come il più grave atto di accusa contro Verre, ha un significato molto
più largo. Essa è l’eco delle tristi condizioni dell’agricoltura, nel
momento in cui era scritta; ma fa pensare ad assai più cose, che non
sia la semplice amministrazione di Verre. Anche per il modo di pensare
di Metello in rapporto a questo, la lettera non poteva essere rivolta
contro di lui. Fors’anche Metello si schermiva verso i consoli, che,
di lontano, lo incitavano a cavare dalla Sicilia quanto più potesse.
Essa pare fatta per richiamare alla memoria le lettere, colle quali la
Compagnia delle Indie, mentre avea l’aria d’inculcare a Warren Hastings
la severa osservanza della legge, spingeva a trasgredirla insistendo
sulla necessità di accrescere l’entrate. L’apologo del castaldo, che
per dare maggior reddito al padrone baratta gli stessi strumenti della
cultura, era di applicazione assai più generale, e Cicerone avea torto
di volerlo restringere a Verre. L’incitamento, dallo stesso Metello
fatto agli agricoltori siciliani, di non abbandonare le colture ed anzi
di estenderle, era nelle consuetudini de’ governatori di provincia e
non ha bisogno, per essere inteso, di essere messo in relazione con le
vessazioni di Verre. Benchè Cicerone accenni quasi il contrario[1020],
è pur vero che M. Levino fece di tutto per incoraggiare gli agricoltori
ad attendere alla cultura della terra[1021], ed, anche dopo di
lui, la cultura de’ campi venne promossa, perfino con la minaccia e
l’applicazione de’ gastighi[1022].
La disonesta e rovinosa amministrazione frumentaria era stata, come
dire, il cavallo di battaglia dell’accusa di Cicerone, ed, appena,
l’allusione a’ cittadini romani, arbitrariamente messi a morte, poteva
avere tanta azione su’ giudici ed anche sul popolo, quanto ne avea
questo richiamo a’ loro maggiori interessi, così offesi e compromessi.
Cicerone lo sapeva e vi si fermava volentieri, comprendendo che ciò
avrebbe contribuito grandemente all’esito della causa.
[Le opere d’arte.]
Tutto il bottino di opere d’arte, da lui denunziato, poteva
interessare, solo mediocremente, il popolo romano. Verre chiamava quel
suo amore delle opere d’arte _passione_, i suoi amici lo chiamavano
anche _manìa_, e a Roma, dove il senso dell’arte era ancora molto
limitato, avrebbero perdonato l’una e l’altra. Cicerone, per rendere
più grave la cosa, tirava fuori, da quelle ch’egli denunziava come
rapine, il sacrilegio, i rapporti di Roma compromessi verso potentati
stranieri. Ma anche qui era tutt’altro che disperata, dal lato
giuridico, la difesa di Verre. Verre si scusava di aver comperato
quelle opere d’arte, che Cicerone diceva rubate[1023] e, in verità,
in varî casi, riusciva a dare una dimostrazione sufficiente di questa
sua asserzione[1024]. Altre volte si trattava di statue, date a lui
in virtù di esplicite deliberazioni di magistrature cittadine[1025];
ottenute qualche volta, forse, nel modo, che dice Cicerone, qualche
altra, fors’anche, se non con ispontaneità di sentimento, almeno
in forma spontanea. Certamente, era pericoloso quel desiderio di
comperare, in mano ad un governatore; perchè quelle compere potevano
anche mutarsi, e si mutavano, in un mezzo di estorsione: ma, in ogni
modo, Cicerone stesso consentiva a non voler vedere, nel semplice
fatto della compera, un reato. Che, del resto, molte volte Verre
fosse condotto a questa razzìa di opere d’arte, più da passione che da
semplice avidità, lo dimostra lo stesso fatto, tante volte ripetuto da
Cicerone, del restituire che faceva gli oggetti di metallo prezioso
dopo averne staccati i fregi. Col proposito, poi, di mostrare che
quelle vendite si traducevano talvolta in veri ricatti, Cicerone si
lasciava andare volentieri ad esagerare il valore delle opere d’arte e,
chi sa? fors’anche qualche volta a travisarne la vera natura.
Il valore di molte opere d’arte, specialmente di utensili ed arredi,
andava a grado a grado rinvilendo, specialmente poichè ne fu affidata
la produzione al lavoro servile[1026]. E, quanto alle vantate opere
d’arte di Prassitele (IV, 2, 5) di Mirone (3, 5; 43, 93) di Policleto
(l. c.), di Boetho (14, 32), di Mentore (18, 38), di Silanione (57,
126); si trattava proprio degli originali, o non piuttosto di copie,
cui era conveniente il prezzo assegnato? Questi baratti di copie
per originali non erano proprio rari; erano anzi frequenti, anche
in un periodo di più progredita conoscenza, e l’inganno riusciva a
meraviglia[1027]. Dell’Eros di Prassitele e delle sue varie figurazioni
noi non sappiamo tutto quello che vorremmo; ma la celebrità, che
presto ottenne, ne dovette necessariamente far moltiplicare le copie.
È notevole intanto che di questa statua di «Eros» posseduta da Heio,
Cicerone è il solo a parlare[1028]. L’Heracles era soltanto attribuito
a Mirone; e sarebbe stata la seconda delle statue del solo Heracles,
attribuite a questo scultore[1029]. Anche la statua di Apollo in
Agrigentum corrisponde ad un’altra della stessa divinità e dello stesso
scultore, che si trovava in Efeso[1030].
Se queste ed altre statue, acquistate da Verre, erano copie
semplicemente, anche le conseguenze che Cicerone voleva ricavare dal
tenue prezzo, per cui erano state comperate, rimanevano ingiustificate.
Di altre statue il furto era stato compiuto o tentato, anche a stare
alla versione di Cicerone, da aderenti di Verre; e non era dimostrato
assolutamente che l’avessero fatto per conto del governatore e non per
proprio conto.
[Verre e i suoi accoliti.]
Un altro de’ punti deboli dell’accusa di Cicerone consisteva appunto in
questa solidarietà, tutta congetturale e niente affatto dimostrata, di
Verre e de’ suoi fautori, o dipendenti.
Occorreva tutta la parzialità di un accusatore per credere che i
membri della coorte, che gli amici, che gli aderenti non avessero
profittato della loro posizione per empire il sacco. Questo sistema
di far risalire a Verre tutta la responsabilità de’ fatti compiuti
sotto di lui, era un metodo analogo a quello, cui si attennero poi
gli accusatori di Warren Hastings, e contro il quale reagisce ora un
suo recente biografo, cercando di sceverare quanta parte potesse avere
egli, e quanta ne avessero Sir Elias Impey e gli altri[1031].
E Verre stesso, del resto, si rendeva conto di ciò, e si doleva della
responsabilità, che avrebbe finito coll’avere, di colpe non sue[1032].
Il maneggio del danaro era presso i questori: ma, mentre Cicerone,
parlando di Dolabella già giudicato e condannato, volea far risalire
a Verre molte delle sue colpe, tanto riputava l’opera del questore
necessaria e prevalente in siffatto genere di cose; trattando invece
di Verre, dimentica i questori, e, se una volta li rammenta, lo fa
per iscusarli e trarli anzi fuori della causa[1033]. Eppure in altro
momento, quando si era trattato di ottenere a preferenza di Q. Cecilio,
il diritto di accusare, Cicerone avea ben saputo riconoscere quanta
fosse la parte e quanta la responsabilità de’ questori in tutte le
colpe, di cui si accagionava Verre[1034].
[Le prevaricazioni.]
Le preterizioni, le deduzioni affrettate, la congettura, sopra
tutto, hanno una grandissima parte in quest’accusa di Cicerone.
L’incostituzionalità di alcune parti dell’editto, molti de’ pronunziati
giudiziarî e tanti altri degli atti a Verre rimproverati, potevano
costituire veramente materia di quel particolare giudizio, in quanto
era dimostrato che la causa determinante ne fosse stata il lucro. Ora a
questa conclusione, anche volendo tener conto di quello che egli dice,
Cicerone arriva per via indiretta, congetturale[1035]. Questo carattere
dell’accusa è così saliente, che lo notava anche uno degli scoliasti di
Cicerone[1036].
[Le benemerenze di Verre.]
Ma, oltre a tutte le scuse e le difese, che a Verre dovea riescir
possibile trovar contro queste colpe e parvenze di colpe, ve n’era
un’altra, che dovea contare non poco, ed era la benemerenza, ch’egli
avrebbe acquistato verso lo Stato, accrescendo i proventi della
Sicilia e mantenendo nell’isola la tranquillità, mantenendovi intatto
il prestigio di Roma e del suo imperio e salvaguardando la sua
sicurezza[1037].
A Cicerone questo pareva come spostar la questione e mutar l’indole
del giudizio, portando la discussione da un campo in un altro. Ma
egli sapeva benissimo che in un giudizio, in cui si richiamava,
moralmente almeno, in esame tutta la vita dell’imputato, e in cui
il verdetto, effetto di un lavorio tutto interno della coscienza,
emanava da un concetto sintetico delle azioni, della vita, del
carattere del giudicabile; un ordine di benemerenza, come quello,
non solo non rimaneva indifferente, ma diveniva forse il principale
coefficiente della sentenza. Gli stava bene innanzi alla mente M’.
Aquillio, il vincitore della seconda guerra servile, le cui colpe anche
Cicerone, altrove[1038], non qui, riconosceva come evidenti, e che a
considerazioni di tal genere dovette la sua assoluzione.
Egli stesso, difendendo appresso M. Fonteio[1039] e poi L.
Flacco[1040], doveva molto insistere su questo modo di difesa.
Anche in tempi più recenti, Warren Hastings, benchè esplicitamente
dichiarasse di volere essere condannato, se colpevole, non si astenne
dall’allegare tutti i servigî da lui resi al paese, come la prova
maggiore del suo carattere elevato e dell’incapacità di compiere
atti disonorevoli[1041]. Così Cicerone si vide obbligato a seguire
il suo avversario, anche su questo terreno, e fece del suo meglio per
discreditare Verre ed ogni sua impresa in Sicilia. È noto come cercò di
mostrar bugiardo il vanto de’ maggiori proventi tratti dalla Sicilia.
Ora, la quiete mai disturbata in Sicilia, la compiacente liberazione di
schiavi, già condannati come ribelli, la venale amministrazione della
flotta, il suo annientamento, l’interesse dello Stato subordinato a’
suoi rapporti galanti, l’ingresso de’ pirati nel porto di Syracusae
doveano dimostrare menzogneri anche gli altri vanti.
Anzi, tutto quanto, in questo, poteva conferire alla prova della sua
venalità, dovea servire anche a rincalzare l’accusa.
Finalmente i maltrattamenti e le arbitrarie uccisioni di cittadini
romani doveano finire di renderlo inviso a giudici e popolo, obbligando
gli uni ad immolarlo all’ira dell’altro.
Messo su questa china, non deve far meraviglia che Cicerone
sacrificasse molto della verità all’interesse della causa e, dopo, nel
redigere la sua orazione, all’interesse letterario.
[La sicurezza in Sicilia.]
Lo stato della Sicilia sotto Verre non poteva essere, e non era, quello
stato di assoluta pace interna ed esterna, che Cicerone ci vorrebbe far
credere.
Anche dal semplice accenno, fatto innanzi, all’estendersi del
latifondo, al decadere della popolazione, alla crisi economica, si può
desumere che, se i Romani aveano due volte potuto spegnere nel sangue
quelle rivolte servili, che aveano attratto nel loro vortice anche
una parte del proletariato, non ne aveano tolto le cagioni, e il fuoco
semispento covava sempre sotto le ceneri. Spartaco stesso guardava, con
occhio pieno di speranza, a quella terra classica di schiavi arditi
ed insofferenti. E, mentre un lievito di future rivolte fermentava,
pur dissimulato, all’interno, tutti i mari intorno erano in mano de’
pirati, giunti allo stadio della loro maggiore potenza. L’onta recente
di M. Antonio Cretico era ancora invendicata e, da soli quattro anni,
Verre avea lasciata la Sicilia, quando i Romani dovettero pensare a
rimettere insieme una flotta, che non aveano più, e dovettero conferire
poteri illimitati al loro più famoso comandante per venire a capo
dell’impresa.
In tali condizioni, solo una mano ferma e virile potea impedire uno
scoppio immediato e il riardere di una guerra servile. Spartaco,
entrato in trattative con pirati di Cilicia, avea deliberato appunto
di passare in Sicilia; e, se, secondo qualcuno, il passaggio fu
impedito dalla malafede de’ pirati, che, presa la mercede, non tennero
i patti[1042], non è men vero (ce lo dice un autore attendibile e
non remoto da que’ fatti) che Verre sorvegliò ed assicurò i lidi
italiani[1043]. Questa tradizione recisa e sicura, il proposito
di Spartaco di volgersi alla Sicilia, donde gli dovettero venire
incitamenti ed assicurazioni di un terreno favorevole, bastano già
per mostrare la parzialità dell’accusa di Cicerone[1044]; ed, a chi
considera le cose da questo punto di vista, il caso degli schiavi
triocalini, prima condannati e poi liberati, quelli di Aristodemo,
di Apollonio, di Leonte d’Imachara, di Apollonio di Panhormus, a noi
neppure ben noti in tutte le loro particolarità, perdono d’importanza
sopra tutto, se intendono a dimostrare che Verre non si occupò di
tener sicura la Sicilia. La grazia accordata agli schiavi di Leonida,
nel momento stesso dell’esecuzione della condanna, se, a Roma, in un
giudizio pronunziato da un regolare tribunale contro un cittadino, era
cosa affatto sconosciuta ed illegale; in provincia, tenuto conto della
speciale posizione del pretore, dell’ordine non rigoroso de’ giudizî,
può non destare sorpresa, ed, in linea di fatto, è suscettibile
di spiegazioni ben diverse da quelle che congetturalmente ne dava
Cicerone. E quanto ad Apollonio, se Cicerone mostrava di non saper
concepire, per la sua posizione, ch’egli avesse mano nelle sommosse
servili; quelli, cui è noto, per lungo ordine di esempî tutto lo
sviluppo del _manutengolismo_ in Sicilia, potranno vedere, in quello,
un caso del genere.
[I pirati ed i provvedimenti per la flotta.]
V’è appena bisogno di rilevare, di fronte a tutto il complesso de’
fatti anteriori e posteriori ed alla concorde tradizione[1045], che
minaccia dovevano essere poi i pirati, per la Sicilia specialmente. Del
resto basti dire che lo stesso Cicerone diceva della loro abitudine di
svernare a Melitta[1046], e de’ Liparensi, ch’erano divenuti verso di
essi veri tributarî[1047]: ed alludeva, con insistenza, alla pericolose
avventure del suo viaggio in Sicilia e del suo ritorno[1048]. Quanto
più grave era il compito, tanto più erano inadeguati i mezzi, di cui
poteva disporre un governatore della Sicilia. Una marineria stabile,
regolare e bene ordinata, mancava prima dell’impero, e bisognava
sopperire col contingente fornito dalle varie città. Cicerone
probabilmente travisa e contorce le varie misure prese da Verre in
ordine alla flotta; ma forse non è ardito vedere, attraverso quelle
stesse notizie che Cicerone ci dà, frammentariamente ed accompagnate da
malevoli interpretazioni, un tentativo di riordinamento della squadra
locale. Quali che si fossero le vere intenzioni, che animarono Verre
nella sua condotta verso Messana e verso Tauromenium, l’esenzione
fatta alla prima di contribuire una nave (se esenzione fu e non
sostituzione), non potè indebolire la flotta, dal momento che fu
chiamata a concorrervi la seconda, la quale, a dir di Cicerone,
non vi era obbligata. Le altre somme, percepite dalla città o da’
privati, per esenzioni dal servizio militare, corrispondono ad una
consuetudine sempre più invalsa in quei tempi, nelle leve fatte
anche in Italia[1049], e davano modo di colmare quei vuoti con
mercenarî e proletarî. Tanto più ciò può intendersi per la Sicilia,
dove non è punto nuovo questo scambio di vicarî[1050], e, secondo
l’interpretazione di uno scrittore, la decima avrebbe avuto origine
come corrispettivo di questa esenzione dal servizio militare[1051]; e
s’intende meglio, trattandosi della flotta, che soleva essere armata
degli elementi più scadenti della popolazione.
La provvisione avocata al comando dell’armata delle paghe e de’
viveri, forniti prima a cura de’ varî comuni, se può aver fornito, come
Cicerone vuole, argomento di ruberie, può anche meglio considerarsi
come un passo nel riorganamento, sempre meglio congegnato e coerente,
della forza navale; e diventava una necessità per l’alimentazione delle
ciurme, quando, mobilizzata la flottiglia e costretta a mutar spesso
di posto, occorreva provvedere a tutto con una regolarità, di cui forse
non sempre davano affidamento le singole città ed i navarchi.
Il conferimento, poi, del comando a Cleomene non ha bisogno di essere
spiegato esclusivamente con un intrigo di gineceo. Anzi tutto, non si
trattava di un fatto assoluto. Cicerone stesso ci fa altra volta vedere
la squadra sotto il comando de’ legati P. Cesezio e Q. Tadio[1052].
In questa continua guerriglia de’ pirati, si dovea ben sentire quel
bisogno che appresso raccomandò greci navigatori, anche liberti, in
grazia della loro esperienza, per l’ufficio di ammiragli. I copiosi
esempî che appresso ne abbiamo[1053], andando verso l’impero, ci
dispensano dal ricorrere proprio alla sottile e personale spiegazione
messa innanzi da Cicerone. Che se la flotta venne fugata e distrutta,
non occorre dimenticare la forza de’ pirati ed altre memorande
sconfitte da essi date a flotte maggiori.
La spiegazione che Cicerone ne dà, può essere accolta o rigettata; ma,
in punto di fatto, egli stesso dice che i navarchi ammisero che le navi
fossero bene armate e fornite. Per quelli, che doveano giudicar Verre,
ciò risultava da un documento[1054]. Parimenti il diverso trattamento
usato a Cleomene ed a’ navarchi, trova la sua spiegazione nel fatto
che Cleomene era approdato a Pachyno per rinforzare con il presidio
di terra l’equipaggio: gli altri invece avrebbero lasciato la flotta
in mano de’ pirati[1055]. Come si vede, anche per tempi posteriori,
queste milizie locali non erano veramente permanenti e si richiamavano,
o si congedavano, secondo il bisogno[1056]. Non era dunque da farsi
un così gran carico a Verre de’ congedi accordati, nè v’era da
sorprendersi di questo bisogno sentito da Cleomene di imbarcare altri
soldati nell’imminenza della zuffa. Potea, dunque, ben avvenire che
egli apparisse in qualche maniera giustificato e che la responsabilità
dell’abbandono e dell’incendio della flotta si facesse gravare su i
navarchi, che non aveano opposta resistenza, ed anzi aveano abbandonato
le navi.
Ad accrescere la difficoltà della situazione, in quei momenti, in
Sicilia, conferì anche, e molto, il contegno di Mitradate, il quale,
a combattere Roma, si giovava de’ pirati, de’ Sertoriani, di tutto.
Questo scambio di rapporti tra Mitradate e Sertorio dovea richiamare
tutta l’attenzione di Verre[1057], che, stando a mezza strada, dovea
avere il debito e l’interesse di scoprirli ed intercettarli; tanto più
che ciò dava occasione al vecchio sillano di fare le ultime vendette
della sua parte. Ed a questo, probabilmente, fu dovuta quella condotta,
anche più che severa, crudele talvolta, contro cittadini romani, di cui
Cicerone seppe avvalersi assai bene per rinfocolare gli odî e rendere
più esosa ancora la causa di Verre.
[L’opera di Verre.]
Una tale causa, a bene intenderla e giudicarla, avea bisogno di una
serenità d’indagine, che era illusione attendersi, tenuto conto,
specialmente, del suo carattere politico.
Io non ho inteso, nè preteso fare la difesa di Verre. La storia non
accusa, nè difende: interpreta e narra; ed io ho voluto precisamente
fare uno studio storico, che permettesse di meglio valutare, da un lato
le _Verrine_, considerate come documenti storici, e dall’altro, il vero
rapporto di Verre con gli uomini e le condizioni del suo tempo.
La spiegazione di molti fatti occorre chiederla alle condizioni, in
cui la Sicilia e tutto il dominio romano si trovavano, ed a’ fatti, che
precedettero e seguirono il governo di Verre.
Di più altre cose la spiegazione ci vien data dallo studio delle
istituzioni, guardate specialmente nel periodo imperiale. V’era
nell’amministrazione delle province, ne’ poteri e nelle funzioni
del governatore, in tutto insomma, una evoluzione, che appresso si
manifesta in forma più distinta e che, in questi ultimi tempi della
repubblica, si mostra come un deviamento dal carattere formale della
legge e delle istituzioni ed, insieme, come un adattamento di esse allo
stato reale delle cose.
Considerata nel suo complesso, l’amministrazione di Verre, malgrado
tutte le sue colpe, e al disopra di tutti i suoi non confessabili
interessi, sembrava dominata da un criterio direttivo: quello di
affermare in tutta la sua estensione, e in forma assoluta, il dominio
romano, di accentrare nel governatore tutta la direzione della vita
amministrativa e giuridica della provincia. A questo e all’evidenza
stessa de’ fatti, consapevolmente o no, si riferivano Verre ed Ortensio
nella difesa, che Cicerone presupponeva ed anticipava; e questo
significato avea l’appello alla comune consuetudine, agli abusi anche,
così frequentemente commessi e tollerati.
[La causa dal punto di vista politico.]
Questa, a dire di Cicerone, era una _improba defensio_, e, dal punto
di vista morale specialmente, egli avea ragione. Ma in questo proprio
stava il punto più interessante della causa, che era, sopra tutto,
una causa politica. Tutte le osservazioni d’indole giuridica e le
rettificazioni de’ fatti potevano trovar posto nella difesa, e non
erano trascurate; ma la difesa vera consisteva in questo appello alla
solidarietà della classe, e Verre non ne faceva proprio mistero. Egli
si rivolgeva a quell’aristocrazia, cui Silla avea voluto ridonare il
monopolio del potere; che avea chiesta ed ottenuta la sua vittoria
alle proscrizioni ed a’ supplizî, e, avendo diguazzato nella rapina
e nel sangue, non sentiva il bisogno e non poteva nemmeno accampare
il diritto di aver degli scrupoli. Lo diceva proprio l’accusatore di
Verre[1058]: «le loro case e le loro ville eran piene delle statue e
de’ dipinti di questi, che, per un eufemismo, Cicerone chiamava ancora
«socii.» In quelle ville era racchiuso il danaro, di cui tanti aveano
bisogno, tutto quanto di meglio potea offrire il dominio romano.
Piangevano tutte le provincie, si dolevano tutti i popoli, chiedevan
ragione i regni delle cupidigie e delle offese romane; non v’era
luogo, per ogni terra che circondasse l’Oceano, nè così lontano, nè
così riposto, ove, ora, la nequizia e la corruzione romana non fossero
penetrate. Il popolo romano omai era impotente a resistere, non alle
armi, non alla forza, non alle guerre de’ popoli stranieri, ma al loro
cordoglio, alle loro lacrime, a’ loro gridi di dolore[1059].»
E pure, in quelle condizioni politiche, era forza che così fosse.
Tutte le colpe, di ogni genere, apposte a Verre, ricompariscono,
come un fatto immancabile, in tutta la storia del regime coloniale.
Allora, poi, col fasto insolente, che ogni giorno più cresceva e più
diveniva generale, col decadere dell’agricoltura, col crescere della
concorrenza, l’aristocrazia romana dovea trovare nell’espilazione
delle provincie una condizione necessaria di vita; e là si fondevano,
mirabilmente, come sempre, il suo interesse politico ed il suo
interesse economico, di cui il monopolio del potere era la più schietta
manifestazione. Verre, ostinato ed intransigente sillano, affermava
per suo conto questo, fors’anche con affettazione di cinismo, e
chiedeva alla sua parte che anch’essa, cinicamente, l’affermasse da’
rostri, dal tribunale, per tutto. Quando Verre allegava a sua discolpa
la corruzione generale, anche più che fare l’appello ad un senso di
giustizia distribuitiva, faceva appello allo spirito di solidarietà, ed
a quello di conservazione della sua classe.