(Secc. XV-XVI)
18. =Il Rinascimento e le scienze.= — Condizioni favorevoli al
progresso delle scienze esistevano già, dunque, all’aprirsi dell’età,
che si denomina del Rinascimento: i secc. XV-XVI: un più intimo
contatto con la scienza greca, in piccolissima parte, direttamente, in
massima parte, attraverso la letteratura araba; nuovi centri di studio;
sopra tutto, un intenso ardore di conoscere, quello stesso ardore, che
aveva promosso le traduzioni di libri arabi.
Nuove condizioni ancor più favorevoli sopraggiungono nel corso del sec.
XV, che segnò una fase importantissima della storia universale.
_a_) la formazione di Stati, vasti e ordinati, in Europa, di vaste
signorie, in Italia, alla cui testa sono principi mecenati e amanti
della coltura, o che almeno, per bisogno di popolarità, ostentano di
amarla;
_b_) un vivo interessamento alla coltura classica, che sospinge i
letterati del tempo a ricercare e a scoprire numerosi libri latini, ad
apprendere il greco e a mettersi in diretto rapporto con la più grande
coltura che gli uomini avessero fin allora avuta, quella greca;
_c_) un diretto contatto con la coltura greca. Due furono i momenti,
in cui questo contatto potè principalmente avvenire: il Concilio
religioso di Firenze del 1438, cui parteciparono rappresentanti della
Chiesa greca, e nel quale si sperò che tutta la cristianità avesse
a unificarsi sotto la Chiesa di Roma; il periodo immediatamente
successivo all’occupazione turca di Costantinopoli (1453). In occasione
del Concilio di Firenze, dotti greci vennero in Occidente, recando
la cognizione della lingua e della letteratura greca. Tra essi il
più famoso fu _Giorgio Gemistio Pletone_, ardente cultore dell’antica
filosofia platonica. Ma, più ancora, dopo la presa di Costantinopoli,
seguì la fuga in Italia di molti altri dotti costantinopolitani,
recanti, insieme con la coltura greca, numerosi manoscritti greci di
scienza, oltre che di letteratura;
_d_) l’arte della stampa che diffonde prodigiosamente e rapidamente
ovunque la coltura;
_e_) i grandi viaggi di scoperta, che mettono gli Europei in rapporto
con due mondi: l’Asia e l’America.
Tutte queste circostanze creano e diffondono ciò che sopra tutto
importava: lo spirito scientifico. I letterati classicisti del tempo —
i così detti _umanisti_ — sono apostoli del ragionamento scientifico,
perchè combattono astrologi, filosofi, alchimisti, interpreti di
sogni, mistici, superstiziosi. Essi concepiscono i fenomeni naturali,
all’infuori di ogni influenza estranea e superiore, e lottano contro
il falso aristotelismo medievale, la sua pedanteria, i suoi sofismi, le
sue vane controversie.
La stessa conoscenza della filosofia di Platone — certo meno positiva
di quella di Aristotele — giova anch’essa, come a tutta prima non
parrebbe, al risorgere del pensiero scientifico. Poichè allora,
infatti, il pericolo era negli ostacoli che alla scienza opponeva il
pensiero medievale, tutto poggiante sull’aristotelismo, il platonismo,
che attacca questo da un altro fianco, e che è riconosciuto come una
nuova concezione del mondo, degnissima di rispetto, concorre allo
scredito dell’aristotelismo e, quindi, all’affrancarsi dell’umana
ragione.
19. =Il Rinascimento e il naturalismo: Telesio; Bruno; Campanella.=
— Il nuovo mutamento degli spiriti delle persone colte si rispecchia,
oltre che nella scienza, nella filosofia, ossia nella nuova concezione
del mondo e dei suoi rapporti col pensiero umano. La filosofia
del Rinascimento è, come suol dirsi, naturalistica; mira, cioè, a
rivendicare l’importanza e l’onnipotenza della Natura, là dove il
Medio Evo non aveva collocato che la volontà e l’onnipotenza di Dio;
ad assegnare alla Natura quell’energia, quella virtù intima, che, ad
es., il vecchio Democrito vi aveva riconosciuta; a non più considerare
la Natura come manovrata da una potenza dominatrice — lo Spirito —, da
essa indipendente e ad essa esteriore.
I filosofi della Rinascenza, che inaugurano questo indirizzo, che poi,
nei secc. XVIII-XIX, traboccherà — talora — in vero materialismo, sono
_Bernardino Telesio_ (1509-1588) e _Giordano Bruno_ (1548-1600). Ad
essi si può aggiungere _Tomaso Campanella_, il corso della cui vita si
spinse molto più innanzi, fino alla metà del sec. XVII, ma le cui opere
fondamentali vennero concepite e scritte in sullo scorcio del sec. XVI.
_Bernardino Telesio_ è, prima di tutto, un naturalista, anzi, un
passionato, un amatore, un poeta della natura, innanzi che filosofo.
Egli ne investigò tutti i dominî: dalle scienze naturali alla
matematica; dalla medicina alla fisica. Questa universale conoscenza
trae però il Telesio, non già a fare nuove scoperte scientifiche, ma a
voler penetrare le leggi prime che governano l’universo, a costruire un
sistema della natura, nel quale tutti i fenomeni, dai più elementari
ai massimi, si svolgessero, naturalmente e gradualmente, secondo
leggi naturali, l’uno dall’altro, in conformità di un principio unico,
che tutti, e il loro processo con essi, riuscisse a interpretare e a
spiegare.
Perciò, come il poeta romano Lucrezio, egli scrive _La Natura_, ch’è
l’opera sua fondamentale. Quest’opera, infatti, è un nuovo poema
filosofico dedicato alla Natura, la quale viene concepita come vivente
da sè, per potenza propria, affidata alle sue leggi, anche se l’autore
frequenti volte si appelli alla sapienza di un Supremo Reggitore e
Creatore.
D’altra parte, e questo non importa meno, la conoscenza della Natura il
Telesio vuol coglierla nel contatto immediato con essa, sulla fede dei
sensi, lungi dal fascino, o dall’incubo, di ogni autorità, cioè secondo
quest’accenno allora significava, lungi dall’autorità di Aristotele.
Sostanzialmente identici sono il concetto e il sentimento di _Giordano
Bruno_. Anche per lui esisterebbe un Dio che trascende la Natura e
l’ha creata. Ma questo Dio di tutti i credenti, nella concezione che il
Bruno ha del mondo, si confonde con un Dio, immanente nell’Universo, il
quale ultimo avrebbe per ciò, per se stesso, una potenza ed un’anima.
Per Aristotele — e il Bruno è anche lui un odiatore di Aristotele —,
materia e forma, materia ed energia, lo vedemmo, erano distinte; la
materia restava, informe; era vivificata, «formata», dal di fuori. Per
Bruno, essa contiene nel proprio seno, tutte le forme che più tardi
rivelerà, ed essa può generarle tutte quante, l’una dopo l’altra,
perchè è vivificata in sè dal di dentro, da una potenza divina.
Questo concetto di una Natura, di un universo pervasi da un’anima loro
interiore, da un Dio ch’è in essi, e non fuori di essi, è altresì il
concetto fondamentale della religione naturale di _Tomaso Campanella_
(1568-1639), che, secondo le sue speranze, dovea diventare il lievito
di un rinnovamento sociale, di una nuova Repubblica degli uomini.
20. =Matematica.= — Fra i grandi studiosi e scrittori di matematica
della prima metà del sec. XV sono da ricordare un noto pittore e
letterato italiano, _Leon Battista Alberti_ (1404-72), il francese
cardinal _Nicola da Cusa_ (1401-1464), i tedeschi _Giorgio di
Peuerbach_ (1423-1461), e _Giovanni Müller_, più noto sotto lo
pseudonimo di _Regiomontano_[60] (1436-71). Questi due ultimi sono
tra i primissimi che leggessero e traducessero direttamente i sommi
matematici greci, ricevendone, non solo preziosi insegnamenti, ma
ispirazioni a conclusioni originali. Il Peuerbach e il Regiomontano
concepiscono per i primi la trigonometria — piana e sferica — come
scienza indipendente dall’astronomia, e vi dànno il massimo impulso
e la forma moderna. Il nome di _trigonometria_ compare proprio sullo
scorcio di questo secolo come titolo di un’opera del matematico
_Pitisco_: «_Trigonometria, ossia risoluzione dei problemi relativi
ai triangoli_» (1495). Grandissima è l’altezza a cui la matematica
perviene nella seconda metà del sec. XV.
In questa età nasce, e si impone definitivamente, l’algebra simbolica,
quale noi oggi la usiamo, con i segni che adoperiamo, e si sviluppa la
teorica delle equazioni. A questa età appartiene uno dei massimi genii
universali che il pensiero umano vanti: il toscano _Leonardo da Vinci_
(1452-1519). Leonardo fu fisico, meccanico, musico, cultore di tutte
le arti del disegno e fu anche sommo matematico, in quanto egli diceva
che non v’ha punto certezza nelle scienze se non si può applicarvi la
matematica.
Di matematica, infatti, si occupano i suoi superstiti manoscritti,
specie di quelle teorie geometriche, che trovano applicazione nell’arte
del disegno. Alcuni problemi geometrici, da lui studiati, riguardano
tuttavia soggetti di natura differente: ad es., il metodo (noto alla
scienza greca) di misurare l’altezza di un oggetto dalla sua ombra;
il metodo di misurare la larghezza di un fiume; la quadratura di
un settore circolare, trasformandolo in un triangolo, la cui base
sia eguale alla lunghezza dell’arco del settore; la _quadratura del
circolo_, problema che noi oggi sappiamo irresolubile.[61]
Ma più grande di lui, come matematico, è un altro italiano, un
monaco toscano dell’Ordine dei Minori, _Fra Luca_ (_Luca Paciuolo_)
(1445-1514), che insegnò matematica a Firenze, Perugia, Roma, Milano e
altrove.
La sua opera principale è un _Compendio di aritmetica, geometria,
proporzioni e proporzionalità_. Esso contiene un trattato di aritmetica
speculativa sulle proprietà dei numeri, una aritmetica pratica, e
degli elementi di geometria. La caratteristica di quest’opera è quella
che già gli Arabi avevano impressa alle matematiche, e taluno dei
matematici cristiani dei secoli precedenti (ad es. _Leonardo da Pisa_)
aveva ribadita: l’intima connessione dell’algebra indiana con la
geometria greca.
Le opere matematiche di Fra Luca furon le prime a essere divulgate
per le stampe. Può quindi imaginarsi l’enorme influenza ch’esse
esercitarono sulle matematiche del secolo successivo.
Anche il polacco _Nicola Copernico_ (1473-1543), di cui dovremo
occuparci a momenti come astronomo, fu uno dei più rinomati matematici
del sec. XVI e autore di parecchie, importanti e originalissime,
scoperte in trigonometria piana e sferica. E matematico insigne, fu
taluno dei suoi scolari, quale _Rhaeticus_.[62]
Nel sec. XVI la idea di fecondare la geometria con l’algebra,
e viceversa, diviene un’opinione comune fra i matematici. Vi
giungono, insieme, il francese — _Francesco Vieta_ (1540-1603),
uno dei massimi intelletti matematici di ogni tempo, gli italiani
_Girolamo Cardano_ (1501-76), _Nicolò Fontana_, da un suo difetto
di pronunzia sopranominato il _Tartaglia_ (1505-57), _G. Battista
Benedetti_ (1530-90). Ma questo non vuol dire che in ciascuna delle
due discipline, isolatamente considerate, non si facciano nuove
conquiste. In algebra si giunge per la prima volta alla risoluzione
delle equazioni di 3º grado. Vi perviene (nel sec. XV o XVI?) un oscuro
matematico italiano, _Scipione del Ferro_, di cui non sappiamo altro
se non che egli fu professore a Bologna fra il 1496 e il 1526; poi,
più sicuramente, _Gerolamo Cardano_ stesso e il _Tartaglia_ (_Nicolò
Fontana_), che si disputarono acremente la priorità della scoperta. Il
Cardano stesso iniziò la risoluzione delle equazioni di 4º grado, ma
questa fu raggiunta in modo inequivocabile soltanto dal discepolo suo,
_Luigi Ferrari_ (1522-1565).
21. =Astronomia: Copernico= (1473-1545). — Taluni dei matematici
sopra ricordati furono anche astronomi: tali il _Peuerbach_, il
_Regiomontano_, _Leonardo da Vinci_. Il Regiomontano fondò a Norimberga
una scuola astronomica, che passò fra le più famose e benemerite del
tempo. Colà egli fece importanti osservazioni sulla cometa del 1472:
la prima, che venisse considerata, non più quale soggetto di vano
terrore superstizioso, ma come oggetto di studio scientifico. E ivi
stesso, a Norimberga, si cominciarono a pubblicare delle _Effemeridi_
astronomiche, contenenti dati astronomici per trovare la longitudine
sul mare, al quale scopo il Regiomontano aveva escogitato un nuovo
metodo. Le tavole astronomiche, contenute in queste _Effemeridi_, erano
infatti molto più precise di tutte quelle precedenti, e servirono per i
grandi viaggi di scoperta dell’epoca.
Forse, specie per noi Italiani, non sarà superfluo ricordare una delle
scoperte astronomiche di Leonardo da Vinci: l’ipotesi, con cui egli
spiegò ottimamente l’illuminazione color cinereo, che si osserva nella
parte oscura del disco lunare, quando la parte risplendente è minore
del mezzo disco. Egli spiegò ch’essa dipende dal riflesso della luce
terreste sulla luna, chè, allorchè la luna è quasi _nuova_, la metà
della Terra, illuminata dal sole, è rivolta verso di essa.
Ma l’astronomo più famoso del sec. XVI di poco più giovane (di appena
una generazione) del Regiomontano e del Vinci, è _Nicolò Copernico_
(1473-1543) di Thorn, colui che rivolgerà da capo a fondo le concezioni
astronomiche del mondo colto, e che perciò può essere definito il
Tolomeo dell’astronomia moderna.
Copernico studiò dapprima nella Università di Cracovia, e poi in
Italia, a Bologna, a Padova, a Ferrara, dove si laureò. Quindi si
dedicò alla carriera ecclesiastica e fu nominato canonico a Frauemberg
(1497), dove passò la maggior parte della sua vita e del suo tranquillo
lavoro. Morì settantenne nel 1543.
Contro quello che si potrebbe pensare, Copernico, al pari del più
famoso astronomo dell’antichità (Tolomeo), fu mediocre osservatore.
Gli strumenti, di cui egli si serviva, erano rozzi, nè egli curò,
come poteva, di procurarsene di migliori. Le sue osservazioni, che
Copernico stesso indica nelle sue opere, sono scarse e inesatte, nè
egli teneva alla loro assoluta esattezza, bastandogli, diceva, un
grossolano accordo fra la teoria e l’osservazione. Le sue dimostrazioni
molte volte, sono debolissime, qualche volta errate.[63] Egli, inoltre,
scrisse pochissimo, restando, anche in questo, addietro a molti
dotti del suo tempo. Le sue opinioni astronomiche furono, anzi, note
per mezzo d’altri, specie per mezzo del giovane astronomo Giorgio
Joachim (_Rhaeticus_), e il manoscritto dell’unica sua grande opera
_sulle rivoluzioni delle sfere celesti_ (_De revolutionibus orbium
coelestium_), che egli vergò in sui primi del sec. XVI, rimase inedito
quasi fino alla sua morte: l’autore ne ricevette la prima copia il 24
maggio 1543, il giorno stesso della sua morte.
Ciò non pertanto, l’opera, massima e quasi unica, a cui è legato il
nome del Copernico, è, come l’_Almagesto_ tolomaico, un monumento
insigne della scienza umana, e basta solo accennarne il contenuto per
avere il senso della mole di pensiero e di studio che v’è dentro.
Il _De revolutionibus_ consta di sei libri, di cui il più notevole
è il primo. Di esso i capitoli 1º-3º trattano della sfericità della
terra; i successivi, dal quarto all’ottavo, del movimento di rotazione
di questo pianeta. Il Copernico avverte che, mancando l’occhio nostro
di mezzi per giudicare senza riferimenti della direzione del moto di
un oggetto, l’apparente rotazione diurna della sfera celeste, potrebbe
dirsi con egual ragione prodotta da una sua reale rotazione quanto
da una rotazione della Terra, con la stessa velocità, ma in direzione
opposta. Or bene, egli soggiunge, come non sentire che è più semplice
far girare la sola Terra che far descrivere orbite immense a corpi
celesti collocati a differenti distanze? Come non avvertire che con
la prima concezione si eliminano alcune delle difficoltà più gravi
dell’antico sistema tolomaico, e si dà una spiegazione, più semplice e
più soddisfacente, dell’intero sistema solare?
Anche per Copernico, dunque, la sua dottrina eliocentrica, come per
Tolomeo la sua dottrina geocentrica, non era che una più comoda e più
verisimile ipotesi.
Il cap. 9º dell’opera espone alcune altre ipotesi che possono definirsi
come il germe della teorica della _gravitazione universale_. Il cap.
10º — il più importante — sviluppa il sistema del mondo, ossia degli
astri e dei loro movimenti, quale Copernico lo concepiva. Il resto
del libro, dopo il cap. 11º, ha interesse soltanto matematico, e
il _Rhaeticus_, per incarico del Copernico, l’aveva pubblicato in
anticipazione quale testo di trigonometria.
Il II libro dell’opera contiene nozioni di geometria sferica e di
trigonometria, tavole astronomiche e il catalogo delle stelle, che è il
vecchio catalogo di Tolomeo, lievemente ritoccato. Il III libro tratta
del moto di rivoluzione della Terra.[64] Il libro IV tratta della luna
e dei suoi movimenti; il V e il VI degli altri cinque pianeti (oltre la
Terra) allora conosciuti: Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno.
Come si vede, il _De Revolutionibus_ non è un’opera organica,
ma, come l’_Almagesto_, abbraccia tutti i dominî dell’astronomia
del tempo, e li guarda da un nuovo punto di vista. I fondamentali
concetti copernicani — la sfericità della Terra, i moti di rotazione
e di rivoluzione del nostro e degli altri pianeti — vantavano una
antichissima e autorevolissima storia; tuttavia non solo non erano
riusciti a prevalere nell’antichità greca, ma erano stati dimenticati
dall’astronomia medievale, che (secondo si era espresso il più grande
e autorevole filosofo di quest’età, S. Tomaso d’Aquino) voleva essere
decisamente geocentrica.
Copernico ritorna a Pitagora, all’astronomia dei Pitagorici, ne
sviluppa le ipotesi, ne rinsalda e completa le dimostrazioni, e,
se egli non riesce a dimostrare perfettamente nè la verità del
suo sistema, nè l’errore del sistema tolomaico; se parecchie delle
osservazioni, su cui le nuove argomentazioni si fondano, abbisogneranno
di ulteriori correzioni e rafforzamenti, pure le salde basi di un nuovo
mondo del pensiero astronomico, che finirà col rovesciare l’antico,
erano gettate. Ma ciò che oggi impressiona si è notare che pochissimi
si accorsero della rivoluzione, che Copernico iniziava. La forma,
rimessa e pacata, della sua esposizione, le astruse dimostrazioni
matematiche, e la stessa prefazione dell’editore, che presentava il
libro come un insieme di semplici ipotesi, adatte semplicemente a
calcolare i moti celesti, fecero in modo che l’opera, a tutta prima,
non sollevasse serie discussioni, proteste, esaltazioni. Queste
proteste e condanne dovevano venire più tardi, nel sec. XVII, nell’età
della Controriforma, e da parte della Chiesa cattolica. Per adesso,
invece, chi attaccò Copernico furono i capi del movimento protestante:
primi Lutero e Melanchton.
22. =Fisica.= — Nella fisica, o, meglio, nella «scienza della materia»,
è, durante i secoli XV-XVI, più sensibile che altrove la lotta del
pensiero del Rinascimento col pensiero medievale, duramente legato
alla tradizione dell’aristotelismo. Su questo terreno, specialmente,
Aristotele è attaccato dai seguaci di Platone, che torna a essere
conosciuto, e dagli scienziati sperimentalisti, i quali sostengono
(talora con un’irriverenza giustificata solo dal fanatismo avversario)
che, anzichè leggere Aristotele, e credere ciecamente in lui, è più
sicuro e più dilettevole sperimentare e provare ciò che si afferma e
in cui si dice di credere. I fisici, più degni di memoria, del secolo
XV sono il cardin. _Nicola di Cusa, Leon Battista Alberti_, persino
_Cristoforo Colombo_, grazie alle note dei suoi viaggi, e sopra tutti
il sommo _Leonardo da Vinci_. L’Alberti fu inventore di un apparecchio
per determinare la profondità di un bacino, calcolando il tempo che un
corpo più leggiero dell’acqua impiega a risalire a galla dal fondo. Il
Colombo fece interessanti osservazioni, specie meteorologiche: indicò
la direzione dei venti tropicali; dimostrò l’efficacia dei boschi nella
condensazione del vapore acqueo; osservò la deviazione _occidentale_
dell’ago della bussola, scoprendo così la _declinazione magnetica_[65]
e le sue variazioni nei vari punti del globo.
Ma assai più grandioso è il contributo che il sommo _Leonardo da Vinci_
recò alla fisica. Anzi tutto, egli è il massimo precursore di quel
_metodo sperimentale_, su cui poggia la scienza moderna, e che a lungo
si è discusso se fosse scoperto dall’italiano Galilei o dal francese
Cartesio o dall’inglese Francesco Bacone (cfr. § 26). Leonardo, anzi,
potrebbe a buon diritto dirsene il fondatore. Per lui, ogni conoscenza,
che non poggi sull’esperienza, è vana e non partorisce che illusioni.
«La sapienza» (questa, la sua massima) «è figliola dell’esperienza». Ma
l’esperienza, nel significato che Leonardo vi attribuisce, non è solo
la nemica della fede nell’autorità convenzionale o del vano speculare.
È altresì tutto quel complesso di osservazioni che noi distinguiamo in
ogni procedimento scientifico: osservazione dei fatti; induzione, ossia
generalizzazione delle leggi in essi riscontrate; esperimento che le
comprovi; applicazione delle matematiche a rappresentare con precisione
la legge ritrovata; deduzione di un principio da un altro.
Questi procedimenti non solo Leonardo voleva, in teoria, che la
scienza e gli scienziati seguissero, ma praticò egli stesso. Fu perciò
osservatore, sperimentatore prodigioso, matematico, coordinatore unico
dei resultati, pratici e teorici, delle sue operazioni ed esperienze.
Epperciò possiamo veramente dire di trovarci con lui nella pienezza del
metodo sperimentale.
Pur troppo, è difficilissimo, stante il saccheggio che i suoi discepoli
e i successori fecero dei manoscritti leonardeschi, ai quali soltanto
(e non al pubblico insegnamento) egli affidò la propria, sconfinata
dottrina, restituire esattamente la somma preziosa delle scoperte e
delle divinazioni, il cui merito a lui, personalmente, compete.
I suoi sparsi precetti di idraulica sono bastati a far comporne un
trattato (_Del moto e della misura dell’acqua_), che fu pubblicato
nel 1828, e, solo un secolo più tardi di lui, i cultori di questo ramo
della fisica giunsero al segno a cui egli era già pervenuto.
Inoltre Leonardo notò i _fenomeni_ così detti di _capillarità_,[66] le
figure formate dalla sabbia sparsa sulle lamine vibranti, la formazione
di onde liquide stazionarie. Immaginò numerosi strumenti e meccanismi:
il laminatoio, il dinamometro, il pernio a piano inclinato, su cui
una porta, girando, si chiude da sè; le sedie pieghevoli a tre piedi;
il tornio a ovale. In ottica, riconobbe che l’occhio deve essere
considerato come una _camera oscura_ fotografica, e che le imagini
sulla retina appaiono capovolte, la loro persistenza, la differenza fra
le immagini, che si formano nell’occhio destro da quelle che si formano
nell’occhio sinistro ecc. ecc.
Ma la parte della fisica, in cui Leonardo riuscì veramente maestro, fu
la meccanica, alla quale applicò rigorosamente le matematiche. Egli
seppe determinare il centro di gravità della piramide, dividendola
in piani, paralleli alla base. Seppe trovare quale parte di una
forza agisca per muovere un corpo in una data direzione, ossia seppe
determinare, come si dice, _la componente efficace della forza in quel
verso, decomponendo la forza stessa secondo la direzione del moto e
secondo la perpendicolare alla traiettoria del mobile_. Seppe valutare
la forza motrice, moltiplicando il peso sollevato per l’altezza: p. es.
(scrisse), se qualcuno scende una scala di gradino in gradino, la somma
di tutte le forze motrici, che potrebbero essere utilizzate, durante
ogni caduta parziale, è eguale alla forza motrice che si otterrebbe
cadendo dall’alto al basso della scala.
Le sue ricerche di meccanica, applicate al volo degli uccelli, lo fanno
un precursore dell’aviazione moderna: studiò, infatti, minutamente
il volo degli uccelli, e riconobbe che l’uccello prende il suo punto
d’appoggio nell’aria, e, per quanto più pesante di questa, abbisogna di
una piccolissima forza per sostenersi, grazie alla velocità e al fatto
che l’animale, colla sua pressione, rende più densa l’aria, in cui si
muove.
Ma Leonardo non fu soltanto un teorico; egli fu grande ingegnere
e costruttore: compiè opere idrauliche mirabili nel Milanese e in
Francia, _e imaginò un apparecchio di aviazione_, anzi, taluno parlò
dei suoi tentativi pratici di aviatore.
I fisici maggiori del sec. XVI furono in genere dei pedissequi
continuatori del Vinci, o anzi, secondo a ragione si è sospettato,
dei divulgatori, come di cose proprie, di quanto essi trovarono nei
manoscritti del Maestro.[67]
Tali furono _Nicola Tartaglia, G. B. Benedetti_, i quali si occuparono
di meccanica e di balistica,[68] giungendo a conclusioni interessanti:
1) sul moto dei proiettili, che il Benedetti riconobbe essere, per
_tutta la traiettoria_, curvilineo, e non già in parte rettilineo e in
parte curvilineo; 2) sulla bilancia, per la quale, contro Aristotele,
il Tartaglia sostenne essere più sensibili le piccole bilance a braccia
corte; 3) sulla caduta dei gravi, per cui il Benedetti negava (contro
Aristotele) che la velocità di due gravi identici, cadenti in mezzi
diversi, siano inversamente proporzionali alla densità dei mezzi, e
dimostrò _che il rapporto di quelle velocità è costante e che la legge
di Aristotele si verifica solo se la densità dei corpi è eguale alla
somma delle densità dei due mezzi attraverso cui i gravi cadono_.[69]
Tuttavia sarebbe esagerato affermare (e pensare) che la meccanica di
questo tempo sia tutta dominata da Leonardo. Su di essa influiscono, in
pari misura, la dottrina del sommo italiano e la rinnovata conoscenza
dei libri del greco Archimede, che solo ora vengono tradotti in latino;
onde duplice (non unica!) è la scaturigine dei nuovi progressi.
Anche il matematico _Gerolamo Cardano_ (1501-76) si occupò di meccanica
e di idraulica. Ma altri scienziati del secolo XVI studiano altri rami
della fisica. In questo campo eccelle _Francesco Maurolico_ di Messina
(1494-1575). Egli si occupò di ottica: 1) dimostrò che il _cristallino_
dell’occhio funziona come una vera lente; 2) scoperse le cause della
presbitìa (nella debole potenza di rifrazione del cristallino, per cui
occorre l’aiuto di una lente convergente) e della miopìa; 3) spiegò
perchè l’imagine, data dai raggi solari, sopra un piano, dopo avere
attraversato un foro di forma qualunque, sia sempre circolare (in
quanto essa, ha per base il disco del sole).
Ma degni di menzione a parte sono gli studii di questo secolo — i
primi studii in proposito — relativi a una forza che oggi domina il
mondo: l’elettricità. Fu l’inglese _Guglielmo Gilbert_ (1540-1603) di
Colchester ad occuparsene, in un’opera famosa, _Il Magnete; i corpi
magnetici e la Terra considerata come un grande magnete_ (1600), che il
Galilei disse degna di riscotere l’invidia della scienza di ogni Paese,
e che racchiude e illustra studii di lunghi anni.
Come parecchi degli scienziati del Rinascimento, il Gilbert è un aspro
censore dei metodi scolastici, in fatto di ricerche scientifiche, ed
inculca invece lo studio diretto delle cose, dei fatti, l’osservazione,
l’esperimento. Egli quindi, con Ruggero Bacone, con Pietro d’Abano,
con Leonardo da Vinci, è uno dei più illuminati precursori del metodo
sperimentale.
Il Gilbert cominciò con lo studiare il magnetismo: nella calamita,
nel ferro, nel nostro pianeta. Notò che esso diminuisce in proporzione
del calore, e commise perciò l’errore di vederne nel freddo la causa
fisica. Emise per primo l’ipotesi che la Terra sia da considerare come
un grande magnete, ossia fornita delle proprietà fondamentali della
calamita — polarità, rivoluzione, attrazione —; la qual cosa potè
sperimentare, adoperando pei suoi esperimenti una piccola calamita a
forma di globo, che denominò _Terrella_, rispetto alla quale gli aghi
di ferro si comportavano come si comportano di fronte alla Terra,
e persino che la loro declinazione magnetica aumentava procedendo
dall’equatore (della sferetta) ai poli. Studiò anche — ciò che doveva
essere utilizzato molto più tardi — l’_induzione magnetica_ (cfr. § 37
_A_) e rilevò primo il fatto che di una calamita rotta in più parti si
ottengono altrettante calamite.
Dagli studî sul magnetismo il grande fisico inglese passò a quelli
sull’elettricità, che distinse dal magnetismo. Ventidue secoli dopo
Talete, il Gilbert, ripigliando l’antica osservazione che l’ambra si
eletrizza con lo strofinio, rilevò che tale proprietà è posseduta da
parecchi corpi. Studiò quindi le condizioni proprie della elettricità,
determinò i corpi capaci di eletrizzarsi (_idioelettrici_), inventò
la prima rozza macchina elettrica (l’_elettroscopio_); in una parola,
_gettò le fondamenta della scienza dell’elettricità_. E dette a questa
forza misteriosa il nome che noi abbiamo adottato: _elettricità_.[70]
23. =Chimica.= — La chimica dei secc. XIV-XV, sebbene praticamente
possa vantare di aver accresciuto il numero dei suoi ritrovati, rimane
in fondo allo stadio precedente di alchimia ricercatrice del processo
unico per la trasmutazione dei metalli. Infatti, un utile insegnamento
non poteva derivare, alla chimica del tempo, dalla scienza antica.
Questa, allorchè aveva voluto specializzarsi, non era stata, anch’essa,
che alchimia!
Uno degli alchimisti più famosi e anche più misteriosi (non sappiamo
con sicurezza se dei sec. XV o XVI) è quello le cui opere recano, come
autore, il nome di _Frate Basilio Valentino_, della cui vita nulla ci è
noto. Queste opere contengono un numero impressionante di fatti chimici
ignoti ai più degli studiosi. Egli conobbe l’_antimonio_ e i suoi
preparati, l’arsenico, lo zinco, il bismuto, il manganese, gran numero
di preparati mercuriali e sali di piombo, il _vetriolo verde_ (solfato
di ferro), il _vetriolo azzurro_ (solfato di rame), il cloruro doppio
di ferro e ammonio, il sale ammoniaco, l’etere, il cloruro e il nitrato
di etile, dimostrando così un progresso scientifico, che impressiona,
rispetto a tutti i suoi contemporanei.
Se la personalità del Valentino ci è ignota, tale non è però quella
di _Leonardo da Vinci_, che anche alla chimica consacrò una parte
della sua attività molteplice e prodigiosa. Egli ebbe profonde
cognizioni di chimica tecnologica (la chimica applicata alle arti
e all’industria), studiò la solubilità di certi pigmenti vegetali
nell’alcool e, sopra tutto, la _chimica dei colori_, che applicò ai
suoi quadri meravigliosi, e nella quale fu maestro. Egli, inoltre, è
uno degli studiosi di chimica del nostro Rinascimento che cominciano a
reagire contro gli errori, le illusioni, le speculazioni dell’alchimia
medievale.
Ma un fenomeno interessante che si accenna in fine del secolo è questo:
il sorgere o, piuttosto, il diffondersi di una scuola di alchimisti,
i quali applicano i ritrovati della chimica alla preparazione di
specifici farmaceutici. La nuova scuola di questi chimici-medici si
disse degli _iatrochimici_, e il più famoso, e famigerato, fra costoro,
nel sec. XVI, è uno degli uomini più geniali e disordinati di tutti i
tempi: _Paracelso_ (_Filippo Aurelio Teofrasto Paracelso_), medico,
chimico, filosofo, ed anche, pur troppo, astrologo e ciarlatano
(1493-1541).
Il passaggio dalla alchimia alla farmaceutica e alla medicina non
era casuale: la _pietra filosofale_ non doveva servire solo per
fabbricar l’oro, ma (come vedemmo) anche per ritrovare l’_elisir di
lunga vita_, ossia per scoprire il segreto della medicina universale.
Per fortuna, come dal fallimento dell’alchimia applicata ai metalli,
uscirà la chimica vera e propria, così il fallimento del segreto della
medicina universale lascerà dietro di sè il residuo utile di una grande
quantità di cognizioni di chimica medica e la piena consapevolezza
dell’importanza della chimica per la medicina. Il filosofo inglese
e contemporaneo di Galilei, Francesco Bacone, definirà, con una
vecchia parabola, in modo efficacissimo, quest’importanza, storica e
scientifica, dell’alchimia. «L’alchimia» (egli scrisse) «può essere
paragonata a quel tale che, morendo, avvertì i figlioli di aver
lasciato loro un tesoro sepolto in qualche parte della sua vigna. Essi
scavarono e non trovarono nulla. Ma, avendo per tal modo rivoltato
il terreno intorno alle radici delle viti, ebbero una vendemmia
abbondante. Così le ricerche e gli sforzi, diretti a fabbricare l’oro,
condussero a molte utili invenzioni...».
Ma forse il carattere più saliente dell’alchimia nei secc. XV-XVI è la
sua decadenza nel concetto degli scienziati medesimi, o, piuttosto la
distinzione, che ora essi cominciano a fare, tra le sue parti sane e
quelle caduche. Benedetto Varchi, un letterato del Rinascimento, in un
trattato apposito (_Sulla verità o falsità dell’Alchimia_), distingue
tre specie di alchimia: quella «vera», che insegna a fabbricare i
metalli; la «sofistica», che fabbrica metalli artificiali somiglianti
ai veri solo nei particolari esteriori; la _falsa_, che imagina
di poter cavare dalle varie sostanze i loro _principii_ e ricreare
la vita, e donare l’immortalità, e ridonare la giovinezza. Questa,
infatti, è l’arte a cui noi moderni sogliamo dare il nome spregiativo
di alchimia. Le altre due (la _vera_ e la _sofistica_) entrano nei
quadri della nostra scienza, e, pur dispogliate di alcuni pregiudizi
che le ingombravano, hanno dato luogo alla chimica moderna.
24. =Medicina; zoologia; botanica.= — Nei secoli del Rinascimento
la medicina fiorisce nelle Università, italiane e straniere, che
continuano a moltiplicare di numero e a crescere di importanza: a
Padova, a Cambridge, a Salamanca (ormai cristiana), a Roma, Avignone,
Pisa, Praga, Firenze, Pavia, Vienna, Colonia, Palermo, ecc. Intanto
l’irrompere della coltura classica — e più dello spirito della coltura
classica —, oltre a far conoscere direttamente molte opere greche, dà
impulso, anche in medicina, alla osservazione diretta.
Così le malattie sono meglio conosciute e descritte, la loro diagnosi e
la terapeutica, più sicure. Vengono scoperte e definite nuove malattie
(tifo, scorbuto ecc.).
Anche i progressi considerevoli delle belle arti (specie della pittura
e scoltura), e il realismo che ora le domina, contribuiscono allo
sviluppo della scienza medica. _Michelangelo Buonarroti_ e _Leonardo
da Vinci_, specie il secondo, sono dei profondi studiosi dell’anatomia
umana.
Il rinnovato amore della natura e le grandi scoperte del Nuovo Mondo,
i grandi viaggi del sec. XVI in Arabia, Egitto, Siria, dànno, dopo
venti secoli — dall’età delle conquiste e scoperte dell’età ellenistica
—, alla zoologia e alla botanica, un impulso insolito. Il ricordato
filosofo Bernardino Telesio è un dotto naturalista. Viaggiatori,
colonizzatori e i primi missionari iniziano la coltura europea alla
conoscenza delle ricchezze naturali del Nuovo Mondo. Queste ricchezze,
però, sono più abbondanti nei riguardi della flora, che non in quelli
della fauna. Le rivoluzioni geologiche avevano ridotto d’assai la fauna
delle due Americhe, sì che queste non dettero che poche specie animali
ignorate: tra quelli domestici, ad es., solo il maiale d’India e il
tacchino.
Maggiori, quindi, più notevoli, sono ora i progressi della botanica
al confronto della zoologia. E, sia per brama di curiosità, sia
per rinnovato amore di bellezza e di ricchezza, si aprono, specie
nel sec. XVI, grandi _giardini botanici_: a Padova (1525), a Pisa
(1544), a Leyda (in Olanda) (1577), e poi in Francia, a Montpellier,
a Parigi (1598). Gli scienziati europei hanno ora agio di scrivere
libri contenenti ampie e precise descrizioni, anzi (come non si era
mai usato) raffigurazioni grafiche delle varie piante: il che sarà
di utile immenso alla scienza. Abbiamo così il tedesco _Brunfels_
(1470-1534), che studia scientificamente la flora europea, e _Girolamo
Bock_ (1498-1554) e _Leone Fuchs_ (1501-68), che sono tra i maggiori
osservatori e studiosi di botanica. Il primo, anzi, ritenta, dopo
tanti secoli, una classificazione delle piante, dando così inizio a
tutte la serie dei tentativi di questo genere, che riempiranno i secoli
seguenti. Ultimo, in ordine di tempo, fra i botanici del secolo XVI,
_Andrea Cisalpino_ (1519-63), distribuisce le 840 specie di piante,
ch’egli enumera, in 15 classi, suddivise a loro volta, per i loro
caratteri, in 47 sezioni. _Criterio distintivo della classificazione
non sono più le apparenze esterne, ma il seme, le sue parti e
l’embrione._
Ecco, dunque, un nuovo carattere della botanica del secolo: _lo studio
delle singole parti della pianta_: fiore, frutto, organi sessuali.