei raggi solari o lunari); il concetto esatto che il
tremolìo estivo delle ombre è prodotto dal riscaldamento dell’aria, che
il tuono e il lampo sono due aspetti di un unico fenomeno, ecc. ecc. Ma
da queste enciclopedie — come da altri elementi della scienza fisica
del tempo — può trarsi un’importante conclusione generale: che nel
Medio Evo (come nell’antichità) solo due sono i dominii della fisica
largamente coltivati: la meccanica e l’ottica.
A proposito di ottica, il sec. XIII e l’Italia hanno il merito
incomparabile di una scoperta, che beneficii infiniti doveva recare al
genere umano: gli occhiali di vetro o di cristallo di rocca. Di essi
Venezia divenne tosto il massimo centro di fabbricazione. E a proposito
di meccanica, si conoscono ora — sono, anzi, diffusi — gli orologi
a ruote e a pesi, con soneria, che già gli Arabi conoscevano, e con
meccanismi atti a indicare altri fenomeni (il corso annuo del sole, le
fasi della luna, ecc.), mirabili a vedere e resistentissimi.[57] Anche
di questi oggetti la prima fabbricazione se ne ebbe in Italia.
La bussola viene ora notevolmente perfezionata, essendosi, in sui primi
del sec. XIV, introdotta, nella fabbricazione di questo apparecchio, la
_sospensione_ del magnete in cerchi concentrici mobili (la così detta
sospensione _cardanica_),[58] che fece la bussola veramente utile per
la navigazione in alto mare.
È naturale pensare che il risveglio, economico e industriale, che si
manifesta decisamente in Italia nell’età dei Comuni, e che accenna qua
e là in tutta Europa dopo il sec. XII, abbia ridato vita alla chimica
anche presso gli Occidentali.
Noi conosciamo grandi nomi, di alchimisti cristiani dei sec. XIII-XIV,
che posseggono esattamente i processi fondamentali della chimica:
_Alberto Magno_ (1193-1280), monaco tedesco e maestro del più grande
filosofo medievale S. Tomaso d’Aquino, anch’egli non ignaro di
alchimia, l’universale _Ruggero Bacone_, il suo discepolo lo spagnolo
_Raimondo Lullo_ (1235-1315), un _Pseudo-Gebar_ (sec. XIII), e altri
minori.
In modo particolare le cognizioni e gli esperimenti, di cui ci fanno
testimonianza gli scritti latini, che vanno sotto il nome di questo
falso Gebar, e quelli attribuiti al Lullo, non possono, se autentici,
non sorprendere i chimici moderni, che solo più tardi e con grande
fatica vi sono pervenuti. Pare che il Lullo fosse fra i primi a saper
ottenere l’alcool mediante distillazione; che sapesse disidratarlo
mediante carbonato di potassio, che a sua volta otteneva, calcinando il
cremor di tartaro. Pare che sapesse preparare parecchi estratti e olii
essenziali, buon numero di composti metallici (ad es. il _precipitato
rosso_ e quello _bianco_) e che conoscesse l’azione dell’acido nitrico
(acqua forte) e dell’acqua regia sui metalli.
Quanto poi al pseudo-Gebar, anch’egli conobbe gli acidi minerali: acido
solforico, acido nitrico (acqua forte) e acqua regia.
Gli Italiani occupano un posto a parte nella scienza chimica di questo
tempo. Di loro non si fanno grandi nomi; ma essi ebbero il merito
grandissimo d’essere chimici valenti, anzichè pseudo-scienziati
dell’alchimia. In quest’età di infatuazione superstiziosa alcuni
di loro irridono alla fede degli alchimisti, che si illudevano di
poter trasmutare tutti i metalli in oro, e Pietro d’Abano sentenzia
esplicitamente che «non si può produrre per arte il metallo, nè
trasformarlo». In compenso essi perfezionano i sistemi delle tessiture
e tinture delle stoffe, eccellono nell’arte del vetro, delle false
pietre preziose, dell’oreficeria, nella fabbricazione dei medicinali,
e perfino della polvere pirica _applicata al lanciamento dei
proiettili_.[59] In Firenze, nel sec. XIV, esistono _fabbricanti di
cannoni e di proiettili di ferro_; altrove si fabbricano bombarde; e
di fabbricazione italiana sono le prime armi da fuoco usate in sullo
scorcio del Medio Evo. Gli Italiani stessi sono i primi a conoscere
l’acquavite, l’_acqua forte_ e l’arte di incidere, per mezzo di questa
e dell’_acqua regia_, sui metalli.
In tutte queste cognizioni pratiche e positive di chimica, gli Italiani
del tempo lasciarono anche dei trattati teorici e pratici.
_D_). _Medicina e scienze naturali._ — Le scuole mediche si fanno,
nei secc. XIII-XIV, fitte e numerose. I Normanni e gli Svevi, che
hanno fondato un vasto regno nell’Italia meridionale, sino a poco
prima divisa in molti staterelli e soggetta a parecchi dominatori,
riconoscono e incoraggiano lo _Studio medico_ salernitano, che nel 1252
assume il titolo di Università. Non lungi v’è la Università di Napoli;
più a nord, vi sono le scuole mediche di Roma, Pisa, Siena, Bologna,
Padova, e, fuori d’Italia, Montpellier, Parigi e molte altre.
Queste scuole dànno impulso agli studî di medicina e, tra i grandi
teorici del tempo, ritroviamo i citati _Alberto Magno, Pietro d’Abano_,
e il fiorentino _Taddeo Alderotti_ anch’egli ricordato dall’Alighieri.
Anche la zoologia e la botanica guadagnano in questo estremo scorcio
del Medio Evo; specie grazie ai viaggi di esplorazione del sec. XIII,
nei quali il primo posto è tenuto dai fratelli _Polo_, di cui rese
conto _Marco Polo_ nel suo _Milione_. _Alberto Magno_ è anche un
naturalista, e dalle sue opere di zoologia e di botanica si rileva
ch’egli non si limitava a copiare gli antichi, ma sapeva essere un
osservatore attento e originale.