Su’ furti di Verre a Samo, fu udito Caridèmo di Chio[809];

sull’episodio di Lampsaco, P. Tettio, già tribuno militare[810],

e si lessero, inoltre, la deposizione resa da Verre nella causa

contro Artemidoro, e varie lettere da lui mandate a C. Nerone[811].

Sull’amministrazione della tutela del figlio di C. Malleolo, furono

prodotti come testimonî questo stesso, la madre e l’ava[812].

Quanto alla pro-questura di Verre, forse, furono letti alcuni degli

atti della causa fatta a Cn. Dolabella, suo pretore[813]. Per ciò

che Verre avea fatto nel periodo della pretura, M. Ottavio Ligure

depose sulla sentenza da Verre resa nella sua causa[814]. Sulla sua

corruzione nel collaudo degli edifici pubblici, deposero C. Fannio,

dell’ordine equestre e Q. Tadio, congiunto di Verre, che confermò la

sua deposizione con i suoi libri di conti[815]. Sulla dilapidazione,

a cui, in quell’occasione, andò soggetto il pupillo Junio, e sulle

ingerenze di Chelidone negli affari dell’ufficio, furono condotti, per

rendere testimonianza, lo stesso pupillo Junio, i suoi tutori P. Tettio

e M. Iunio, e fu pure udito L. Domizio; ed è verosimile che Cicerone

si avvalesse anche de’ registri del sedicente appaltatore Habonio

o Rabonio e delle norme dell’appalto, di cui si serve nella seconda

accusa[816]. Sull’eredità fatta dal figlio di Dione di Halaesa e sul

ricatto compiuto in suo danno, furono uditi molti testimonî: Sesto

Pompeo Cloro, Q. Cecilio, Dione, L. Cecilio, L. Ligure, T. Manlio,

L. Caleno, M. Lucullo, con l’accenno a registri e documenti[817].

Lo stesso Sesto Pompeo Cloro ricomparve per deporre, con Cn. Pompeo

Theodoro, Posidio Mucrone Soluntino e Cn. Lentulo, sul caso di

Sthenio[818]; caso che non sappiamo se, anche nella prima accusa, fu

illustrato come nella seconda, con accenni a una seduta del senato,

con una petizione di Siciliani, col registro delle sentenze di Verre,

con la menzione di un provvedimento de’ tribuni, con un’epigrafe

posta in suo onore a Thermae e con le _laudationes_ di molte città

sicule; perfino con la menzione di un Cupìdo d’argento del tempio di

Eryce[819].

Molti testimoni, ma non sappiamo quali, furono anche uditi per provare

il danaro estorto a Sosippo e Philocrate di Agyrium, in occasione della

successione paterna[820]. Eraclio di Centoripae depose sulla somma

che gli era stata estorta da Verre[821]: Q. Minucio, già difensore di

Sopatro, su quanto era stato fatto a danno del suo cliente[822] e del

re Antioco[823]; Q. Vario e C. Sacerdote sulle corruzioni giudiziarie

di Verre[824]. Sull’abusivo e venale conferimento degli uffici

pubblici, e specialmente de’ posti di senatori nelle città siciliane,

deposero legati di Centoripae, di Halaesa, Catina, Panhormus e di altre

città ancora, e molti privati[825].

Molti testimoni riferirono, pure, su i ricatti fatti da

Timarchide[826], tanto nel campo giudiziario, che in quello

amministrativo.

Di tutti gli illeciti lucri fatti nell’esigere le diverse contribuzioni

di frumento, Cicerone si propose di dare maggiori prove e trattare

più a lungo nella seconda accusa[827]. Pure non si trascurò di sentire

molte testimonianze pubbliche di città siciliane[828]. Resero la loro

testimonianza alcuni legati agyrinensi[829]; Philino Herbitense[830];

i legati etnei presieduti da Artemidoro[831]; Mnasistrato, il

latifondista di Leontini[832]; Arconida di Helorum, che parlò de’

suicidî degli agricoltori[833]. Per meglio sfatare la _laudatio_

di Messana, in onore di Verre, Cicerone chiamò a deporre C. Heio,

presidente dell’ambasceria mandata da Messana, e l’obbligò, senza

alcuno sforzo, a dire delle opere d’arte a lui carpite da Verre e della

nave oneraria, che s’era fatta donare dalla città[834]. Phylarco di

Centoripae[835] e L. Papinio[836], deposero delle cose a loro tolte;

L. Curidio di quello, che gli era stato prima tolto, poi reso[837];

Phylarco depose anche della requisizione fatta per ordine di Verre

a Centoripae[838], come Artemidoro di quelle fatte ad Agyrium[839];

Arcagato e Cn. Lentulo Marcellino di quella fatta ad Haluntium[840];

legati di Tyndaris della manomissione de’ doni di Scipione[841] e

del modo, onde fu compiuta[842]. Ismenio e Zosippo dissero anche

delle promesse di Verre di voler restituire il Mercurio[843]. Diede

lettura pure Cicerone, in questo primo stadio dell’accusa, degli

atti pubblici di Segesta[844]. Theodoro, Numenio e Nicasione, legati

di Henna, dissero della statua di Cerere e della Vittoria, invano

ridomandate[845].

Qualche testimonio depose ancora su i templi spogliati di Syracusae e,

tra l’altre cose, sulle canne d’India rubate[846].

Su’ ricatti fatti ad Eumenida di Halycia ed al cavaliere romano C.

Matrinio, sotto il pretesto delle congiure de’ loro schiavi, deposero

gli stessi Eumenida e C. Matrinio, e, con questo, L. Flavio, suo

procuratore[847]. M. Annio depose sull’archipirata sottratto al

supplizio[848]; Phylarco di Haluntium sulla cattura della flotta[849];

Onaso di Segesta sulla messa a prezzo della facoltà di seppellire i

navarchi[850]; L. Suezio sulle uccisioni di cittadini romani nelle

prigioni[851]; sull’uccisione di P. Gavio, deposero C. Numitorio,

M. e P. Cozio, Q. Lucceio[852]; L. Flavio, cavaliere romano, depose

sull’uccisione di L. Herennio[853].

Ma oltre a questi testimoni, che furono uditi, ed a questi documenti,

che furono letti, Cicerone, nell’attesa del secondo stadio del

giudizio, in cui l’accusa dovea essere rinnovata e completata, avea

tenuto in riserva, a quanto appare, almeno, dalle sue orazioni, altro

buon numero di testimoni e di prove[854]. Così furono riserbati i

testimoni intesi a provare alcuni de’ furti di Mileto[855]; quelli

intesi a mostrare, che le somme, la cui malversazione era stata

attribuita a Dolabella, furono in realtà rubate da Verre[856]; il

figlio di Sopatro ed altri di Halycia o di altre città di Sicilia[857];

molti che sapevano del caso di Stenio[858]; Cn. Sertio, M. Modio, e

almeno seicento cittadini romani, che aveano dati danari a Verre, per

averne sentenze favorevoli[859]; molte persone, che potevano attestare

della soppressione delle lettere di Carpinazio, ove si parlava delle

esportazioni abusive di Verre[860], ed altri, dalle cui deposizioni

dovea risultare che Carpinazio era l’intermediario e il cassiere degli

atti di corruzione di Verre e delle somme pagate[861]. Sopratutto

gl’illeciti lucri, carpiti nell’esazione del frumento, doveano

essere più ampiamente trattati nel secondo stadio del giudizio[862].

Dovea essere inteso M. Lollio, il figliuolo del vecchio Lollio[863];

doveano essere intese le testimonianze di molte delegazioni di città

siciliane[864]; quella di L. Cassio, già ricusato come giudice[865];

quelle degli Agrigentini, degli Entellini, degli Heraclei, de’ Gelensi,

de’ Soluntini, de’ Catinensi, de’ Tyndaritani, de’ Cephaloeditani,

degli Haluntini, degli Apollonensi, de’ Capitini, degli Enguini,

degli Inensi, de’ Murgentini, degli Assorini, degli Helorini, Jetini,

Citarini, Scherini, tutte sul sistema vessatorio di esigere i tributi;

e doveano esser letti i registri delle terre seminate dagli Hyblei e

del contratto di esazione stipulato da’ Menenei[866]; dovevano essere

uditi i tre legati, mandati dagli agricoltori di Centoripae, che si

trovavano sparsi in tutta la Sicilia[867]; si doveano esaminare i

conti di Halaesa, ed atti pubblici e testimonianze pubbliche di varie

città[868]. Doveano essere uditi altri testimoni su furti di opere

d’arte, come per es. Polea e Demetrio di Tyndaris[869]; il censore

Cn. Lentulo sul danaro carpito a C. Matrinio[870]; altri, tra cui P.

Granio, sulle uccisioni di cittadini nelle carceri[871]; cittadini di

Compsa sul caso di Gavio[872]. Di questi testimoni e di queste prove

si può dire con asseveranza, che non furono portati all’esame. Ma, per

un altro buon numero degli uni e delle altre, Cicerone, nelle orazioni

che vanno sotto il nome di _actio secunda_, usa espressioni (_dicit_,

_dicunt_, _cognoscite_), che non consentono di affermare recisamente

se furono, oppur no, portati innanzi a’ giudici. Probabilmente non

furono uditi in quel primo stadio del giudizio i legati di Melitta[873]

e quelli della città di Centoripae[874], nè lette le testimonianze

pubbliche e gli atti de’ Thermitani e degli Imacarensi, degli

Amestratini[875], de’ Liparensi[876], de’ Tissensi[877].

Le attestazioni pubbliche delle città, il più delle volte, erano

mandate a mezzo di speciali legati e, in qualcuno di questi casi, come

p. e. nel caso di Agyrium[878], poterono i legati deporre oralmente,

mentre la lettura delle deliberazioni della città e degli altri suoi

atti pubblici potea forse esser fatta dall’accusatore nella seconda

sua accusa. In altri casi, come in quelli ultimamente mentovati,

benchè più rari, le testimonianze pubbliche delle città potevano

essere affidate per iscritto all’accusatore, perchè le leggesse al

momento opportuno[879]. Phalacro di Centoripae[880], probabilmente,

dovea essere ancora inteso, a quanto può sembrare dal contesto, benchè

l’espressioni adoperate per lui (_adest_, _dicit_) sieno le stesse

usate per Phylarco, già udito.

È verosimile che di varî testimoni, che dovevano deporre sugli stessi

fatti o su fatti analoghi, Cicerone ne fece udire qualcuno nel primo

periodo del giudizio, riserbando altri al secondo, sia per sentimento

di opportunità, che per accelerare, com’era suo intento, il corso del

giudizio. Così l’editto urbano di Verre[881], i _codices_ contenenti

le interposizioni di L. Pisone[882], i documenti sul danaro estorto

per le statue, e le petizioni de’ Siciliani, che seguirono poi[883];

le lettere di Canuleio[884], fors’anche le copie de’ registri

de’ pubblicani[885], l’editto provinciale di Verre[886], la _lex

decumis vendundis_[887], la decisione di Verre sulle contribuzioni

di Messana[888], gli atti pubblici de’ Mamertini[889], le lettere

di Verre a Segesta[890], ed altre lettere sue[891], quelle di Vezio

Chilone[892], quelle di Timarchide[893], i conti di Diocle[894],

varî provvedimenti di Metello e le sue lettere[895], l’autodifesa

di Furio di Eraclea[896]. Di questi ultimi scritti Cicerone volea

servirsi probabilmente come di un colpo ultimo, decisivo, da portare

inaspettatamente.

In molti altri casi, Cicerone non ricorse a prove determinate; ma si

riferì alla voce pubblica, alle sorde vociferazioni anonime, alla

coscienza generale[897], pur offrendo di citare, in prova, quanti

testimoni si volessero, od atti pubblici[898], e, qualche volta,

dicendosi pronto a richiamare un testimone, già innanzi udito su di

altri fatti[899].

Verre avea anche de’ testimoni, che deponevano a favore suo, ma, a

dire di Cicerone, erano gente di nessun valore, venuta da’ borghi

più poveri ed abbandonati, senza incarico del popolo e del senato

cittadino[900]. Era tutto quello, che Metello avea potuto ottenere;

meglio, forse, era riuscito nel compito d’impedire l’andata a legati,

destinati a portare a Roma le testimonianze pubbliche delle loro

città[901]. Di città che pubblicamente lo lodassero, non ve ne furono

che due: Messana e Syracusae: ma Cicerone, oltre a rilevare che nessuna

importanza potevano avere le _laudationes_, quando non giungevano

neppure a dieci[902], discreditò più particolarmente, in quel primo

stadio della causa, la _laudatio_ di Syracusae con la testimonianza

di Eraclio[903] e quella di Messana con la deposizione di Heio[904]; e

più ancora si apprestava a discreditarle in appresso, mostrando tutti

i rapporti, cui accenna, di Verre con Messana, e provando il modo,

onde la _laudatio_ di Syracusae era stata estorta e la successiva sua

revocazione. Pare che in quel primo stadio del giudizio la _laudatio_

fosse stata presentata, ma senza sentire tutti i _laudatores_, che

Cicerone si riserbava d’interrogare poi, per convertirli in tanti

testimoni a carico di Verre, rincarando la dose con l’esibizione degli

atti pubblici[905].

[Il contegno di Ortensio e di Verre.]

Una grande qualità degli avvocati romani, ne’ processi, era

quella di assoggettare i testimoni ad un fuoco vivo ed incrociato

d’interrogazioni e di obiezioni, per trarre dalla loro bocca de’

dati, ovvero scemare il credito delle loro parole. Era quella stessa

_cross-examination_, che forma il vanto degli avvocati inglesi.

Pure, Ortensio, e Verre con lui, rinunziarono volontariamente a

questo espediente di difesa, per servirsene solo eccezionalmente

e casualmente, qualche volta[906]; e preferirono veder passare

in silenzio tutti i testimoni. Cicerone, naturalmente commenta

questo contegno, in modo da trarne le conclusioni più sfavorevoli

per la causa, e dedurne la condizione disperata dell’imputato. Ma,

forse, il sistema seguito da Ortensio veniva da un esatto concetto

della situazione e da un’esperienza forense, la quale avea potuto

dimostrargli come, in alcuni casi, il silenzio valga, per lo meno,

quanto la più raffinata arte d’interrogare. Verre dava anticipatamente

già come sospetti[907] tutti, o almeno la massima parte de’ testimoni

prodotti nella causa. Era questa la sua maniera di screditare l’accusa

e il suo argomento. Insistere dunque sulle deposizioni, stuzzicare

i testimoni, cercare di circonvenirli era sicuramente, con gente

spesso assai scaltra, come quella che veniva al giudizio, irrito

e vano, e poteva anche probabilmente riescire un gioco pericoloso.

Meglio dunque lasciarli liberi ne’ loro detti, per coglierli dopo in

fallo, se occorreva e si poteva, e ritenere fatti e detti a propria

posta, secondo la verità, o contro di essa, avvalendosi di tutti gli

espedienti e di tutte le particolarità de’ casi.

[Gl’incidenti del giudizio.]

Ciò pareva a Verre e a’ suoi difensori ingegnoso[908]; e forse era,

realmente, ingegnoso. Pure, alla deposizione di P. Tettio, Ortensio

crede uscire dalla sua riserva per opporre la cosa giudicata[909].

Verre qualche volta, pur serbando il silenzio, non sapeva contenere

il gesto, come per accennare di leggere tutta e non una parte di un

documento[910]; tal’altra, come alla testimonianza di M. Annio, balzò

in piedi per ismentirlo[911], o interloquì in tono ironico[912].

Così, dunque, sfilarono, l’un dopo l’altro, i testimonî, seguiti con la

più viva attenzione da’ giudici, col più vivo e passionato interesse

dalla folla, accorsa ad assistere[913], la quale, talvolta, non

riusciva a frenarsi. Quando il pupillo Junio, un fanciullo che ancora

non avea lasciato la _praetexta_, comparve, vennero le lagrime agli

occhi di molti; al punto che Ortensio se ne dolse con Cicerone[914];

come mosse lamento, altresì, contro Artemone di Centoripae, che investì

Verre in modo da sembrare un accusatore più che un testimone[915].

Alla descrizione de’ danni degli agricoltori, della loro ruina, fatta

da Philino di Herbita, quasi un gemito si levò nella folla, facendo eco

alle sue parole[916]. Qualche volta, al movimento di commiserazione,

o di maraviglia[917], si avvicendava uno scoppio di viva ilarità,

come all’udire le ingenue risposte di Heio[918], od al vedere forse il

comico imbarazzo di L. Domizio, che stentava a nominare Chelidone[919].

Ma, quando C. Numitorio venne a dire di Gavio, fatto mettere in croce

senza pietà, con dispregio de’ suoi appelli alla qualità di cittadino

romano, il popolo ne fu, insieme, così commosso ed eccitato, che M’.

Glabrione dovette togliere la seduta, per evitare che dell’imputato

venisse fatta giustizia sommaria[920].

[Il primo stadio del giudizio.]

Questo primo stadio del giudizio durò nove giorni[921], togliendo ogni

giorno a Verre un’illusione, od una speranza. Già dal primo giorno,

a quanto dice Cicerone[922] i testimoni furono tanti, e dissero tali

cose in giudizio, che pubblicamente parve impossibile l’assoluzione

di Verre, se si voleva ancora tenere in piedi lo Stato; al secondo

giorno, i suoi stessi amici e i difensori aveano perduto, non solo ogni

speranza di salvarlo, ma eziandio ogni volontà di difenderlo; e, il

terzo giorno, egli stesso era omai così abbattuto e così fuor d’ogni

speranza, che s’ammalò, o si finse ammalato. Gli altri sei giorni

compirono l’opera di questi tre, e, allo spirare del nono giorno,

quando il primo stadio della causa fu chiuso, egli e tutti doveano

parlare piuttosto di una condanna che di un rinvio. Tutto lo studio di

Verre consisteva nel rispondere all’accusa dopo i secondi giuochi, cioè

almeno dopo il 19 settembre; quello di Cicerone, invece, nel far sì

che il primo periodo si chiudesse innanzi a’ primi giuochi, innanzi al

15 di agosto, e cominciasse a decorrere da quel punto il termine, che

separava i due stadî del giudizio[923].

Cicerone, dunque, era completamente riescito nel suo intento.

La _comperendinatio_ importava l’intervallo di un giorno libero tra

l’uno e l’altro stadio del giudizio[924], e, poichè i primi giuochi

terminavano nel dì 31 d’agosto ed i secondi non cominciavano prima del

4 settembre, è precisamente nel primo giorno di settembre, che dovea

riaprirsi il giudizio; e, in questo secondo stadio, alla rinnovata e

più diffusa accusa di Cicerone avrebbero dovuto tener dietro la difesa

di Verre e la sentenza.

[La difesa di Verre?]

La difesa di Verre?

Ma Cicerone non si stanca mai di ripetere che questa difesa, anche

più che iniqua, più che vana, era a dirittura impossibile; lo dice,

considerandola nella sua generalità, e, caso per caso, sempre, con

un’insistenza quasi petulante[925].

Era dunque veramente così: la difesa di Verre non potea nemmeno

tentarsi?

Per quanto noi siamo costretti ad aggirarci in un confine così

stretto, come sono le orazioni dell’accusatore, e ci troviamo nella

stessa condizione, in cui ci troveremmo, se dovessimo giudicare Warren

Hastings dalle orazioni di Burke; pur nondimeno un esame delle accuse,

che sia un po’ più che superficiale, ci mette subito sull’avviso, e ci

fa vedere quanto avea di assolutezza, di partigianeria e di iattanza

l’asserzione di Cicerone, che del resto ricorre precisamente nelle

orazioni attribuite al secondo stadio del giudizio e che quindi non

vennero pronunciate.

[La natura delle accuse.]

Cicerone, egli stesso, ci dice in un’altra orazione[926], quanta

fede si potesse prestare, e quanta in realtà se ne prestasse, alle

orazioni d’accusa pronunziate ne’ giudizî, che, come questo, aveano un

retroscena di motivi e d’interessi politici. Cicerone, egli stesso,

parla di simili accuse, che furono pronunciate contro uomini, come

M’. Aquilio, L. Cotta, e come lo stesso L. Pisone Frugi, da lui non

mai lodato abbastanza; e pure non vi si prestò fede, se anche quelli

che le sostenevano aveano perfino il nome di C. Gracco. Che se contro

P. Rutilio tali accuse riescirono, non perciò, a senso di Cicerone

e d’altri[927], ne dovea rimanere menomato l’onore e la fama, che

Cicerone teneva anzi a rivendicare. Cominciando così, per la natura

stessa delle cose e la considerazione de’ tempi, ad essere un po’ meno

creduli, quelle accuse, quelle invettive perdono già anticipatamente

qualche cosa del loro valore, quanto più sono acri e più eccessive.

[La questura e la proquestura.]

Si è già veduto, come, nel giudicare della questura e della proquestura

di Verre, Cicerone confonda i dati cronologici, e probabilmente a

disegno, per trarne precipitate o false illazioni, sulla sua mancanza

di fede e su tutto il modo come le tenne. Per quel che riguarda poi

la sua proquestura, Cicerone non dubitò, per far torto a Verre, di

attaccare la verità della cosa giudicata, del cui rispetto altra volta

si mostra tanto zelante; ed attribuisce a Verre colpe e responsabilità,

di cui egli, giuridicamente almeno, poteva oramai dirsi mondo, dopo che

la sentenza pronunziata da C. Nerone, da Cicerone stesso chiamato _vir

optimus atque innocentissimus_, e per l’occasione fatto coccodrillo,

contro Philodamo e il figliuol suo, e l’altra, pronunziata contro

Dolabella, ne aveano riconosciuto in altri i responsabili[928]. Nè il

vago accenno, fatto alla deposizione resa da Verre contro Artemidoro ed

al condono concesso a Themistagora e Thessalo, può menare logicamente

ad altra conclusione.

[La pretura.]

Del potere, specialmente giurisdizionale, esercitato poi da Verre

nella sua pretura, là, dove abbiamo la possibilità di un qualsiasi

controllo, abbiamo veduto che non fece tutto quell’abuso, che Cicerone

vuole sostenere; e, molte volte, egli s’inspirò ne’ suoi provvedimenti

all’indirizzo, che il diritto civile andava prendendo, secondo

l’interpretazione, che il diritto pretorio gli dava.

Del resto, poi, in un giudizio come quello de _repetundis_, fatto ad

iniziativa e nell’interesse de’ provinciali, e qui, più propriamente,

ad istanza de’ Siciliani, i fatti, relativi specialmente alla gestione

delle magistrature urbane, non potevano trovar luogo; e si adducevano

più che altro per aggravare moralmente la condizione dell’accusato.

I lucri illeciti fatti in Sicilia costituivano la vera materia della

causa, e, per quanto Cicerone lo dicesse stretto e sopraffatto dalle

prove, la condizione di Verre non era tale da precludergli ogni via di

scampo.

[Il valore delle prove.]

Anzi tutto quali erano i mezzi di prova? Si è veduto che molti de’

testimoni e de’ documenti, a cui si allude, e forse i più importanti,

non erano ancora stati prodotti in giudizio, ed avrebbero dovuto

essere presi in esame nel secondo stadio. A questi, come a quelli

ch’erano già stati dedotti contro di lui, Verre opponeva una ragione

pregiudiziale, scuotendo la fede, che a loro si sarebbe potuta

aggiustare, con il richiamo alle ire, che li animavano contro di

lui. Cicerone[929] cercava di distruggere questa difesa in ogni modo,

opponendogli le deposizioni de’ cittadini romani, quando Verre diceva

di aver nemici i Siciliani per aver voluto proteggere gl’interessi

de’ primi; opponendogli le deposizioni de’ Siciliani, sia di città

soggette che d’immuni, quando Verre diceva di aver nemici i cittadini

romani per aver tenuto conto degli interessi de’ Siciliani. Pareva

un’argomentazione inoppugnabile, una via senza uscita; eppure, quali

che fossero le sue colpe, Verre non avea tutti i torti a prendersela

con questa valanga di rancori e di vendette che si rovesciava su lui.

Figurarsi, in tre anni di governo, quanti interessi aveano potuti

essere offesi, a dritto od a torto; quanti odî inevitabilmente non

aveano dovuto germogliare; ed ora cercavano di avvolgerlo tutto e di

schiantarlo. Cicerone stesso se ne ricordava, in altra occasione, di

tutta questa posizione imbarazzante, in cui un governatore di provincia

si dovea trovare. «Come è difficile e pericoloso questo governo delle

città e delle provincie: la diligenza ti acquista inimicizie, la

negligenza ti procaccia biasimi; la severità è piena di pericoli, la

larghezza è mal corrisposta: la parola è pregna d’insidie, fatale la

compiacente adulazione; spianato e ben disposto è il volto di ognuno,

gli animi di molti pieni di rancore; gli odî covano segreti, mentre

manifeste son solo le lusinghe. Il pretore è atteso al suo venire,

inchinato durante la sua dimora, abbandonato al suo partire[930]».

Era, così, tutta una fioritura di inimicizie e di intrighi, contro

Verre, da parte di appaltatori, tributarî, o litiganti, riusciti

soccombenti ne’ giudizî; e da questi si comunicava agli altri, sino a

quelli stessi che Verre avea careggiati e decorati[931]. La suggestione

dell’odio dilagava e conquistava tutti; e, in questa rivolta contro

di lui, v’era anche, più che in germe, la rivolta contro il dominio,

di cui era il rappresentante. Il fenomeno non era nuovo: è così che

Cicerone screditava e contraddiceva le accuse contro M. Fonteio e L.

Flacco, difesi da lui stesso in tempi posteriori. Quest’abitudine di

non risparmiare il nemico in giudizio e farne il proprio bersaglio,

sia da accusatore che da testimone, era divenuta una cosa comunemente

intesa, e più giustificata, quanto più avea per fondamento una

inimicizia personale ed il ricambio di danni patiti; ma ciò stesso

avea finito per rendere innocue le testimonianze anche de’ primi

uomini dello Stato. In varie occasioni, non aveano trovato ascolto

deposizioni, come quelle di Cn. e Q. Cepione, di L. e Q. Metello, di

M. Emilio Scauro, di L. Crasso[932]. Le testimonianze poi de’ soggetti

erano, già in tesi generale, screditate. Con tali criteri Cicerone

stesso trattava le testimonianze de’ Galli[933], peggio ancora quelle

de’ Greci in generale, e di quelli d’Asia, specialmente[934]. E Greci,

di linguaggio e di origine, erano per la maggior parte i testimoni

adibiti contro Verre, per quanto Cicerone li volesse far diversi

dagli altri[935]. In buona parte anche, per quel tanto che possiamo

saperne noi, erano persone, che con lui aveano ragioni particolari

d’inimicizia.

Il processo di Verre · 第 15 / 21 段