11. =La scienza nel mondo romano.= — La scienza romana, come la coltura
in genere del popolo romano, ebbe due periodi distinti: _a_) uno che
corrisponde all’incirca ai primi cinque secoli di storia romana (dalle
origini alla conquista dell’Italia meridionale, 754-270 a. C.), nei
quali lo sviluppo del pensiero romano, sebbene contemporaneo a quello
greco, ne rimase quasi del tutto indipendente, e in cui la scienza
romana fu soggetta alle influenze locali, specie a quelle etrusche;
_b_) un secondo periodo, che comincia dalla metà del III secolo a. C. e
va sino al Medio Evo, nel quale la civiltà e le scienze romane furono
profondamente influenzate dalla scienza greca del periodo classico e
del periodo ellenistico.
In questa età, anzi, in cui l’Italia romana dominò tutto il mondo
civile, non si può più parlare di scienza romana, ma della universa
scienza, resa e diffusa in lingua latina o greca. Tuttavia, se è
possibile stabilire in termini generici la distinzione che abbiamo
enunciata, non è possibile trattare con rigore che soddisfi —
separatamente — della scienza romana, nel primo e nel secondo periodo,
perchè tutti i documenti che ce ne rimangono provengono esclusivamente
da quest’ultimo, e perciò vi si trovano confusi insieme elementi
italici ed elementi greci.
Praticamente, è più raccomandabile distinguere le opere di scienza
del periodo romano scritte in latino da quelle scritte in greco — la
lingua, per eccellenza universale, della coltura antica —: come in
realtà faremo nelle pagine seguenti.
_A_). _La coltura scientifica romana._ — Essa fu di valore grandemente
inferiore a quella greca; il che deve probabilmente attribuirsi meno
alle congenite qualità intellettuali del popolo romano, quanto a due
fatti: 1) le difficili vicende che esso dovette affrontare e che non
gli permisero per gran tempo di dedicarsi alla pura contemplazione
scientifica; 2) il fascino dominatore, che su di esso, quando volle
accostarsi alla coltura, esercitarono la scienza etrusca e poi quella
greca.
_B_). _Matematica e Astronomia._ — Le cognizioni matematiche dei Romani
furono scarsissime. La loro numerazione, che noi ben conosciamo,[37]
era probabilmente di origine etrusca. Pei calcoli essi adoperavano
l’_ábaco_: tavoletta suddivisa in colonne, nelle quali, per indicare le
diverse unità del numero da rappresentare, si ponevano tante pietruzze
(_calculi_),[38] quante occorrevano, oppure dei bottoni mobili, cui si
assegnava un diverso valore a seconda il posto che occupavano nella
scannellatura. Con tale sistema la moltiplicazione e la divisione si
facevano per successive addizioni e sottrazioni attraverso un processo
difficile e complicato.
L’aritmetica dei Romani conosceva anche le frazioni e le note regole
dell’_interesse_. La loro geometria era la scienza pratica degli
agrimensori. E anche entro questi limiti, essa si riduce ai problemi
più semplici; manca di definizioni, di concetti fondamentali; molto
spesso, di precisione. Ad es., per calcolare l’area di un fondo o di
una città, i geometri si stavano paghi a misurare la lunghezza del
circuito.
Nessuna traccia di matematica pura. Gli scrittori latini di matematiche
sono tutti posteriori al II secolo a. C., allorchè l’influenza greca
era sensibile. Citiamo, fra essi, taluno illustre in altre discipline,
o che rechi un valore speciale: il poligrafo[39] _M. Terenzio Varrone_
(116-27 a. C.); _Sesto Giulio Frontino_ (46-103 d. C.), ispettore degli
acquedotti al tempo Vespasiano, forse il maggiore tra i matematici
latini; il letterato _C. Apuleio_, un numida del II secolo di C.;
_Marziano Capella_, un cartaginese del V secolo.
Quello che si è detto delle matematiche deve a maggior ragione
ripetersi dell’astronomia. In questo campo il contributo del pensiero
romano è assolutamente nullo. Se si parla di una storica riforma
del calendario fatta da C. Giulio Cesare nel 46 a. C., per cui il
calendario romano, in arretrato di 3 mesi, venne corretto, e per
l’avvenire l’anno solare fu considerato di 365 e 1/4 (esso è in realtà
di 3/400 più breve), ciò si dovette, non già a Cesare, ma all’astronomo
greco Sosigene di Alessandria.[40] E se, nel tardo periodo della storia
romana, si ebbero scrittori di astronomia (il citato _Varrone_, lo
stesso _C. Giulio Cesare, G. Firmino Materno_, il citato _Marziano
Capella_ ecc.), essi furono o dei compilatori di scritti greci, o,
peggio ancora, dei fraintenditori del pensiero greco, di cui non
colgono mai la portata scientifica.
Il fatto stesso che il governo romano ebbe per sua norma di
perseguitare gli «astronomi», certo mettendoli insieme con astrologhi,
maghi e impostori, significa il poco conto in cui tale scienza era
tenuta, e che essa si meritava.
_C_). _Fisica e chimica._ — Meno incolti furono i Romani in fisica e
chimica, discepoli in ciò degli Etruschi. Ma la somma delle nozioni,
di cui li troviamo in possesso, non prova nulla, per il loro valore
scientifico in questi campi. _La loro scienza fisica e chimica,
fu, come in genere tutta la scienza romana, pura erudizione._ Essi
preferivano rielaborare dottrine e cognizioni altrui, specie greche, di
quello che scoprire nuovi fatti e nuove leggi scientifiche.
Le _teorie atomiche_ di Democrito e di Epicuro vennero divulgate
nel mondo romano dal grande poeta _Tito Lucrezio Caro_ (95-52 a.
C.) in un poema famoso, _La Natura_. Ma, oltre all’organico sistema
scientifico che qui si illustra ed espone, è possibile cogliere,
attraverso le opere letterarie e di compilazione scientifica dei Romani
(_L’Architettura_ di _Vitruvio_, vissuto nell’età di Augusto e Tiberio;
le _Questioni naturali_ del filosofo _L. Anneo Seneca_ (2-66 d. C.)),
le quali, se piccolissimo ne è il valore scientifico, furono adoperate
nel Medio Evo come testo di fisica; la universale enciclopedia, ch’è la
_Storia naturale_ di _Plinio il Vecchio_ († 79 d. C.), ecc.), numerose
nozioni di fisica e di chimica che i Romani possedevano. Le meno comuni
di tali cognizioni riguardano: _a_) le proprietà magnetiche (comprese
quelle repulsive) della calamita; _b_) il fenomeno dei fulmini; _c_) il
rapporto della temperatura con l’altezza e con l’evaporazione; _d_) la
riflessione e la rifrazione della luce; _e_) la diversa velocità della
luce e del suono; _f_) il fenomeno dell’arcobaleno e la natura dei
colori; _g_) la diversa conducibilità dei corpi rispetto al calore ecc.
ecc.
In modo analogo, i Romani, venuti in contatto con l’Oriente classico
e con la civiltà ellenistica, nella quale l’industria teneva un posto
eminente, entrarono in possesso di molte nozioni di chimica, di cui
principalmente ci informa la _Storia naturale_ di Plinio. Questi
sapeva che si può fabbricar l’oro, o, piuttosto, del _similoro_,
estraendolo da certi zolfi metallici. Sapeva che si può fabbricare
l’ottone, riscaldando insieme rame, calamina e carbone di legna.
Sapeva in che modo si fabbrica il bronzo, come si tratta il piombo,
e persino distingueva il mercurio, nella qualità naturale estratta in
Spagna, dalla sua qualità artificiale di _idrargirio_, prodotto dalla
distillazione del cinabro.
I Romani conoscevano anche molti composti metallici, che usavano o come
sostanze coloranti o come medicinali. La loro chimica farmaceutica era,
anzi, copiosissima. Ma la massima parte di questa dottrina l’avevano
ricevuta dall’Oriente, ed essa, in ogni modo, non costituisce della
scienza vera e propria, ma semplice empirismo meccanico.
_D_). _Medicina._ — Nel mondo romano, per circa sei secoli, la medicina
non è che scienza pratica, attinta in genere agli Etruschi. Il maggior
teorico ne fu _Catone il Vecchio_ (II sec. di C.), tutto pieno di
profondo aborrimento per la scienza greca in genere, per la scienza
medica dei Greci, in specie.
La medicina scientifica fu portata nel mondo romano da un greco, un tal
_Arcagato_, alla vigilia della _Seconda Guerra punica_ (219 a. C.); e
da questo momento essa passa, e rimane quasi esclusivamente, in potere
dei Greci, e sostituisce del tutto la originaria scienza medica romana,
anche se tra i suoi autori vi sarà qualche romano, come _A. Cornelio
Celso_ (età di Augusto).[41]
Ad ogni modo l’unica disciplina scientifica, che svegliò le intense
preoccupazioni romane, fu certamente la medicina. Se la scienza è
greca; se i medici sono greci, gl’incoraggiamenti, che dall’età di
Cesare alla fine dell’Impero romano d’Occidente, lo Stato vi prodigò,
furono romani.
Non solo i medici sono onorati indirettamente, con privilegi e con
esenzioni da carichi pubblici, per loro e per le loro famiglie, ma la
medicina è l’unica scienza che lo Stato tenga in onore e per cui esso
fondi cattedre speciali accanto a quelle letterarie fondamentali delle
scuole romane. Tale politica scolastica, che la Repubblica e l’Impero
fedelmente seguiranno, portò alla formazione di scuole di medicina,
private e ufficiali, a Roma e in qualche altra città provinciale non
greca dell’Impero, nonchè del soggiorno e dell’operosità scientifica,
in Roma stessa, di taluno dei più insigni medici dell’antichità: _M.
Antonio Asclepiade_ e _Antonio Musa_, medici di Augusto, _Senofonte di
Cos_, medico di Caligola e Claudio, _Galeno_, medico di M. Aurelio e
Commodo ecc. ecc.
_E_). _Zoologia e Botanica._ — Egualmente, i Romani dapprima studiarono
gli animali e le piante per utilità pratica, e soltanto per questo.
Di tal natura ci appaiono le preoccupazioni, relative alle scienze
naturali, negli scrittori di agricoltura: _Catone il vecchio, Varrone,
Columella. Lucrezio_ nel suo poema ha intendimenti scientifici; ma
egli non fa che ripetere Democrito ed Epicuro, ossia gli atomisti.
Egli è perciò un fautore della generazione spontanea delle piante e
degli animali. Non di più valgono i libri della _Storia naturale_ di
Plinio, dedicati alla zoologia e alla botanica: pura compilazione,
senza discernimento critico, di gran lunga inferiore alle opere di
scienza greca. E lo stesso è a ripetere della _Storia degli animali_
di _Eliano_ (II sec. di C.),[42] e di qualche operetta erudita di età
posteriore. In tutti questi autori, nessuno sforzo di osservazione
diretta, di penetrazione, di organizzazione sistematica di resultati e
di concetti personali.
Per trovare qualcosa di più eletto e di più originale in fatto di
Scienze naturali occorre, nella letteratura latina, discendere fino
agli scrittori cristiani, ai padri della Chiesa. _S. Agostino_
(359-430), infatti, si propose di nuovo l’altissimo problema
dell’origine della vita organica, e lo risolse contrariamente alla
parola della Bibbia, ma, grazie a una ingegnosa interpretazione della
medesima, conformemente ai più sani concetti della scienza antica.
Iddio non avrebbe creato immediatamente o direttamente le piante e gli
animali; ma avrebbe impartito alla materia le leggi della generazione:
avrebbe creato la vita, _potenzialmente_, non _attualmente_. Tale
il concetto della sua polemica coi Manichèi: _De Genesi contra
Manichaeos_.
La interpretazione di S. Agostino sarà più tardi quella di S. Tomaso di
Aquino.
12. =La scienza greca nel periodo romano= (I-V sec. d. C.). — Ma
contemporaneamente allo stabilirsi, nel mondo, del dominio romano, in
seguito alla distruzione che la potenza romana compiè delle antiche
dinastie ellenistiche dei Tolomei (in Egitto), dei Seleucidi (nel
Regno di Siria), degli Attálidi (nel Regno di Pergamo), si ha l’ultima
fioritura della scienza greca, pur troppo, assai pallida al confronto
dei due periodi precedenti.
_A_). _Matematica ed Astronomia._ — Il più grande scienziato di
quest’età è il dotto che ancor oggi ricordiamo: il celebre astronomo
e matematico _Claudio Tolomeo_, che fiorì ad Alessandria intorno al
125-151 d. C. La sua opera principale è la _Meghíste Syntáxis_[43]
(_Sommo Compendio_), che i suoi discepoli e successori denomineranno
semplicemente la _Meghíste_, e gli Arabi, preponendovi l’articolo,
ne faranno un _Almidschisti_, ossia _Almagesto_, sotto la quale
denominazione ha signoreggiato tutta la scienza astronomica sino a
Copernico.
In quest’opera sono parecchie dimostrazioni matematiche, alcune
originali, altre no. Ma la parte più notevole è quella astronomica.
Tolomeo non fu un innovatore. La sua astronomia e la sua geografia
astronomica sono tutte contenute negli studi e nelle osservazioni
degli scienziati che lo avevano preceduto, specie del sommo Ipparco.
Probabilmente, egli non fu un osservatore; ma gli sviluppi e i
perfezionamenti, che arrecò all’opera dei predecessori e, sopra tutto,
la perfetta sistemazione del sistema astronomico che da lui prese
il nome di _Tolomaico_, lo fecero per secoli maestro della scienza
astronomica.
I punti fondamentali della teoria tolomaica sono contenuti nei
primi due e negli ultimi cinque libri dell’_Almagesto_, sebbene egli
scrivesse in proposito opere minori:
_a_) _la terra è sferica_; di che Tolomeo porge parecchi di quegli
argomenti probativi, che anche oggi noi rechiamo, tralasciando però
quello classico, tratto dall’eclisse,[44] e aggiungendo l’altro
dell’aumento della superficie della Terra visibile, quando un
osservatore si eleva a una certa altezza;
_b_) _però la terra è immobile_, e l’argomento che egli porta
contro le prove, che inducevano i Pitagorici a sospettare di un
movimento rotatorio della Terra, è notevole anche perchè è stato
inconsapevolmente ripreso in questi ultimi tempi: _le apparenze potersi
spiegare egualmente tanto con un moto degli astri intorno alla Terra
quanto con un moto della Terra intorno agli astri_. Perchè, dunque,
(egli chiedeva) propendere per la seconda soluzione, che contrasta alla
diretta esperienza del senso?
_c_) _la teoria del movimento dei pianeti_. In questa parte Tolomeo
conduce alla perfezione l’ipotesi di Apollonio di Perga e di Ipparco
cfr. § 9 _C_.
Accanto a questi postulati fondamentali, Tolomeo portò all’astronomia
parecchi contributi minori:
_a_) una trattazione più precisa dei movimenti della luna;
_b_) la descrizione e il metodo di costruzione del suo principale
strumento astronomico: l’_astrolabio_;
_c_) numerose nozioni di geografia astronomica: una nuova misurazione
della circonferenza della terra; tavole di longitudine e latitudine per
le località conosciute ecc. ecc.
Con Tolomeo, la teoria eliocentrica è decisamente battuta, e la teoria
geocentrica trionfa completamente. Ma tanta vittoria si accompagna con
un fenomeno sgradevolissimo: con lui, con Tolomeo, il progresso della
scienza astronomica, nell’antichità, nel Medio Evo, nonchè nella prima
parte dell’età moderna, si arresta decisamente. Dopo di lui, non avremo
più astronomi, e la scienza astronomica greca sembrerà di aver esaurito
tutto il suo compito.
Fu questa vera gloria, ossia fu veramente meritato il riconoscimento di
tanta autorità senza confini, che riuscì in modo unico a mettere fuori
combattimento ogni altra autorità?
Oggi, al di sopra del grandioso duello, che nel secolo di Galilei e di
Copernico si combattè, e non sempre in nome della scienza, pro e contro
il sistema tolemaico o copernicano, può rispondersi affermativamente.
L’opera di Tolomeo, nella quale, con tutti i suoi errori, si compendia
la parte più caratteristica della astronomia antica, è davvero superba.
In essa, sul fondamento della sterminata copia di osservazioni, che
gli Orientali, e poi i Greci, avevano fatte, si giungeva, coll’aiuto
specialmente delle matematiche, alla enunciazione di alcune leggi
generali, nel che consiste la vera scienza. Inoltre, la raffigurazione
e, talora, la spiegazione dei varii movimenti del sistema solare, che
Tolomeo condusse alla perfezione, fu, ed è, per la scienza astronomica
un acquisto di valore incalcolabile. L’errore stesso che la macolava,
la ipotesi geocentrica, che informa la dottrina tolomaica (come quella
dei suoi immediati predecessori), non era da Tolomeo ammessa come
una verità indiscutibile, ma come l’_ipotesi provvisoria_, che meno
difficilmente d’ogni altra (a suo avviso) spiegava i fatti, di cui
si ricercavano le leggi, e con cui essa sembrava meglio accordarsi. I
seguaci di Tolomeo che di quell’ipotesi faranno un dogma inviolabile,
tradiranno il maestro; non lo continueranno.
Certamente, Tolomeo fu meno originale di quello che il volgo non pensi.
L’astronomo alessandrino dovette moltissimo a Ipparco, cosa per altro,
ch’egli stesso riconobbe. Ma a lui, d’altra parte, si deve il merito
di aver saputo apprezzare l’opera di Ipparco, di avercela conservata e
tramandata, non senza renderla più completa e perfetta, specie grazie
alla propria competenza matematica.
Dopo Tolomeo noi non abbiamo a nominare che due soli matematici:
_Pappo_ e _Diofanto_. Pappo appartenne alla scuola alessandrina,
fiorì intorno al 300 d. C., commentò l’_Almagesto_ di Tolomeo e
gli _Elementi_ di Euclide, e ci lasciò una _Synagoghè_, ossia una
collezione di scritti sulla geometria, importantissima nei riguardi
della storia della geometria greca. Egli è così l’ultimo geometra
dell’antichità classica.
_Diofanto_ di Alessandria è di poco più giovane di lui. La sua
importanza sta in questo: che egli ci lasciò una _Aritmetica_, o,
piuttosto, 7 libri di questa sua opera, _che è il più antico trattato
di algebra greca da noi posseduto_. E poichè noi non sappiamo per
nessuna via, se, prima di Diofanto, i Greci avessero coltivato
l’algebra, la sua importanza, per questo rispetto, è veramente
unica.[45]
_B_). _Fisica e Chimica._ — Il talento universale di Tolomeo (se non
propriamente il suo genio) domina anche il campo della fisica. Egli
scrisse un libro di _Ottica_, dal quale apprendiamo: _a_) ch’egli
studiò con cura i due fenomeni della riflessione e della rifrazione
della luce, e per primo _misurò l’angolo di incidenza e quello di
rifrazione_ nel passaggio della luce dall’aria nell’acqua, dall’aria
nel vetro, dal vetro nell’acqua; _b_) che svolse una teorica degli
specchi piani e concavi.
Pur troppo, la teoria, con la quale egli spiegava il fatto della
visione, è una delle più arretrate: ancora quella empedoclea (cfr. §
7 _C_). Anch’egli immaginava che la visione avvenisse per dei «raggi
visivi», che l’occhio lancia sull’oggetto a percepirne l’imagine.
Democrito e gli Aristotelici avevano imaginato qualche cosa di
meglio (cfr. §§ 7 _D_; 8 _C_). Tolomeo, invece, regredisce, fino ad
Empedocle, accettando, della dottrina aristotelica, solo questo: che
i raggi visivi, partiti dall’occhio, raggiunto l’oggetto, rimbalzano
sull’occhio stesso, e vi determinano la sensazione del vedere.
Oltrechè di ottica, Tolomeo si occupò di acustica, e nelle sue
_Armoniche_ ci dette un’opera sulla musica, nella quale si contiene
la _gamma diatonica_ con le note musicali e gli accordi che ancor oggi
adoperiamo.
_C_). _Chimica._ — Noi sappiamo pochissimo, o nulla, quasi, dello stato
della chimica nell’Impero romano al di fuori del campo della civiltà
romana. Tuttavia, dai replicati editti di persecuzione degli imperatori
contro gli alchimisti e contro gli scritti egiziani di alchimia si può
argomentare che di chimica dovesse continuarsi a scrivere e a studiare
in Egitto, ma che questa disciplina fosse ridotta a materia troppo
spregevole per unire contro di sè l’aborrimento di imperatori italici
ed extraitalici, pagani e cristiani.
Gli scritti di chimica, che se ne poterono salvare, si rifugiarono
nelle biblioteche private delle regioni più orientali dell’Impero, e
ivi furono tradotti dal greco in siriaco. Di là la scienza araba verrà
più tardi a disseppellirli.
_D_). _Medicina._ — Grazie al favore accordato dal governo romano alla
medicina; grazie alla persistenza della scuola medica di Alessandria,
che, per tutto l’Impero, rimase come un istituto universale di
perfezionamento, il periodo romano, a cominciare dal I, anzi, dal II
sec. a. C., vanta, non solo grandi scienziati greci nel campo della
medicina, ma, altresì, nuove correnti di pensiero medico.
Un nuovo indirizzo comincia con _Asclepiade di Bitinia_, vissuto
lungamente a Roma nei secc. II-I a. C. e amico di Cicerone, Lucrezio,
M. Crasso ed altri: la scuola che, di fronte all’ippocratismo greco e
al vecchio empirismo romano, si disse _metodista_.
La medicina di Asclepiade si fondava sull’osservazione dello stato dei
tessuti, e non più degli umori, del corpo umano. Secondo Asclepiade e
i suoi continuatori, soltanto la permeabilità dei pori e la regolarità
delle secrezioni e delle evacuazioni dànno la esatta idea dello stato
di salute degli individui.
I _metodisti_ curavano perciò i malati con maggior abbondanza di
medicine che non gli ippocratici. Ciò non ostante, il loro metodo
curativo — la loro _terapeutica_ —, sia perchè si affidava molto
alle risorse del malato, sia perchè si fondava in gran parte sur un
trattamento igienico, li raccostava molto agli ippocratici.
_Metodista_ fu Celso, cui abbiamo accennato (§§ 11 _D_) e, più ancora,
_Sorano di Efeso_ (II sec. d. C.), che studiò in Alessandria e insegnò
a Roma, e fu autore di un eccellente manuale sulle _Malattie delle
donne_. Un secolo dopo, Sorano trovò un fedelissimo ripetitore e
divulgatore in _Celio Aureliano_ (III-IV sec. d. C), autore di un
volume sulle _Malattie acute e croniche._
Di contro al _metodismo_, sorsero l’_eclettismo_, deliberato ad
accogliere da ogni scuola tutte le verità di cui esse erano capaci, e
il _pneumatismo_, un ramo (o una corruzione) del vecchio ippocratismo,
i cui seguaci credevano nell’esistenza di uno _pneuma_, agente
universale degli esseri organici, ispiratore universale dei processi
fisiologici.
Ma il massimo medico greco dell’età romana è _Galeno di Pergamo_
(131-201 o 210 d. C.), che visse lungamente a Roma, che combattè i
metodisti e a cui gli antichi attribuivano circa 500 opere d’ogni
genere; ma di cui in realtà ci rimangono solo un’ottantina di trattati
medici autentici.
Studiò ad Alessandria e perciò fu grande anatomista; ma dell’uomo
conobbe solo lo scheletro, e della restante anatomia ebbe notizia per
l’analogia con gli animali, che dissecò e vivisezionò in gran copia.
Fu anche fisiologo, cioè conoscitore delle funzioni dei vari organi,
specie di quelli del sistema nervoso. Però le sue interpretazioni,
le sue dottrine fisiologiche valgono assai meno della sue conoscenze
positive.
Egli fu, in sostanza, un ippocratico. Ma l’antica dottrina di Ippocrate
dei quattro umori egli volle artificiosamente far coincidere con quella
dei quattro corpi semplici dei filosofi ionici e con le quattro qualità
aristoteliche, della materia (caldo, freddo; secco, umido).
La sua _patologia_ (studio delle malattie) è buona come descrizione,
e buona, anche, la sua classificazione delle malattie attinta
ai metodisti. La sua _terapeutica_ (cura delle malattie) è assai
somigliante a quella ippocratica: fondata, cioè, sull’igiene, fiduciosa
nelle risorse naturali dell’organismo e, sopra tutto, come suol
dirsi, temporeggiatrice. Ma, a differenza degli Ippocratici, la sua
farmaceutica è abbondante.
Capitato a Roma tra molte sètte mediche rivali, egli le dominò tutte,
scegliendo da ciascuna il meglio. Fu, in fondo, un eclettico, ma non
volle dirsi tale. Però dove potè portare i contributi della anatomia
e della fisiologia sperimentale egli riuscì veramente originale e
fecondo.
_E_). _Zoologia e botanica._ — La zoologia e la botanica non fecero,
durante l’età imperiale romana, alcun progresso. Rimasero immobili
ad Aristotele e a Teofrasto. Un solo nome emerge: quello del greco
_Dioscoride_, il quale, pur ripetendo ed enumerando fatti botanici,
noti ai suoi predecessori, descrisse 600 piante e ne tentò una
classificazione in quattro gruppi: _aromatiche, alimentari, medicinali,
vinifere_. Pur troppo, di buono, in questa classificazione, v’è solo
il tentativo: i criterii che la ispirarono furono, come si vede,
superficialissimi.
13. =Valore della coltura scientifica dell’età romana=. — Al paragone
della scienza greca del periodo greco classico e di quello ellenistico,
deve convenirsi che la scienza, nei secoli che scorrono dal I secolo
dell’êra volgare alla fine dell’Impero romano, discese a un livello
assai basso. La coltura latina, in Italia e nelle provincie conquistate
da Roma, vi arrecò un contributo minimo, e la nuova fase della scienza
greca è assai pallida cosa al confronto delle età precedenti: dove
non si ha ripetizione od elaborazione di dottrine già note si ha,
letteralmente, un regresso; i nuovi cultori della scienza sono dei
letterati, degli eruditi più che degli scienziati.
Tale il quadro generale, che non muta aspetto per le eccezioni, che
sono rappresentate, in astronomia, da Tolomeo, in matematica, da
Diofanto, in medicina, da Celso e Galeno.
Quali le ragioni del fatto? La prima è lo scarso interessamento della
coltura latina, verso le scienze, che portò di conseguenza la scarsezza
di scuole scientifiche, private e pubbliche, l’indifferenza dello Stato
per ogni incoraggiamento a questo ramo di studî. Poi la decadenza,
politica, economica, sociale, della nazione greca, che portò la sua
decadenza intellettuale. Finalmente, la distruzione delle grandi
monarchie ellenistiche (dei Tolomei, dei Seleucidi, degli Attalidi),
che sì numerose istituzioni avevano creato a vantaggio della scienza, e
a cui poco o nulla fu sostituito.
Nei due ultimi secoli dell’Impero, a queste cause si deve aggiungerne
una nuova, che eserciterà la sua influenza su tutto il Medio Evo:
lo spirito deliberatamente antiscientifico della nuova religione
cristiana.